Gimme Danger (Jim Jarmusch 2016) Iggy Pop si racconta e ricorda gli Stooges, in una centrifuga di suoni, immagini e rumori

gimme danger slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Al cinema è una serata speciale, costa dieci euro. È speciale perché costa dieci euro. Costano di più, e non ci sono possibilità di riduzioni, le proiezioni di film aggressivamente mainstream, dagli Star Wars in giù, per identificare in questo modo la potenza dell’evento. Stesso destino per le proiezioni che hanno una distribuzione limitata a un paio di giorni, perché sono cose molto ricercate, per un pubblico motivato che in questo modo sostiene lo sforzo di portare in sala, seppure per poco, titoli che altrimenti non arriverebbero ai cinema italiani. In un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film normali, con registi e attori normali, in un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film con Colin Firth.

Andiamo a Gimme Danger, un documentario indirizzato ai fan degli Stooges e a quelli di Jim Jarmusch (reduce del bellissimo Paterson). Io faccio parte dei secondi, ma a poter essere davvero contenti – e neanche con assoluta certezza – potranno essere i primi, che si delizieranno del lungo racconto di Iggy Pop. L’Iguana, che quest’anno ne compie settanta, è seduta su un trono, con la faccia conciata di sempre, le vene delle braccia in rilievo, i piedi nudi e le dita disidratate delle mani che intrecciano quelle dei piedi. Oppure è seduta su una più umile sedia, dietro di lui s’intravede una lavatrice e dei panni, una lavatrice come quella che faceva da sfondo alle interviste a Neil Young in Year of the Horse. Non credevo che l’avrei ritrovata, mi era già sembrata un grumo di minimalismo un po’ forzato. Invece rieccola, deve significare qualcosa, questo associare il rock alla pulizia dei propri abiti, alla centrifuga, a un elettrodomestico bianco di forma parallelepipedale, ma non saprei dire cosa, non con apprezzabile certezza. Iggy racconta, snocciola aneddoti, sulla sua gioventù, sulle prime band, la passione per la batteria, l’incontro con quelli che saranno gli Stooges, la vita da comunista, perché condotta in una comune con i soldi in comune, la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 nella sua interpretazione materiale e disincantata, e un mucchio di altre cose. I primi concerti, le droghe, gli scioglimenti e le riunioni della band, naturalmente.

Il film prende una forma piuttosto canonica, con i frammenti di intervista mescolati a immagini e brevi filmati d’archivio, agli incontri con altri membri del gruppo. Mentre il batterista Scott Asheton appare spiritualmente dislocato in un tempo che non è precisamente quello presenziato dal suo corpo, un cenno particolare lo merita il chitarrista James Williamson. Sembra essere l’unico a cui tutto accade naturalmente, senza conseguenze considerevoli: splendida e trasgressiva icona rock, quando il suo ruolo è quello, nel 1975 diventa un perfetto ingegnere elettronico. Elegantemente imbolsito nei suoi lineamenti e nella consistenza peculiarmente americani, dopo essere andato in pensione alla Sony torna sul palco con Iggy negli inoltrati anni ’00. Ed è bello pensare a questo ingegnere abbastanza anziano, abbastanza in pensione, da poter tornare a fare rock pesante, cattivo, teatrale.

Al centro di Gimme Danger c’è il racconto, non la musica. Così, con l’eccezione dei titoli di coda, non si ascolta mai un pezzo per intero. Ci sono riff, cenni di testi e di performance, che si interrompono dopo alcuni secondi, per dare spazio ad altri aneddoti e poi ad altri pezzi di canzoni. L’ho trovato piuttosto limitante e, alla lunga, frastornante. Mi sta bene l’epica, ma avrei preferito assistere anche alla musica. Contribuiscono alla visualizzazione del racconto delle ricostruzioni animate, non lontane dallo stile del pythoniano A Liar’s Autobiography, e il montaggio di decine di riferimenti esterni. Spesso richiamati dal regista in immediata e didascalica corrispondenza: si pronuncia Famiglia Addams, film anni ’50, Tre Stooges, salto nel vuoto? Li si vedrà immediatamente materializzare sullo schermo, in un montaggio frammentario e sincopato che è solitamente quanto di più lontano dallo stile di Jarmusch. Il film è un accorato omaggio di un fan alla rockstar con cui aveva già avuto modo di lavorare in Coffee and Cigarette e Dead Man. Prosegue in questo modo per poco meno di due ore, elencando le band influenzate dallo sperimentalismo degli Stooges e senza mai nominare, d’altra parte, correnti come il punk o la scena indipendente, se non per affermare di non farne parte. Gimme Danger racconta una storia a sé, un personaggio che si è guadagnato il diritto ad alzare entrambi i medi in direzione del resto del mondo, e non si fa scrupolo ad esercitarlo. La notte dopo la visione, il sonno è stato un gran frastuono, circolare, primitivo, ossessivo. In questo, probabilmente, il film è arrivato dove voleva.

(3/5)

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Nick Cave spoglia l’arte e la vita in One More Time with Feeling (Andrew Dominik 2016). Splendido film performance, intensa immersione nella realtà, completa l’album Skeleton Tree e va oltre

nick-cave_one-more-time-with-feeling-poster-locandina-2016Pubblicato su Bolognacult

L’arte è bellezza. La bellezza è arte e sofferenza, è la forza di descrivere aspetti universali dell’esistenza e della realtà, proprio quando ci si sente più distaccati dalla stessa, incapaci di gestirla. One More Time with Feeling è arte visiva, musicale, narrativa, una delle cose più reali ed emozionanti che si possa incontrare in un tempo di prodotti impersonali, progettati e realizzati per il consumo. One More Time with Feeling non è un film concerto, o un film (solo) musicale, è un varco che porta lo spettatore a immergersi nella vita di Nick Cave, nella sua arte e nel dolore più terribile e privato che si possa immaginare, quello che viene dalla perdita di un figlio.

Il regista, Andrew Dominik, con una camera in 3D e bianco e nero, riprende Nick Cave e Warren Ellis in primissimo piano, in auto, ne cerca lo sguardo e questo scivola via; li segue nello studio di registrazione esaltando la mimica e l’improvvisazione della creazione musicale, recepisce e stimola un discorso che porta alle radici più profonde dell’album Skeleton Tree, accostando la struttura dei testi e la scelta delle parole alle modalità narrative scelte per rinchiudere la propria vita, lasciando che i suoni e la musica dell’album rispecchino un’idea ormai inafferrabile del tempo e degli eventi. Ancora, Dominik riprende Susie Bick, moglie di Cave, senza forzare la quotidianità, e lasciando spazio alla sua grazia; riprende luoghi, città, dà un corpo unico e definito a ognuna delle canzoni che riporta nel suo racconto.

Arriva, forse per ogni artista, un momento in cui i suoi strumenti principali, qui le parole e la musica, sembrano volersi spogliare di quelle connotazioni che fino a certo momento gli hanno consentito di esprimersi, consolidando la sua poetica. Tante storie ha raccontato Nick Cave, fino a trovare artificiale l’ambizione di voler definire un racconto, compiuto nel suo svolgimento. Già con Push the Sky Away, e più ancora in Skeleton Tree, i testi perdono linearità, le musiche descrivono un percorso circolare in cui immagini ed eventi diversi, legati ad esperienza diverse, sono sovrapponibili. Questa mutata percezione del tempo e del racconto è resa ed esplicitata perfettamente nel film, che segue l’impulso estremo di mostrare le cose nella loro superficiale evidenza, non vestirle d’altro perché possa essere visibile il loro portato emozionale. Anche il meccanismo della messa in scena viene denudato, e nello studio il carrello circolare che permette alla macchina da presa di orbitare attorno a Cave seduto al piano, dopo aver espresso il suo movimento, il risultato del suo sguardo, entra nella scena. Il meccanismo diventa soggetto dell’inquadratura, così come le luci, i microfoni, i mixer diventano scenografia, il fuori campo e il dietro le quinte sono protagonisti obbligati nella scelta di restituire un’esperienza, un’idea, nel modo più autentico. Dominik non rinuncia del tutto alla costruzione di una mediazione artificiale, e realizza comunque dei momenti poetici molto coinvolgenti, come il viaggio siderale che, sulla voce limpida di Else Torp in Distant Sky, porta lo sguardo a introdursi in fessure infinitesimali attraversando i muri, per poi innalzarsi fino al cielo.

One More Time with Feeling è una visione di rara intensità, per certi versi simile al capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life: avvicinandoci a un’esperienza estremamente intima e individuale riesce a trasmettere sensazioni reali e universali, da cui è impossibile non rimanere catturati, lasciando che il pensiero torni all’evento, all’immersione nell’arte.

(5/5)

What Happened, Miss Simone? (Liz Garbus 2015) Ritratto di una regina in frantumi

miss simone slowfilm recensioneSe c’è stata davvero una regina, questa è stata Nina Simone. Se c’è stata, nello stesso tempo, una regina decaduta, incapace di comprendere e controllare prima di tutto se stessa, questa è Nina Simone.

Nina Simone è la bambina che sogna di essere la prima pianista classica di colore; la donna che vede crescere la sua fama guidata da un marito violento, e si annulla in una visione radicale della lotta per i diritti civili; la donna ormai disgregata nei disturbi psichici, che non sa come elaborare il suo passato. Il documentario di Liz Garbus è bello e doloroso, un incontro con ricordi filmati, scritti e raccontati, che tratteggiano con efficacia, seppure per grandi linee, la vita della voce femminile più affascinante e intensa della storia della musica. È proprio il lato musicale quello che, forse, avrebbe richiesto più spazio – la musica che sembra completamente possedere e consumare Nina -, tanto coinvolgenti sono le performance e le evoluzioni artistiche, ma la panoramica è inevitabilmente parziale.

Nei filmati d’archivio Nina brucia il pubblico con lo sguardo, durante i concerti, a volte lo insulta e appare spesso sull’orlo di un attacco d’ira. Poi si siede al piano, suona – sempre, anche negli anni più difficili – senza indecisioni, trascinata da una forza devastante, le dita volano sui tasti e l’unica cosa più potente di quelle note è nella sua voce. Una moltitudine di colori, un accesso diretto all’anima, alla sofferenza, e ancora alla dolcezza e al romanticismo. Il film di Garbus riporta l’impeto ipnotico, che conosciamo, della musica di Nina Simone, così bella da apparire perfetta e assoluta, e lo immerge nelle contraddizioni, le spaccature di un’esistenza sempre tragicamente fragile eppure inscalfibile. Un suono e una voce tanto meravigliosi e avvolgenti, quanto inafferrabili e drammaticamente umane sono le vicende da cui nascono. Il modo più difficile di fare arte, forse l’unico.

Il film, candidato all’Oscar, si vede su Netflix (oppure, per il momento, su youtube con sottotitoli in francese). Qui il trailer.

(4/5)

The Possibilities are Endless (James Hall, Edward Lovelace 2014) – l’intenso percorso di Edwyn Collins

the possibilities are endless, recensione, slowfilm, edwyn collinsNel 1994 ero a Napoli in Piazza del Gesù a comprarmi Gorgeous George, album di Edwyn Collins che figura in una rosa di una trentina (considerando tutto Tom Waits come opera unica) che ascolto sempre, musica immortale di varia provenienza ed estrazione. Mentre Silvio Berlusconi si piantava per la prima volta nei nostri fianchi e i Pink Floyd passavano da Roma per un concerto che sarebbe entrato nella storia più di quanto al tempo fosse lecito pensare, compravo Gorgeous George spinto – come allora s’usava – dall’istinto e la fiducia per il singolo spaccaculi A Girl Like You, il cui video passava per un qualche canale che non era ancora Mtv. All’uscita del negozio col disco di Collins in mano, incrocio un anglosassone dai capelli rossicci, e non posso fare a meno di credere fosse esattamente uno Scozzese, che indica il disco, sorride e dice “very good”. Le possibilità sono infinite, e fra queste c’è quella di incontrare uno scozzese a cui piace Edwyn Collins mentre esci da un negozio di dischi in Piazza del Gesù a Napoli con il cd di Gorgeous George. Per questo, e per un più recente motivo troppo difficile da rendere, Edwyn Collins è l’uomo delle coincidenze.

Ho poi seguito Collins nella sua apprezzabile discografia e scavato nel passato degli Orange Juice, ma come spesso (sempre) accade il primo disco che incontri di un artista rimane il suo migliore. Poi, molto poi, in una pigra ricerca in rete, scopro che il buon Edwyn è stato vittima di un ictus e si sta faticosamente riprendendo. Dispiace, perché questo geniale personaggio dal volto peculiarmente espressivo, ironica trasfigurazione di Elvis e straordinario talento musicale, è uno di quelli a cui ti affezioni, anche solo sulla fiducia. È poi di queste settimane la sorpresa della scoperta di The Possibilities are Endless, documentario su e con Edwyn Collins, di passaggio per il Biografilm in una sala con una dozzina di spettatori, asserragliati nel cinema mentre all’esterno infuria la festa d’inaugurazione del Biografilm stesso.

Se qualcosa è passato del calore e l’affetto cui tende questa aneddotica spinta, è da traslare verso il documentario di James Hall e Edward Lovelace, che conferma tutto quanto d’umano, affascinante e artisticamente potente si era fin lì intuito su Collins. Una sostanziosa prima parte di The Possibilities are Endless si sviluppa in una descrizione naturalistica ed empatica che è da tempo obbligatorio definire à la Malick. Il mare, il vento, la luce, gli alberi di Helmsdale, luogo magnifico dove il musicista vive con la moglie e il figlio, sono protagonisti della scena, mentre la voce over delle prime parole di Collins, che gradualmente mettono a fuoco gli spazi, segnano il risveglio e la lenta ripresa di coscienza. Nella seconda parte si racconta il rapporto con la moglie Grace Maxwell, fondamentale nel processo di guarigione del marito, che riconsidera la propria vita e le priorità, e attraverso graduali miglioramenti riprende a formulare frasi di senso compiuto, a scrivere e a disegnare, e ricomincia a fare musica.

The Possibilities are Endless è un film equilibrato, coinvolgente e significativo e mai patetico, attento alla costruzione dell’immagine e alla sua forza evocativa e non stucchevolmente estetizzante, è il toccante ritratto di un uomo, fra l’altro, capace di musica eccellente.

(4,5/5)

Goodnight Lou – Tre percorsi alternativi per (ri)scoprire Lou Reed

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Pubblicato su Bologna Cult

Il 27 novembre è passato un mese dalla morte di Lou Reed (diversamente dai mass media, sono ancora dell’idea che le persone muoiano, solo i maghi “scompaiono”). È stato ricordato, ed è ancora ricordato specialmente sul web, nei modi più disparati, attraverso i suoi lavori più famosi e quelli più nascosti, e questa volta il flusso commemorativo sembra più necessario e sentito del solito. Sarebbe giusto vedere e ascoltare tutte le centinaia di link ai video e alle canzoni, leggere le citazioni, lasciarsi andare alla musica ascoltandola senza ridurla, come sempre accade, a sommesso tappeto sonoro. Risucchiati dalla vertigine della morte di Reed, dopo un po’ viene da pensare che la cosa più incredibile è che sia vissuto: che cosa enorme Lou Reed con i Velvet Underground, che cosa gigantesca Lou Reed da solo. Un pezzo importante della vita di molti.

Flusso di parole e poesia, una voce che ancora di più per un italiano suona come uno strumento, capace di lievi modulazioni che rendono canto un recitato avvolgente, il timbro unico in primissimo piano. Ancora in Italia è splendido l’uso romantico e ingenuo, in alcuni casi scoutistico apostolico del doo doo doo, ingegnoso refrain di un Walk on the Wild Side che racconta senza censure i migliori travestiti e marchettari che orbitavano attorno alla Factory. Ma Lou Reed non è solo banane rosa e Transformer, e una diversa maturità lo ha portato nei ’90 o giù di lì ad album stupendi come New York, dove racconta la Grande Mela e il suo mondo con l’intensità di un film di Allen o un libro di Auster. Il volto rugoso ed espressivamente impassibile custodisce tante versioni di sé, tante vie d’accesso, e qui ne propongo tre poco solite, vicine al mio personal Lou Reed.

Uno. Songs For Drella, il disco realizzato con John Cale nel 1990 in memoria del Dracula + Cinderella Andy Warhol. L’opera album che ricorda l’icona creatrice delle icone pop, disco di rara bellezza, rievoca oggi lo stesso Reed, le sue parole sembrano scritte anche per lui, e la chiusura di Hello it’s Me recita il più caloroso dei Goodnight, Goodbye.

Due. Gli unici a suonare in Songs for Drella sono Lou Reed e John Cale: chitarra, piano, violino, nessuna sezione ritmica. Il secondo punto d’accesso a Lou Reed concentra l’attenzione ai pezzi e alle performance privi di batteria, una versione del proprio suono ricercata più di una volta, dall’incredibile concerto per sola chitarra del 1994 al Primo Maggio, a pezzi fluviali come Like a Possum, al doppio live del 2004 Animal Serenade. Uno dei suoni privilegiati da Lou è questo: chitarra scarna e potente su cui scivola la voce, nella costruzione di un mantra avvolgente.

Tre. Why Can’t I be Good? è la domanda che si pone Lou in Così Lontano Così Vicino, non il migliore film di Wenders, ma comunque un buon posto dove trovare suggestioni, raccontando di un angelo troppo umano, che incarnatosi sulla terra si dà presto all’alcolismo. Perché non posso essere buono anticipa un interrogativo fondamentale in questi anni, ripreso recentemente da The Tree of Life di Terrence Malick, dove il figlio confessa al padre: io sono cattivo come te, e da Bad as Me del sulfureo Tom Waits. Nessuno può essere buono, ci sono solo diversi modi per essere cattivi, e Lou Reed ne incarnava alcuni dei migliori.

Pina (Wim Wenders 2011)

Sono passati un po’ di giorni dalla visione di Pina, ma continuo a ripensarci. Un bellissimo film, da cui è impossibile distogliere lo sguardo, fuori dal comune per tanti motivi e, devo dirlo, per me una sorpresa. Si torna col ricordo agli occhi della Bausch, ai movimenti dei suoi ballerini, così affascinanti e significativi anche per chi, come me, non ha una particolare conoscenza della danza, alle scenografie che portano lo sguardo di Wenders a ricercare la profondità, il moltiplicarsi dei piani dell’azione, in una interpretazione dell’esecuzione, e di quel che la circonda, al tempo stesso profondamente artistica e affettuosa.

L’unicità del film è l’unicità del suo soggetto e, nonostante si mostri inevitabilmente una visione parziale della Bausch, l’immagine raccontata da Wenders è perfettamente compiuta. I lavori di Pina ci introducono non solo dentro il suo mondo, ma apparentemente dentro il suo pensiero, la sua raffigurazione dei rapporti, segnati ora dal meccanicismo, ora dal dramma o dall’ironia con cui esaspera i riti sociali; e la ricerca della leggerezza anche in movimenti minuti, o l’esplosione di vitalità in contrappunto con gli elementi della scenografia.

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Pina, il film, mostra tutto questo, e ancora ci porta fuori dai teatri: i danzatori in strada, nella cornice urbana e sotto una metropolitana sospesa, si muovono in una città che riescono a ricoprire di una veste surreale, costruendo dei semplici e meravigliosi pezzi di videoarte. Wenders, ancora, filma una luce purissima, tagliata dalle geometrie di un palazzo senza tetto o scomposta nell’acqua, spesso elemento di scena.

Si ascoltano anche brevi testimonianze degli artisti della compagnia di Pina Bausch, poche parole, semplici, ma che significano il legame e la perdita. I primi piani sono muti, le loro voci registrate si accompagnano ai volti, e Wenders sembra tornare a leggere il pensiero come ne Il Cielo sopra Berlino. Ovvio, ma necessario, citare la colonna sonora, varia e splendida come i movimenti che accompagna e suggerisce. Due note: Jun Miyake, compositore e trombettista giapponese, e Lisa Papineau, cantante dalla voce in singolare equilibrio instabile, che con Miyake ha collaborato nell’album Stolen from Strangers.

(4,5/5)

Back in the Crowd, nuovo singolo da Bad as Me e intervista a Tom Waits di Sorrentino

tom waits bad as meL'album in uscita fra dieci giorni, un paio di cose da sapere e sentire per stemperare l'attesa. Si potrà ascoltare in anteprima Bad as Me iscrivendosi alla mailing list sul sito di Waits della Anti. Per l'appuntamento avrebbe fatto comodo una sonnoleta domenica, invece si tratta di un iRriTantE lunedì. In Bad as Me fra le collaborazioni rispunta Keith Richards, già incontrato in Rain Dogs e nel pezzo That Feel in Bone Machine, qui affiancherà Ribot nel brano dal titolo post-stonesiano Satisfied.

Un'intervista a Tom Waits è invece rintracciabile su D di Repubblica in questo preciso istante in edicola, fra un blocco di quindici pagine di pubblicità e l'altro. Corredata di belle foto di Jesse Dylan (figlio di tale Bob e autore degli ultimi booklet di Tom), la sfiziosa intervista è condotta da Paolo Sorrentino, e risulta più interessante dell'articolone di qualche settimana fa de Il Mucchio, che si limitava alla solita rassegna dei dischi passati guarnita da adeguata idolatria. Su D una citazione di Fellini che non arriva, scambi gradevoli e un ritratto fulminate dai ricordi su America Oggi: "Altman era una specie di sceriffo in una cittadina del west. Potevo vedere la pistola e il distintivo. Durante le riprese gli chiesi come voleva inquadrarmi e lui mi rispose di farmi i cazzi miei". Impariamo, inoltre, che "Di cinema, Tom Waits non la smetterebbe più di parlare. Il suo attore preferito in assoluto è Christopher Walken". Dico, Walken.

Infine, ecco Back in the Crowd.
 

Tom Waits Bad as Me, il singolo.

tom waits bad as meSontornato ai quindicigradi in più, ma a farmi scegliere la vita trovo un nuovo singolo di Tom Waits. Sette anni da Real Gone, un buco ancora più grande di quello fra Black Rider e Mule Variations, per quanto dissimulato dalla tripla raccolta di varietà Orphans già in gran parte note ai maniaci cui mi pregio di appartenere. E il 25 ottobre il nuovo album, anche lui Bad As Me, poteva essere una cosa intimista, pensavo a un ritorno al piano, e invece sembra seguire la via altamente infedele proprio di Real Gone con Ribot alla chitarra cattiva, ed è bene.

L'annuncio sul sito ufficiale della Anti, al momento inerme orizzontale, come certificato anche da Eyeball Kid: Throughout his career, Tom Waits has created milestone albums that serve both to refine the music that has come before, and to signal a new phase in his career: Rain Dogs and Mule Variations are both counted by fans as among these pivotal works. Now comes Bad As Me, his first studio album of all new music in seven years, which finds Tom Waits in possibly the finest voice of his career and at the height of his songwriting powers, working with a veteran team of gifted musicians and longtime co-writer/producer Kathleen Brennan. From the opening horn-fueled chug of “Chicago,” to the closing barroom chorale of “New Year’s Eve,” Bad As Me displays the full career range of Waits’ songwriting, from beautiful ballads like “Last Leaf,” to the avant cinematic soundscape of “Hell Broke Luce,” a battlefront dispatch. On tracks like “Talking at the Same Time,” Waits shows off a supple falsetto, while on blues burners like “Raised Right Men” and the gospel tinged “Satisfied” he spits, stutters and howls. Like a good boxer, these songs are lean and mean, with strong hooks and tight running times. And there is a pervasive sense of players delighting in each other’s musical company that brings a feeling of loose joy even to the album’s saddest songs. Bad As Me is a Tom Waits album for the ages.

1) "Chicago" 2) "Raised right men" 3) "Talking at the same time" 4) "Get lost" 5) "Face to the highway" 6) "Pay me" 7) "Back in the crowd" 8) "Bad as me" 9) "Kiss me" 10) "Satisfied" 11) "Last leaf" 12) "Hell broke luce" 13) "New year’s eve" 14) "She stole the blush" (Bonus) 15) "Tell me" (Bonus) 16) "After you die" (Bonus).

e poi c'è questo, dove ci sono pezzi di altri pezzi

Passion Play (Mitch Glazer 2010) e altre robe

Nel 1996 Silvio Berlusconi per dimostrare la futilità di 100 milioni di lire, oggetto d'indagine di una delle tante mazzette marcate Dell'Utri, cronometra 30 secondi, schioccando le dita all'inizio e alla fine, corrispondenti al tempo in cui il suo gruppo gestisce una tale somma. La ricordo come una delle scene più volgari e arroganti del passato secolo mediatico. Adesso cronometrami 560 milioni di euro, coglione.

passion playPassion Play. Può un film con Bill Murray, Mickey Rourke e Megan Fox, fotografato da Christopher Doyle, essere una delle pellicole più aberranti dell’anno passato? A giudicare dalle reazioni globali (imdb, rotten tomatoes) la risposta pare debba essere: sì. Quella del cinquatottenne esordiente alla regia Mitch Glazer è un’opera confusa e spesso involontariamente trash, eppure non mi ha ferito e offeso come ci si aspetterebbe da una pellicola di tale fama. La storia del perdentissimo musicista Rourke che incontra la splendida e ipnotica donna con le ali Fox sembra raccontare una favola blues, una canzone d’amore e sofferenza da ascoltare in una manciata di strofe. L’errore principale della messa in scena sta nell’offrire un blues patinato, una contraddizione portata al cinema neanche tanto di rado, che impedisce al film di trovare una dimensione che lo scantoni dal ridicolo, di fare qualcosa di veramente polveroso e dolente. Nonostante questo, si può sentire ancora il fascino della semplicità della favola, dei freaks, delle scene silenziose in un deserto pubblicitario ma pur sempre deserto e silenzioso, di un antagonista che viene dal nulla (che ricorda nell’ispirazione quello di The Limits of Control), un Bill Murray dall’aria impassibilmente triste che porta con sé il nome Happy Shannon. È vero, Rourke gonfio glabro e plastificato fa una certa impressione vederlo rotolarsi nel letto con una donna pennuta, e in un repentino cambio d’inquadratura che vede i profili dei due baciarsi in primo piano ho pensato oddio, chi è quell’anziana signora che sta baciando Megan Fox? Eppure questa ballata di un’ora e venti, considerata nella sua totalità, ha una sostanza onirica neanche troppo contraddittoria, e tutto sommato riesce a trasmettere qualcosa di triste e malandato.

passion playpassion play(3/5)

Infine, il disco che sto ascoltando ossessivamente in questi giorni da cocomeri negati. I National sono più puliti ed educati della musica confusa che sono abituato ad ascoltare, eppure The Boxer è davvero bello, decadente e avvolgente a modo suo.