L’Inganno (Sofia Coppola 2017), non cascateci

l'inganno coppola slowfilmSe a un film di Sofia Coppola togli l’essere irritante, può capitare che non rimanga più niente. Attorno a un corpo maschile si affollano sette ritratti femminili, appena visibili alla luce delle candele che preservano le ombre del collegio in stile coloniale. Siamo durante la guerra di secessione, dove si sviluppa un intreccio che non sfigurerebbe in un libretto stampato su carta troppo porosa, con una copertina patinata vagamente sordida e dai colori troppo accesi.

L’Inganno prende una manciata di brave attrici e le getta nel tentativo di Coppola di dare spessore alla consueta vacuità del suo cinema. Se in altre occasioni (Lost in Translation, Somewhere) il vuoto era l’assenza su cui far risaltare una malinconica e non del tutto innocua mano di pop, qui l’oleografia e l’austero silenzio ottocentesco riescono solo ad appesantire un’idea che rimane narrativamente priva di dettagli, in un’atmosfera ampiamente pre-vista.

(2,5/5)

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La Versione di Barney – Barney’s Version, il libro di Mordecai Richler (1997) e il film di Richard J. Lewis (2010)

la versione di barneyLa Versione di Barney, Mordecai Richler, 1997, è un libro che non ho letto tutto d’un fiato. Ci ho messo un po’, non sempre brilla per appetibilità, specialmente quando sei su un bus affollato e devi scegliere se dedicare mezz’ora a Richler o buttarti su Facebook e gli auricolari. Ma questo non gli impedisce di essere un gran bel libro. Uno dei più sarcastici, burberi e romantici della mia carriera da lettore, scritto con quella difficilissima spontaneità che hanno i grandi autori, da Bukowski a Carver. Il racconto, autobiografico per Barney Panofsky e, pare, per molti versi anche per Richler, parte con un turbinio di ricordi che, dagli anni ’50, attraversano i decenni, le città, le età, mescolando epoche e affetti per tornare periodicamente all’ormai anziano narratore. Che confonde citazioni, gli sfuggono i nomi di almeno due dei sette nani, s’incazza perché non riesce a ricordare che quella cosa per prendere il brodo si chiama mestolo. Sulla copertina del libro c’è la faccia del Richler giovane, e le migliori battute sprezzanti, i colpi più forti incassati da Barney non senza dolore, mi hanno sempre riportato a quel volto e quell’espressione.

Non posso certo stare a raccontare La Versione di Barney, i suoi tre matrimoni, i tre figli, Toronto e Parigi, gli ebrei e i gentili, gli amici, i sigari e lo smarrimento. C’è un libro scritto per questo, che per buona parte procede saltando liberamente fra le vicende e i tempi differenti, gradualmente si concentra in una storia sempre più definita, mettendo al loro posto tutti i pezzi che precedentemente erano stati offerti quasi alla rinfusa. Un percorso di focalizzazione praticamente contrario a quello del suo narratore, che invece vive lo sfilacciamento progressivo dovuto all’Alzheimer.

Barney Panofsky è un personaggio davvero bello, cui mi sono affezionato molto. Ammira l’arte, una via scelta da quasi tutte le sue amicizie, sempre con delle conseguenze. Ma produce discutibili serial televisivi, che lo hanno reso ricco. È spietatamente sarcastico nei confronti della normalità, ma raggiungerla rimane anche uno dei suoi desideri più profondi. Barney racconta senza autoindulgenza il rapporto anche di sudditanza che ha con l’amico scrittore Boogie, descrive una parabola di vita fatta di incontri e conflitti, quasi sempre ricostruendo le scene, i dialoghi, gli avvenimenti, senza ridurre le cose all’evocazione diretta dell’emozione. Tranne quando parla di Miriam, la mia adorata Miriam,  con cui avrebbe voluto invecchiare. E allora si sente tutta la malinconia del libro, tutto il tempo che, pure confusamente, è passato lasciando migliaia di tracce, tutto il desiderio di ritrovare una persona con cui costruire un rifugio per ripararsi dalla confusione.

la versione di barney filmLa Versione di Barney è un gran bel libro, quello di Richard J. Lewis non è un gran bel film. Neanche orribile, intendiamoci, ma non abbastanza fuori dal comune, e da questo punto di vista un tradimento grave del testo d’origine. Il film, Paul Giamatti protagonista, da una parte compie una scelta anche coraggiosa, ovvero quella di non introdurre una voce narrante. Una scelta anche raffinata, ma che può dirsi riuscita solo quando il film riesce a sviluppare un suo linguaggio alternativo, come nel caso di Villeneuve alle prese con Saramago o di Tarr che traduce Simenon. Lewis, invece, non riesce a costruire un’identità differente, a sostituire la parola scritta, i pensieri, con qualcosa di altrettanto potente, e soprattutto continua a rincorrere le vicende del libro. Ne fanno le spese personaggi appena abbozzati, dov’erano, invece, accuratamente delineati, ne fa le spese la stessa visione del mondo che il libro veicola, qui drasticamente semplificata. Pur non mancando qualche guizzo recitativo, è molto sacrificato anche il protagonista stesso, che spesso evoca velocemente ossessioni e piccoli atti di ribellione – le lettere anonime di Barney sono fra le cose che più ho amato del libro – senza riuscire a riportarle a una descrizione di un modo d’essere. La produzione è italo canadese, il che probabilmente spiega la sostituzione di Parigi con Roma, e sembra non aver voluto avvertire quanto di doloroso e violento ci sia in quelle pagine spesso ironiche, ma piene di paura per tutto quello che si perde nel percorso. Un film che vuole richiamare le tante vicende, ma non cerca un suo metodo, e il cui peccato maggiore è quello di aver provato a ridurre in alcuni cliché cinematografici un’umanissima  storia di ordinaria follia.

La Versione di Barney, libro di Mordecai Richler: 4,5/5

La Versione di Barney, film di Richard J. Lewis: 3/5

Your Name. (Makoto Shinkai 2016) Un ottimo script per un successo meritato

your name slowfilm recensioneNel recente gruppone ho colpevolmente dimenticato di citare Your Name, che, lo dico subito, è un gran bel film. Ha avuto un successo enorme in Giappone ed è stato sporadicamente distribuito anche da noi. Il fatto che il soggetto riguardi lo “scambio di corpi” fra una ragazza e un ragazzo mi vedeva piuttosto scettico, essendo una traccia piuttosto logora e spesso non proprio legata a capolavori del cinema. Invece questo aspetto di Your Name è, appunto, una traccia non secondaria, ma che fa parte di un meccanismo molto più complesso, che tratta anche lo scambio in modo funzionale e originale. Per farla breve, quella del film di Makoto Shinkai è una delle migliori sceneggiature in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e non parlo solo del settore dell’animazione.

Shinkai è l’autore di Oltre le nuvole, il luogo promessoci, distribuito ultimamente anche in Italia, 5 cm per second e Il Viaggio Verso Agartha – Children Who Chase Lost Voices From Deep Below, che hanno cose buone ma non mi avevano particolarmente convinto. Anche Your Name ha un design dei personaggi piuttosto standard e un labiale che non cerca corrispondenze con il parlato, mentre i fondali e tutte le animazioni che non riguardano le figure umane sono efficaci e curati. E, soprattutto, ha uno script che amalgama e valorizza tutte le sue parti, quella fantastica, sentimentale e giovanile. Un successo, questa volta, ampiamente meritato.

(4,5/5)

Twin Peaks 3, fino alla fine

twin peaks 3 fino alla fine

Di Twin Peaks ho già scritto, dopo quella puntata 8 che rimarrà nella storia come La Puntata 8 di Twin Peaks. Qui, a stagione completa, devo solo formalizzare una cosa: Twin Peaks 3 è un capolavoro, per le serie tv, il cinema, la videoarte, l’audiovisivo tutto. Insomma volevo lasciare testimonianza di questo incondizionato entusiasmo.

In 18 puntate da un’ora, ha dato sempre l’impressione di essere esattamente quel che gli autori volevano che fosse. Uno spettacolo denso di una tensione e spesso un orrore così surreale, così diffuso nei tempi e nei dettagli, da rendere ogni scena un’autonoma meraviglia. Una libertà contenutistica ed espressiva sfrenata, che arriva a noi come una superficie affascinante e spesso imprevedibile, sotto la quale si avvertono un impianto teorico e una continuità stilistica rigorosi: anche gli episodi e le visioni più spiazzanti, una volta assorbito il colpo, ci si rende conto che non avrebbero potuto essere in alcun modo differenti. In quest’opera di Lynch ci sono l’ironia (anche nei confronti dello spettatore), la digressione, l’autocitazione, la follia, il perfezionismo, e in ogni momento c’è la necessità. Così, anche se spesso quel che si racconta ha premesse fantastiche o surreali, il rimando è sempre a un frammento di realtà, alla descrizione di un orrore comune e quotidiano.

Dalla giovane tossica, madre del bambino che si avvicina all’auto esplosiva, alla ragazzina zombie che spunta davanti a un Bobby in trance, sono decine le storie che gli autori incrociano senza possibilità di approfondire, sono le schegge di una realtà pienamente significativa che si mostra attraverso i suoi frammenti. Ed è davvero inutile sentirsi traditi per le tante linee narrative incrociate e poi trascorse, com’è assurdo sostenere che la storia avrebbe potuto essere facilmente riassunta in meno tempo (sì, è una critica che ho letto da più parti). Come se il compito del cinema fosse portare sullo schermo un racconto scritto, e non intrecciare i suoi codici e mostrare; come se la proprietà del cinema, quella che gli consente anche di replicare all’infinito la stessa struttura, le stesse storie, non fosse la reinvenzione della narrazione attraverso la variazione di quanto non è racconto.

Lynch condensa nei momenti di sospensione e nei frammenti di storie in cui si inciampa, e da cui poi si corre via, gli aspetti più oscuri e insopprimibili dell’animo umano, gli dà forma attraverso una rappresentazione del fantastico che raramente ha rispecchiato così a pieno una visione artistica, aspetti verso cui esercita un’ironia feroce e ostentatamente ingenua, oppure congela il suo sguardo e ci lascia a contemplarli e a tremare.

Se dovessi segnare il momento più divertente, sceglierei l’impietosa fine dei cattivissimi Tim Roth e Jennifer Jason Leigh per mano di Zawaski. I diverbi automobilistici con Lynch continuano a scatenare le reazioni più feroci, ed è subito chiaro che con uno che ha stampato ZAWASKI sulla portiera dell’auto non ti ci devi mettere.

Se dovessi segnare due momenti strappacuore, sceglierei il ritorno di Rebekah Del Rio con No Stars e la danza di Audrey. Perché, tutto sommato, in questo Twin Peaks l’unica cosa più forte della colpa è la nostalgia.

Torna a trovarci David Lynch, e grazie per tutto li ecsep.

(5/5)

La Foresta dei Sogni – The Sea of Trees (Gus van Sant 2015), Civiltà Perduta The Lost City of Z (James Gray 2016)

la foresta dei sogni slowfilmNon ho trovato recensioni su La Foresta dei Sogni che non fossero al limite, e anche oltre il limite, dell’offesa personale. Specialmente dalla critica ufficiale, dai fischi a Cannes in poi, questo film di Gus Van Sant è stato indicato come qualcosa di deplorevole. Gente abituata a bersi di tutto, ogni tanto trova un’opera, più o meno a caso, che li ferisce mortalmente nella loro sensibilità; ed è per questo che La Foresta dei Sogni merita il premio “Datevi una calmata, avete giustificato crimini decisamente peggiori”.

Quest’ultimo Van Sant è una specie di favola, e come tutte le favole è un concentrato di disgrazie e un percorso di crescita. La scena si divide fra il Massachusetts e una foresta sul monte Fuji, fra Matthew McConaughey che litiga con Naomi Watts e Matthew McConaughey che assieme a Ken Watanabe prova a farsi un’idea della morte. Perduti nella foresta di Aokigahara, meta privilegiata dei suicidi di ogni parte del mondo, due uomini vagano, come si vagava e ci si perdeva in Gerry, ricordano, ricostruiscono, provano a dare un senso al loro dolore. Sulla partitura sonora uniforme e spesso bucolica degli Alt J e di Mason Bates, le vicende si snodano seguendo un percorso sconnesso quanto inevitabile, in bilico fra dramma occidentale e catarsi zen.

The Sea of Trees ha dei momenti forzati, degli automatismi, la maggior parte dei quali si inserisce nella costruzione di una parabola. In questa forma si può anche giustificare – e a volte apprezzare – la semplicità di una scrittura che sia sempre al servizio del messaggio centrale. Gran parte del giudizio su La Foresta dei Sogni dipende da quanto si sia disposti a credere nella sincerità del film, che personalmente mi sembra possa rispecchiare i sentimenti e le paure dell’autore in modo anche più autentico di altri titoli, accolti con molta più benevolenza.

(3,5/5) 

civiltà perduta slowfilmUn cenno a Civiltà Perduta. Non amo particolarmentei precedenti successi di James Gray, ma The Lost City of Z è davvero un bel film. Dalla favola, citata su, si passa a una forma di narrazione altrettanto fondamentale, il poema epico, in particolare all’Odissea. Tratto dallo stesso Gray da un libro di David Grann, il film è concentrato su Percy Fawcett, militare britannico che all’inizio del ‘900 consacra la propria esistenza all’esplorazione dell’Amazzonia e alla scoperta delle popolazioni indigene. Civiltà Perduta è un film solido, come se ne facevano negli anni ’70. Un film affascinato dalle ossessioni dell’essere umano, da come queste nascano da un concentrato di desideri e debolezze, come con il Cimino de I Cancelli del Cielo. E un film che traccia percorsi in cui perdersi, alla ricerca di ciò che ci è sconosciuto e forse incomprensibile, come nel nostos di Coppola.

Un film compatto che prende corpo da una costruzione ellittica, dando spazio, nell’arco di un paio di decenni, ai momenti in cui il protagonista compie le sue scelte, incarnando un punto di attrito fra la sua società e l’idea che anche modelli culturali differenti possano avere dignità. Il percorso, però, è un’esplorazione personale dell’ignoto, che per sopravvivere dimentica quanto già conosce. L’inseguimento di una visione che concepisce come vitale solo l’affermazione individuale e costruisce i rapporti umani, anche i più profondi, come funzionali a una ricerca egoistica.

(4/5)

 

Virgin Mountain – Fúsi (Dagur Kári 2015). Dall’Islanda un piccolo film che ha qualcosa da raccontare e un modo per farlo

virgin mountain fusi slowfilm recensioneDagur Kári è un bravo regista e sceneggiatore islandese. Come spesso accade in Islanda, per ottimizzare, gli tocca fare anche il musicista con gli Slowblow e comporre le proprie colonne sonore, ed è bravo anche lì. L’esordio con Noi Albinoi, segue il totalmente indistribuito Dark Horse, il suo film più strutturato e originale, quindi un Good Heart con Paul Dano. Con Virgin Mountain torna alle sue terre ed è, in un panorama piuttosto standardizzato e ormai laccato, un ritorno al cinema indipendente con un senso, umano ed estetico, un piccolo film che ha qualcosa da raccontare e un modo per farlo.

Fúsi è la solida colonna che regge il film, quarantenne introverso e sovrappeso che vive con la madre possessiva e il suo compagno in un non meglio specificato paesino islandese. Uno di quelli in cui i palazzi, le case, le stanze, sono ridotti a linee essenziali, tanto ci sono la neve e le tempeste a coprire e rendere tutto uniforme. Fúsi non è affatto uno sciocco, ma è una persona completamente priva di malizia. Per il suo aspetto e la sua indole, succede che le persone avvertano la sua mancanza di aggressività e sentano di dover riempire quel vuoto riversandoci la propria. Fúsi, ad ogni modo, incontra persone di ogni tipo, fino a conoscere, casualmente e involontariamente, una donna, Sjofn.

Virgin Mountain prende la forma di un incontro tra due fragilità: anche Sjofn porta un peso, quello della depressione, cui pure corrisponde uno stigma sociale. L’intreccio sentimentale nasce attorno all’esserci, uno per l’altra, consentendo a ognuno di riconoscere il proprio vuoto. Kári – e questo rende il suo film particolare – non sceglie la via semplice e consumata della (con)fusione fra due esseri, completati e salvati dall’esistenza dell’altro, ma riesce a conservare l’individualità dei percorsi, la crescita come un processo che riguarda l’individuo e la propria storia.

Leggere di Virgin Mountain non può rendere l’idea, perché le tematiche dolorose, pure trattate con assoluto rispetto, si esprimono in un lavoro che sa essere sempre lieve (non leggero) e spesso ironico, perfetto nella costruzione di una manciata di personaggi e situazioni, che assecondano un meccanismo che sa semplificare e raccontare gli aspetti più intimi della realtà. Lo fa attraverso una regia fatta di quadri fissi e dettagli, una scrittura e dei dialoghi scarni, un lavoro che ricorda la vicinanza fra il cinema nordico e quello dell’estremo oriente. Un film finalmente silenzioso, sostanzialmente privo di commento musicale fuori campo, che lascia libere da influenze le azioni dei personaggi e l’interpretazione dello spettatore, e carica di intensità gli interventi della musica diegetica. Virgin Mountain, attraverso la sua semplicità, restituisce un quadro essenziale ed umano in cui potersi ritrovare, delle sensazioni a cui è bello ritornare.

(4/5)

Song to Song (Terrence Malick 2017). Il film non c’è, ma si lascia vedere

song to song locandina slowfilmCi sono Ryan Gosling e Michael Fassbender che parlano a bordo piscina, cominciano a dirci qualcosa, ma con un volteggio ci troviamo al tramonto in riva al mare, una voce over comincia a parlare d’altro, anche questa sarà abbandonata. Ci sono Patti Smith o Iggy Pop – l’uomo senza maglietta – che ci raccontano delle loro non banali esistenze, ma dopo una manciata di sillabe una piroetta ci trascina fra grattacieli, o sugli scogli, o nella stanza di una villa. Rooney Mara ha un’anima torbida, non vive bene la cosa, si dà dell’ipocrita senza speranza, una personaccia dipendente dalle emozioni forti, ma riesce giusto ad accennare a un balletto prima che il nostro sguardo, di nuovo, sia portato altrove, con leggerezza, dal vento. È tutto così Song to Song, un film bugiardo, che dice di voler rappresentare qualcosa, invece vola verso un’altra breve sequenza in un luogo ameno, splendidamente fotografato, in piena luce. Quest’ultimo Malick è un film fatto di immagini, che mente sulle immagini che ha intenzione di mostrare. Per qualche motivo che neanche io comprendo, Song to Song non mi ha annoiato, ma è di nuovo un passo indietro rispetto Knight of Cups, che aveva fatto ben sperare. In parte si sovrappone a quello, come tipologia di personaggi – belli, ricchi e in crisi esistenziale -, ma qui non c’è nessun percorso reale, nessuna costruzione concettuale, e anche la ricerca visiva è decisamente meno aggressiva e originale.

Song to Song è una raccolta di immagini e movimenti di macchina, uno di quegli archivi da cui Malick ultimamente ha recuperato molto materiale per i suoi film, per le sue digressioni e cosmogonie, questa volta proposti così come li ha presi, con qualche divo di Hollywood piazzato avanti, che solitamente fa cose sciocche e comunque incomplete. All’inizio, con gli accenni musicali e le folle reali dei concerti, sembra quasi di vedere un documentario, un documentario girato da uno dei più gradi registi del mondo e commentato dalle frasi prese dal diario di una quindicenne. Poi anche questa dimensione narrativa si dissolve, perché ogni azione si rivela estremamente futile e i diversi luoghi si susseguono senza necessità. Ville, giardini, belle donne, begli uomini, una serie di immagini elegantemente e perfettamente definite dalla fotografia di Emmanuel Lubezki, splendente ma educata, non portata all’estremo come in Knight of Cups, dove lo sguardo bruciava. Persino l’ossessione spirituale, onnipresenza controversa negli ultimi titoli, qui è appena abbozzata. Se Song to Song fosse un film unico, per il fascino dei movimenti di macchina e l’impostazione antinarrativa, potrebbe anche essere qualcosa di interessante. Ma inserendosi in una filmografia che queste particolarità espressive le ha già proposte in maniera molto più decisa, Song to Song sembra corrispondere a un periodo in cui la sincerità dell’autore si lega a un tratto di vita e a una riflessione artistica poco interessante. L’impressione, infatti, non è di trovarsi di fronte a un film non riuscito, un fallimento, anzi la sensazione è di assistere a qualcosa di libero e spontaneo, e questo in qualche modo rende la situazione ancora più difficile.

(3/5)

Animali Notturni (Tom Ford 2016). Efficace intreccio di codici per una fredda rappresentazione del dolore

Animali Notturni è un incontro fra il Refn pubblicitario e sintetico di The Neon Demon e la violenza primordiale e polverosa di McCarthy, resa perfettamente dai Coen di Non è un Paese per Vecchi. Tom Ford, che nasce nel mondo della moda, ha una evidente capacità comunicativa, trasferisce il senso stesso del racconto nella sua volontà di metterlo in scena, nell’atto creativo. Motore della storia – molto brevemente – una Amy Adams artista di grido, in crisi col marito rampante, che riceve dal suo ex, Jake Gyllenhaal, la bozza di un nuovo libro, una trasposizione estremamente sofferta della loro separazione.

Anche se è la Adams a essere associata a questo titolo, in realtà è Gyllenhaal, ancora una volta in un doppio ruolo, che fa davvero il film. Nella realtà letteraria che nasce dalla lettura della ex moglie, si ritrova in un lungo viaggio in auto, nella notte texana, assieme alla consorte e la figlia che le pagine gli assegnano. Fermati e predati da tre uomini, sono oggetto della loro follia. Animali Notturni, con peculiare forza ed efficacia, traspone il disgregarsi di una coppia, il dissolversi della loro esistenza comune, nel dolore raccontato attraverso una violenza da incubo. Lo fa intrecciando il linguaggio dei media – il cinema e la scrittura; il cinema, l’arte contemporanea, la vita e la scrittura – in modo che ognuno possa rendere al meglio e completare il senso dell’altro. Il romanzo di Austin Wright, Tony & Susan, da cui lo stesso Ford trae la sceneggiatura per il film, ha sicuramente un ruolo importante nella riuscita del tutto. La raffinatezza dell’intreccio, intelligente ma non eccessivamente cerebrale, è infatti prettamente letteraria. E richiama anche il dramma shakespeariano l’irresolutezza amletica del protagonista, vissuta con inaccettabile senso di colpa e motore di una violenza sconfinata e autodistruttiva.

Sull’intreccio solido quanto soffocante, il regista costruisce delle visioni esteticamente rigorose, fonde con eleganza per niente innocua diversi mondi e tempi. Attraverso le rifrazioni del suo personaggio, la Adams unisce il dolore della vittima e la consapevolezza del carnefice, e li rinchiude nel suo sguardo, frutto di ricordi tremolanti. Asseconda un modo freddo ma non distaccato di mettere in scena il vuoto, la sofferenza, la ricerca forse inutile – ancora egocentrica – del rimpianto. In una pellicola eccellente sotto diversi aspetti, una menzione particolare la merita Michael Shannon, detective indecifrabile e dal volto scavato, capace più di ogni altro di esprimersi attraverso una mimica essenziale, rari suoni e tempi recitativi taglienti, di certo una delle presenza più significative nel cinema presente.

(4/5)