Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone 2017)

gatta cenerentola slowfilm recensioneÈ vero, Gatta Cenerentola non è un “miracolo”, perché è il frutto della preparazione, l’impegno, l’ispirazione di un grande gruppo di lavoro. Ma non si può evitare di rimanere sbalorditi, se in Italia nasce – finalmente – un’animazione matura e moderna, una delle migliori produzioni degli ultimi anni anche in un’ottica internazionale, e il tutto nasce da un giovane studio napoletano al suo secondo lungometraggio.

Il piano su cui Gatta Cenerentola subito stacca la maggior parte dei titoli contemporanee è quello estetico, indicando una competenza tecnica e un focus concettuale che solitamente si sviluppano in periodi molto più lunghi, prima di diventare il patrimonio distintivo di una casa di produzione. L’animazione di Alessandro Rak e dello studio Mad Entertainment individua un design dei personaggi e degli sfondi che non è né americano né giapponese. Le figura spigolose, i movimenti taglienti e le inquadrature fortemente angolate ricordano il bellissimo e visionario Aeon Flux di Peter Chung, ma con una maggiore propensione a fondere le esasperazioni estetiche con la rappresentazione di una realtà significativamente riconoscibile, al contrario di quella di Chung, quasi astratta e priva di riferimenti spaziali e temporali comuni.

Dal racconto secentesco di Giambattista Basile e l’opera musicale degli anni ’70 di Roberto De Simone, Rak assieme a un manipolo di sceneggiatori (fra i quali Corrado Morra, che in una vita lontana ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare) trae un racconto che rispetta le sue ispirazioni e le fonde con una miriade di suggestioni pop (alcune forse fin troppo definite, come quella di Traffic). Il teatro è Napoli, una città immersa in un futuro presente e in un’apocalisse ormai endemica, dove la pioggia di Blade Runner lascia il posto a una precipitazione continua di cenere: tutto è in fiamme, o più probabilmente già bruciato. Come il capolavoro di Ridley Scott, Gatta Cenerentola è fatto di luce, la luce che definisce gli spazi di una gigantesca imbarcazione, squarciata e bloccata nel porto, e i fantasmi che la abitano. Quella dell’enorme nave Megaride, Polo della Scienza e della Memoria, è la storia del suo costruttore Vittorio Basile, di sua figlia Mia, della matrigna Angelica Carannante e delle immancabili sorellastre, di un malavitoso, ‘O Re, che canta le povertà di Napoli e su queste si arricchisce.

Nei corridoi e le cabine della Megaride decaduta la memoria sopravvive nella forma di luminosi ologrammi, che compaiono come fantasmi, presenze accettate dagli abitanti della nave. Come ne L’Invenzione di Morel, le immagini rendono il passato immortale, ma qui, diversamente dal libro di Casares, non acquistano coscienza. Non si tratta, però, di apparizioni casuali, e la stessa nave sembra essere in grado di esprimere quell’opera di regia che permette alle memorie di apparire alle persone giuste, intessendo fra i due mondi una sorta di dialogo e di interdipendenza. Protagonisti rimangono i vivi, non ingabbiati nella nostalgia del passato, che viene invece ad aiutarli, indirizzarli, a fornire il sostegno che consenta di non perdere la speranza.

L’intreccio è estremamente coeso, non ci sono linee narrative parallele o secondarie, e un rilievo che si può fare, rispetto alla moltitudine di personaggi, è che a molti di loro, a partire proprio da Mia, avrebbe fatto bene qualche minuto di caratterizzazione in più. Più che negli snodi narrativi, che anzi trovano un certo fascino anche nel non essere del tutto esplicitati, è ai dettagli che costruiscono i personaggi che si sarebbe potuto dare più spazio. Ma alla base delle soluzioni scelte, con ogni probabilità, ci stanno pure i vincoli di una produzione che di certo non ha risorse economiche illimitate. Questo intreccio, ad ogni modo, riesce a incarnare diversi aspetti e registri, su una struttura unificante fatta di bellissimi commenti e momenti musicali: dal ritorno della voce e la performance teatrale di Ilaria Graziano, già ne L’arte della Felicità, a Guappecartò, Foja, Francesco Di Bella, I Virtuosi di San Martino, la partecipazione di Daniele Sepe ed Enzo Gragnaniello. simposio suinoOgni aspetto è dotato di una propria forza: prendono corpo l’amore drammatico di Angelica, di certo il personaggio più complesso e completo, le esplosioni pulp e ironiche delle sorellastre, i dettagli dolorosi e caotici in chiave futuristica che sostengono una storia antica, una fiaba, come tale radicata nella cultura, le paure, la memoria di un popolo, che di certo non è solo quello napoletano.

Segnalo, in apertura, il bel corto prodotto dalla stessa Mad e realizzato da Francesco Filippini, Simposio Suino in Re Minore. Questo, invece, ha un’anima subito vicina a diverse idee di Miyazaki, da Porco Rosso agli espressivi occhi strabuzzati, dai leggeri ragnetti fuliggine agli edifici che si muovono sulle proprie gambe. Anche qui tutto si distende sulla musica, sul blues, che è già una preziosa scelta identitaria nei lavori dello studio.

(4/5)

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L’Arte della Felicità (Alessandro Rak 2013)

arte della felicita rak recensione slowfilmL’Arte della Felicità è uno dei rarissimi esempi italiani di animazione per un pubblico adulto, animazione di altissimo livello, che probabilmente altrove avrebbe fatto parlare della nascita di una scuola, della scoperta di possibilità espressive largamente ignorate e d’improvviso affiorate già mature. Il film di Alessandro Rak, invece, è passato quasi sotto silenzio, rintracciabile in una manciata di appuntamenti noti agli amanti del cinema, mentre avrebbe le qualità per una diffusione molto più ampia.

Dal Tibet a Napoli, la storia racconta di due fratelli musicisti, dove il maggiore diventa un monaco buddista, e il secondo, sentitosi abbandonato, lascia il piano per il vecchio taxi dello zio. Nel suo abitacolo, diventato per Sergio una casa in perpetuo movimento, un guscio, si succedono diverse figure pronte a raccontare la propria vita, i sogni, la disillusione, e la personale ricerca della felicità.

Nato in uno studio nei quartieri spagnoli e arricchito dal lavoro di musicisti e artisti napoletani, L’Arte della Felicità è un lavoro visivamente stupefacente. In un incrociarsi e fondersi di tecniche la costruzione è quella del film d’autore, fra immagini fisse che osservano lo scorrere del tempo, accessi di luce e voli orizzontali, flashback che raccontano storie attraverso i contorni di foto in bianco e nero e momenti puramente musicali, accompagnati da ricercate descrizioni visive.

Se in Tibet il sole è accecante, a Napoli la pioggia non dà tregua. Punteggiato da frasi, accenti e modi di dire locali, in realtà il testo del film e la costruzione dei suoi personaggi sono molto lontani dai luoghi comuni e i colori conosciuti. Come la città di Blade Runner sempre spazzata dal diluvio, ma con i sacchi dell’immondizia al posto degli ombrelli dai manici luminosi, Napoli è raccontata da una voce da film blues americano, uno speaker apocalittico dal pizzetto e i lineamenti waitsiani, gli occhiali a specchio e i capelli dritti, mentre le parole che affollano il taxi di Sergio ricordano i dialoghi esistenzialisti e sopra le righe di film francesi. L’effetto è a volte straniante, discorsi e monologhi suonano quasi innaturali, specialmente se contestualizzati, ma tutto viene riportato in tono dalla splendida musica che sottolinea il respiro e l’intensità internazionale del film. Il character design ricorda le linee e l’espressività di Satoshi Kon e il Bakshi di American Pop, mentre spunti e citazioni spaziano da Essi Vivono a La 25ª Ora, alla rivisitazione autoriale e mediterranea dei disaster movie hollywoodiani, in un’inventiva e una libertà che oggi può mostrare Ari Folman. La varia bellezza e la frammentazione, pur esplicitando l’ambizione e il coraggio del progetto, sono al servizio di un sentimento unico, malinconico, come malinconici sono la bella musica e il distacco. Come in una pellicola di Capra, tolta la soluzione consolatoria o, nella migliore delle interpretazioni, ottimista, rimane un film che anche nel presente trova soprattutto motivi di tristezza e di smarrimento. Più che della felicità, ci ricorda dell’esistenza dell’arte, da inseguire e da scoprire anche a costo di sacrifici, che appaiono come momenti essenziali del processo creativo. Se in un film come La Grande Bellezza prevale l’amarezza per un tradimento e una resa ormai irrecuperabili, qui davvero sopravvive una scintilla, che viene dal coraggio di realizzare “dal basso” del cinema che ha molto da raccontare e ricercare, da far vedere e far ascoltare.

(4/5)