Chiamami col Tuo Nome; Lady Bird; Borg McEnroe; I, Tonya; Voyage of Time

chiamami col tuo nome slowfilm recensione

– Cose di crescita e sentimenti

Questo approssimativo viaggio nelle visioni recenti si apre con Chiamami col tuo Nome – Call me by your Name (Luca Guadagnino 2017), arrivato finalmente anche alle sale italiane e candidato a quattro statuette dell’Academy, fra cui miglior film e, per Timothée Chalamet, migliore attore protagonista. Il film nasce da una sceneggiatura non originale di James Ivory (anche questa in gara), adattamento del romanzo omonimo di André Aciman. Nell’estate del 1983, da qualche parte nel nord Italia, Guadagnino tesse l’incontro fra il diciassettenne Elio e il ventiquattrenne Oliver, studente e ospite del padre di Elio nella sua assolata villa secentesca. Con ricordi di Bertolucci e Visconti, e l’eleganza dello stesso Ivory (e, qui come in A Bigger Splash, una tensione che ho associato al Mankiewicz di All’Improvviso l’Estate Scorsa), Guadagnino costruisce un racconto sentimentale che unisce attrazione fisica e intellettuale, mostra la scoperta di sé e dell’altro ricercando rapporti e sentimenti che, con differente registro, sembrano ispirarsi ai lavori del taiwanese Tsai Ming-liang (in particolare I don’t want to sleep alone e Vive l’amour, oggetto di una citazione diretta in chiusura). Io preferisco di certo lo sguardo silenzioso di Tsai a quello romantico e un po’ vezzoso di Guadagnino, ma questo fa parte di disposizioni soggettive. Quel che è evidente, fin dalle prime scene, è la capacità di raccontare una storia con calore, con uno sguardo artistico e partecipativo. Mi sono ritrovato a pensare che, tutto sommato, in pochi sanno farlo come gli autori del cinema italiano, che quando funziona mostra un’intimità che altre scuole hanno sacrificato a favore di meccanismi forse più spettacolari e coinvolgenti, ma a lungo andare più comuni. Quello di Guadagnino è un cinema che trova la sua modernità in un’intensità classica, la sua è una voce originale, che si sta affermando come una delle più rappresentative.

lady bird slowfilm recensione

Lady Bird (Greta Gerwig 2017) è appunto uno di quei film, anche gradevoli, che ricalcano un linguaggio molto diffuso, quello del cinema indie americano. L’opera prima da regista di Gerwig è assolutamente riuscita, come un buon film dell’amico Baumbach (Frances Ha, forse il suo migliore, ha proprio lei come protagonista e cosceneggiatrice). Riesce a non naufragare nelle parole o in altre tentazioni come le troppe musichette, il volersi mettere troppo in mostra, l’idea di aver rivoluzionato la settima arte con qualche trovata più o meno sopra le righe: tutti vizi di cui questo cinema è pieno. Con pesi diversi all’interno della storia, Lady Bird condivide con il film di Guadagnino, oltre a Timothée Chalamet, anche la scoperta della sessualità e del rapporto che intrattiene con i sentimenti, il ruolo fondamentale della comprensione e dell’amicizia nel restituire semplicità a qualcosa che, sotto pressione, rischia di diventare complessa. Molto brava Saoirse Ronan, che già brillava nel mezzo disastro Amabili Resti, il film ha forse il problema di risultare dimenticabile: pulito, ben fatto, ma a distanza di qualche giorno è in buona parte evaporato.

borg mcenroe slowfilm recensione

– Cose di rabbia e sport

Borg McEnroe (Janus Metz Pedersen 2017) è una cosa abbastanza interessante, ma un po’ vecchia. Racconta un pezzo di storia dello sport nel modo più semplice possibile. Non è del tutto un male, conta su un buon materiale di partenza, opera delle ricostruzioni molto fedeli di scene di repertorio, ma, specialmente nel duello finale, si sente la mancanza di qualche guizzo di regia, di qualche scelta. Il modo stesso in cui vengono trattate le biografie non si distacca mai dalla storia principale, offrendo giusto qualche aneddoto di contorno. La narrazione è piuttosto sbilanciata verso Borg, mentre la cosa più interessante del soggetto è proprio nel modo opposto in cui ognuno dei due elabora una rabbia che, in principio, li rende estremamente simili.

I Tonya slowfilm recensione

Punta invece su una regia e una scrittura molto più presenti I, Tonya (Craig Gillespie 2017), che racconta un noto, confuso e controverso evento di cronaca legato allo spietato mondo del pattinaggio sul ghiaccio degli anni ’90. Impersonata da una notevole Margot Robbie, Tonya Harding vive nella periferia esistenziale e culturale degli Stati Uniti, ha una madre inqualificabile e spesso violenta, ed è circondata da imbecilli. Veloce, spesso divertente, il film di Gillespie potrebbe essere la naturale prosecuzione, e anche uno dei punti più alti, della così detta trilogia degli idioti dei Coen (che conta un buon Fratello dove Sei, ma anche un paio dei momenti più scialbi della carriera dei fratellini, Prima ti sposo poi ti rovino e Burn after reading). Gillespie trova un registro che nell’immediato toglie drammaticità agli eventi, senza però disinnescarli, ma portandoli fino all’autoriflessività dell’assurdo e riuscendo, nel complesso, in ciò che a Pedersen è sfuggito, cioè costruire un discorso più grande delle vicende da cui trae ispirazione.

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– Cose vecchie e mollicce

Terrence Malick, questo è un altro grosso passo falso, di peggio hai fatto solo To the Wonder. Voyage of Time fa parte di quei film, come il capolavoro di Ron Fricke Samsara, come l’apripista Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, che vogliono farci vedere tutto il mondo. Vogliono usare il cinema per darci davvero l’idea di quanto questo sia vasto, e incredibilmente affollato, e deserto, e meraviglioso, e decadente, e mutante. Terrence Malick, in quanto Terrence Malick in persona, aveva tutto il diritto di voler dire la sua, il suo è uno sguardo che racconta il mondo da quasi cinquant’anni. Ma lo ha fatto molto meglio con le sue scene sospese, all’interno di un flusso narrativo, che in questo lavoro interamente dedicato all’origine del tempo e della Terra. Concettualmente, il film è molto vicino alla parentesi cosmogonica di The Tree of Life; lì, però, la costruzione, anche nelle immagini astratte, era perfettamente riuscita, e trovava forza sia nell’integrazione in una storia, invece, umana e concreta, sia nella durata più limitata e nella bellezza del Lacrimosa di Zbigniew Preisner, parte essenziale di un grande momento di cinema. Voyage of Time, con la voce over di Cate Blanchett che invoca ripetutamente la Madre origine di tutto, è un susseguirsi di immagini spesso troppo didascaliche, o troppo documentaristiche, o troppo finte (sono molte le parti con ricostruzioni digitali), fa fatica a trovare un senso che non sia già stato detto molto meglio dallo stesso autore. Si parte da qualcosa che potrebbe somigliare a una rete neurale, forse l’immagine di un’intelligenza divina, da cui si creano universi, mondi, più nello specifico il nostro mondo, più specificamente ancora lava, oceani, trasformazioni, un viaggio nel tempo per disporre la nostra casuale esistenza sulla Terra. Il fascino di alcune immagini non si discute, pur concentrandosi, il nostro, su molte bestie viscide e mollicce, che strisciano o nuotano nei mari preistorici, e fra un’eruzione e un dinosauro pensieroso, la ricostruzione di Malick finisce per avvicinarsi troppo alle visioni televisive del National Geographic, coproduttore del progetto.

Chiamami col Tuo Nome 4/5

Lady Bird 3,5/5

Borg McEnroe 3/5

I, Tonya 4/5

Voyage of Time 2,5/5

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Song to Song (Terrence Malick 2017). Il film non c’è, ma si lascia vedere

song to song locandina slowfilmCi sono Ryan Gosling e Michael Fassbender che parlano a bordo piscina, cominciano a dirci qualcosa, ma con un volteggio ci troviamo al tramonto in riva al mare, una voce over comincia a parlare d’altro, anche questa sarà abbandonata. Ci sono Patti Smith o Iggy Pop – l’uomo senza maglietta – che ci raccontano delle loro non banali esistenze, ma dopo una manciata di sillabe una piroetta ci trascina fra grattacieli, o sugli scogli, o nella stanza di una villa. Rooney Mara ha un’anima torbida, non vive bene la cosa, si dà dell’ipocrita senza speranza, una personaccia dipendente dalle emozioni forti, ma riesce giusto ad accennare a un balletto prima che il nostro sguardo, di nuovo, sia portato altrove, con leggerezza, dal vento. È tutto così Song to Song, un film bugiardo, che dice di voler rappresentare qualcosa, invece vola verso un’altra breve sequenza in un luogo ameno, splendidamente fotografato, in piena luce. Quest’ultimo Malick è un film fatto di immagini, che mente sulle immagini che ha intenzione di mostrare. Per qualche motivo che neanche io comprendo, Song to Song non mi ha annoiato, ma è di nuovo un passo indietro rispetto Knight of Cups, che aveva fatto ben sperare. In parte si sovrappone a quello, come tipologia di personaggi – belli, ricchi e in crisi esistenziale -, ma qui non c’è nessun percorso reale, nessuna costruzione concettuale, e anche la ricerca visiva è decisamente meno aggressiva e originale.

Song to Song è una raccolta di immagini e movimenti di macchina, uno di quegli archivi da cui Malick ultimamente ha recuperato molto materiale per i suoi film, per le sue digressioni e cosmogonie, questa volta proposti così come li ha presi, con qualche divo di Hollywood piazzato avanti, che solitamente fa cose sciocche e comunque incomplete. All’inizio, con gli accenni musicali e le folle reali dei concerti, sembra quasi di vedere un documentario, un documentario girato da uno dei più gradi registi del mondo e commentato dalle frasi prese dal diario di una quindicenne. Poi anche questa dimensione narrativa si dissolve, perché ogni azione si rivela estremamente futile e i diversi luoghi si susseguono senza necessità. Ville, giardini, belle donne, begli uomini, una serie di immagini elegantemente e perfettamente definite dalla fotografia di Emmanuel Lubezki, splendente ma educata, non portata all’estremo come in Knight of Cups, dove lo sguardo bruciava. Persino l’ossessione spirituale, onnipresenza controversa negli ultimi titoli, qui è appena abbozzata. Se Song to Song fosse un film unico, per il fascino dei movimenti di macchina e l’impostazione antinarrativa, potrebbe anche essere qualcosa di interessante. Ma inserendosi in una filmografia che queste particolarità espressive le ha già proposte in maniera molto più decisa, Song to Song sembra corrispondere a un periodo in cui la sincerità dell’autore si lega a un tratto di vita e a una riflessione artistica poco interessante. L’impressione, infatti, non è di trovarsi di fronte a un film non riuscito, un fallimento, anzi la sensazione è di assistere a qualcosa di libero e spontaneo, e questo in qualche modo rende la situazione ancora più difficile.

(3/5)

I film da vedere durante il novembre e il dicembre dell’anno più 2016 che si ricordi.

arrivalAgile promemoria dei titoli da raggiungere in sala in questi due ultimi mesi del 2016, che le coincidenze distributive hanno arricchito di corazzate mainstream e zampate d’autore finalmente riportate alla luce anche da noi.

Knight of Cups, dal 9 novembre. Nonostante sia intrattenimento diffuso sparare sull’ex venerabile Terrence Malick, non credo ci sia in giro qualcosa di visivamente paragonabile a questo Fante di Coppe.

Arrival 24 novembre. In attesa di Blade Runner 2046, l’approdo dell’ottimo Denis Villeneuve alla fantascienza.

Rogue One 15 dicembre. Non se ne sa molto, pare sia connesso a una serie di nicchia, Star Lords, Big Wars, una cosa del genere. Il regista è, almeno in parte, il bravo Gareth Edwars, che scopriremo quanto sia stato ridimensionato dalla produzione.

Louise en Hiver 22 dicembre. Il nuovo film del grande vecchio dell’animazione francese Jean-François Laguionie, autore del delicato La Tela Animata e il visionario Gwen, il libro di sabbia.

Paterson 29 dicembre. Adam Driver driver Paterson in Paterson: poche cose ancora attendo come un nuovo film di Jarmusch. Siamo cresciuti assieme, anche se lui non lo sa.

Kubo e la Spada Magica è in sala già dal 3 novembre. È un’animazione in stop motion che però sembra in 3d, prodotto dalla Laika di Coraline. Promette bene e per grandi con piccini sembra un’alternativa più che valida alle istituzioni Disney e Dreamworks.

Knight of Cups (Terrence Malick 2015). Malick è tornato, più sperimentale che mai

knight of cups locandinaMalick è tornato. Con un film estremo, in linea con il percorso intrapreso con The Tree of Life e inciampato in To the Wonder, eppure diverso, risultato di una metamorfosi compiuta. Knight of Cups è la completa libertà di Terrence Malick, e la gabbia in cui potrà facilmente rinchiuderlo chi avrà maturato un’idiosincrasia con il suo modo di fare cinema. Fortunato lo spettatore che crede di poter fare a meno di Malick.

Rick (Christian Bale) è uno sceneggiatore, vive a Los Angeles e ha un rapporto per niente pacificato con l’esistenza, con suo fratello, con le donne e men che meno con suo padre. Lo osserviamo in diverse situazioni, in una successione frammentata eppure armoniosa di immagini, musica – spesso sorprendente e dissonante – e parole. Parole che si situano all’esterno del film e puntano al suo nucleo, non vincolate alle vicende del suo protagonista, che abita una pellicola ormai priva di dialoghi e di interazioni reali. Knight of Cups porta Malick allo sperimentalismo puro, al flusso filmico che unisce, in una forma vicina alla videoarte, un percorso fatto di stralci di memoria rivissuta, minime scene di vita, inserti astratti che compaiono per affinità analogiche. Immanuel Lubezki, già da The Tree of Life a Birdman a Revenant, mostra una fotografia in continuità (che qui ricorda anche lo splendido Samsara di Ron Fricke), lasciando che si richiamino fra loro scene solari e notturne, forme e luci artificiali e naturali, portando i personaggi a muoversi in un mondo che possiede l’armonia che a loro non appartiene.

In un cinema pienamente emotivo, in cui ogni attimo che passa sullo schermo è già superato, portando una separazione netta fra senso e visivo, l’uomo si situa ormai fuori dalla narrazione. Se nelle opere precedenti la natura mostrava il suo distacco, ma si rappresentavano comunque esseri umani guidati da identificabili istinti e finalità, adesso l’esistenza non riesce quasi mai a intrecciarsi con la realtà, e men che meno a influenzarla. L’unico episodio che il protagonista vive autenticamente, in forma non mediata e assopita dalla sua rielaborazione, lo vede trascinato in strada da un terremoto in strada, costretto a stendersi per terra, appiattito sul terreno, in balia di una forza finalmente reale, inevitabilmente esterna. Altri piccoli terremoti punteggiano la sua esistenza, rari avvenimenti destabilizzanti legati al padre e al fratello perduto, che sembrano contemporaneamente scuotere l’uomo e sprofondarlo in un sonno più profondo. Ricorre la ricerca affannata di una sensazione – ricerca che coinvolge, goffamente, anche il fratello minore del protagonista – mentre tutto si tramuta immancabilmente in un ricordo distante.

Knight of Cups non è un film perfetto, un film perfetto è Lo Specchio di Tarkovskij, non Knight of Cups. Malick è totalmente immerso nella sua idea del cinema, dell’uomo e della sua mancanza, perso più che in un’ossessione in una scelta antinarrativa consapevole e affascinante, fatta di uno sguardo sempre in movimento, fluttuante, che si rivolge verso l’alto, si perde nella moltitudine ripetuta delle cose e a volte viene incuriosito da impersonali dettagli documentaristici. Nella totalità della sua rappresentazione, Knight of Cups è un film con un’anima, un film che respira attraverso l’espansione e la contrazione dei sui quadri. Ci porta all’interno della fiamma dorata che era stata la visione più diretta della spiritualità di The Tree of Life, estende la sua esistenza e in diverse occasioni brucia le immagini, abitate da una luce accecante.

(4,5/5)

To the Wonder (Terrence Malick 2012)

to the wonder malick slowfilm recensione anteprimaIl minimalismo secondo Terrence Malick. Oppure la conclusione di una riflessione cominciata con The Tree of Life, con uno stile visivo simile e un’inversione di sostanza e contenuto. È sicuramente il film meno importate di Malick, quello dalla gestazione più breve e apparentemente legato a una minore ispirazione.

To the Wonder, primo dei tre film che dovrebbero uscire in tempi ristretti di un autore fino ad ora tutt’altro che prolifico, è ancora uno sguardo unico e inconfondibile, una danza di immagini e luce, stavolta trattenuta dalla terra, da una forza di gravità che opprime i personaggi, spinti verso il basso. Il tono elegiaco, l’ininterrotta musica panica, s’incontrano con vicende di notevole banalità. Rimane la ricerca del luogo dell’anima, degli spazi geometrici a raffigurare i rapporti fra personaggi e a stravolgere le convenzioni filmiche, in una tavolozza più limitata ma comunque vicina allo splendido Tree of Life, del quale peraltro ospita del materiale filmato.

Un Ben Affleck poco credibile, anche e soprattutto quando di nuca e silenzioso, gestisce svogliatamente una scialba storia d’amore con Olga Kurylenko, figura femminile eterea, coerentemente con la poetica dell’autore, ma lontanissima dal fascino realmente drammatico di una Brooke Adams ne I Giorni del Cielo. A voler riassumere le svolte narrative di To the Wonder non ci si discosterebbe dai temi di un film da Mtv. Con la differenza che un film da Mtv sarebbe un gioco fatto di montaggio colorato e musica pop, mentre l’ambizione e la smisurata grandezza connaturate al cinema di Malick stridono fastidiosamente con l’inconsistenza dell’operazione. Tutta questa bellezza, questa ricerca della meraviglia, per cosa?

To the Wonder parla d’amore, non c’è dubbio, perché il film è commentato dalla familiare voce over, che per l’occasione recita brevi frasi e aforismi contenenti una concentrazione strenua della parola amore, fino alla perversione definitiva: “cos’è questo amore che ci ama?”. La voce, come nei capolavori di Malick, non ha una stretta connessione con le immagini, non contribuisce a spiegarle, o a creare nessi logici. Mentre il montaggio rivendica possibilità quasi ejzenstejniane, con sequenze interrotte e valorizzate da attrazioni ideali e visive, il commento rincorre se stesso con uguale libertà, ma inevitabilmente e per pura coincidenza temporale, limita le possibilità di quanto si sta osservando.

Privato delle parole, compresi i rari e improbabili dialoghi, To the Wonder sarebbe un film più interessante. Così com’è somiglia a un incontro imbarazzato fra umano e divino.

(2,5/5)

En Attendandt: Only God Forgives di Nicolas Winding Refn, To the Wonder di Terrence Malick. I trailer.

only god forgives slowfilmC’è tantissimo mestiere dietro il trailer di Only God Forgives, il nuovo film di Nicolas Winding Refn; il mestiere di chi il proprio lavoro lo sa fare, perché l’attesa è enorme, ed è pienamente rivolta al capolavoro. Credo si tratti del promo che ho visto più volte, nella mia carriera di spettatore in cerca di motivi d’entusiasmo. È la prima volta che un film di Refn è così universalmente atteso e, nonostante i suoi film precedenti non siano da meno, è giusto che accada col Ryan Gosling di Drive.

Le sensazioni che si vogliono dare sanno molto di vendetta e Kill Bill, karaoke sintetici e Wong Kar Wai, luci al neon, campi medi frontali e altre cineserie.

Le prime europee sono previste per fine maggio, con una probabile presentazione a Cannes.

to the wonder malick slowfilm trailerTo the Wonder, invece, gran parte del mondo l’ha già visto. Rimandato più volte, l’ultimo Malick dovrebbe arrivare anche da noi il 4 luglio.

Purtroppo molte fonti, fra le quali alcune attendibili, lasciano intendere come il film non possa essere all’altezza di The Tree of Life, quel che si suol dire un capolavoro immortale, un pezzo fresco fresco di storia del cinema.

Ad ogni modo, si parla di Malick, l’attesa è notevole ed esasperata, già da qualche mese.

The Soft Bulletin: trailer da urlo per Harry Potter, lumi(ère) su Malick

GNIIIAAAAAAuu. Il trailer del capitolo finale della saga più commerciata degli ultimi tempi è scandito da una quantità di urlacci con effetto eco. Ne ho contati undici, più della metà, sempre identici, probabilmente sempre lo stesso, vengono da Voldemort – il pericoloso tizio senza naso – che probabilmente passerà il film a sgravare. Per riprendere fiato in una battuta si lancia nell'imitazione di Palpatine, mentre in un'altra scena è stato inserito Gandalf che cade giù da un posto molto in alto o in un buco molto profondo. GNIIIAAAAAAuu.

Tornando a Malick e l'ormai celebre caso delle pizze scambiate al Lumière di Bologna, riporto e sottoscrivo in pieno le parole di Ghezzi, che per l'occasione si preoccupa addirittura d'esprimersi nell'italiano più immediato:

the tree of life"Che per circa una settimana The Tree of Life sia stato proiettato con due rulli invertiti nella sala Lumière della Cineteca di Bologna, dopo aver trionfato al Grand Auditorium Lumière del Festival di Cannes, è l'alloro più intensamente preciso che potesse ornare il film di terrymalick."

Gli ultimi ghignanti attacchi alla pellicola, che gongolano rilevando come molti non si siano accorti dell'errore di proiezione, evincendo da questo un'incomprensibilità intrinseca del film e un'ammirazione preconcetta degli estimatori, hanno del ridicolo. Tutti i film di Malick, con parziale eccezione de La Rabbia Giovane, trovano gran parte della loro unicità e bellezza nell'essere accessibili in ogni istante e significativi in ogni fotogramma, nella costruzione di sequenze anche indipendenti, descrittive, nella narrazione fatta di stati d'animo, dettagli e suggestioni, nella storia dove si può in ogni momento immergendosi in un quadro complesso che ognuno può  interpretare e sentir vivere in sé. Che è poi quel che intendevo e riassumevo parlando di struttura paratattica.

Chedduepalle la solita zuppa, davvero non se ne può più
E il giorno dopo
Ma questa non è la solita zuppa, ehy, Terrence, neanche una zuppa sai fare
Che mondo confuso e scarsamente consapevole

Altra bella frase nell'articolo di Ghezzi:

"Tutto si mostra autorepertorio personale tratto dal più impersonale degli archivi, il mondo."

Infine, si sono ormai accumulati oltremisura i film visti di cui non sono riuscito a scrivere, in molti casi con dispiacere perché meritano. Appena possibile, saranno messe pezze.

The Tree of Life (Terrence Malick 2011)

the tree of lifeJack ricorda la sua infanzia e la sua gioventù nel Texas degli anni ’50, il suo rapporto col padre imponente e dispotico e la madre esile, leggera e gentile. Jack ha due fratelli, li vediamo bambini, mentre giocano e imparano assieme, ma sappiamo che il fratello minore di Jack morirà in guerra, a diciannove anni: ogni immagine del film è velata dalla perdita. Dal Texas The Tree of Life, come fu per 2001 di Kubrick, compie un salto vertiginoso nel tempo e nello spazio, stavolta all’indietro. Il regista mostra le origini del mondo, della vita e quindi della morte. Attraverso queste sequenze la storia personale di Jack si lega con quella universale e, particolare non irrilevante, in un film fortemente spirituale si cita l’origine “laica” dell’esistenza.

La spiritualità di Tree of Life è nel suo modo unico, incredibile, di essere cinema. In più di due ore non c’è un’inquadratura solita, una scelta di montaggio o di punto di vista che non sia pienamente significativa per la costruzione dell’opera nel suo complesso. La macchina da presa danza come trasportata dal vento, crea il movimento che avvolge i soggetti e si trasferisce agli stessi, rendendoli imprevedibili e inafferrabili. Osserva dal basso verso l’alto a trovare volti ed espressioni o dalla terra al cielo verso le fronde degli alberi, i tronchi che disegnano linee prospettiche e la luce che filtra fra i rami; colori limpidi, a volte abbaglianti, creano una dimensione onirica che racconta al tempo stesso vita e morte. Nei tratti autobiografici della sceneggiatura (anche Malick ha perso un fratello, prima della sua lunga assenza dalla produzione cinematografica), nella raccolta di frammenti e sensazioni si avvicina a Lo Specchio, il capolavoro di Tarkovskij, e mostra la madre fluttuare sull’erba, sospesa in una grazia ideale. Se solitamente assistiamo a una descrizione organica dell’ambiente, posto in una dimensione indipendente e preesistente rispetto al proprio oggetto, Tree of Life raggiunge una rappresentazione pienamente cristallina, dov’è l’ambiente che diviene oggetto e, ancor più che nella Sottile Linea Rossa, dove la sospensione della natura fa spesso da contrappunto alla presenza dell’uomo, l’ambiente si fonde completamente con le figure e le vicende umane, nella costruzione, per dirla ancora con Deleuze, di un cinema di veggente, non più di attante. Essenziale e particolare anche la gestione del suono, con le parole spesso non udibili o distorte nel tono, lontane dalla fonte dell’enunciazione, i rumori enfatizzati, la musica solenne che in ogni momento cambia lo stato della realtà e sposta il punto focale del discorso. Il primo piano di un personaggio che parla non è più l’immagine da cui far nascere una battuta di dialogo, ma la visione di un volto, uno sguardo o un’espressione.

A fronte dell’immenso lavoro del regista e della troupe, inimmaginabile se non attraverso la visione, per lo spettatore Tree of Life è un film semplice, e quel che gli si chiede è semplicemente di lasciarsi andare alla meraviglia, senza ricercare nella propria memoria gli snodi classici che solitamente lo accompagnano nella visione. Entrare nei ricordi, nel sogno, significa accedere a scene e sequenze dai legami deboli, dove anche la vicenda più piccola ha l’intensità dell’evento più significativo. Nella struttura paratattica del film non si ricerca una catena di causa ed effetto, ma si ritrovano in pochi gesti il rapporto tra fratelli, la crescita, il desiderio di fuga e riappacificazione; così la costruzione estetica e poetica di uno dei più significativi film sull’esistenza ci riporta a sensazioni intime e familiari.

(5/5)