Il Ragazzo più Felice del Mondo (Gianni Gipi Pacinotti 2018)

Pubblicato su BolognaCult

Gipi che mima voluttuosamente le scene più scabrose di La Vita di Adelo, ideale remake del film di Kechiche, davanti a un incredulo Domenico Procacci, è piuttosto esilarante. L’idea che la visione dei primi minuti de Il Ragazzo più Felice del Mondo, proposta a una scolaresca, sia valsa all’autore – come da suo racconto introduttivo – una gran cazziata della maestra e risa sfrenate da parte del giovane pubblico, rende il tutto ancora più divertente. E Gipi invita a vedere il suo quarto film con gli stessi occhi fanciulleschi, senza ricercare sensi reconditi né impantanarsi in automatismi e sovrastrutture. Non so se una visione del genere sia davvero possibile, ma il film sembra effettivamente girato in questo modo, e trasmette una certa divertita immediatezza.

La vita audiovisiva di Gipi (qui regista, attore, sceneggiatore e produttore, più frequentemente uno dei maggiori fumettisti italiani, qualora fosse il caso ricordarlo) ultimamente si esprime e diffonde attraverso i corti – spesso eccellenti – prodotti per Propaganda Live di Diego Bianchi. In questo suo ultimo lungometraggio si ritrova molto di quello spirito, e di quei volti, a cominciare da quello di Gero Arnone, specializzato nell’incarnazione dell’amico drastico, dimesso e aspirante cinico. Ma a sostenere il tutto c’è una storia estesa, una storia vera, e la volontà di raccontarla attraverso una forma documentaristica che fonde eventi e figure reali con l’approccio libero e demenziale alla realizzazione del film stesso. La storia: Gipi ritrova una lettera di un fan quattordicenne risalente agli albori della sua carriera da disegnatore. Assieme agli apprezzamenti, la richiesta di un disegno d’autore. L’ha conservata per anni, ma ha anche scoperto che quella lettera, scritta a mano e personalizzata con minime variazioni, è stata spedita, nel corso dei decenni, più o meno a tutti i fumettisti italiani, sempre firmata da un quattordicenne che nasconde, con evidenza, un adulto collezionista seriale. Parte la ricerca del fan, documentata da una sgangheratissima troupe formata, oltre che dallo stesso Gipi, da un fonico spesso in campo e costantemente malaticcio (Davide Barbafiera), un amico nichilista (Gero), un aiutante estremamente sensibile, precedentemente pagato in visibilità da un call center (Francesco Daniele), un cameraman che in quanto tale esiste ma non si esprime.

Ricostruendo l’indagine reale in tono che potremmo definire ironico, grottesco, o più semplicemente cazzone, l’avventura di Gipi ci porta a conoscere personaggi della sua vita, toccando altre piccole storie personali, a scontrarci contro le difficoltà fatte di liberatorie e protagonisti scarsamente telegenici, una hit immediata come “Sono una Faccia di Merda” e sì, anche qualche ridondanza metafilmica e qualche spunto narrativo leggermente forzato che, rispetto a un clima di generale spontaneità in qualche punto (pochi punti, in verità), spezza un po’ il ritmo.

C’è del morettismo, nel lavoro di Gipi, nel mettersi in primo piano e nel filtrare il mondo attraverso la propria visione e il proprio linguaggio. Nella capacità di far passare un messaggio politico attraverso piccoli dettagli e nevrosi quotidiane. Ma rispetto a Moretti, oltre alle inevitabili differenze di peso, Gipi brilla per fallibilità. Nel raccontare e nel raccontarsi, nei suoi diversi canali espressivi, Gianni Gipi non ha mai evitato di mostrare la propria incazzatura, non ha mai sentito l’esigenza di misurare i toni per apparire strafico e impeccabile. C’è un’immediatezza punk che unisce tutti i suoi lavori e che consente di sentirsi accolti dagli stessi, una preziosa sincerità di pensiero che fa sì che, dopo il “dibattito” seguito alla visione, si possa fare una piacevolmente confusione fra quanto si è visto sullo schermo, e quanto sia stato appena raccontato da lui in persona.

(3,5/5)

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