Eva (Kike Maillo 2011)

Quando si vede un film così, fatto in Spagna, è inevitabile pensare come in Italia un prodotto del genere non sia mai stato creato, e forse neanche concepito. Un film dalla confezione internazionale, frutto di una concezione industriale che in qualche modo affranca il cinema dall’idea che sia una cosa da fricchettoni, aspiranti nullafacenti, nel migliore dei casi trasognati idealisti. Oppure da non-autori impegnati a tradurre barzellette sul grande schermo, utili a santificare le feste. Eva non è un capolavoro, ma è un film da occidente industrializzato, capace di assumere il linguaggio e la qualità condivisa dalla grandi produzioni, senza apparire come uno scimmiottamento di codici esterni importati in capannoni dismessi dell’Alta Bianza.

Kike Maillo è un regista dalle idee definite, pulite ed efficaci, che non disdegna occasionali digressioni e scantonamenti. Mette in scena con Eva la fantascienza classica e umanista, la questione identitaria a cui il genere è spesso approdato, con un melodramma più gestibile del fluviale e patinato A.I.Eva è una bambina che ricorda la protagonista di Zazie nel metrò, in una versione sottoposta a un regime meno rigido di stupefacenti ed eccitanti. Alex Garel è lo zio genio della cibernetica che torna al suo paese natale e inevitabilmente al suo passato. Le paludi le rose i caffè l’amore le cose, cantava quindi Rino Gaetano.

Concettualmente e visivamente l’idea più interessante del film sta nel metodo di programmazione utilizzato da Alex, nella rappresentazione della personalità artificiale come una complessa concatenazione d’icone e simboli fluttuanti, tridimensionali, quasi liquidi, da manipolare manualmente in modo da ottenere diversi cocktail. E l’automa destinato a contenere le istruzioni così combinate, una volta acquisita la vita, raffigura similmente la costruzione della sua memoria. Si rappresentano e pongono così in immediata relazione il carattere e l’esperienza, i due fattori che sviluppano l’identità. E anche il film, pur essendo nel genere uno fra tanti, riesce a costruire una sua piacevole, dolente identità.

(3,5/5)

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