Fantascienza a basso rendimento: The Cloverfield Paradox e Downsizing

cloverfield paradox slowfilm recensioneC’è questa pratica molto postmoderna, non a caso associata a quell’animale del marketing che è J. J. Abrams, che consiste nel prendere un film non di primo piano, o magari neanche riuscito troppo bene, e dargli visibilità inserendolo nell'”universo Cloverfield”. Si fa tutto più facilmente della maggior parte dei lavoretti di Muciaccia: si azzecca la parola Cloverfield nel titolo e, con abbondante colla vinilica, una scena nel film che confermi la distruzione del mondo da parte di esseri alieni, mostruosi e privi di moventi, come nel primo Cloverfield. Il secondo capitolo 10 Cloverfield Lane, è, per il momento, l’episodio migliore di questa serie (buona atmosfera, ottimi protagonisti, nel complesso un film che ha pure qualcosa da raccontare), mentre questo recente The Cloverfield Paradox (Julius Onah 2018), distribuito da Netflix, è una roba senza senso. C’è gente in orbita alla ricerca di un modo per produrre energia infinita per una Terra ormai spossata, e un piccolo incidente porta all’ingarbugliarsi di realtà alternative e svariati altri effetti collaterali. Paradox si snoda per una serie di scene ingiustificate e ingiustificabili, di stampo soprattutto horror, infarcite da citazioni che vanno da Alien in giù, inseguendo eccentricità letali alla Final Destination e altre bizzarrie alla Twilight Zone, senza avere poi alcuna voglia di renderne conto. Una rassegna di situazioni piuttosto strane, ma neanche così sorprendenti, fini a loro stesse, inframmezzate dalle svampite sdrammatizzazioni di Chris O’Dowd e dal considerevole profilmico di Elizabeth Debicki.

(2,5/5)

downsizing slowfilm recensioneAlexander Payne fa dei film che per qualche motivo mi incuriosiscono, quindi finisco quasi sempre per vederli. Solitamente si tratta di soggetti accattivanti, che però Payne riesce a trattare in modo piuttosto scialbo, come se volesse essere dissacratorio ed elegante allo stesso tempo, e alla fine non riuscisse in nessuna delle due cose. Nonostante questo, Payne riesce spesso a trovare il favore di chi cerca del cinema quasi d’autore, che non sia troppo impegnativo. Downsizing (Alexander Payne 2017), purtroppo, sembra aver lasciato piuttosto indifferenti un po’ tutti. Il tema di un’umanità che si miniaturizza per poter meglio gestire le risorse, non trova una linea convincente. Payne, anche sceneggiatore, sfiora l’aspetto ludico per poi abbandonarlo, sostiene per buona parte del film un tormento privato di cui non frega niente a nessuno, per poi buttarsi sulla critica sociale ed ecologica, spruzzandola di romanticismo rivoluzionario. I diversi aspetti finiscono per inquinarsi fra loro, non riuscendo a restituire nessuna immagine davvero forte o memorabile. Io, almeno, non memoro già quasi più  nulla.

(2,5/5)

Annunci

Minima Immoralia: 12 Anni Schiavo, Nebraska, La Mafia Uccide Solo d’Estate, Captain Harlock, Snowpiercer

12 anni schiavo recensione slowfilmFinché non faccio questa cosa non mi sento tranquillo. Altri sono persi per sempre, per questi sarà ingiustizia sommaria, così è che va. Un nuovo scalpitante episodio della rubrica Poche Parole per Alcuni Film.

12 Anni Schiavo. In giro si dice sia un film Hollywoodiano, reinventato dall’estro autorale di Steve McQueen. Mi sento di concordare con la prima parte dell’affermazione. McQueen ha messo davvero tanto della sua formazione videoartistica in Hunger, era già stanco in Shame e firma con 12 anni una pellicola ampiamente nei ranghi, forte del più Academyco dei mea culpa statunitensi. Mi sento di incomprendere, oltre alla premiazione come miglior film e migliore sceneggiatura non originale, l’Oscar come migliore attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, che starà nel film 10 minuti, di cui 5 passati a essere frustata fuori campo. C’è tutta un’idea di espiazione dei sensi di colpa attraverso il riconoscimento di premi catartici che dall’Oscar non si staccherà mai.
(3/5)

nebrasck slowfilm recensioneNebraska. Leviamoci anche il secondo sassolino dalla proverbiale scarpa. Io ho l’umana sensazione che Alexander Payne sia una brava persona, che fa quello che fa perché ci crede, in buona fede. Però quello che fa sembra sempre una versione annacquata di qualcosa che è stata già fatta meglio. Nebraska mi ha irritato meno di un Sideways, ma resta un manualetto per lo svolgimento del filmino indie. Prima lezione, come togliere il colore faccia fico. Roba agrodolce, con echi di Jarmusch, Straight Story e di qualsiasi road movie di riconsiderazione familiare. Male non fa, bene nemmeno.
(3/5)

La Mafia Uccide solo d’Estate. Qui rischio grosso. Pif mi piace assai, quel maledetto è rimasto praticamente l’unica cosa a giustificare l’esistenza di un canale come Mtv. Nei suoi particolarissimi reportage è spontaneo, intelligente, ironico, simpatico, addirittura poetico. Il suo film non è molto di più, anzi è un po’ di meno. Perde quell’immediatezza che Pierfrancesco Diliberto riesce a trasmettere quando interagisce con persone e situazioni di cui gli preme capire e far capire qualcosa. Per quanto parlare di mafia sia ormai una cosa sostanzialmente di nicchia, per passatisti, dietrologi e amanti del fantasy. Quindi Pif fa comunque bene. Ma forse sa troppo di cosa sta parlando, lima la storia e i contenuti lasciandoli sospesi fra una trasfigurazione artistica ancora non del tutto matura e un racconto diretto della proprie esperienze. Dovrei rivederlo, è passato un secolo.
(3/5)

capitano harlock slowfilm recensioneCaptain Harlock. Ho fatto qualche difficoltà ad entrare nella realtà dell’animazione in CGI, poi, a conti fatti, non è malvagio. Soprattutto perché ha una storia, per quanto contraddittoria, forse confusa, interessante anche perché contraddittoria e forse confusa. Quella sottile, forse inesistente, linea giapponese che distingue il distruttore del mondo dal suo salvatore. In meno di due ore Captain Harlock racconta un mucchio di cose, ha il pregio ormai raro di essere un’opera compiuta, e nel frattempo mette in scena anche una quantità di esplosioni, battaglie navali, fumi e raggi laser. Piuttosto contraddittori e confusi anche questi. Va bene così, stiamo parlando di un pirata spaziale con una benda su un occhio e un’astronave modellata sul più tamarro degli anelli teschio per metallari; che sia lasciato libero di fare il cazzo che gli pare.
(3/5)

snowpiercer slowfilm recensioneSnowpiercer. Lo dico subito, è il migliore del gruppo. L’autore è il Bong Joon-ho di The Host. Che è bravo, riesce a rendere serie le cose buffe e concettuali, come mostri e treni arca che solcano la terra ghiacciata, e intanto inietta una dose di assurdità grottesca che mantiene il tutto digeribile. Non è un film del tutto da applaudire, Snowpiercer, che ha le sue sputtanatezze, però fra le uscite recenti è quello che ha più trovate visive, con richiami a Gilliam e Jeunet – Caro, e si preoccupa di creare un’atmosfera. Per chi riesca a esimersi dall’esercitare la sua arguzie alla ricerca di incongruenze e prevedibilità, rimane un film con una quantità ragguardevole di invenzioni e scene memorabili.
(4/5)

Ci sarebbe anche Miyazaki, ma vorrei spenderci qualche rigo in più. È l’ultimo, che diamine, portate rispetto.