Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

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13 Assassini (Takashi Miike 2010)

Che io ricordi Miike nelle sale italiane è passato solo un altro paio di volte. Nel 2003 con The Call, horror estratto a caso dalla sua sterminata filmografia (estrazione non fortunata, trattandosi di un filmetto), e il bizzarro Yattaman, recuperato recentemente dopo aver sbancato il Giappone nel 2009. 13 Assassini esce senza troppo ritardo (solo un anno, anche se Takashi nel frattempo ha girato altri tre film, almeno) e con una distribuzione non capillare ma reale: 99 sale. Questa la premessa per dire: Miike è al cinema, ci sta con un gran film, botta di culo, vallo a vedere. Andarlo a vedere, perché?

13 Assassini racconta le ultime frange e la dissoluzione del Giappone feudale, cento anni prima delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, come recita la didascalia che apre il film. Naritsugu, fratello dello Shogun, è una bestia psicopatica dall’attitudine sadica con sfumature masochiste (un tipo alla Kakihara, ma molliccio e antipatico). Per allietarsi le giornate fa cose così truci che si rende necessario un complotto per toglierlo di mezzo; a capo della sporca tredicina che dovrà affrontare l’esercito personale di Naritsugu c’è Shinzaemon, samurai tattico e determinato. Ne consegue tutto ciò che rende belli ed epici questi film: lo scontro fra guerrieri che sono cresciuti assieme, le caratterizzazioni dei samurai, ciascuno con la sua personalità e specialità, le strategie e gli inseguimenti, le frasi lapidarie che evocano la morte onorevole. Ed era da tanto che un film non proponeva in maniera così soddisfacente ed efficace questi archetipi, che personalmente adoro.

Miike dipinge le sue figure tragiche in una prima parte dai toni classici, come testimonia la consistenza analogicamente incerta della pellicola, e la sua mano è quella di un maestro. L’inquadratura virtuosa, spesso rinchiusa dalle pareti di carta delle case nobiliari, osserva le figure e ascolta i discorsi secchi e perentori, quindi si muove lentamente cambiando la configurazione del quadro, allarga la visuale, delinea i caratteri e i rapporti di forza, prepara allo scontro attraverso montaggi paralleli. Passando per scene che ricordano le terribili mutilazioni di Audition e una parentesi in cammino nelle nebbie della foresta, si arriva alla battaglia finale.

Battaglia che, con la sua durata di quasi un’ora, monopolizza tutta la seconda parte del film, in una rappresentazione radicale sulle tracce degli scontri senza fine di Izo o della guerra in tempo reale del sottovalutato Steamboy di Otomo.  Con la macchina da presa al centro dello scontro, in un moltiplicarsi di spade che tagliano l'aria e i corpi o che spuntano dal terreno come se da lì fossero nate, ci si immerge nella follia, in una carneficina dalla forza brutale.

Se altri film, rielaborati anche dal western occidentale, mettono in scena la difesa di un villaggio o il conflitto fra clan rivali, in 13 Assassini è centrale la guerra interna e autodissolutoria di una casta, di un sistema di potere, si evoca il bene del popolo e lo si contrappone alla funzione ornamentale dell’aristocrazia. Il messaggio è forte quanto la sua rappresentazione cruda e diretta, e nei suoi eccessi caratteristici e visivamente accurati Miike riesce a realizzare un’opera classica e modernissima, che nella violenza e l’azione non perde mai di vista la sua dimensione crepuscolare.

(4,5/5)

Sukiyaki Western Django (Takashi Miike 2007); L’Uomo nell’Ombra (Roman Polanski 2010)

sukiyaki western djangoIn un film di Miike con la benedizione e la presenza di Tarantino non può esserci meno di tutto. Si comincia con un’impalcatura alla Per un Pugno di Dollari, col pistolero solitario diviso fra due bande rivali, quindi si trovano assurde citazioni shakespeariane, ricordi sovraesposti, simbolismi melodrammatici, coloratissime efferatezze, demenzialità assortite e un bel momento di danza con musica live. Eccessivo e geniale, spietato e divertente, Sukiyaki Western Django è uno dei migliori film di Takeshi Miike, che sa ricomporre e rielaborare col rispetto e l’amore per il cinema che nobilitano ogni assurdità.

sukiyaki-western-djangosukiyaki-western-djangosukiyaki-western-django(4/5)

Recuperato anche L’Uomo nell’Ombra. Voglio anche io uno studiolo così.

l'uomo nell'ombra
l'uomo nell'ombraRiferimenti diretti a Blair e alla sua accondiscendenza (massì, oggi adopero un lessico del tutto urbano) verso la politica americana, ma anche un inquietante accenno a fughe giurisdizionali prima che il regista venisse beccato in quel di Zurigo. Il thriller di Polanski ha una trama moderatamente interessante e non priva di forzature e pretestuosità, ma un aspetto dannatamente solido, dovuto a una fotografia fredda e maniacale. Ogni inquadratura racchiude un vuoto vertiginoso, si perde nelle linee prospettiche e negli spazi che si aprono alle spalle dei personaggi. Gli ambienti tanto naturali quanto artificiali minacciano il protagonista fin dalla prima scena, lo isolano, lo privano d’equilibrio, ne anticipano ogni caduta. Un film soprattutto da osservare, da abitare.

l'uomo nell'ombral'uomo nell'ombra(3,5/5)

YatterMan / YattaMan (Takashi Miike 2009)

Yatterman-YattamanCi sono alcuni elementi  sorprendenti, legati all’esistenza di Yatterman, che sono poi altrettante conferme al fatto che il Giappone, visto da qui, continua ad essere un luogo dove avvengono cose strane. Ed è per questo che ci piace. Il primo elemento è che a dirigere la trasposizione del popolare cartone animato, destinata a grandi e piccini (piccini giapponesi, qui credo che scene come quella dell’orgasmo esplosivo fra il robot-cane e il robot-donna popputa non farebbero saltare di gioia le mamme dei bambini italiani), sia il regista  di una delle più alte vette di efferatezza raggiunte in un film commerciabile: il seminale, in tutti i sensi, Ichi the Killer. Nonché l’ideatore delle deliziose cerbottane da vagina, ma, è vero, anche della poesia di Bird People in China, che non è però paragonabile, come sforzo produttivo. Il che ci porta al secondo elemento, cioè l’innegabile cura e profusione di mezzi impiegati nella realizzazione di Yatterman che, al di là di ogni altro giudizio critico, è indubitabilmente un’idiozia. Infine, a chiudere il cerchio, c’è che questo esperimento bizzarro nel Paese d’origine pare l’abbiano visto più o meno tutti.

Yatterman ricalca tutti i passaggi obbligati dell’anime, riproduce nei dettagli i protagonisti, ma vedere le loro spudorate assurdità nei colori sgargianti di Miike, i ridicoli balletti fatti da esseri umani, i robottoni riprodotti in solida plastica luccicante, sono cose che, dopo i primi minuti di sgomento, divertono. Da un punto di vista visivo, il regista crea un mondo gioiosamente (nip)pop che non ha niente da invidiare ad altre produzioni più serie o seriose, mentre da quello narrativo, dato dalla mera giustapposizione della trama standard di una manciata di puntate, il ritmo e soprattutto l’inventiva che si trova nei numerosi scontri permette che il tutto sia sempre quantomeno potabile. Rispetto all’anime, quindi, Yatterman non si evolve, ma il vestito di Miike lo rende parecchio più bello.

(3,5/5)
 

Visioni dall’Estremo Oriente – una poetica dell’immagine

Fino a pochi anni fa le possibilità di vedere opere provenienti dalla Cina, Taiwan, Giappone, Corea, erano limitate a pochi titoli, ed unico portatore di questa “cultura altra” era Enrico Ghezzi, dalla sua nicchia finesettimanale in orario per licantropi e vampiri. Oggi, per una parziale apertura del mercato, per l’attenzione di alcune cineteche, ma soprattutto per l’aiuto delle nuove tecnologie solidali, il paniere dei titoli reperibili è molto cresciuto.
Il circuito principale ed ufficiale predilige il cinema di genere, specialmente horror, dove la produzione hollywoodiana ha trovato numerosi spunti per remake più o meno riusciti. Le opere importate presentano dei tratti comuni molto rigidi e ripetitivi, che una volta assimilati rendono il filone poco interessante. Mi riferisco ai vari Ringu, Ju-on, Dark water, The eye…
 
Concentrandosi, invece, sul cinema così detto d’autore, la critica che gli viene spesso mossa è di essere eccessivamente “lento”. Quello asiatico è un cinema che parla poco, ed è questo lo scarto principale rispetto alla produzione cinematografica che ha adottato e cui ci ha abituato l’occidente. Da qui discende una predilezione per l’immagine e la sua costruzione, la narrazione attraverso il mostrare, che richiede maggiore attenzione, partecipazione ed interpretazione da parte del destinatario.
Un cinema fatto prevalentemente di immagini dà agli oggetti la stessa dignità degli attori, permette una frammentazione della storia in rapidi flashback, permette di specificare situazioni e stati d’animo attraverso la rilevanza del contesto, che si fa espressione delle soggettività del personaggio e del regista. Permette notevoli ellissi, essendo l’attenzione concentrata sull’immagine, che presentifica tutto quel che mostra, con vincoli minori di esaustività ed esplicitazione. Allo stesso tempo una narrazione di questo tipo dissemina di punti focali l’intera pellicola, diminuendo l’importanza della storia complessiva, dell’evoluzione del personaggio e di tutti quei passaggi chiave propri del nostro cinema.
 
È probabilmente questa predilezione per il visivo uno dei fattori che ha portato il Giappone ad essere uno dei primi Paesi in cui l’arte dell’animazione ha assunto dignità pari a quella del cinema "dal vero": l’armonia del visivo ricercata in tutte le pellicole trova naturale espressione anche in altre forme, che siano distaccate dai vincoli del reale e che possano esprimere compiutamente la poetica dell’autore. In questo campo i nomi di spicco sono quelli di Miyazaki (Principessa Mononoke, La città incantata, Il castello errante di Howl), Otomo (Akira, Steamboy) e Oshii (Ghost in the shell, Innocence).
 
Chiusa la parentesi sull’animazione, un vero e proprio “maestro del muto” è il taiwanese Tsai Ming-liang. Opere come Vive l’amour, Che ora è laggiù, e l’ultimo Il gusto dell’anguria, creano una cifra stilistica, di chiara derivazione teatrale, dove il modo di mostrare le cose prevale su quel che viene mostrato e sull’intreccio. Lunghi pianosequenza a camera fissa, assenza di colonna sonora extradiegetica, rarissimi dialoghi, la ricerca di simmetrie fotografiche all’interno di soliti paesaggi urbani, sono gli ingredienti che rendono il suo cinema una testimonianza memoriale, uno sguardo personale sull’individuo, colto nella sua normalità e quindi universalità.
 
Più noti al grande pubblico Takeshi Kitano, che riesce a creare splendidi, vanitosi (anti)eroi (Hana bi, Sonatine…), oppure con Dolls affoga delle leggende metropolitane nell’estetismo più puro, rendendole struggenti; e Wong Kar-wai, autore di quell’In the mood for love diventato il simbolo del melodramma made in Hong Kong, formalmente e sentimentalmente perfetto.
Qualche parola vorrei spenderla per due autori giapponesi che non hanno ancora trovato posto nel mercato italiano, ma che sono fra i registi più significativi presenti sulla piazza. Il primo è Shunji Iwai, le sue opere migliori un mediometraggio di poco più di un’ora, Pic-nic, delicato equilibrismo fra nostalgia, ricerca visiva, poesia, follia. Altro è All about Lily Chou Chou, dove in più di tre ore si segue la vita di un gruppo di ragazzi, mescolando avventure formative, ironiche, drammatiche, in un’affascinate bulimia tematica ed espressiva.
Il secondo è Takashi Miike, iperattivo nella sua produzione media di 5 film all’anno. Nelle sale italiane s’è visto solo il pessimo The call, mentre decine sono le opere d’ogni genere ben più apprezzabili. Il Miike poetico è l’autore di Bird people of China, quello più sconvolgente il creatore di Ichi the killer. Quest’ultimo, che ha visto crescere attorno a sé una fama ammirata e timorosa, è un film che per la violenza espressa è decisamente fuori media, ma è un buon esempio di come un ottimo regista possa fare di un b-movie un’opera importante, estremizzando le possibilità del genere fino a trovare dei punti di contatto con la videoarte. Ichi dà la possibilità di confrontarsi con una concezione della morale e soprattutto del visibile (o meglio del “mostrabile”) che ci è culturalmente distante, e che quindi non può che portare ad un arricchimento.