American Hustle (David O. Russell 2013). La recensione infinita.

american hustle slowfilm recensioneIn tempi di guerra, quali sono quelli che viviamo, American Hustle è uno sforzo produttivo superiore alla media. Una sceneggiatura scritta, attori – Bale, Cooper, Adams, la già indispensabile Lawrence – fra i migliori in circolazione, un genere, quello di truffe e doppi giochi, che tendenzialmente piace. E soprattutto la voglia di fare un film vero, alla Scorsese, con i personaggi pensati, gli italo americani, una regia solida e accattivante.

Eppure American Hustle non è la cosa memorabile che avrebbe il dovere di essere. Perché la sceneggiatura scritta non è poi una bomba, le scene clou non sono tante, gli attori sono bravi davvero ma non hanno materiale trascendentale, e David O. Russell non osa la commistione di toni tanto quanto aveva fatto con Il Lato Positivo.

Ma in tempi di guerra, quali sono quelli che viviamo, American Hustle [riprendi dall’inizio]

(3,5/5)

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Il Lato Positivo (David O. Russell 2012)

il lato positivo slowfilm recensionePat Bradley Cooper esce dall’ospedale psichiatrico dopo otto mesi; è affetto da disturbo bipolare, ha sviluppato diverse ossessioni e spesso esplode in accessi di violenza. Incontra Tiffany Jennifer Lawrence, che ha di recente perso il marito poliziotto; dalla sua una dipendenza patologica dal sesso e una discreta confidenza con una lunga lista di psicofarmaci.

Il Lato Positivo, specialmente nella prima parte, è un film dai temi puramente drammatici, attenuati da una trattazione vicina alla commedia. E la cosa funziona. L’equilibrio fra le due anime è così ricercato e riuscito da ricostruire un tono che si potrebbe azzardare a definire originale. Certo è una cosa che fanno in tanti, Alexander Payne, recentemente Zemeckis, ma se solitamente si vedono drammi alleggeriti da scene di disimpegno, qui la compresenza dei due toni è costante.

Anche stavolta mi tocca rilevare quanto siano bravi e adeguati gli interpreti, che in questa situazione fanno buona parte del lavoro. Bradley Cooper sempre nervoso, consapevolmente e inevitabilmente teso; Jennifer Lawrence a prima vista troppo giovane, poi riesce ad attirare costantemente a sé gli sguardi, recitando in ogni singolo istante; De Niro padre di Pat convincente come non sempre negli ultimi anni, contenuto e a suo agio con un personaggio ben scritto. Queste impeccabili professionalità si muovono all’interno di uno script – dello stesso Russell su testo di Matthew Quick – attento a disinnescare i cliché della commedia, accennando ai ripetuti meccanismi classici per poi non dal loro seguito, comprimendo tutto dentro i personaggi.

E poco importa se nell’ultima frazione il film si fa più educato e puramente sentimentale. Anzi, meglio così, ché lo sento, siamo tutti un po’ stanchi.

(4/5)

The Fighter (David O. Russell 2010)

the-fighter

Lowell è una città operaia, nei suoi bar c’è una gran folla, si urla, si coglie ogni pretesto per prendersi a pugni e sfasciare cose, ci si conosce tutti. Nella smodatamente ampia famiglia della matrona Alice Ward (Melissa Leo) c'è una quantità di figlie dai capelli ispidi che le fanno da coro greco e due figli maschi, entrambi pugili: Dicky (Bale), prima orgoglio cittadino poi affezionato cliente della crack house locale, e Micky (Wahlberg), fratello minore cresciuto nell’ombra del debordante Dicky e boxer in cerca d’affermazione.
 
La madre, la famiglia e i suoi rapporti di forza interni, di riflesso l’intera Lowell, hanno un tono genuinamente avvilito, il ringhio di un cane battuto. Oltre all'esibita bravura dei due premi Oscar Leo e Bale (che se un po’ di film per cui dimagrire davvero venti chili riuscisse a metterli in fila, invece di intervallarli con i pipistrelli, sicuramente ne guadagnerebbe in salute), risultano estremamente efficaci l’interpretazione e la figura di Whalberg, fragile dentro e fuori dal ring. Tutto ruota attorno a lui, che consente agli incontri di box di raggiungere un notevole pathos, dato dall’incertezza, e permette al resto del mondo di mostrarsi, di spiccare per contrasto manifestando l’irrefrenabile pulsione ad integrarlo. Lowell è un piccolo mondo vittima di qualcosa di invisibile, ed è un'entità aggressiva che attacca per difendersi.
 
La dicotomia e lo scontro fra Dicky e la sua famiglia, Dicky e l’ambiente, si evolvono in una soluzione compromissoria che, piuttosto inaspettatamente, lascia spazio a buona parte della retorica del filone. In questo The Fighter ribadisce una tendenza comune agli altri candidati per il recente Oscar al miglior film, che sembrano voler osare un impianto registico, tematico e narrativo forte, ma nascondono una certa indulgenza e condiscendenza nei confronti delle aspettative del pubblico, che si preoccupano di non sconvolgere o confondere. Seguono questa tendenza Inception, The Social Network e Il Discorso del Re; non Il Cigno Nero, che da questo punto di vista è molto più interessante e “sincero”. 
 
The Fighter rimane, ad ogni modo, un film concreto e coinvolgente, che rende tutto visibile scegliendo di raccontare la sua storia passo dopo passo, senza nascondersi dietro il non detto e sospensioni d’aspirazione autoriale. 

(3,5/5)