Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov 2016), Elvis & Nixon (Liza Johnson 2016)

The_Student_(2016_film)-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Dalla Russia, reduce da una buona accoglienza a Cannes e in anteprima italiana a Bologna, The Student è un film a tesi riuscito e potente. Tratto da Kirill Serebrennikov da una piece di Marius von Mayenburg, mette in scena la parabola, è il caso di dirlo, di Veniamin (Pyotr Skvortsov), giovane liceale che pretende di vivere seguendo alla lettera la parola della Bibbia, con tutto quel che ne consegue in termini di omofobia, misconoscimento del ruolo della donna, creazionismo e la peculiare interpretazione di altri argomenti all’ordine del giorno. Mentre i docenti e i dirigenti del suo liceo si lasciano gradualmente sedurre dall’intransigenza delle facili risposte che Veniamin offre, a contrastarlo troviamo Elena (Viktoriya Isakova), la professoressa di biologia.

The Student riporta sullo schermo l’impianto teatrale attraverso la magistrale costruzione di lunghi pianosequenza in movimento perpetuo, a seguire gli interpreti e l’azione, riuscendo a riportare l’unità di tempo e di spazio di ogni scena all’interno di notevole dinamismo. E il film concilia diverse anime anche in un altro senso, trattando temi molto forti con un approccio estremamente diretto, ma conservando una freschezza del tono, non di rado arricchito da un’ironia intelligente e riuscita. Il tutto anche grazie alla notevole bravura di tutti gli interpreti che, oltre a reggere e gestire la tensione di sequenze tanto lunghe e prive di stacchi montaggio, riescono a dare immediatamente spessore e carisma a personaggi che portano avanti un discorso universale ed esplicitamente dimostrativo.

Nel rappresentare l’ottusità dei dogmatismi e il fascino irresistibile che esercitano, The Student in qualche modo ricorda L’Onda, il film di Gansel che, ispirandosi a un esperimento realmente effettuato negli anni ‘60, mostra come sia possibile l’instaurazione di un regime totalitario, anche in un tessuto che si ritenga immune a tali violenze. Proprio nei termini del regime viene ricondotta la cieca obbedienza ai precetti religiosi, verso il drammatico finale del film, quando lo scontro fra la cultura laica e il dogmatismo si fa sempre più serrato, all’interno di quello che dovrebbe essere un luogo di crescita e conoscenza – la scuola – e si identifica invece sempre più in uno spazio vuoto, dove anche le più odiose storture possono trovare dimora.

Accolto con curiosità e decisamente apprezzato al Biografilm Festival, e dall’autunno in distribuzione nelle altre sale italiane, The Student avrà un impatto ancora più forte in Russia, dove Serebrennikov, presente in sala, ha già portato l’adattamento teatrale, ma è ancora in attesa di scoprire le reazioni che potrà scatenare in un pubblico molto più ampio e diversificato.

elvis nixon slowfilm recensioneAltro film di fiction, ma ispirato a un fatto bizzarro che il destino ha voluto realmente far accadere, l’incontro alla Casa Bianca nel 1970 fra Elvis Presley e Richard Nixon è, appunto, Elvis & Nixon.

Il punto di forza del film di Liza Johnson, bene dirlo subito, sta nei suoi due protagonisti: Michael Shannon nei panni di The King e Kevin Spacey in quelli ormai confortevoli e quasi ordinari del Presidente. Un concentrato di magnetismo attoriale nettamente al di sopra della media, dunque, che mostra i due esibirsi in una performance effettivamente divertita e divertente. L’evento narrato è di per sé sopra le righe, ed è questo un riferimento che gli interpreti non perdono mai di vista, e riescono a tenere vivo per l’ora e mezza di durata della pellicola.

Elvis & Nixon tratteggia con ironia due esseri ammalati di grandezza, li decora con manie e fissazioni eccentriche variamente affascinanti, lasciando pregustare il loro incontro. Ed è proprio l’incontro in sé, sul ring dello studio ovale, che sarebbe stato lecito aspettarsi più lungo, più complesso e teatrale. Il confronto, invece, si risolve in tempi piuttosto brevi, pur punteggiato di momenti esilaranti e buone interazioni fra le due icone. Elvis & Nixon non lascia né guardare fuori, non fornendo una ricostruzione di quegli anni, né rinchiudersi compiutamente nella singolarità dell’evento, ma è in tutto un (piccolo) film gradevole e ben ritmato.

The Student: 4/5

Elvis & Nixon: 3/5

Annunci

Jaoyou – Stray Dogs è l’ultimo film di Tsai Ming Liang?

stray dogsTsai Ming Liang, uno degli idoli pagani di chi vi scrive, quindi di questo blog, e di chi è cresciuto struggendosi per il pianto senza fine della protagonista nel pianosequenza conclusivo di Vive L’Amour (Leone d’Oro 1994), proposto innumerevoli volte da Fuori Orario, avrebbe annunciato a Venezia il suo ritiro dal cinema.

Con noncurante cinismo la notizia viene data fra parentesi in questa recensione di MyMovies, mentre secondo Adnkronos la dichiarazione del regista taiwanese sarebbero state meno definitive: “Non so se questo sarà davvero il mio ultimo film ma un po’ ci spero e se dovesse essere così sarei soddisfatto. Però credo nel destino e dunque vedremo”. Il pezzo contiene anche altri interessanti stralci della conferenza stampa, compreso un essenziale elogio della lentezza: “Il mio cinema è così, vede la macchina da presa seguire un personaggio che poi si trasforma, fa un percorso. E noi riusciamo a vedere questo percorso proprio perché è lento. A volte vorrei essere ancora più lento, per me la lentezza è una cosa molto bella”. Tsai Ming-liang ammette di trovare “disorientante la troppa velocità della maggior parte dei film di oggi, soprattutto quelli americani”. “Ma penso che ci sia e ci sarà un pubblico che gradisce vedere anche film più lenti. Io non riesco però a fare film pensandoli per il pubblico, non riesco a costringere la mia creatività. Per questo non so se farò altri lungometraggi. Ma negli ultimi quattro anni ho girato anche moltissimi corti e potrei continuare a fare questo”.

Bene. In attesa di scoprire come riusciremo a vedere Stray Dogs e cosa ha in serbo per noi il destino, ecco The Hole, il suo capolavoro del 1998, arrivato persino in Italia sull’onda dell’imminente Fine del Mondo.

En Attendandt: Only God Forgives di Nicolas Winding Refn, To the Wonder di Terrence Malick. I trailer.

only god forgives slowfilmC’è tantissimo mestiere dietro il trailer di Only God Forgives, il nuovo film di Nicolas Winding Refn; il mestiere di chi il proprio lavoro lo sa fare, perché l’attesa è enorme, ed è pienamente rivolta al capolavoro. Credo si tratti del promo che ho visto più volte, nella mia carriera di spettatore in cerca di motivi d’entusiasmo. È la prima volta che un film di Refn è così universalmente atteso e, nonostante i suoi film precedenti non siano da meno, è giusto che accada col Ryan Gosling di Drive.

Le sensazioni che si vogliono dare sanno molto di vendetta e Kill Bill, karaoke sintetici e Wong Kar Wai, luci al neon, campi medi frontali e altre cineserie.

Le prime europee sono previste per fine maggio, con una probabile presentazione a Cannes.

to the wonder malick slowfilm trailerTo the Wonder, invece, gran parte del mondo l’ha già visto. Rimandato più volte, l’ultimo Malick dovrebbe arrivare anche da noi il 4 luglio.

Purtroppo molte fonti, fra le quali alcune attendibili, lasciano intendere come il film non possa essere all’altezza di The Tree of Life, quel che si suol dire un capolavoro immortale, un pezzo fresco fresco di storia del cinema.

Ad ogni modo, si parla di Malick, l’attesa è notevole ed esasperata, già da qualche mese.

Cosmopolis. Avvicinarsi al film di Cronenberg con nuove foto e qualche idea.

Dal 25 maggio in sala, Cosmopolis potrebbe presentare una doppia redenzione. La prima riguarda il regista David Cronenberg. Credo che l’ultimo A Dangerous Method sia il suo peggior film; di certo Cosmopolis non tornerà all’evidenza della nuova carne, periodo che sembra essersi definitivamente chiuso con eXistenZ (1999), ma quantomeno potrebbe rievocare le atmosfere sufficientemente ambigue e malsane di A History of Violence (2005) e La Promessa dell’Assassino (2007). Di sfuggita, si può notare come la manipolazione e ibridazione esplicita e radicale del corpo, per il regista sia finita con l’avvento del digitale. Il cinema ha perso la certezza d’essere fatto di carne e, perdendo la fisicità, da corrompere rimane solo l’ultimo strato dell’immagine.

La seconda redenzione, naturalmente, riguarda Robert Pattinson, protagonista di quella che è probabilmente una delle peggiori saghe degli ultimi decenni. Ho visto solo il primo episodio di Twilight, e pare che la cosa, con mio notevole stupore, successivamente vada anche peggiorando. Con quella faccia e quel ruolo un po’ così, non è certo l’attore che più sentivo l’esigenza di vedere riabilitato. Ma il capo è David, e si vedrà.

Quella di Cosmopolis sembrerebbe una vicenda avvolta dal crepuscolo del capitalismo, se non un soffermarsi sul tavolo della sua autopsia. Una storia che racconta 24 ore di Eric Packer, giovane promessa dell’alta finanza, molte delle quali passate in una limousine che dovrebbe portarlo a tagliarsi i capelli. Got a devil’s haircut in my mind, cantava profeticamente Beck nel 1996.

Tyrannosaur (Paddy Considine 2011), Chronicle (Josh Trank 2012), 24 Hour Party People (Michael Winterbottom 2002)

Prima regia dell’attore Paddy Considine, il britannico Tyrannosaur è un pugno allo stomaco da non schivare. Joseph / Peter Mullan è un vedovo iracondo che nasconde la propria tristezza dietro la facciata violenta; un giorno incontra Hannah, donna sposata a un uomo per niente a modo, l’inquietante Eddie Marsan. Si tratta di una delle storie d’amore più grigie e sgangherate di sempre, in un intreccio essenziale che avvolge immagini e personaggi realistici e crudeli. Mullan conserva in ogni momento un’eleganza istintiva e insopprimibile, e tutto sommato non ci si stupisce che il più sano e assennato risulti essere lui.

(4/5)

Chronicle è il film per la cui descrizione tutti hanno aggiunto al dizionario l’espressione found footage, e non vedo perché io dovrei essere da meno di tutti. Dicesi found footage l’espediente portato nell’epoca moderna da The Blair Witch Project e utilizzato in una marea di film tendenzialmente horror come Cloverfield, Troll Hunter o quell’inspiegabile schifo che è Paranormal Activity. Cioè si simula che il film sia fatto da un collage di riprese amatoriali, o inconsapevoli, insomma non finzionali. La buona notizia è che, al contrario di quel che accade di solito, il cameraman principale questa volta non è uno snervante coglione assoluto (per la descrizione degli orrendi sintomi che solitamente accompagnano il found footage rimando a Troll Hunter), ma addirittura l’attivo protagonista, e il tema del film consente che non tutte le inquadrature siano soggettive dondolanti. Si tratta infatti di tre ragazzi che acquisiscono dei superpoteri: spostano gli oggetti col pensiero (già, anche la videocamera), volano, fanno cose, manco a dirlo si lasciano prendere la mano. Si sa, l’animo umano è volubile e da grandi poteri derivano MORTE E DISTRUZIONE. Sì, c’è del Misfits, ma molto di più c’è di Akira. Anzi, Josh Trank mi ha convinto così tanto – la resa degli effetti è ottima, il film quasi sempre teso e offre alcune sequenze notevoli – che mi ha persuaso che l’estetica movimentata e digitale, telegiornalistica, potrebbe essere un modo sensato di impostare la trasposizione live del capolavoro di Otomo (progetto travagliato di cui ho perso le tracce). Al cinema dal 9 maggio.

(4/5)

Ultimo, ma veramente ultimo, 24 Hour Party People, film che m’era sfuggito. Non che sia brutto, ma Winterbottom ripercorre 20 anni di musica inglese attraverso la storia del produttore Tony Wilson, cavalca la New Wave di Manchester, mette in scena Joy Division, Sex Pistols e disco music disco music. E ancora: si droga, si butta sul demenziale e il montypythoniano, parla direttamente allo spettatore, e la città operaia e la cultura e evoca l’epica. A parole. Parla in continuazione di leggenda ma disinnesca tutto, trattando ogni vicenda, stupida o drammatica, con lo stesso tono, un po’ piatto e con un uso meccanico della punteggiatura. E allora il film appassiona poco, ed è un peccato, con tutto quel ben di Dio.

(3/5)

Lorax – Il guardiano della foresta (Chris Renaud, Kyle Balda 2012); incontro con Joshua Hollander

Lorax è il nuovo lungometraggio prodotto dalla Illumination Entertainment, la casa che nel 2010, neonata, si fece subito notare col grande successo di Cattivissimo MeDr Seuss’ The Lorax, non da meno, sta sbancando i botteghini statunitensi, e arriverà sugli schermi italiani l’1 giugno col titolo Lorax – Il guardiano della foresta. Il film di Chris Renaud e Kyle Balda, quindi, era una delle anteprime più prestigiose e pubblicizzate del Future Film Festival, e la sala stracolma ha confermato l’attesa.

Tratto da un libro per bambini del Dr. Seuss, autore semimitologico in patria, come le altre sue opere ha un forte impianto morale e in questo caso spiccatamente ambientalista, molte parti scritte in rima e un nutrito parterre di animaletti buffi. Più di Cattivissimo Me, il film di Renaud ricorda l’altrettanto seussiano Ortone e il Mondo dei Chi, creatura del 2008 della Blue Sky Studios.

Thneedville è una città di plastica, dove ogni elemento naturale è stato sostituito da un surrogato industriale, gli abitanti hanno ormai perso memoria di un periodo migliore e si convincono d’essere felici, protetti da grosse mura che celano loro un esterno apocalittico. A comandare la città è lo spiccatamente berlusconiano O’Hare, letteralmente un venditore d’aria, mentre a sconvolgere la situazione sarà Ted, ragazzino in cerca dell’ultimo albero vero. Il film è coloratissimo, spesso divertente (specialmente quando maltratta le sue bestiole bizzarre: orsetti con gli occhioni, papere grassocce, canterini pesci fuor d’acqua), ha un ritmo (a volte fin troppo) serrato, belle forme e architetture ricciolute che ignorano le leggi della fisica. Lorax mantiene quanto promette, senza osare sostanzialmente nulla dal punto di vista narrativo o da quello dell’originalità della costruzione, è veloce e spettacolare, si avvale del doppiaggio di nomi eccellenti come Danny DeVito e Zac Efron e di un 3D piuttosto aggressivo. A voler rompere qualche scatola, suona sempre un po’ strano quando una major assembla per il mercato un prodotto che in maniera tanto ostentata ed esplicita attacca il sistema consumista e capitalista; attenendosi alla favola, Lorax rimane comunque un discreto passatempo.

(3,5/5)

pixar animation studios logo-post01Riallacciandoci al 3D, questo è stato l’oggetto dell’incontro che ha seguito la proiezione, e ha visto come protagonista Joshua Hollander, direttore del 3D di un’altra grande casa americana d’animazione, la celeberrima Pixar. Hollander, affabile e disponibile, ha trattato l’argomento con un approccio piuttosto tecnico, mostrando e ripercorrendo i passaggi che stanno portando alla riproposizione in 3D del catalogo Pixar.

In particolare, è stata l’occasione per vedere scene ancora inedite del rielaborato Alla Ricerca di Nemo, uno dei titoli più amati della casa californiana, i trailer del nuovo lavoro Brave – Ribelle (in sala dal 5 settembre), e altre piccole chicche.

Hollander chiude ogni suo discorso (e lo sottolinea autoironicamente) rimarcando su tutto l’importanza dellostorytelling, la voglia di raccontare storie sorprendenti e che sviluppino un animo spiccatamente “umano” ed emozionale, al di là della natura più bizzarra, animale o meccanica che i personaggi del racconto possano vestire. Sul versante pratico, Hollander mostra come viene modificato il quadro per una buona resa stereoscopica: modifica nella messa a fuoco o cancellazione di elementi che possono risultare di disturbo, identificazione di punti focali dotati di maggiore nitidezza, manipolazione dello spazio in modo da accentuare il senso di profondità. Tutto molto interessante, per quanto di fronte alle cifre che mostrano la crescita esponenziale, anno dopo anno, della fruizione in 3D, viene da chiedersi in che misura questo non sia anche dovuto alla mancanza di alternative, dal momento che molte visioni sono ormai proposte in sala esclusivamente in stereoscopia. Da un punto di vista più spiccatamente umanistico e cinefilo, poi, è lecito chiedersi quanto valga la pena sottrarre luminosità all’opera, guidare lo sguardo dello spettatore a scapito dei dettagli periferici, modificare un prodotto preesistente in nome di un singolo artificio che ha uno scopo quasi esclusivamente spettacolare, e pure opinabile. Ma questo, per il momento, fingiamo sia un’altra storia.

Pubblicato su BolognaCult

Monster of Nix, Children who Chase, Alois Nebel, Chico & Rita al Future Film

Intensa prima giornata di visioni al Future Film Festival, ospitate dalla Cineteca – Cinema Lumière. IL 28 marzo si è aperto con la prima rassegna di cortometraggi, per il programma FFshort. Dieci opere di sette paesi, per una bella panoramica sullo stato dell’arte. La selezione mostra mondi fantastici plasmati su stili visivi estremamente eterogenei, ognuno fortemente caratterizzato e teso a differenti finalità. Alcune segnalazioni: su tutti The Monster of Nix (Francia 2011), di Rosto. Probabilmente la produzione più impegnativa, il corto d’animazione dell’artista olandese può vantare la partecipazione delle voci di Tom Waits e Terry Gilliam ed è già transitato per Venezia ed altri festival eropei; avrebbe forse meritato maggiore visibilità anche qui al Future Film. La struttura di Nix ricalca quella di un breve lungometraggio, dal momento che l’avventura di Willy, ragazzino impegnato a cercare la causa della devastazione del suo villaggio, traccia una storia compiuta, disseminata da incontri con personaggi fantastici, spesso solo tratteggiati e pronti a uno sviluppo più ampio. Fra reminiscenze burtoniane e musica dai sapori balcanici o klezmer, che si sposano ottimamente col timbro inconfondibile di Waits, quella offerta da The Monster of Nix è un’esperienza cupa e affascinante, una favola sulle favole ricca di idee visive e sonore.

Molto particolare anche The Wonder Hospital (USA 2010) di Beomsik Shimbe Shim: un incubo dall’atmosfera lynciana, denso d’angosce e suggestioni, coi temi portanti dell’autorappresentazione e la chirurgia estetica nella sua declinazione più grottesca. Vivre ensemble en harmonie (Belgio 2011) di Lucie Thocaven è un ironico corto in “tecnica mista”, un bizzarro apologo sulla rabbia e le estreme conseguenze della sua deflagrazione, mentre The Tannery (Regno Unito 2010) di Iain Gardner è un toccante racconto animalista dalle struggenti tinte pastello. Year Zero (Olanda 2011) di Mischa Rozema, infine, è un’opera quasi interamente live. La più disturbante e cruda della rassegna, si presenta come una sorta di videoclip apocalittico, fantascienza horror con sentori del Tetsuo di Tsukamoto, in un susseguirsi di quadri infetti, morbosi, scene di un’inquietante invasione aliena, interna ed esterna agli esseri in scena. Notevole la forza visiva delle immagini e degli effetti speciali, Year Zero è una convincente vetrina delle capacità dei suoi autori.

Con pause di handmade cigarettes (trend diffuso, la crisi diffonde il fai da te) sono tre i lungometraggi visti. Children who chase lost voices from deep below (Giappone 2011) è il nuovo lavoro dell’autore di 5 Centimetri al Secondo, Makoto Shinkai.  La volontà di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio che a molti adepti nello Studio Ghibli. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni. Le visioni fantastiche sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film apprezzabile in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità.

Alois Nebel (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Germania 2011) di Tomàs Lunàk è la trasposizione dell’omonima graphic novel. L’atmosfera noir è assicurata dalla scelta del b/n unita ai contrasti netti dati dal passaggio al rotoscopio. Alois Nebel è controllore in una piccola stazione dei treni nei Sudeti, regione montuosa al confine cecoslovacco, l’anno e il 1989, quello della caduta del muro. Fra allucinazioni del passato, rievocazione di un passaggio storico e costruzione di nuovi affetti, il film di Lunàk procede secco e affilato, tratteggiando pochi personaggi e portando lo spettatore in un mondo colore del piombo, spazzato dalla pioggia e la neve bianca.

chico-e-rita list01Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.

Pubblicato su BolognaCult

Addio Moebius

È morto a 73 anni Jean Giraud, in arte Moebius. Ha collaborato con artisti come Taniguchi e Jodorowsky, e in maniera diretta o indiretta influenzato l’immaginario fantastico di tanto cinema. Le sue fra le visioni più belle, avvolgenti ed elegantemente leggere del secolo scorso. Addio, infinito Moebius.

Oscar per il miglior film, lo stato delle cose

auroraIl prezioso sondaggio qui sotto, a qualche ora dalla premiazione, pennella la maggioranza assoluta dei votanti come un manipolo di utopisti, portati per natura a tifare per il più debole. C’è naturalmente anche il mio voto, in quel 57,69% per The Tree of Life.

Al secondo posto Hugo col 15,38%. Giusto omaggio a Scorsese, uomo a cui è impossibile non voler bene. Esistesse un peluche di Martin Scorsese… no, non lo comprerei, però sarebbe divertente.

11,54% per il terzo posto di The Artist. E questo, che mi sembra un po’ un falso film d’autore, parrebbe anche il favorito per la vittoria finale.

Raggranella qualcosa Midnight in Paris (7,69%), che sul momento non mi entusiasmò, ma che tutto sommato m’ha lasciato un’idea di spontaneità e tenerezza. Sarà che sto diventando sentimentale.

Un minimo colpo di reni (3,85%) lo danno anche Moneyball, per me una piacevole sorpresa, e The Help, un’opera non fastidiosa, ma sul cui ricordo fra qualche settimana costruiranno un parcheggio.

Rimangono al palo Molto Forte, Incredibilmente Vicino, che probabilmente in pochi hanno avuto la possibilità di vedere, Paradiso Amaro, film di un regista di cui sempre meno scorgo la necessità, e War Horse, portandomi a sospettare che la fascia dai 6 ai 13 anni poco frequenti questo sito.

Chi volesse seguire la cerimonia in streaming potrà farlo sul sito ufficiale. Agevolmente, dalle 2.30. Che è anche uno dei motivi per cui gli Oscar, qui, stanno un po’ sul cazzo.

Oscar per il miglior film, il sondaggio

The Artist – L’arte di vincere (Moneyball) – The Help – Hugo Cabret (Hugo) – Midnight in Paris – Molto forte, incredibilmente vicino (Extremely Loud and Incredibly Close) – Paradiso amaro (The Descendants) – The Tree of Life – War Horse