Lazzaro Felice (Alice Rohrwacher 2018)

lazzaro felice-slowfilm-recensioneLazzaro Felice è stato premiato a Cannes per la sceneggiatura, non mi aspettavo, quindi, che il suo punto debole fosse proprio nella scrittura. Alice Rohrwacher, regista e sceneggiatrice, dirige un film che possiede un certo fascino. Ci porta in una realtà rurale dove i contadini, giovani e anziani, donne e uomini, lavorano ogni giorno fino a riempire completamente le proprie vite. Sembra di guardare un centinaio d’anni indietro, ma presto nel film compaiono elementi di modernità. I mezzadri lavorano al servizio di una marchesa, che si è premurata di isolarli dal resto del mondo e non far loro conoscere l’esistenza del denaro. Lazzaro Felice è, nella prima parte, un bel racconto per immagini e quadri di quotidianità, ha un protagonista (Adriano Tardiolo) piuttosto azzeccato, altri interpreti (a cominciare dalla marchesa Nicoletta Braschi) un po’ meno.

Il film, fino a un certo punto, vive di rughe contadine e belle vedute aeree sui calanchi, rughe argillose che solcano la colline, e riesce a conservare un fragile equilibrio fra visione documentaria e poetica. Bello il modo in cui le panoramiche sul territorio vengono giustificate diegeticamente, ricreando scene puramente visive e riportandole nella narrazione. Lazzaro Felice diventa, poi, una parabola confusa in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’aridità di chi non ha saputo trovare una propria ragione, l’avidità (solo enunciata) del sistema (bancario), passano in maniera didascalica e meccanica. Tutto si riduce a una serie di enunciazioni esplicite e piuttosto elementari, che rendono sostanzialmente sterili le premesse, anche fantastiche, che pure potevano avere delle motivazioni.

(3/5)

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Minima Immoralia: Le Meraviglie (Alice Rohrwacher 2014), Apes Revolution (Matt Reeves 2014), Predestination (Michael e Peter Spierig 2014)

le meraviglie slowfilm recensioneDa Le Meraviglie, Gran Premio della Giuria di Cannes, sinceramente mi aspettavo qualcosa in più. Non che sia un brutto film, ma se si vuole (finalmente) portare attenzione su opere del genere, ce ne sono di più decise, originali e d’impatto. Il film di Alice Rohrwacher ha una certa grazia (e durezza) documentarista, ma col passare dei minuti non riesce a rinunciare a elementi narrativi esplicitamente finzionali, che spingono per esplicitare dei precetti che un film con una grana del genere dovrebbe evitare di imporre in questo modo. Le Meraviglie nasce sospeso e poi si lega a un apparato stanco di critica sociale e simbologie meccaniche. Una splendida unione di realtà e fiction il cinema italiano lo ha toccato con La Bocca del Lupo, un incontro tutt’altro che banale fra natura e cultura con Le Quattro Volte, e, ancora, Minervini racconta con linguaggio documentario conservando un rigore, e quindi una forza, che Le Meraviglie non ha.
(3/5)

apes revolution slowfilm recensioneBene, questa è una categoria residuale dove si ammassano titoli visti un po’ di tempo fa: l’accostamento, quindi, è da doccia scozzese. Non so cosa sia successo alla produzione della nuova serie di Planet of the Apes, tutto sommato non ho trovato il turbamento e l’interesse necessari a farmi fare delle ricerche serie, ma Apes Revolution, a fronte di un primo capitolo convincente, è un sequel imbarazzante. È cambiato tutto: regista, attori, sceneggiatori, protagonisti, a parte il mutante digitale Serkis. Apes Revolution – in originale Dawn of the Planet of the Apes – è un blockbuster inconsistente, a impatto zero (roba non da poco per un film postapocalittico), dai meccanismi banali ed innocui, con alcuni (non pochi) momenti di trash inconsapevole, ma non per questo meno colpevole. Avrei bisogno di cancellare dalla memoria l’immagine di una scimmia che sta in piedi su un cavallo al galoppo, e smitraglia con aria cattiva tenendo un uzi per mano. Il tutto al rallentatore, come fosse una scena de Il Mucchio Selvaggio. Film di prepotente bruttezza, sotto ogni punto di vista.
(2/5)

predestination slowfilm recensionePredestination, degli australiani Spearig Brothers, è il loro film nuovo nuovo, pur sembrando concettualmente precedente al più celebre Daybreakers (2009). Perché Daybreakers è un brutto film, questo piccolo Predestination sembra invece la tesi di laurea, l’esordio fintamente cerebrale che ti consente, poi, di approdare ai brutti film. Si tratta della classica idea da cortometraggio stiracchiata, un marchingegno il cui unico interesse consiste nell’esporre un’unica intuizione, che gli autori abbiano ritenuto molto affascinante. Non ci sono dettagli, digressioni dal focus, né invenzioni di alcun tipo in Predestination. Quasi tutto girato in interni postindustriali e anonimi, l’unica scelta degna di interesse è un lungo dialogo in un bar, probabilmente inserito più per esigenze di minutaggio che per altro, ma abbastanza ben gestito. Brava Sarah Snook, credibilmente androgina, tutto il resto è un giochino che si prende sul serio.
(2,5/5)