Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

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I film da vedere durante il novembre e il dicembre dell’anno più 2016 che si ricordi.

arrivalAgile promemoria dei titoli da raggiungere in sala in questi due ultimi mesi del 2016, che le coincidenze distributive hanno arricchito di corazzate mainstream e zampate d’autore finalmente riportate alla luce anche da noi.

Knight of Cups, dal 9 novembre. Nonostante sia intrattenimento diffuso sparare sull’ex venerabile Terrence Malick, non credo ci sia in giro qualcosa di visivamente paragonabile a questo Fante di Coppe.

Arrival 24 novembre. In attesa di Blade Runner 2046, l’approdo dell’ottimo Denis Villeneuve alla fantascienza.

Rogue One 15 dicembre. Non se ne sa molto, pare sia connesso a una serie di nicchia, Star Lords, Big Wars, una cosa del genere. Il regista è, almeno in parte, il bravo Gareth Edwars, che scopriremo quanto sia stato ridimensionato dalla produzione.

Louise en Hiver 22 dicembre. Il nuovo film del grande vecchio dell’animazione francese Jean-François Laguionie, autore del delicato La Tela Animata e il visionario Gwen, il libro di sabbia.

Paterson 29 dicembre. Adam Driver driver Paterson in Paterson: poche cose ancora attendo come un nuovo film di Jarmusch. Siamo cresciuti assieme, anche se lui non lo sa.

Kubo e la Spada Magica è in sala già dal 3 novembre. È un’animazione in stop motion che però sembra in 3d, prodotto dalla Laika di Coraline. Promette bene e per grandi con piccini sembra un’alternativa più che valida alle istituzioni Disney e Dreamworks.

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

Bagni di realtà

Negli ultimi anni mi ero abituato alla montagna. Il mare mi spinge a riconsiderare l’umanità dei film di Sorrentino in una visione molto più realistica, molto meno iper. Il regista fa questo, mette tutti perennemente in costume, sfrontati, goffi e fragili, e alle prese con un ambiente troppo vasto e distante perché si possa sperare di influenzarlo.

Room (Lenny Abrahamson 2015), La Grande Scommessa (Adam McKay 2015), Mistress America (Noah Baumbach 2015)

room slowfilm recensioneHo visto Room quando ho scoperto che ha la regia di Lenny Abrahamson, ma non è troppo diverso da quello che avevo ipotizzato. È un film estremamente emotivo, in alcuni momenti difficilmente sostenibile. Abrahamson mette in scena una descrizione partecipata dell’azione che spezza il fiato, un po’ come fece, a memoria, Bloody Sunday di Greengrass. Ma Abrahamson, ed è il motivo per cui mi piace, solitamente fa il contrario: lascia distendere racconti privi di scene topiche e dirige con distacco storie di un’umanità posta o che si pone ai margini, lasciando che sia lo spettatore a doversi avvicinare a loro. Room invece travolge lo spettatore, con meccanismi che qualcosa di ricattatorio comunque ce l’hanno, lasciando gran parte del lavoro – altra cosa che non amo – a un bambino di cinque anni e ai rischi che questo corre. Di certo il film è ben fatto, un meccanismo ben congegnato, che colpirà soprattutto le donne per il rapporto madre figlio totalizzante e doloroso. Dopo una prima parte dedicata al thriller e l’ansia, Room ne ha una seconda più psicologica che descrive la totale identificazione nella figura altra, gli egoismi che ne nascono e i conseguenti sensi di colpa, la difficoltà della relazione con l’esterno e della sua comprensione. Il tutto in maniera fin troppo efficace e diretta. (3/5)

la grande scommessa slowfilm recensioneLa Grande Scommessa è dinamico e divertente, cosa strana (ma forse neanche così strana) da dire su un film che parla di speculazioni legate alla bolla del mercato immobiliare, che dal 2005 porterà alla crisi finanziaria l’America e gran parte dell’Occidente. Ho letto da più parti che si tratterebbe di un lavoro difficilmente comprensibile: non è vero. In una sorta di operazione Michael Moore 2.0, anzi, il film tratto dal libro di Michael Lewis ha fra le sue principali missioni quello di spiegare passaggi e tecnicismi, rendendoli quanto più immediati e appetibili. E, pur rimanendo a un livello inevitabilmente superficiale, ci riesce alla grande. Ci saranno, così, veri e propri siparietti con la celebrità di turno intenta a esporre in un discorso diretto con lo spettatore le basi della crisi, con linguaggio alla mano e in circostanze ancora più ammiccanti, a cominciare da una Margot Robbie impegnata in un bagno in vasca. Questa via di mezzo tra fiction e documento, con le spiegazioni rivolte direttamente allo spettatore, non mi è nuova ma, al momento, mi ricorda giusto il Riccardo III di Al Pacino, che di tanto in tanto si voltava verso il pubblico per giustificare salti di intere parti o riassumerne e commentarne altre.

La sfilata di stelle, comunque, non è solo quella dedicata alla didattica frontale. Da Chritian Bale a Brad Pitt, da Ryan Gosling a Steve Carell, è pieno di attoroni che in pochi frasi e movimenti degli zigomi ti tratteggiano un carattere, ed è soprattutto questo aspetto scorsesiano il bello del film. Rimane l’impressione, però, che a voler costruire una serie di personalità accattivanti, ci si sia ridotti a dipingere ogni strafottutissimo speculatore come un antieroe che salverebbe volentieri il mondo, ma è invece obbligato, suo malgrado, a limitarsi a diventare tremendamente ricco. (3,5/5) 

mistress americaMistress America. Mi dispiace non averne scritto prima, perché a Baumbach voglio molto bene, e da Frances Ha anche a Greta Gerwig. Attrice e personaggio molto intrigante, che ha scritto il film con Baumbach e dà sempre l’impressione di portare sullo schermo una buona parte di sé; una cosa che credo si possa definire autenticità, ma che nel caso della Gerwig sembra andare a braccetto con tanto intelligente lavoro di costruzione e, in un certo senso, sperimentazione. Mistress America è un film di amicizia femminile, (ancora) più minimale e logorroico di Frances Ha, e per questo meno immediato. Motivo per cui mi sono ripromesso di rivederlo, ma ovviamente non è ancora successo. Un film parlato fino alle estreme conseguenze, eppure non ridondante, o rintronante, e comunque piuttosto asciutto. Alla costruzione dell’originale personaggio affianca riflessioni universali sulla ricerca di qualcosa cui valga la pena di dedicare la vita, sull’arte, sulla fragilità dei rapporti e su come, tutto sommato, alcuni rimangano comunque sottopelle. Un gioiellino che dura quanto un tempo di un film medio di supereroi, un’ora e venti. Devo rivederlo. (4/5)

Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl

zoolander 2 recensione slowfilmTutti vogliamo bene a Ben Stiller, ci mancherebbe altro. Per quanto ci è dato sapere, sembra una personcina a modo, dal punto di vista professionale è un attore anche molto bravo, come autore non è mai riuscito a realizzare qualcosa che vada oltre la manciata di trovate caricaturali abbastanza divertenti. Zoolander n°2 (Ben Stiller 2016) non fa eccezione, con l’aggravante che la manciata di trovate consiste in una labile variazione sul format creato col primo Zoolander. Lo spot con l’animale fantastico, le faccine, l’esibizione di stupidità autolesionista, il ricorso a figure del jet set chiamate a vestire i loro esagerati panni, le pose snodate e sgraziate, sono tutti elementi ripresi dal primo capitolo. Riproposti per accumulazione e colpiti da elefantiasi, cresciuti assieme al budget fino a diventare più appariscenti, ma non più divertenti. I personaggi sono affetti da una tale forma di idiozia da rendere praticamente impossibile qualsiasi caratterizzazione o attaccamento alla storia. Dei corpi buffi si muovono imprevedibilmente in una trama sgangheratissima, funestata anche dalla presenza del bambino, sintomo evidente della mancanza di impegno creativo. La sceneggiatura a otto mani che parte da Justin Theroux è completamente allo sbando, farsa autocompiaciuta e del tutto innocua, che si barcamena fra un ammiccamento e l’altro, gestendo alla cazzo i tempi comici.

deadpool recensione slowfilmÈ andata meglio con Deadpool (Tim Miller 2016), per la verità un intrattenimento più valido di quanto prevedessi. La storia, si sa, è quella di un superantieroe violento e volgare. Il film ha un certo ritmo, un flusso cadenzato di azione, citazionismo, discorsi diretti con lo spettatore e battute tendenzialmente molto cretine, ma che funzionano nel costruire un personaggio molto cretino. A distanza di 26 anni, anche se lo si vuole far passare come qualcosa di rivoluzionario, Deadpool è sostanzialmente l’incontro tra il fantastico per adulti Darkman, del buon Raimi, e il pecoreccio umorismo statunitense della scuola Apatow. Il risultato è un eroe in maschera, comunque targato X-Men, ormai totalmente scantonato dal pubblico infantile, espressione ultima e sostanzialmente riuscita di un manistream per adulti alla ricerca di minchiate. I limiti di Deadpool sono tutti voluti, quindi per chi vuole stare al gioco il film è assolutamente valido. A questo si aggiungono scene d’azione fisiche e ben fatte, senza aspettarsi, beninteso, di vedere niente oltre il comunemente consentito.

carol recensione slowfilmPassiamo alla lotta. La maggior parte dei pregi di Carol (Todd Haynes 2015) sono evidenti e indiscutibili. Una Cate Blanchett perfetta, uno dei pochi sguardi, volti, corpi, che possano riproporre con efficacia la forza e la consapevolezza della diva classica. In un film che, in ogni istante, denuncia la sua fascinazione nei confronti dello stesso classicismo, attraverso una messa in scena elegantissima, dai colori caldi, che esalta agli occhi dello spettatore l’evolversi e il mostrarsi dell’intreccio dei sentimenti. C’è molto melò e poco dramma nel film di Todd Haynes, pur rappresentando l’amore fra due donne (la seconda è Rooney Mara) nella new York del 1952. Quello descritto da Carol è un amore intimo e romantico dove, al di là di quanto di solito ho letto, l’aspetto dello “scandalo” sociale ha davvero scarsa rilevanza. Anzi, il rapporto fra le due donne sembra quasi donare al tutto una sorta di evidente e irrinunciabile purezza, che in qualche modo le difende, nel momento in cui sono costrette a relazionarsi con i vecchi amori che scelgono di abbandonare. La storia di Carol è quindi quella fra le due protagoniste, due donne diverse per aspetto, età, esperienza, che hanno in comune la sincerità della propria passione e, prima una poi l’altra, mettono in mostra la propria fragilità, scambiandosi e confondendo i ruoli, in una sorta di danza.

the danish girl slowfilm recensioneSe i primi due titoli sono tra le manifestazioni attualmente più in voga del cinema maggioritario e d’intrattenimento, quest’ultimo dovrebbe rientrare, assieme a Carol, nelle espressioni del cinema impegnato, dall’impronta autoriale e i temi audaci. Col piccolo particolare che Tom Hooper è invece un autore fra i più istituzionali, e qui non si smentisce. L’autore de Il Discorso del Re con The Danish Girl (Tom Hooper 2015) ci porta all’inizio del ‘900, lungo la storia del pittore danese Einar Wegener, e del doloroso percorso che lo renderà il primo transessuale della storia. Non mi dispiace il lato estetizzante di Hooper, che qui in tutta la prima parte lo porta a una rappresentazione smaccatamente pittorica, uno scambio di volumi e colori fra arte e realtà, che sarà forse un po’ scolastica, ma bella a vedersi e certo, nella realizzazione, non alla portata di tutti. Anche la costruzione del rapporto fra Einar (Eddie Redmayne) e la moglie, anche lei pittrice, Gerda Wegener (Alicia Vikander), all’inizio funziona. Il protagonista osserva – avendo cura di non essere osservato – il corpo femminile, le forme e i movimenti, con pudore, provando a celare l’ammirazione che custodisce la voglia di emulazione. Quando la storia procede, però, la scelta di non esasperare i toni porta il film a concentrarsi sulla prova attoriale di Redmayne, in una ripetizione piuttosto oleografica di sguardi e sospiri. The Danish Girl, alla fine, appare un film dove ogni personaggio non sembra celare niente oltre quello che sia stato più volte detto e mostrato e, al tempo stesso, un film dove ogni tono, immagine e relazione sia stato eccessivamente levigato e mitigato.

Zoolander n°2: 2,5/5

Deadpool: 3,5/5

Carol: 4/5

The Danish Girl: 3/5

Ora o mai più – frammenti biascicati di una quantità di film

la donna che canta slowfilm recensioneLa Donna che Canta (Denis Villeneuve 2010) è il mio terzo Villeneuve, e conferma il canadese come uno degli autori più interessanti in circolazione. Tratto dall’opera teatrale Incendies di Wajdi Mouawad, dell’impostazione teatrale non ha però nulla. In diversi luoghi e tempi racconta una dolorosissima storia del Medio Oriente e le sue guerre, vissuta sulla pelle di una donna e sua figlia, in viaggio sulle tracce del passato della madre. Come e meglio di Prisoners, Villeneuve mostra senza fare sconti allo spettatore, lascia montare ansie e sentimenti inquieti, conservando assieme al rigore estetico una tensione alla sincerità che esclude qualsiasi dubbio effettistico o ricattatorio. Villeneuve gestisce i suoi personaggi da lontano, quasi sempre vieta loro delle reali interazioni per lasciare che a guidarli siano gli avvenimenti, che lasciano segni profondi. Il film, in ogni scena teso e significativo, contiene anche una sequenza, dal punto di vista emotivo, davvero difficilmente sostenibile. Questo e Enemy sono due film importanti.

big eyes slowfilm recensioneHo aperto col titolo a cui più tenevo, vado oltre. Big Eyes (Tim Burton 2014), l’ultimo Burton, qualcuno lo ricorda ancora? Sinceramente speravo in un riscatto, un colpo di reni, speravo che, come con Ed Wood, il vincolarsi a una storia reale avrebbe dato forza all’esangue Tim. Non è andata così, anzi Big Eyes è uno dei suoi film più vuoti e futili, un buco nell’acqua sotto ogni aspetto, dalla sceneggiatura, alla direzione degli attori, alla critica del mondo dell’arte, ai goffi tentativi di metterci dell’ironia. Con un soggetto sulla carta interessante, fare di peggio non sarebbe semplice. Invece, meno orribile di come in genere lo si dipinge, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (Peter Jackson 2014) è un film che si lascia vedere. Un action fantasy con ritmo e un Martin Freeman che dà al suo personaggio una certa credibilità. Di per sé sicuramente non un capolavoro, ma all’interno della saga e del genere non credo sia affatto il peggiore.

Big Hero 6 slowfilm recensioneAdesso c’è un intermezzo animato. Dei tre che sto per citare, Big Hero 6 (Don Hall, Chris Williams 2014) è il migliore. Produzione Disney, è un film. Cioè segue lo svolgimento canonico di un film, introduce e lascia sviluppare i suoi personaggi, non affretta i tempi, ha una buona scrittura. Divertente, commovente, prevedibile ma abbastanza intenso da distrarre lo spettatore, è un ottimo film per famiglie. Una cosa che, invece, non somiglia tanto a un film, è I pinguini di Madagascar (Eric Darnell, Simon J. Smith 2014), che è invece frammentatissimo, un montaggio frenetico che finisce per appiattire ogni momento della narrazione, riportando ogni scena all’azione e alla sorpresa. Non mancano quadri e battute divertenti, ma alla lunga stanca. Dragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014) è invece un film non tanto riuscito. Ottimo lavoro il primo, qui le idee sono scarsissime, si procede per accumulazione visiva e si tirano in ballo “colpi di scena” anche radicali, senza dare loro il giusto peso. Un numero due piuttosto anonimo e banale, peccato.

wake in fright slowfilm recensioneSi chiude con tre titoli non propriamente mainstream. Wake in Fright – Outback (Ted Kotcheff 1971) sta (ri)vivendo in questi mesi una sorta di consacrazione underground. Film dalla storia controversa, prima distrutto e dimenticato, poi ristrutturato e rivalutato con la sponsorizzazione di Martin Scorsese. Il canadese Kotcheff, fra le altre cose regista del primo Rambo, porta in Australia una storia decisamente sui generis. Devo dire, però, che non mi sento di partecipare allo stupore e l’adorazione diffusa. È comunque un’opera peculiare, ed è purtroppo passato troppo tempo dalla visione per parlarne seriamente. Parte nel migliore dei modi, con il silenzio, il sudore, il deserto australiano, le lunghe inquadrature frontali. Si incrociano elementi, dettagli, personaggi stranianti. È quando inquadra i suoi temi principali che lascia trasparire un intento moralista: il protagonista che finisce nel buco del culo dell’Australia e qui beve birra, in continuazione, come tutti, bevono sudano, bevono ancora, e fanno cose malaticce. L’accumulazione e la dissoluzione, la discesa all’inferno, l’insistenza, portano il film non lontano dai confini ristretti di una pubblicità progresso. Confini asfittici, per una pellicola incredibilmente polveroso che sembrava volersi perdere nei campi lunghi, gli sguardi desola(n)ti e  le interazioni eccentriche. Anche l’epilogo, che rinchiude l’esistenza (?) del protagonista nella coazione a ripetere di un cerchio sadico e punitivo, va verso la stessa direzione. Altro motivo di perplessità una lunga, lunghissima scena di reale eccidio di canguri, che una didascalia in chiusura dichiara finalizzata a portare l’attenzione su una pratica barbara, ma nei fatti non va molto distante dalla sadica, violenta e malsana pornografia di Jacopetti e dintorni.

brojen hill blues slowfilm recensioneCommedia indie di alleggerimento: What We Did on Our Holiday (Andy Hamilton, Guy Jenkin 2014) è un filmetto britannico con famiglia allo sbando, bambini, nonni, e una gradevole Rosamund Pike. Un incipit e in generale una prima parte divertente, poi prende il sopravvento l’idea di trattare piuttosto male un sacco di cose, e la deriva da sentimentalismo desaturato di nicchia rende irriconoscibile gran parte di quel che di buono si era costruito. Con Broken Hill Blues (Sofia Norlin 2013) si vede la fine. In tutti i sensi: è un titolo impregnato di sentimenti finali e definitivi. Kiruna, la città più a nord della Svezia, e un gruppo di ragazzi. La neve, il gelo, la voglia di scappare o sparire e un senso perenne di minaccia che ricorda Noi Albinoi. Se nel film di Kari la minaccia era però un enorme ghiacciaio naturale che incombeva sulla cittadina, sono gli abitanti di Kiruna a scavarsi letteralmente la terra sotto i piedi. La città è costruita sulla miniera di ferro che rode le sue fondamenta, ed è squassata dalle continue esplosioni degli scavi. Broken Hill è molto vicino al documentario, inquadra volti e spazi reali e riduce all’osso gli espedienti filmici, che risultano dunque tanto più efficaci nella costruzione di un’atmosfera straniante, densa d’ineluttabilità.
la donna che canta: 4,5/5
big eyes: 2/5
lo hobbit – la battaglia delle cinque armate: 3/5
big hero 6: 3,5/5
dragon trainer 2: 2,5/5
i pinguini di madagascar: 2,5/5
wake in fright: 3/5
what we did last summer: 2,5/5
broken hill blues: 4/5

Minima Immoralia: Le Meraviglie (Alice Rohrwacher 2014), Apes Revolution (Matt Reeves 2014), Predestination (Michael e Peter Spierig 2014)

le meraviglie slowfilm recensioneDa Le Meraviglie, Gran Premio della Giuria di Cannes, sinceramente mi aspettavo qualcosa in più. Non che sia un brutto film, ma se si vuole (finalmente) portare attenzione su opere del genere, ce ne sono di più decise, originali e d’impatto. Il film di Alice Rohrwacher ha una certa grazia (e durezza) documentarista, ma col passare dei minuti non riesce a rinunciare a elementi narrativi esplicitamente finzionali, che spingono per esplicitare dei precetti che un film con una grana del genere dovrebbe evitare di imporre in questo modo. Le Meraviglie nasce sospeso e poi si lega a un apparato stanco di critica sociale e simbologie meccaniche. Una splendida unione di realtà e fiction il cinema italiano lo ha toccato con La Bocca del Lupo, un incontro tutt’altro che banale fra natura e cultura con Le Quattro Volte, e, ancora, Minervini racconta con linguaggio documentario conservando un rigore, e quindi una forza, che Le Meraviglie non ha.
(3/5)

apes revolution slowfilm recensioneBene, questa è una categoria residuale dove si ammassano titoli visti un po’ di tempo fa: l’accostamento, quindi, è da doccia scozzese. Non so cosa sia successo alla produzione della nuova serie di Planet of the Apes, tutto sommato non ho trovato il turbamento e l’interesse necessari a farmi fare delle ricerche serie, ma Apes Revolution, a fronte di un primo capitolo convincente, è un sequel imbarazzante. È cambiato tutto: regista, attori, sceneggiatori, protagonisti, a parte il mutante digitale Serkis. Apes Revolution – in originale Dawn of the Planet of the Apes – è un blockbuster inconsistente, a impatto zero (roba non da poco per un film postapocalittico), dai meccanismi banali ed innocui, con alcuni (non pochi) momenti di trash inconsapevole, ma non per questo meno colpevole. Avrei bisogno di cancellare dalla memoria l’immagine di una scimmia che sta in piedi su un cavallo al galoppo, e smitraglia con aria cattiva tenendo un uzi per mano. Il tutto al rallentatore, come fosse una scena de Il Mucchio Selvaggio. Film di prepotente bruttezza, sotto ogni punto di vista.
(2/5)

predestination slowfilm recensionePredestination, degli australiani Spearig Brothers, è il loro film nuovo nuovo, pur sembrando concettualmente precedente al più celebre Daybreakers (2009). Perché Daybreakers è un brutto film, questo piccolo Predestination sembra invece la tesi di laurea, l’esordio fintamente cerebrale che ti consente, poi, di approdare ai brutti film. Si tratta della classica idea da cortometraggio stiracchiata, un marchingegno il cui unico interesse consiste nell’esporre un’unica intuizione, che gli autori abbiano ritenuto molto affascinante. Non ci sono dettagli, digressioni dal focus, né invenzioni di alcun tipo in Predestination. Quasi tutto girato in interni postindustriali e anonimi, l’unica scelta degna di interesse è un lungo dialogo in un bar, probabilmente inserito più per esigenze di minutaggio che per altro, ma abbastanza ben gestito. Brava Sarah Snook, credibilmente androgina, tutto il resto è un giochino che si prende sul serio.
(2,5/5)