Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone 2017)

gatta cenerentola slowfilm recensioneÈ vero, Gatta Cenerentola non è un “miracolo”, perché è il frutto della preparazione, l’impegno, l’ispirazione di un grande gruppo di lavoro. Ma non si può evitare di rimanere sbalorditi, se in Italia nasce – finalmente – un’animazione matura e moderna, una delle migliori produzioni degli ultimi anni anche in un’ottica internazionale, e il tutto nasce da un giovane studio napoletano al suo secondo lungometraggio.

Il piano su cui Gatta Cenerentola subito stacca la maggior parte dei titoli contemporanee è quello estetico, indicando una competenza tecnica e un focus concettuale che solitamente si sviluppano in periodi molto più lunghi, prima di diventare il patrimonio distintivo di una casa di produzione. L’animazione di Alessandro Rak e dello studio Mad Entertainment individua un design dei personaggi e degli sfondi che non è né americano né giapponese. Le figura spigolose, i movimenti taglienti e le inquadrature fortemente angolate ricordano il bellissimo e visionario Aeon Flux di Peter Chung, ma con una maggiore propensione a fondere le esasperazioni estetiche con la rappresentazione di una realtà significativamente riconoscibile, al contrario di quella di Chung, quasi astratta e priva di riferimenti spaziali e temporali comuni.

Dal racconto secentesco di Giambattista Basile e l’opera musicale degli anni ’70 di Roberto De Simone, Rak assieme a un manipolo di sceneggiatori (fra i quali Corrado Morra, che in una vita lontana ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare) trae un racconto che rispetta le sue ispirazioni e le fonde con una miriade di suggestioni pop (alcune forse fin troppo definite, come quella di Traffic). Il teatro è Napoli, una città immersa in un futuro presente e in un’apocalisse ormai endemica, dove la pioggia di Blade Runner lascia il posto a una precipitazione continua di cenere: tutto è in fiamme, o più probabilmente già bruciato. Come il capolavoro di Ridley Scott, Gatta Cenerentola è fatto di luce, la luce che definisce gli spazi di una gigantesca imbarcazione, squarciata e bloccata nel porto, e i fantasmi che la abitano. Quella dell’enorme nave Megaride, Polo della Scienza e della Memoria, è la storia del suo costruttore Vittorio Basile, di sua figlia Mia, della matrigna Angelica Carannante e delle immancabili sorellastre, di un malavitoso, ‘O Re, che canta le povertà di Napoli e su queste si arricchisce.

Nei corridoi e le cabine della Megaride decaduta la memoria sopravvive nella forma di luminosi ologrammi, che compaiono come fantasmi, presenze accettate dagli abitanti della nave. Come ne L’Invenzione di Morel, le immagini rendono il passato immortale, ma qui, diversamente dal libro di Casares, non acquistano coscienza. Non si tratta, però, di apparizioni casuali, e la stessa nave sembra essere in grado di esprimere quell’opera di regia che permette alle memorie di apparire alle persone giuste, intessendo fra i due mondi una sorta di dialogo e di interdipendenza. Protagonisti rimangono i vivi, non ingabbiati nella nostalgia del passato, che viene invece ad aiutarli, indirizzarli, a fornire il sostegno che consenta di non perdere la speranza.

L’intreccio è estremamente coeso, non ci sono linee narrative parallele o secondarie, e un rilievo che si può fare, rispetto alla moltitudine di personaggi, è che a molti di loro, a partire proprio da Mia, avrebbe fatto bene qualche minuto di caratterizzazione in più. Più che negli snodi narrativi, che anzi trovano un certo fascino anche nel non essere del tutto esplicitati, è ai dettagli che costruiscono i personaggi che si sarebbe potuto dare più spazio. Ma alla base delle soluzioni scelte, con ogni probabilità, ci stanno pure i vincoli di una produzione che di certo non ha risorse economiche illimitate. Questo intreccio, ad ogni modo, riesce a incarnare diversi aspetti e registri, su una struttura unificante fatta di bellissimi commenti e momenti musicali: dal ritorno della voce e la performance teatrale di Ilaria Graziano, già ne L’arte della Felicità, a Guappecartò, Foja, Francesco Di Bella, I Virtuosi di San Martino, la partecipazione di Daniele Sepe ed Enzo Gragnaniello. simposio suinoOgni aspetto è dotato di una propria forza: prendono corpo l’amore drammatico di Angelica, di certo il personaggio più complesso e completo, le esplosioni pulp e ironiche delle sorellastre, i dettagli dolorosi e caotici in chiave futuristica che sostengono una storia antica, una fiaba, come tale radicata nella cultura, le paure, la memoria di un popolo, che di certo non è solo quello napoletano.

Segnalo, in apertura, il bel corto prodotto dalla stessa Mad e realizzato da Francesco Filippini, Simposio Suino in Re Minore. Questo, invece, ha un’anima subito vicina a diverse idee di Miyazaki, da Porco Rosso agli espressivi occhi strabuzzati, dai leggeri ragnetti fuliggine agli edifici che si muovono sulle proprie gambe. Anche qui tutto si distende sulla musica, sul blues, che è già una preziosa scelta identitaria nei lavori dello studio.

(4/5)

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La La Land (Damien Chazelle 2016). Il sadico metafilmico

la-la-land-slowfilm-recensioneLa La Land è un bel film, ma le prossime sono note che potranno risultare un po’ fredde; chi avrà profondamente amato l’opera di Damien Chazelle, e credo siano in tanti, avrà sicuramente trovato un coinvolgimento più intenso, effettivo, reale. I sogni. Un mondo canterino gira attorno a quelli di Mia e Sebastian. L’incontro, la sintesi, la costruzione della coppia perfetta, e la musica, moltissima.

Non sono un fanatico della lettura metafilmica, non la cerco a ogni costo e comunque non credo sia, di per sé, un valore per un’opera. Come ogni argomento, l'(auto)riflessione sul cinema può essere trattato in maniera più o meno riuscita o interessante. L’intenzione metacinematografica di La La Land mi sembra preponderante, smisurata, tanto da rendere la sua storia d’amore, più che un incontro fra due persone, la ricostruzione di una storia d’amore come l’ha immaginata il cinema. Con un’attenzione particolare per gli anni ’50, epoca d’oro – matura, moderna, seminale – della produzione hollywoodiana, si racconta un cinema che è storia, una storia di cui il regista vuole cantare la grandezza, anche nelle sue espressioni più popolari, e formalizzare il suo rapporto con il sogno. Quasi una corrispondenza identitaria, e il percorso più naturale per creare un legame intimo con il pubblico, l’essere umano che finisce per desiderare di rispecchiarsi nello schermo – il sogno di un sogno.

Una corrispondenza così naturale che la storia di Mia, aspirante attrice, e Seb, pianista innamorato prima del jazz, poi di Mia, è quanto di più esemplare e semplice. I tempi sono i nostri, ma l’estetica dei titoli, i costumi, la musica, gli sguardi vengono dal cinema del passato. I virtuosismi della luce e dei pianosequenza, la magia che trasfigura anche le scenografie più quotidiane, vengono dall’amore per un’epoca in cui la tecnica è diventata linguaggio emotivo. Emma Stone – probabilmente l’attrice più interessante della sua generazione – è lo sguardo che riesce a rendere credibile l’incarnazione della diva, e al tempo stesso l’espressione più autentica e contemporanea del film. Durante i suoi provini l’opera si distacca momentaneamente dalle coreografie e l’attrice assume dei tratti reali, non lontani da quelli visti in Birdman, dove il racconto personale si antepone, finalmente, a quello del cinema.

Ma ecco che mi risulta difficile affrontare l’anima più intima e dolorosa del film. Quella che avvicina il discorso al precedente Whiplash, che pure nella prima parte non sembrava così affine, se non per l’importanza della componente musicale e performativa. La La Land trova il legame emotivo con il pubblico nel distacco e nella nostalgia e, come il suo predecessore, descrive la grandezza dell’arte attraverso la scelta del sacrificio. La coppia perfetta, la vita perfetta, esprimono la loro forza attraverso la mancanza, nel falso ricordo di una vita perduta che possa, per riflesso, rendere la gravità dell’ossessione artistica. Chazelle sembra trovare i momenti di massima gioia e identificazione nel montaggio che segue la ritmica dei bei pezzi musicali, è un autore che ha trovato modi appassionati – e un po’ esasperati – di celebrare l’arte, vuole renderla concreta e indispensabile, ma, forse, ancora non la fa.

(3,5/5)

Cronache dal Future Film Festival: Tokyo Tribe (Sion Sono 2014), The Road Called Life (Ahn Jae-Hoon, Han Hye-Jin 2014)

tokyo-tribePubblicato su Bologna Cult

Procede sicuro il Future Film festival di Bologna, ancora una volta baciato dalla bellezza delle sale piene. L’ispirazione del Future Film, destinato all’escursione in tecniche, campi, generi estremamente differenti, fa sì che la sua proposta sia sempre varia, eclettica, eterogenea, in una parola vivace. Ed è il suo bello.

Di Follie Notturne si tratta con Tokyo Tribe, ultimo lavoro del giapponese Sion Sono. E la follia nella pellicola di certo non manca. Tratto dal manga Tokyo Tribe II, per due ore ci porta in una Tokyo futurista e immaginifica, decadente ed eccessiva, divisa fra gang rivali che si combattono con ogni genere d’armi. Il tutto supportato da onnipresenti ritmi e canzoni hip hop, eseguite dai protagonisti in ogni momento della visione. Se nella scarna sinossi è facile scorgere una traccia narrativa, il film di Sono presto rinnega qualsiasi logica interna, demolendo sistematicamente il senso di ogni scelta o azione. In Tokyo Tribe un fiume ininterrotto di scontri mortali e musica travolge lo spettatore, che assisterà a ingiustificati cambi di prospettiva e di fazioni, a sparizioni di personaggi nel mezzo di una scena, alla totale mancanza di rispetto per la costruzione degli stessi e della loro storia. Lo scopo, evidente e dichiarato, è (di)mostrare l’insensatezza della guerra. Per farlo il film procede per accumulazione, spostandosi in un mondo allegorico e visivamente stratificato fatto di quadri e colori saturi, corpi nudi, invenzioni che ostentano gusto trash e grottesco – o meglio caricaturale – in una ridondante rappresentazione dell’inferno. L’impatto, in una certa misura, affascina, ma come ogni opera che adoperi sempre lo stesso registro, per quanto questo possa essere d’impatto, senza pause né accenti il risultato sarà monotòno. A parte questo, Tokyo Tribe vive di consueti richiami pop (Arancia Meccanica, I Guerrieri della Notte, Tarantino – anzi no, Bruce Lee) e in alcuni momenti sembrerebbe ricordare il maestro contemporaneo degli eccessi nipponici, quel Takashi Miike che con Izo – che comunque un senso ce l’aveva – aveva già sperimentato un inferno fatto di continui scontri all’ultimo sangue. Il film di Sono, pur ostentando una certa follia concettuale, è invece stranamente pudìco nel mostrare i segni della battaglia: anche se finto ed eccessivo, tutto rimane costantemente fuori campo: da questo punto vista lontanissimo dalle scelte effettivamente radicali, per rimanere con Miike, di un Ichi the Killer o di Visitor Q.

The_Road_Called_Life-p1The Road Called Life, è il nuovo film d’animazione dei sudcoreani Ahn Jae-Hoon e Han Hye-Jin, autori del bellissimo Green Days – Dinosaur and I, anche questo passato al FFF di qualche anno fa, di cui, purtroppo, non replicano interamente la sorpresa. Le ambizioni sono diverse, infatti The Road Called Life è un film antologico, costituito da tre storie ed episodi diversi, forma che di per sé non favorisce la realizzazione di capolavori. Il tratto d’unione è nella messa in scena di racconti, tradizionali o letterari, legati alla rappresentazione della vita in Corea. Tre toni diversi, che presentano anche diversi caratteri e scelte musicali. Il primo episodio è il più poetico, legato alla narrazione orale e tradizionale, visivamente molto bello, immerso in sconfinati campi di fiori bianchi e in un racconto malinconico e sospeso. La vicenda di tre venditori ambulanti e del loro viaggio notturno è certamente la migliore del film. Anche la seconda, legata al mondo rurale, è interessante. Qui il tratto e i colori sono più fumettistici, e il tono ironico. Su una base fatta di ritmata musica “etnica”, la voce fuori campo del protagonista racconta le sue pene d’amore, fondendo la parola col canto e costruendo un’atmosfera felicemente ingenua. Il terzo racconto, tratto da uno scritto del 1924, affronta la vita cittadina e il mondo di chi, come un guidatore di risciò in una città ormai piena di tram, è costretto ad affrontare, con la sua famiglia, un’esistenza di enorme tristezza e povertà. I disegni, sempre accurati, sono qui molto realistici e accompagnati da un jazz blues dall’impronta decisamente occidentale. A Lucky Day, questo il titolo dell’ultimo episodio, spinge sul melodramma e sconfina ampiamente nel patetismo, per quello che risulta un racconto comunque significativo, ma di certo il meno riuscito del trittico.

Tokyo Tribe: 3/5 | The Road Called Life: 3,5/5

Con Big Eyes in sala, uno sguardo sulla filmografia di Tim Burton

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Pubblicato su Gli 88 Folli

Tutto comincia con Pee-wee Herman, personaggio per la tv dei ragazzi americani che nel 1985 diventa protagonista del primo lungometraggio di Tim Burton: un Pee-wee’s Big Adventure dai ritmi blandi e lo sguardo lieve, che già lascia scorgere l’anima stralunata del regista. Da subito intercetta gli umori e le finanze del pubblico, e tre anni dopo Beetlejuice (da noi accompagnato all’amabile descrizione Spiritello Porcello) è già un esemplare compiuto di cinema d’intrattenimento dalle peculiari tinte dark, ricco di humour, elementi fantastici e invenzioni visive. Nel film Michael Keaton e Winona Rider, nomi ricorrenti nel cinema di Burton, da subito portato ad affezionarsi a uno staff di fedelissimi.

A un passo dai ’90 — indubbiamente il decennio di Tim Burton — Batman è la prima versione moderna e senza calzamaglia del giustiziere di Gotham, nonché il fenomeno di massa che aprirà la strada ai franchising dei supereroi. Lo stile di Burton costruisce un mondo grottesco, debordante, avvolgente, che pur non avendo grandi velleità filologiche riesce autonomamente a ricreare un’atmosfera da fumetto, dove un uomo mascherato può suscitare sorpresa e contemporaneamente essere preso sul serio. Molti dei contagiati dall’antica batmania non riusciranno mai davvero ad adattarsi al Batman nolaniano, figura seriosissima con la mantellina e le orecchie a punta in un universo alla Michael Mann che tende continuamente a rigettarlo. Cardine del Batman di Burton è Joker, Jack Nicholson nel suo ruolo d’elezione, che porta il villain dadaista a impadronirsi dello schermo, sancendo definitivamente la superiorità dell’antagonista nell’economia del racconto. Tutto è efficacemente iconico: la bionda Basinger, Michael Keaton eroe solitario abbastanza duro da reggere il duello, e una serie di giocattoli meravigliosamente analogici, un baraccone esagerato, cinefilo e denso di scene cult.

Fin qui, tutto bene.

L’anno dopo – il ritmo di produzione è serratissimo – arriva quello che per molti è il film della consacrazione, anzi il film di Burton: Edward Mani di Forbice. Messo da parte Michael Keaton, Tim Burton comincia a dipingere la faccia di Johnny Depp, pratica che nei ventidue anni successivi sentirà spesso il bisogno di replicare. Ho dovuto rivederlo, Edward, perché temevo di aver cristallizzato un ricordo distorto e disfattista, ma anche la revisione non ha fugato la maggior parte dei miei dubbi. Sotto l’aura mitologica, e ancora sotto la satira smaccata, si cela un film profondamente patetico. È indubbio il fascino visivo e in particolar modo scenografico, interessante l’amalgama impossibile fra le tinte zuccherine del borgo anni ’50 e il mondo punk e gotico del protagonista. Ma a voler considerare Edward per quello che è, cioè un film e non un poster nella stanza di una ragazzina, la sceneggiatura di Caroline Thompson è ricorsiva e poco propensa a giustificare i passaggi narrativi, mettendo alla prova anche la struttura accondiscendente della fiaba. Burton parla molto di sé, della sua diversità ed emarginazione, adoperando simboli e metafore molto dirette e diluendole in spunti umoristici autoindulgenti. Sarà più interessante vederlo parlare della sua arte, come accadrà con Ed Wood.

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Fra i due compare il secondo episodio dedicato all’eroe mascherato, quel Batman – Il ritorno, l’unico sequel a firma Burton. Pur essendo un buon film non raggiunge il livello del primo, denso d’istinto pionieristico e artigianale. Incentrato sulle figure del Pinguino e di Cat Woman (anche qui Keaton è in secondo piano, mentre Michelle Pfeiffer fornisce il personaggio più interessante dell’episodio), il film è più solido, definisce con sicurezza i meccanismi del giocattolo, e per questi motivi è meno aperto e intrigante.

Nel 1994 Ed Wood è un film a sorpresa nella filmografia di Burton: per originalità e intensità, è il migliore. Ogni impeto grottesco è radicato nel mondo reale, rendendo tutto molto più amaro. Non c’è il patetismo di Edward, ma il sentimento vero nel rievocare, di nuovo attraverso Depp, la vita e le ossessioni di quello che è stato definito il peggiore regista di sempre. Tim Burton parla della nascita del suo immaginario, e lo fa con un film sincero, delicato, che può limitare il linguaggio solitamente debordante, trovando nel racconto del reale il modo più raffinato ed efficace per offrire spunti onirici e per rincorrere i suoi modelli ideali.

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Agli antipodi il successivo Mars Attacks! (1996), un film eccessivo, ripetitivo, omaggio sfrenato alla fantascienza anni ’50 che, attorno ad alcuni riusciti spunti visivi, costruisce davvero poco.

Sleepy Hollow torna al fumettone gotico, con la costruzione più dettagliata e coesa dell’universo immaginifico del regista. È, al tempo stesso, il film che con più evidenza mostra grandi capacità nella creazione di personaggi e atmosfere e, d’altra parte, sfilacciamenti nella gestione dell’azione. Una tendenza e un limite che il regista mostra anche in opere, come questa, che richiamano spesso l’azione. Niente poteva lasciar presagire Planet of the Apes, film che Tim Burton sembra gestire in preda alla noia, sentimento trasmesso intatto allo spettatore.

La produzione altalenante porta nel 2003 a Big Fish, l’ultima pellicola davvero riuscita. Affiancato da un inedito Ewan McGregor, Tim Burton mette in scena un viaggio fatto di incontri, avventure, esplorazione, un racconto incentrato sul senso epico che il tempo regala agli avvenimenti e, soprattutto, sull’idea di una narrazione che diventa identità, esclusivamente se chi ascolta è disposto a farne parte. Pur permeato di malinconia, anche grazie a McGregor Big Fish è mediamente più soleggiato delle altre opere burtoniane.

Con La Fabbrica di Cioccolato (2005) nei panni di Willy Wonka s’impone nuovamente l’impiastricciato Depp, per un lavoro pop tutto sommato godibile e più brillante della versione piuttosto sgangherata del 1971, spesso indicata come trasposizione migliore del libro di Roald Dahl più per affezione anagrafica e nei confronti di Gene Wilder, che per altro. Gli anni successivi segnano un progressivo abbandonarsi alle raffigurazioni in computer grafica, che muta radicalmente il cinema di Tim Burton. Molto del suo fascino, infatti, è dovuto alla capacità di portare nel reale figure e tinte di un definito immaginario fantastico, mentre il cinema “numerico” spazza via buona parte del fascino artigianale.

Nell’estetica burtoniana, Sweeney Todd risente molto di questo vuoto digitale, ma è reso interessante dall’essere l’unico film davvero cattivo del regista. Il cinema di Burton ha sempre messo in scena diversi dal cuore d’oro, buttandola spesso sul melodrammatico passando per il finto horror (per molti tratti è l’esatto opposto del cinema di Gilliam). In Sweeney Todd la gente ferita e disturbata si dà alla schietta macelleria, restituendo per una volta alla favola i suoi aspetti più autenticamente e semplicemente malati, e offrendo dei succulenti pasticci di carne come non se ne vedevano dai tempi di Titus.

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Nel 2010 Alice in Wonderland, che sembrava dover essere l’approdo naturale degli istinti di Tim Burton, è un film arreso al green screen, poco riuscito praticamente da ogni punto di vista, eccetto quello degli incassi. L’ennesimo truccatissimo e distratto Johnny Depp è un Cappellaio che di matto ha poco e che conduce lo spettatore in situazioni e ambientazioni desolate e desolanti. L’avventura di Alice è ridotta a una storia classicissima, strutturalista fin nel midollo, fatta di eroe, antagonista, aiutante, oggetto magico, percorso formativo e tutto il resto. La nota più credibile del film è la giovane Mia Wasikowska, azzeccata nella parte della protagonista.

Un ulteriore passo indietro, ad ogni modo, è ancora possibile, e Dark Shadows, partorito quando il boom dei vampiri cominciava a segnare il passo, è un film inesistente e perennemente fuori bersaglio, invischiato in pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo.

Nonostante tutto questo, ci sono buone vibrazioni che avvolgono l’attuale Big Eyes, film dal cast rinnovato rispetto alle abitudini, con al centro Amy Adams e Christoph Waltz, dedicato, come Ed Wood, alla particolarità di una storia reale. Il trailer è di quelli che raccontano proprio tutto.

L’Arte della Felicità (Alessandro Rak 2013)

arte della felicita rak recensione slowfilmL’Arte della Felicità è uno dei rarissimi esempi italiani di animazione per un pubblico adulto, animazione di altissimo livello, che probabilmente altrove avrebbe fatto parlare della nascita di una scuola, della scoperta di possibilità espressive largamente ignorate e d’improvviso affiorate già mature. Il film di Alessandro Rak, invece, è passato quasi sotto silenzio, rintracciabile in una manciata di appuntamenti noti agli amanti del cinema, mentre avrebbe le qualità per una diffusione molto più ampia.

Dal Tibet a Napoli, la storia racconta di due fratelli musicisti, dove il maggiore diventa un monaco buddista, e il secondo, sentitosi abbandonato, lascia il piano per il vecchio taxi dello zio. Nel suo abitacolo, diventato per Sergio una casa in perpetuo movimento, un guscio, si succedono diverse figure pronte a raccontare la propria vita, i sogni, la disillusione, e la personale ricerca della felicità.

Nato in uno studio nei quartieri spagnoli e arricchito dal lavoro di musicisti e artisti napoletani, L’Arte della Felicità è un lavoro visivamente stupefacente. In un incrociarsi e fondersi di tecniche la costruzione è quella del film d’autore, fra immagini fisse che osservano lo scorrere del tempo, accessi di luce e voli orizzontali, flashback che raccontano storie attraverso i contorni di foto in bianco e nero e momenti puramente musicali, accompagnati da ricercate descrizioni visive.

Se in Tibet il sole è accecante, a Napoli la pioggia non dà tregua. Punteggiato da frasi, accenti e modi di dire locali, in realtà il testo del film e la costruzione dei suoi personaggi sono molto lontani dai luoghi comuni e i colori conosciuti. Come la città di Blade Runner sempre spazzata dal diluvio, ma con i sacchi dell’immondizia al posto degli ombrelli dai manici luminosi, Napoli è raccontata da una voce da film blues americano, uno speaker apocalittico dal pizzetto e i lineamenti waitsiani, gli occhiali a specchio e i capelli dritti, mentre le parole che affollano il taxi di Sergio ricordano i dialoghi esistenzialisti e sopra le righe di film francesi. L’effetto è a volte straniante, discorsi e monologhi suonano quasi innaturali, specialmente se contestualizzati, ma tutto viene riportato in tono dalla splendida musica che sottolinea il respiro e l’intensità internazionale del film. Il character design ricorda le linee e l’espressività di Satoshi Kon e il Bakshi di American Pop, mentre spunti e citazioni spaziano da Essi Vivono a La 25ª Ora, alla rivisitazione autoriale e mediterranea dei disaster movie hollywoodiani, in un’inventiva e una libertà che oggi può mostrare Ari Folman. La varia bellezza e la frammentazione, pur esplicitando l’ambizione e il coraggio del progetto, sono al servizio di un sentimento unico, malinconico, come malinconici sono la bella musica e il distacco. Come in una pellicola di Capra, tolta la soluzione consolatoria o, nella migliore delle interpretazioni, ottimista, rimane un film che anche nel presente trova soprattutto motivi di tristezza e di smarrimento. Più che della felicità, ci ricorda dell’esistenza dell’arte, da inseguire e da scoprire anche a costo di sacrifici, che appaiono come momenti essenziali del processo creativo. Se in un film come La Grande Bellezza prevale l’amarezza per un tradimento e una resa ormai irrecuperabili, qui davvero sopravvive una scintilla, che viene dal coraggio di realizzare “dal basso” del cinema che ha molto da raccontare e ricercare, da far vedere e far ascoltare.

(4/5)

Frank (Lenny Abrahamson, 2014). Un inno alla non normalità.

frank slowfilm recensione anteprimaPubblicato su Bologna Cult

Titolo di punta del 10° Biografilm, con la grossa maschera di cartapesta che riempie i manifesti del Festival, Frank è un’anteprima italiana da non perdere, all’Arlecchino venerdì 13 giugno alle 22.00 e domenica 15 alle 21.00, al Lumière sabato 14 alle 15.00 e lunedì 16 all’Odeon, alle 19.00.

È un film di fiction, quello dell’irlandese Lenny Abrahamson, ma strettamente legato al racconto di storie di vita, mettendo in scena le vicende iperreali di un immaginario gruppo musicale decisamente di nicchia, i Soronprfbs. Ci sono film che inseguono le azioni e altri che, attraverso lo svolgersi dell’intreccio, cercano la rappresentazione dell’interiorità, dell’animo dei protagonisti; il film di Abrahamson fa parte di questo secondo gruppo, ed è abitato da personaggi che appaiono incubatori di dubbi, di incertezze, e di guizzi vitali. Gran parte dei Soronprfbs è costituita da abituali frequentatori di reparti psichiatrici, e all’interno del gruppo la crisi – individuale o relazionale – è all’ordine del giorno. La nostra guida è Joe, un giovane musicista dalle aspirazioni pop, che entra per caso a far parte della band di Frank (Michael Fassbender). Quest’ultimo è un talento musicale, propenso alle composizioni sbilenche e psichedeliche, che ha sostituito il suo volto con una grossa testa di cartapesta, una difesa verso il mondo esterno di cui non si priva in alcun momento.

Attraverso i conflitti innescati dal confronto con il nuovo arrivato Joe, che vuole rendere appetibili al pubblico le capacità del gruppo, e il rifiuto di ogni compromesso da parte del resto della band e in particolare della radicale Clara (un’ottima Maggie Gyllenhaal), si sviluppa uno dei temi centrali del film: quello che riguarda la creatività e l’espressione artistica. Problema strettamente legato a quello dell’identità, concentrato nella figura grottesca di Fassbender che, al di là delle sue capacità musicali, sembra impossibilitato a identificarsi con un carattere definito, che possa essere accettato e riconosciuto dagli altri. In continua oscillazione fra il desiderio di rispecchiarsi, e forse ricomporsi, attraverso l’apprezzamento di un pubblico, e la spinta a esprimere solo il proprio caos individuale, Frank è un inno alla non normalità, che Abrahamson riporta e amplifica nella struttura e la storia del film.

C’è anche tanta musica in Frank, molto curata, che riflette i documentari e le biografie di nomi leggendariamente oscuri del rock, da Daniel Johnston e Captain Beefheart, citati dallo stesso regista, ai ricordi degli aneddoti su Jim Morrison, che eseguiva i suoi primi concerti dando le spalle al pubblico, e Mick Jagger, che i racconti vogliono così permeabile alle suggestioni esterne da rimanere incastrato nel personaggio che interpretava nel film Sadismo.

Ma Frank è anche un film ironico, divertente, in ogni aspetto più movimento di Garage, il bell’esordio dell’autore, che è invece più formale e meditativo. Conserva rispetto allo stesso la capacità di mescolare i toni e i registri con naturalezza, e di sapersi avvicinare a personaggi non semplici senza essere enfatico, né eccessivamente distaccato.

Inside Llewyn Davis – A proposito di Davis, Shirley – visions of reality, Her – Lei. Solitudini al cinema.

llewyn davis recensione slowfilmIl cinema segue delle correnti, dei modi di sentire e di stare, oltre che delle tendenze e a volte coincidenze. Succede che personaggi o idee, tenuti da parte per anni, arrivino in sala in almeno due versioni, come Hitchcock o Capote, o una particolare soluzione narrativa venga adottata da due film che non si conoscono, o più banalmente la produzione cominci a ruotare ossessivamente su temi come i vampiri, gli zombie, gli apprendisti stregoni. Quella di un sentimento che scorre, casualmente e spontaneamente, attraverso diverse pellicole in un breve periodo di tempo, è invece un’idea più affascinante, che s’insinua nella vita dello spettatore in forme diverse, e lo culla nella confortevole finzione che l’universo segua degli accoglienti criteri estetici e ideali. Il sentimento, adesso, è quello della solitudine.

I Coen di Inside Llewyn Davis sono quelli di Barton Fink, già opera opprimente e sospesa con Goodman ad offrire uno sguardo sull’inferno. Quelli di Fratello dove sei, naturalmente per l’amore dei gorgheggi folk, e per l’ispirazione omerica. E quelli di A Serious Man, probabilmente uno dei loro capolavori più sottovalutati. Come per A Serious Man, per apprezzare A proposito di Davis occorre non essere pigri. Nella libera biografia di Dave Van Ronk, folk singer poco noto a cui Davis s’ispira, sono indecifrabili i rapporti fra causa ed effetto. Questo rende romantico lo smarrimento di Llewyn che, da parte sua, assicura una perfetta coerenza nelle scelte e nel comportamento, assicurandosi in questo modo gran parte della sua solitudine. Nei Coen non esistono fortuna e sfortuna, ma la coincidenza (letteralmente) con cui il caso imprime il proprio marchio sull’esistenza.

Davis suona e canta musica folk, storie che hanno sfiorato tutti in ogni tempo, scritte da lui e da altri. “Se non è mai nuova e non è mai vecchia, allora è una canzone folk”. Il motivo dell’odissea di Davis è, come in tutte le odissee (modello richiamato direttamente dal nome del gatto), il viaggio, che non può avere inizio né fine, ma incontra figure, altri uomini perduti, uomini dietro la scrivania, uomini che si cacano addosso, e strade notturne spazzate dalla neve. Il racconto, circolare, offre molti più spunti, idee ed emozioni dello svolgimento lineare di una sceneggiatura più confortevole. Llewyn Davis, come The Wolf of Wall Street, è il cinema, e da che io ricordi ho sempre voluto essere Llewyn Davis.

Movie-poster-Shirley-IIHIHNei cinema, in alcuni cinema e in determinati momenti, si vede anche Shirley, che invece viene dalla pittura. Il film dell’austriaco Gustav Deutsch attraversa quarant’anni di storia americana – dai ’30 ai ’60 – attraverso la ricostruzione di tredici dipinti di Edward Hopper. Al centro della scena una donna, Shirley, che, nella sua immutabilità pittorica, intreccia le proprie esistenze col racconto della guerra, del maccartismo, del suo rapporto con il teatro e il tradimento di Elia Kazan, dei pensieri di una maschera durante la proiezione di un film, della vita con un reporter, e naturalmente del sentirsi avvolta dalla luce tagliata da una finestra. Il film di Deutsch è piano, complesso, affascinante. Prima di tutto dal punto di vista estetico, nella ricostruzione dei quadri riposta nei colori pieni, le linee nette di luci e ombre, il movimento della macchina all’interno del quadro, il cambiamento d’inquadrature e la ricerca di dettagli, rimanendo sempre nell’ambito di quanto è visibile nell’opera originaria. Alla base del progetto c’è il mito della caverna, il destino di personaggi coscienti rinchiusi in un ambiente e in costante dialogo con il fuori campo. La solitudine di Shirley è nei rumori che vengono dall’esterno, a volte surreali, mostri, rombi, sirene e rumore bianco evocati dai suoi racconti e resoconti, mentre all’interno del quadro le persone incarnano solo la loro funzione, senza dialogare fra loro. Una sala piena e perfettamente silenziosa è la condizione ottimale per vedere Shirley.

Tutte le scene di Shirley – visions of reality sono qui.

her slowfilm recensioneDa una donna sempre al centro del quadro a una che non compare mai sulla scena. La protagonista di Her è una voce, quella dell’intelligenza artificiale che Theodore (Joaquin Fenix) sceglie per provare a riempire la propria vita, e lo smarrimento lasciato dal distacco con la moglie. Spike Jonze si conduce in un filone già piuttosto frequentato: da film non particolarmente riusciti come Thomas in Love e S1m0ne, e da altri decisamente più interessanti, come Ghost in the Shell e l’immortale Blade Runner. A quattro anni di distanza dal bellissimo Where the Wild Things Are, alcuni temi di Her, e il titolo in tutto, erano già iscritti nel cortometraggio del 2010 I’m Here, dove una particolare storia d’amore indagava i confini del corpo, dell’individuo e della coscienza.

Jonze è un amante delle scatole cinesi, ma dai primi film per cui non stravedevo il suo stile si è fatto più delicato. Her conserva una struttura fortemente teorica, ma alla forza dell’ancoraggio con il presente, che viene dalla rappresentazione di un futuro tutt’altro che improbabile, unisce la capacità di dare un’anima a tutti i suoi protagonisti. Nel gioco di scatole cinesi di Jonze una delle prime domande riguarda la finzione. Il lavoro di Theodore consiste nello scrivere su commissione toccanti lettere private, e la sua bravura dipende dalla capacità di sapersi fingere altre persone. Persone che, dal canto loro, fingeranno di aver provato e aver saputo esprimere le emozioni presenti nelle loro lettere. Altra finzione è quella di Samantha, la voce femminile, impersonata da Scarlett Johansson, che interagisce in maniera così naturale con Theodore da spingerlo presto a comportarsi come se avesse a che fare con una persona reale. Her tratta i suoi temi con accuratezza e sensibilità, ha il coraggio di non cedere alla tentazione di dare un corpo o un volto alla sua protagonista, ed è in tutto un ottimo film. Denso nei piani, personali, identitari, etici, culturali, che si intrecciano costantemente, riflessione inevitabile ma non banale sul rapporto con la tecnologia e come questa possa offrire soluzioni sufficienti anche in campo sentimentale. E sulla definizione dei sentimenti, della natura (umana), della realtà e della simulazione, Her si muove intelligentemente, con tono malinconico e dando il giusto peso ai dettagli.

Gli altri titoli che ingrossano la corrente sono Blue Jasmine e I Segreti di Osage County.

Inside Llewyn Davis: 4,5/5

Shirley: 4/5

Her: 4/5

Frozen – Il Regno di Ghiaccio (Chris Buck, Jennifer Lee 2013). La principessa si è svegliata.

frozen recensione slowfilmRieccoci con il consueto appuntamento Visioni con la Figlia Piccola. Frozen ha ottenuto un’attenzione consecutiva di quasi 40 minuti, più sporadici sprazzi d’interesse anche nel secondo tempo. Un ottimo risultato. A questo va ad aggiungersi un elevato coefficiente di sopportabilità per il pubblico anziano, incarnato dalla figura de il padre.

Frozen – Il regno di ghiaccio, liberamente ispirato a La Regina delle Nevi di Andersen, segue Ralph Spaccatutto e conferma la ritrovata capacità della Disney di fare film gradevoli, equilibrati e divertenti. Tutto ciò è quasi sorprendete. Frozen è il tentativo riuscito di coniugare la favola classica, congeniale al marchio di fabbrica, all’ormai irrinunciabile estetica del digitale. Ritornano le principesse Disney, ma lo fanno in grande stile, da protagoniste vere.

Ho mai detto quanto sia bella la neve nei film? Probabilmente non nelle ultime due settimane. La neve e il ghiaccio sono uno dei motivi del fascino di Frozen. Un altro è la scrittura, una sceneggiatura veloce ma non sincopata, con dialoghi più accurati di molti film più maturi. Ci sono due spalle comiche, il pupazzo di neve Olaf e una goffa renna preadolescenziale, entrambi efficaci, ma padroneggia una certa ironia anche la protagonista, Anna. Frozen, infine, recupera la struttura musical, lasciando che la storia sia ritmata da canzoni che non sospendono gli avvenimenti e, anche queste garbate, catturano l’attenzione del piccolo pubblico.

(4/5)