Sicario: Day of the Soldado (Stefano Sollima 2018)

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Sicario era la dimostrazione di come un bel film d’autore, con le sue lentezze e le sue ombre, potesse avere anche la forma di un film d’azione. Soldado è la dimostrazione di come rallentare un brutto film d’azione non sia sufficiente a renderlo un film d’autore.

Taylor Sheridan con questa sceneggiatura completa la sua trilogia di quattro film (aperta a un quinto), prende ancora a caso da Ghost Dog, mentre una Hildur Guðnadóttir prova a scimmiottare anche Jóhann Jóhannsson.

(2/5)

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Il Ritorno di Mary Poppins (Rob Marshall 2018). Film gradevole, ma solo una variazione sul tema

ritorno mary poppins slowfilm recensioneIl Ritorno di Mary Poppins tiene proprio dove era più facile scivolare, cioè sulla nuova Mary Poppins. Emily Blunt riesce a essere assolutamente graziosa, dove Julie Andrews era praticamente perfetta. Richiama il piglio del personaggio originale, senza poterne eguagliare l’autorità, ma impegnandosi con dedizione all’avanspettacolo. La nuova Mary Poppins c’è, balla e canta, ma non è più al centro del film. Mentre gli altri personaggi non sono sbagliati, ma non possono dirsi altrettanto riusciti. Se i bambini assortiti sono diligentemente funzionali, non si può dire che l’acciarino Lin-Manuel Miranda e i neoadulti Michael e Jane Banks, ovvero Ben Whishaw e Emily Mortimer, siano personaggi di gran fascino o particolarmente memorabili. Ma neanche loro sono al centro del film, al centro del film c’è Mary Poppins, il film del 1964.

Dell’originale di Robert Stevenson, Rob Marshall e lo sceneggiatore David Magee, propongono una variazione sul tema, che riporta ogni scena del film di cinquant’anni fa in una versione alternativa, per forza di cose meno riuscita o meno originale. Gli spazzacamino, l’incursione cartoonesca e animalesca nell’Inghilterra d’antan, la visita dal parente stralunato che non distingue il pavimento dal soffitto, sono riproposti meccanicamente, e al centro del film, alla fin fine, c’è soprattutto il suo guardare all’originale. Bisogna anche dire che, pur comprendendo la scelta di realizzare effetti visivi vicini a quelli storici, l’interazione con le animazioni è qui più scollata e posticcia, e in generale la ricostruzione sembra assai più ingenua del suo modello, che dal canto suo aveva un approccio tecnicamente pionieristico ed efficacemente meraviglioso.

L’unica linea narrativa che si sono sentiti di espandere è quella “finanziaria”, legata alla banca dove anche Michael lavora, che qui crea il motivo di fondo – quello di dover salvare casa Banks dal pignoramento – su cui procede tutto il film. Che è quindi sorretto da una spinta all’azione piuttosto prosaica, di cui l’originale aveva fatto a meno, riuscendo a giocare su temi più astratti come quello della crescita, del non dover crescere troppo e della malinconia del distacco. Altro elemento del film di Marshall (di cui purtroppo più scrivo e meno mi convince), è il suo procedere a un ritmo troppo sostenuto. Una tendenza fastidiosa che mi sembra fosse già nel terribile Nine. Ogni scena, ogni costruzione di pathos o espressione sentimentale – che sia gioia, sorpresa, tristezza – corre verso la sua definizione, non c’è studio dei tempi e delle pause, ancora una volta tendendo solo a raggiungere quel che è stato già fatto, senza sentire l’esigenza di costruire qualcosa che funzioni – per bene – in autonomia.

L’ultima cosa, che è doveroso aggiungere, è che difficilmente a un bambino questa Mary Poppins non piacerà. Dal punto di vista pratico, l’operazione Disney di riproporre ai più piccoli le suggestioni già collaudate con i piccoli del secolo scorso, è quasi infallibile, e l’intrattenimento è comunque di un livello discreto. Si può quindi andare a vedere Il Ritorno di Mary Poppins aspettandosi che i giovani spettatori si divertano, ballino e cantino? Sicuramente sì. Si può giudicare un film tralasciando come sia la copia piuttosto svogliata di cinema preesistente? Secondo me no.

(3/5)

Top ten 2018 – i dieci film e le dieci serie migliori dell’anno

buster scruggs slowfilm recensioneLa classifica dei film 2018 non è stata semplice, perché da una parte nessun titolo ha sovrastato gli altri, né è riuscito a entrare nel numero ristretto delle ossessioni cinematografiche; dall’altra sono molti, e di ogni genere, i film di buon livello che sono riuscito a vedere. Insomma, non sapevo chi mettere per primo e alcuni ho dovuto lasciarli fuori dalla lista solo per questioni di spazio. Alla fine il primo posto è andato al film che con più probabilità rivedrò, che nella sua antologica discontinuità ha alcune delle immagini più originali dell’anno, che ha Tom Waits che canticchia nel bosco, e che è firmato dalla coppia di autori che (anche) negli ultimi anni ha regalato moltissimo cinema. I Coen se la sono giocata fino all’ultimo con P. T. Anderson, che invece ha firmato il film più compiuto, impreziosito dall’ultima performance di Daniel Day-Lewis. Hanno vinto i campi lunghi contro gli interni.

  1. La Ballata di Buster Scruggs (Joel ed Ethan Coen)
  2. Il Filo Nascosto (Paul Thomas Anderson)
  3. The Other Side of the Wind (Orson Welles)
  4. The Death of Stalin (Armando Iannucci)
  5. Roma (Alfonso Cuaron)
  6. The Florida Project (Sean Baker)
  7. Cold War (Paweł Pawlikowski)
  8. Dogman (Matteo Garrone)
  9. Chiamami col tuo Nome (Luca Guadagnino)
  10. I, Tonya (Craig Gillespie)

transparent slowfilm serie tvBreve premessa anche per la top 10 serie tv. Una delle cose più belle delle serie tv è abbandonarle, e quest’anno ne ho tritate moltissime, da Sabrina in giù. Senti proprio il Dio del Tempo che ti ringrazia. Altre le ho anche finite, ma devo dire che godono di una fama veramente sproporzionata. D’altra parte, quelle belle sono davvero cose belle. Transparent è stata una scoperta: grande scetticismo all’inizio, minaccia di sfighe continue e psicosi ininterrotte, una volta prese le misure è davvero un bell’affresco, familiare, sociale, storico e psicologico. Secondo cenno per James Acaster, non si tratta propriamente di una serie tv, ma di quattro spettacoli dello stand-up comedian inglese. Fra le svariate offerte Netflix del settore, l’unico che mi abbia fatto molto ridere, una cosa stralunata in un mare di Americani sguaiati.

  1. Transparent (stagioni 1 – 4)
  2. Glow 2
  3. Patrick Melrose
  4. Hilda
  5. James Acaster: Repertoire
  6. Babylon Berlin (stagioni 1 – 2)
  7. La Casa di Carta
  8. Atypical
  9. Il Metodo Kominsky
  10. Altered Carbon

Buon anno nuovo e buone visioni

Cold War (Paweł Pawlikowski 2018), la distanza è un’invincibile forza drammatica

cold war locandina recensione slowfilmUn finale d’anno immerso nella bellezza del bianco e nero, è forse più di quanto potessimo sperare. Cold War, come Roma, è un film personale, interiore, che rispecchia l’autore e la sua idea dell’arte. Paweł Pawlikowski ha origini polacche e una formazione in giro per l’Europa, prima di stabilirsi in Gran Bretagna, approdare al documentario e negli anni zero alla fiction. Torna alla sua terra, così come al viaggio e al cambiamento come forme di radicamento, con una storia d’amore dalla bellezza ricercata, elegante, essenzialmente classica. La storia di Zula e Wictor, intrecciata e sostenuta dalla musica, nasce nella Polonia del 1948 e in quasi vent’anni attraversa Berlino, la Jugoslavia, Parigi.

Pawlikowski sceglie la nitidezza, la perfetta definizione dell’immagine, delle figure dei protagonisti, della scansione dei tempi, dell’amore. La canzone, la trama musicale nella voce di Zula, è prima popolare, istintiva, quindi sempre più raffinata, in qualche modo in conflitto con la sua essenza. Una tensione che regge una messa in scena non fredda, quanto consapevole di dover inserire, in un arco storico complesso, una linea narrativa archetipica nella sua semplicità. Una storia jazz che cresce nell’improvvisazione di due vite, nella confusione da cui riescono a farsi possedere senza dimenticare la loro unione, specialmente negli anni in cui sono distanti.

Il fascino di Cold War è nelle sue ellissi, nei salti di anni che vedono i protagonisti distanti, per ritrovarli assieme, anche sofferenti, ma senza un dubbio né un’incertezza su quale debba essere il loro destino. La vita scorre nei salti temporali per Zula e Wictor, stralci di dialogo lasciano intravedere altre esistenze, ma la storia torna a fuoco, caricandosi di una forza densa di malinconia, solo per celebrare gli attimi in cui sono assieme. Pawlikowski scolpisce ogni scena con estrema cura, cesellando i volti, le musiche, i movimenti, gli sguardi, costruendo fra i protagonisti la distanza insormontabile che è la loro invincibile forza drammatica.

(4/5)

Roma (Alfonso Cuarón 2018), uno sguardo dal respiro letterario che racconta con durezza e gentilezza

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Roma è come un libro, un bel libro. Il film di Cuaron, Leone d’Oro a Venezia, è una delle opere cinematografiche più letterarie che abbia incrociato da molto tempo a questa parte, ed è un aspetto che mi è sembrato caratterizzare, positivamente, ogni suo elemento. Le inquadrature sono curate dall’autore con la stessa passione con cui (ri)costruisce la storia, dando ai suoi ricordi una forma che non sia solo esteticamente affascinante, ma soprattutto personale. Ogni sequenza di Roma prova a racchiudere il mondo che racconta, dall’apertura con le secchiate d’acqua che rendono il pavimento un riflesso accessibile del cielo, e quindi della fuga, al quadro leggermente obliquo dietro la testa della protagonista, quando è stesa sul letto. Dall’insegnante di arti marziali che, stretto in un’assurda tutina, sfida a ricercare l’equilibrio, all’auto di lusso che satura un androne piastrellato e schiaccia una merda di cane, mentre la macchina da presa salta da un dettaglio all’altro, creando respiro dove non c’è aria. I dettagli sono innumerevoli, in ogni quadro possono essere letti come una descrizione trovata su pagina, tradotti in parole accurate, a realizzare l’immagine di un intreccio che forma i tempi, la densità, l’oggetto stesso del racconto.

Primi anni ’70, Roma, quartiere di Città del Messico, è il luogo in cui la cameriera e badante Cleo serve un’ampia famiglia borghese. Cuaron lega insieme ricordi personali, storie individuali e avvenimenti storici che investono la collettività, riuscendo a descrivere il tempo e i sentimenti – spesso la sofferenza – vissuti dai protagonisti del suo film, riportandoli quasi sempre nello sguardo e nella lotta di figure femminili. La condizione di Cleo, donna sfruttata, amata e in cerca di amore, traccia un percorso dove si alternano, e spesso convivono, durezza e gentilezza. Le due forze formano il tono del racconto e rendono ineluttabile la subalternità sociale, così come la certezza che l’esistenza sia fatta di piccole e grandi ingiustizie, sopraffazioni, violenze. Dal dettaglio all’universale, dalla sospensione al dramma, sono diversi i temi che l’autore tocca. Li porta in un flusso puramente cinematografico che rifiuta il commento musicale, ma rifiuta anche il realismo, ricercando coincidenze narrative e immagini stratificate che contengono qualcosa di magico in ogni attimo, accogliendo lo spettatore in un bianco e nero caldo e colorato.

(4,5/5)

Troppa Grazia (Gianni Zanasi 2018), purtroppo il miracolo non arriva

troppa grazia slowfilm recensioneQuel che più mi aveva stupito di Non Pensarci era la scrittura fluida, naturale, assieme divertente e concreta. Nel nuovo film di Gianni Zanasi, Troppa Grazia, purtroppo il miracolo non si ripete, anzi, è proprio nella costruzione dell’intreccio e nella scrittura dei dialoghi che si sente una mancanza incomprensibile. La geometra Alba Rohrwacher, mentre è occupata in torbidi rilievi catastali nelle splendide colline della Tuscia, vede la Madonna. Che comincia a seguirla, a dirle cosa deve fare, convincendola delle sue ragioni e della sua esistenza anche ricorrendo a modi piuttosto rudi. Il canovaccio era promettente, come sempre singolare e convincente Rohrwacher, e potenzialmente interessanti anche i coprotagonisti Elio Germano e Giuseppe Battiston (il primo sprecato, il secondo sprecatissimo). Insomma un cast di tutto rispetto e un’idea intrigante, ai quali non viene però concesso quasi niente.

Se nella prima parte Troppa Grazia sembra cercare una sua strada, riuscendo anche a segnare qualche punto, con lo scorrere dei minuti e delle scene appare dolorosamente evidente come tutti gli spunti vengano trattati di fretta e in maniera superficiale, i dialoghi suonano slegati e la consequenzialità delle azioni risulta assente o arbitraria. La sensazione, in più di un caso, è che in fase di montaggio si siano persi dei raccordi essenziali. Ma, a parte l’intreccio nel suo complesso, sono anche le singole situazioni e interazioni che sembrano costruire le premesse per qualcosa, per poi spegnersi nel modo più prevedibile e svogliato.

A rendere il tutto ancora più strano e doloroso ci sono regia e fotografia che, invece, in molte occasioni appaiono eccellenti. I campi lunghi, i movimenti di macchina, le immagini vivide, i primi piani sulla stralunata protagonista, sono momenti esteticamente riusciti, ma distaccati dal flusso narrativo, tanto che li si potrebbe immaginare in contesti del tutto differenti, indipendenti rispetto a una costruzione purtroppo fuori fuoco.

(2,5/5)

Film di Natale e dove vederli: Qualcuno Salvi il Natale, Mowgli – Il figlio della giungla

qualcuno-salvi-natale-v2-40574Qualcuno Salvi il Natale (Clay Kaytis 2018) è meglio di quanto prometta il suo trailer. Un film familiare, meno stucchevole di tanti, con più ritmo di tanti altri, con Kurt Russell a vestire l’impeccabile completo rosso del testimonial della Coca Cola. Un Babbo Natale, quello di Russell, che ci tiene ad apparire in forma, ha una discreta carica action e un incontenibile senso del ritmo. Più dello stracitato Jena Plissken, ricorda le pose e i movimenti di Elvis Presley, che Russell ha impersonato per Carpenter nel 1979, e richiamato ne La Rapina del 2001 (un film con un sacco di problemi, ma la banda degli Elvis ha innegabilmente un suo perché. A pensarci, ci sono ottime possibilità che Babbo Natale da giovane fosse Elvis). Russell ha anche il pregio di non mangiarsi il film, che al centro mette – com’è giusto – una ragazzina e suo fratello che hanno bisogno di ritrovare la fiducia in loro stessi, nella loro famiglia, nelle possibilità che tutti noi custodiamo come un prezioso tesoro brillante ma fragile come il cristallo che dobbiamo avere il coraggio di curare e condividere accettando anzi nutrendo le nostre differenze e la nostra sensibilità. Ci riusciranno, o finirà tutto in un bagno di sangue? (3,5/5)

mowgli_locandinaMowgli – Il figlio della giungla (Andy Serkis 2018) è il secondo film da regista di Gollum, qui anche nei panni digitali dell’orso Baloo. Di Mowgli si è molto detto quanto sia più cupo e crudo della versione Disney. “Cupo, crudo” sono anche i due aggettivi con cui lo riassume Netflix. Rispetto all’inutile Libro della Giungla di Jon Favreau (uno dei tanti titoli che la Disney ha ricalcato – e sta ricalcando – nel formato live, in trasposizioni così piatte da non poter funzionare in nessun altro senso se non in quello economico), Mowgli è sicuramente più cupo, ma, soprattutto, somiglia a un film. La maggiore drammaticità dei toni e la vicinanza con il testo originale permettono di evitare facilmente il paragone con le precedenti produzioni.

Rohan Chand è il ragazzino reale immerso, come accade nella grande maggioranza dei titoli mainstream, in un mondo virtuale. Il digitale del film, è vero, non è il massimo dell’accuratezza e della coerenza, salti di prospettiva e altre approssimazioni non sono rari. Al tempo stesso, le scelte nella raffigurazione degli animali sono il tratto distintivo del film. Gli animali hanno un’imponenza e  una rozzezza primitive, sono muscolosi, ricoperti di segni e cicatrici, ritorti, sono lo spirito antico della giungla, divinità come i cinghiali e i lupi di Miyazaki, e sono anche feriti, esseri ancestrali che stanno diventando vecchi. Non c’è ricerca di realismo e di umanizzazione, ma di espressività animale, accentuata dal bel lavoro sui suoni che mescola la parola ai versi gutturali e ferini. Così Baloo ha un muso nero e spelacchiato che gli consente di riportare le linee del volto di Serkis, i lupi somigliano a sciacalli, l’elefante è tanto antico da essere ricoperto di muschio, la tigre è la personificazione della rabbia, il serpente misura il tempo contorcendosi in un numero infinito di spire. Chand è un ottimo Mowgli, rispecchia l’ibridazione fra natura e cultura lasciando che le stesse – la giungla e le sua ombre, i colori artificiali della vita del villaggio – conservino un ruolo di primo piano; si mette al centro del racconto riuscendo a evitare che questo diventi solo la storia di un bambino selvaggio, lasciando esprimere le diverse forze e i loro conflitti. (4/5)

La Ballata di Buster Scruggs (Joel ed Ethan Coen 2018)

buster scruggs slowfilm recensioneNon è semplice pesare correttamente l’ultimo film dei Coen. Da una parte La Ballata di Buster Scruggs mantiene esattamente ciò che promette, senza sorprendere o spiazzare, dall’altra ci sono pochi autori a poter mantenere promesse del genere, oltre ai fratellini del Minnesota. Bisogna però anche considerare che negli ultimi 10 anni hanno saputo realizzare dei titoli incredibilmente belli (Non è un Paese per Vecchi, A Serious Man, A Proposito di Davis, Ave, Cesare!), mentre il western antologico Buster Scruggs è solo credibilmente bello. Ed è forse proprio questa forma antologica estremamente definita – con ogni probabilità ereditata dall’idea iniziale di realizzare una vera e propria miniserie – dove si susseguono sei episodi indipendenti, che mi sembra finisca per caratterizzare il film più di quanto meriterebbe. Ave Cesare, e molti altri loro film, vivono anche loro di parti distinte, ma l’idea comune e l’intreccio delle diverse linee consentono di godere di un intreccio complesso, pur conservando la possibilità di alternare toni e personaggi.

Ci sono alcuni episodi, in Buster Scruggs, che diluiti in un discorso più ampio avrebbero forse avuto più fascino, ma, una volta fatta questa lunga premessa, il film è indubbiamente pieno di immagini, storie, atroci suggestioni, e sono molti i momenti che nelle ore e i giorni successivi alla visione continuano a scavare, e anche le storie più piccole continuano a crescere. E una sensazione che riesca a racchiudere tutto viene comunque costruita, e suggellata dall’ultimo movimento. Si può parlare di rivisitazione del western (a conti fatti il genere più frequentato dai due autori), ma dovendo tener conto che da decenni il western è comunque territorio di rivisitazione – nell’origine del cinema c’è inevitabilmente la sua avanguardia -, che sia il luogo per le malinconiche destrutturazioni di Robert Altman, le assurdità di Mel Brooks o le ibridazioni postmoderne di Takashi Miike e Quentin Tarantino.

Buster Sgruggs conserva un legame con il nucleo narrativo del genere, racconta davvero la frontiera, i duelli, la storia di una nazione che cresce nel sangue. Ma si prende anche ampie libertà nell’inseguire storie apparentemente minori, oppure nello spingere fino alla caricatura quelli che – dalla rapina al pistolero infallibile – sono i luoghi più frequentati del western classico. Ogni episodio meriterebbe una trattazione a sé, ma, senza voler nulla anticipare, mi limito a sottolineare la particolarità del terzo atto, con i teatranti itineranti Liam Neeson e Harry Melling, che offre la vista surreale di un palco che è uno scorcio in ogni paese di derelitti in cui si apra il suo piccolo sipario, una nicchia fatta di disperazione narrativa che rimane perfettamente incorniciata dalla realtà. Un racconto che esalta la dimensione più umana e universale del film, introducendo nuove immagini nel genere. Ed è per me impossibile non citare la bellezza di Tom Waits, personaggio solitario che sommessamente canta attraversando i boschi, e alla ricerca d’oro scava a mani nude la terra, vecchia quasi quanto lui.

(4/5)

Anche La Ballata di Buster Scruggs è su Netflix e, al di là di tutto, difficilmente potrà capitarvi fra le mani qualcosa di meglio da vedere.

Pre-visioni: Dumbo, Tim Burton 29 marzo 2019

dumbo burton

Il Dumbo di Tim Burton sarà uguale all’originale Disney, ma con un paio di bambini superflui e un elefantino dalle orecchie varicose, truccato come il Joker di Heath Ledger. Discreta noia per i più grandi e risvegli inquieti per i più piccoli, che per settimane balzeranno nel cuore della notte combinando la paura atavica per i clown con quella nuova per gli elefantini dagli occhi cerulei. Se a qualcuno il film non piacerà, gli si potrà dire che non ha capito che è una parabola sulla diversità.

Il regista di Edward Mani di Forbice sfogherà la sua vena autoriale nella scena di Dumbo strafatto che vede i rosaelefanti, per cui saranno richiamati concetti come lisergico, visionario e viaggio senza freni nel subconscio del giovane pachiderma.

Target: animalisti depressi, bambini ignari e fan del Joker di Heath Ledger

The Other Side of the Wind (Orson Welles 2018), il caos in cui il cinema nasce e muore

the other side of the wind slowfilm recensioneSi potrebbero scrivere tante di quelle cose e metacose, su The Other Side of the Wind, che si farebbe forse prima a non scrivere nulla. A parità di risultato. Segnalo: c’è su Netflix l’ultimo film di Orson Welles. Uno dei suoi incompiuti, cominciato a girare nel 1970, completato nel montaggio in tempi recenti dall’amico, regista, qui anche attore Peter Bogdanovich. Appunto: è un’esperienza meravigliosamente, autenticamente lisergica, come può esserlo solo un film che viene da quegli anni lì. The Other Side è cinema nel cinema, ancora nel cinema, sul cinema, sulla vita nel cinema, sul cinema incompiuto e la vita che aspira a esserlo ma per alcune leggi biologiche non può permettersi tanto, altro. The Other Side è il caos in cui il cinema nasce e muore. Fatto di volti straniti, luci acide e bianco e nero, corpi nudi da utilizzare, voci che si sovrappongono, aggressioni musicali e isolati rumori d’ambiente. Tergicristalli che scandiscono un memorabile amplesso in automobile, l’incontro caleidoscopico fra sogno e incubo. L’ossessione per lo sguardo meccanico ed eterno della macchina da presa, che frammenta storie, persone e vite; uno sguardo già invadente, diffuso e irresistibilmente maligno, che caccia le sue prede senza lasciargli il tempo di mettersi in posa. Il simbolismo esibito della castrazione, la pulsione sessuale che non si esprime se non come sopraffazione e perdita. Il montaggio iperframmentato interno alla scena, che mostra le conseguenze della miriade di punti di vista e di macchine. Le vediamo inseguire e sbranare – fare a brani – il regista Jake Hannaford, sono lo stesso sguardo famelico del regista Jake Hannaford, l’aggressività del suo lavoro, il caos auto-distruttivo del pensiero. Il singolo movimento viene spezzettato in febbrili microinquadrature, impazzite attorno all’azione e all’oggetto. Un’impostazione che non appartiene agli altri lavori di Welles, ma che dovremmo poter assumere come vicina al suo volere per la sostanza stessa del film, per la paternità del girato, per quanto fu montato dallo stesso Welles. Sulla piattaforma si trovano altri due documenti, nella sezione trailer del film “Un montaggio finale per Orson: una storia lunga 40 anni”, raccontata in 40 minuti, e il film documentario Mi Ameranno Quando Sarò Morto, che si spera possano rendere il tutto più intricato.

(4/5)