Twin Peaks 3, dall’inizio all’episodio 8. David Lynch compromette tempo e materia

twin peaks 3Arrivati all’ottava puntata di Twin Peaks 3, il mondo si sta dividendo fra quelli che amavano Lynch perché 25 anni fa ha fatto una serie tv strana, e quelli che amano Lynch per la sua idea destabilizzante e ipnotica del cinema. Arrivati qui, si può appuntare qualcosa. Perché l’ottavo episodio è uno di quelli che segnano lo spettatore e la storia dell’audiovisivo, e Twin Peaks 3, vada come vada, è già un’opera epocale. Ho visto il primo Twin Peaks che era già un po’ vecchiotto, la sua spinta innovativa aveva ampiamente influenzato numerosi altri prodotti e lo stesso Lynch aveva fatto un altro bel pezzo di strada. Adesso sono un po’ vecchiotto io, e la vera serie rivoluzionaria di David Lynch per me è questa: la summa e l’estremizzazione del suo ultimo cinema, in particolare quello sfrenato e spesso sottovalutato di Inland Empire, che incontra i suoi lavori all’esplorazione di altre arti, la pittura, la musica, l’avanguardia videoartistica, la fotografia (post)industriale.

Non voglio riassumere le linee narrative e tantomeno sviscerare l’ottava puntata, provando a darle una forma diversa da quella che mostra: questo Twin Peaks è tutto ciò di cui non si può fare un riassunto. E neanche mi sfiora l’idea di fare congetture sul suo futuro – odio le congetture e questa serie va vista, nel presente, nella sua successione di quadri e nel suo solido substrato concettuale, che in buona parte sostituisce lo scheletro narrativo classico. Si tratta, quindi, di un egoistico ritrovo di parole, che testimonierà come nel 2017 abbia assistito a una piccola rivoluzione.

I primi passi sono immediatamente radicali e folli, mostrano da subito l’intenzione di inserire nella realtà diegetica qualsiasi visione o perversione, naturale o innaturale, si possa essere affacciata alla mente del suo autore. Alcune immagini sono molto forti, abbracciano l’horror cinematografico e quella parte dell’arte contemporanea che dà corpo a creature nate dal dolore e a chimere marchiate dalla diversità. Il tutto immerso nella cura maniacale di regia e fotografia che dà un’identità comune alle parti dal tono e dal soggetto più diversi. Anche i salti di montaggio più spericolati sono perfettamente riusciti, e integrati in una ricerca attenta e aggressiva del sonoro e dell’accompagnamento musicale e nella testimonianza di accurate performance live, altra passione del Lynch di ogni epoca. In queste prime puntate c’è già un crescendo visionario che esplode nel terzo episodio: un inquieto viaggio fra mondi, allarmati volti di donna privi di occhi, personaggi braccati, spazi chiusi, dispersi nel nero, che ne contengono altri, e soprattutto una destrutturazione metodica del tempo dell’azione. La prima preoccupazione di Lynch è proprio quella di compromettere il tempo, metterne in dubbio la sua oggettività, attraverso scene a ritroso, elementi sonori appena percettibili, sottili rasoiate acustiche e visive che provocano microripetizioni, microvariazioni, abitano e stravolgono cornici temporali lineari. Questa totale libertà del racconto contribuisce a creare una tensione costante, mancando spesso alcun indizio sulla scena o l’immagine che seguirà quella che stiamo vedendo. Fra le critiche più strane che si incontrano, fin dalla prima puntata, quelle sulla qualità e l’uso della CGI, ritenuta poco realistica o poco curata. Un po’ come dire che le figure di Picasso non sono verosimili. Si tratta, invece, di uno degli elementi che più contribuisce a dare forma e coerenza, riportando nella serie consolidate ossessioni visive dell’autore. Creature in un digitale d’avanguardia e primitivo, creature che racchiudono nelle loro sembianze incubi del passato e del futuro, sono anomalie materiali, fisiche, che infestano il presente.

Dalla quarta puntata ci si ritrova spesso immersi in una sorta di minimalismo lynchiano, dove non si molla mai la presa. Le inquadrature prolungate di registi riflessivi e descrittivi, come Jim Jarmusch o Tsai Ming-liang, sono contemplative, si concentrano sullo scorrere del tempo e favoriscono la focalizzazione dei dettagli e l’approfondimento dei personaggi. Se Lynch osserva per una lunga frazione temporale un uomo che spazza il pavimento di un bar, la tensione non cala mai: anziché oggettivizzare il tempo, l’incertezza si infiltra in quella scena e in quell’uomo. Si potrebbe fare un elenco delle scene da antologia che si ritrovano in questo blocco, da quelle legate a un Cooper incosciente e svuotato, alle vicende di numerosi personaggi subito descritti come cruciali e poi abbandonati, alle incursioni autoironiche nella soap, con tanto di campi controcampi sempre più ravvicinati, volti rigati dalle lacrime e commento sonoro melodrammatico standard. Ma mi fermo qui. Il ritorno è a Twin Peaks, i richiami sono diretti, e lo sono altrettanto quelli a Dune, Eraserhead, Strade Perdute, Mulholland Drive, Inland Empire, tutto il cinema, e sottolineo cinema, di David Lynch.

Salto alla 8. C’erano il varco spaziale di 2001 Odissea Nello Spazio e la cosmogonia di The Tree of Life (e in qualche modo anche il frattale temporale di Interstellar), ora c’è questa genesi ingestibile, viaggio nell’anomalia, atto di ubris di Twin Peaks 3×08. I richiami sono ovvi, ma non per questo meno significativi. Con Kubrick abbiamo ancora Bowman, il suo sguardo, le luci e le geometrie si riflettono sul suo casco d’astronauta. C’è dovuto arrivare, fin lì, e abbiamo visto come c’è arrivato. Con Malick e Lynch è semplice rapimento, in una visione incorporea, guardiamo quello che è impossibile guardare, e le immagini esistono perché le stiamo guardando, e attraversando. La cesura comincia con l’immersione nel fungo generato dal primo test nucleare, 16 luglio 1945, New Mexico. Interferenze astratte, rumore bianco, esplosioni e nuova materia instabile diventano il nostro elemento, tutto ha il suono di una tagliente frenesia di archi. Si tratta della Trenodia per le vittime di Hiroshima, composizione del 1961 di Penderecki già utilizzata in Shining, comunque la si metta può significare solo follia, e la sua denuncia. Attraverso vari mondi, esseri e frame, assistiamo alla genesi del male, che in una delle tante incarnazioni è Bob – entità sovrumana creata o risvegliata dall’uomo, espulsa da un essere astrale, radioattivo e instabilmente digitale – e della sua contrapposizione, Laura Palmer. Inutile provare a elencare episodi, immagini e luoghi che si avvicendano e compenetrano in questa epica mezz’ora. Personalmente ho trovato di grande impatto la scena del Convenience Store, che compare come una stanza settecentesca alla fine di un viaggio nello spazio; ed è già un’icona pop l’uomo nero con la sua filastrocca via etere; ma, di nuovo, Twin Peaks è quello che non si può dire. Questa cosmogonia lancinante è la rappresentazione di varie forme della corruzione, fino a un salto nel 1956 in cui l’innocenza americana, una ragazzina assopita sul suo letto, accoglie nella bocca un orribile mutante insetto e anfibio, e chiude la puntata con un accennato sorriso.

Il caso più eclatante di avanguardia inserita in un contesto narrativo, trasmessa in tv. Un’esperienza disturbante, mentre la si vede e di nuovo mentre la si sogna, che probabilmente porterà David Lynch all’arresto, per queste cose che ci sta innestando nella testa. La sua è una sperimentazione su un delirio sempre cosciente, in cui mostra di avere il totale e freddo controllo di quel che vuole mostrare, per quanto complesso e stratificato possa essere. Per fortuna si dice pacificato dalla meditazione trascendentale, altrimenti chissà cosa ci avrebbe fatto.

(5/5)

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

The Young Pope, episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2016)

the-young-popeLa caricatura che fa Maurizio Crozza di Paolo Sorrentino e del suo lavoro è sostanzialmente veritiera, addirittura accurata. Che ci sia un cinema, in generale un modo di realizzare l’audiovisivo, meno legato allo svolgimento strutturalista della storia, che ragiona piuttosto per inquadrature lunghe, attraverso un montaggio a volte legato all’estetica e all’attrazione fra immagini più che al racconto, una descrizione di tempi non puramente funzionali alla narrazione, sono elementi che Crozza individua bene, che magari nascono nelle avanguardie per poi integrarsi in un cinema per un pubblico più ampio, così detto d’autore. Lo scarto umoristico sta nell’assumere la costruzione canonica della storia come opportuna normalità, la deviazione come qualcosa di forzato o innaturale. Questa, però, è una condizione che riguarda solo le abitudini del pubblico, non riguarda il valore di un’opera. Questo agile preambolo per dire che The Young Pope è una delle cose più coinvolgenti e originali fatte per il piccolo schermo. Se avete uno schermo grande, anche per il grande schermo.

In un certo modo rivoluzionario per la produzione seriale, che pure da lungo tempo è il luogo dove gli spunti più originali sono promossi verso un pubblico ampio e trasversale, The Young Pope, nelle sue prime due puntate, è un esempio magistrale di scrittura e messa in scena. Una ricerca attenta agli spazi, ai volti e ai gesti, un protagonista che vive di frasi perentorie e radicali contraddizioni celate dietro uno sguardo algido. Sono già da antologia i movimenti vanitosi di Jude Law che teatralmente assicura il candido cappello a falda larga sulla testa, per non lasciarlo portare via dal vento mosso dall’elicottero ecclesiastico. Oppure il modo in cui allarga le braccia, ricercando un clamore da star che venga dal cielo e possa essere riconosciuto dalle oceaniche, e alquanto inquietanti, folle di fedeli. L’idea è quella di raccontare l’incertezza e la fragilità attraverso una figura che vuole ostentare l’esatto opposto. Così di specularità vive questo incipit di The Young Pope, che rappresenta la casualità delle scelte e delle loro enormi conseguenze, lasciando che la chiusura autoritaria e apocalittica della seconda puntata sia l’esatto contrario di quanto, in un sogno, si era intravisto come possibilità all’inizio della prima.

Ma la serie di Sorrentino, acquisiti i possibili richiami – da Habemus Papam, a House of Cards, ai dialoghi attorno a un tavolo del miglior Tarantino – definisce in una notevole densità di dialoghi memorabili, figure che racchiudono realismo, eccentricità e grottesco, ricercate descrizioni visive e sonore, un viluppo di codici che rende la visione un’esperienza originale e ipnotica.

(4,5/5)

Top of the Lake (2013), la miniserie esistenziale – investigativa di Jane Campion

top_of_the_lake_2d_lum_n_742Anche Top of the Lake è una miniserie, sette puntate di investigazione sui generis, con una forte presenza e caratterizzazione dei protagonisti e dell’ambiente, fino alla realizzazione di una stretta interdipendenza fra gli stessi. L’anche iniziale si relaziona, inevitabilmente, a True Detective, e la visione di Top of the Lake è nata dall’esigenza di trovare qualcosa che prolungasse la partecipazione generata dal migliore appuntamento seriale degli ultimi anni. L’ormai (da tempo) accertato salto qualitativo delle serie si accompagna alla perfezione – almeno per quelli che sono i miei gusti – alla breve periodicità e alle stagioni autoconclusive, specialmente quando, come in questi due casi, il progetto è in mano a poche figure chiave. Top of the Lake, prima produzione seriale di Sundance Channel, è in tutto un’opera di Jane Campion, che ha scritto (con Gerard Lee) e diretto (con Garth Davis) ogni episodio. Il risultato è un film lungo, che può permettersi di indugiare sulla costruzione dei luoghi e delle sensazioni, e anche di adottare una certa ricorsività.

A quattro anni dal (fin troppo) romantico Bright Star, la Campion torna per giocare in casa. La cittadina di Laketop in Nuova Zelanda, circondata da laghi, montagne, boschi, spazi vuoti e freddi, e fotografata da Adam Arkapaw (Animal Kingdom e, guarda un po’, True Detective), è subito un luogo avvolgente, inglobante, al tempo stesso inospitale e necessario, e i campi lunghi e desaturati su cui si muovono i personaggi come in stato d’incoscienza, o di rapimento, incarnano l’aspetto più suggestivo di Top of the Lake (e ricordano, in maniera più tagliente e meno panica, gli smarrimenti australiani di Picnic ad Hanging Rock).

Il motore dell’azione è nella sparizione di una ragazzina, Tui, giovanissima futura madre. Ad investigare Robin – Elisabeth Moss (da Mad Man), tornata nel luogo di nascita anche per fare i conti con un passato tutt’altro che risolto, mentre a definire la storia e il suo mondo sono due figure che si fronteggiano a distanza: Peter Mullan nei panni di Matt, incarnazione dell’anima corrotta del paese e padre di Tui, e Holly Hunter come GJ, una donna carismatica e disillusa, a capo di una comunità femminile stabilitasi su un terreno chiamato Paradise, di proprietà di Matt.

In Top of the Lake trovano spazio e si intrecciano molte vite e molti livelli: dalla concreta linea investigativa, a confronto con le ferite che dal passato ancora si perpetuano, ai rapporti familiari e gli orrori che si nascondono, diffusi, all’interno della comunità. Uno degli elementi più interessanti, e suggestivi, che guida dall’alto la visione complessiva, è proprio nel confronto fra uomo e donna, fra i due gruppi guidati rispettivamente da Matt e GJ. Per quanto sia rimarcata la violenza nell’indole maschile e il sostegno reciproco in quella femminile, la Campion regala un certo grado di ambiguità ad entrambi, ed è poi proprio in quello spazio indefinito che s’intravede il contatto fra i due mondi. Per quanto violento e sconsiderato, Matt non è libero da dolori e rimpianti, mentre GJ – personaggio molto affascinante, anche se limitato nella presenza – non manca di stupire le proprie “adepte” proponendo soluzioni radicali, estremamente pragmatiche, concentrandosi costantemente sulle esigenze e la forza del corpo, piuttosto che su astratte cure spirituali. Il corpo, e anche il martirio dello stesso nel caso di Matt, è quanto unisce i personaggi alla natura; è un legame tutt’altro che idilliaco, è un vincolo reale, ineluttabile, che da parte sua ha la forza della certezza e dell’inevitabilità.

In questa dialettica avvolgente e globale si muove Top of the Lake, abbracciando uno stile realista fatto di osservazioni distanti e atmosfere abitate dai soli suoni di quel che esiste, e lasciando spazio a comportamenti a volte slegati dalla plausibilità logica. Come se la pressione del tempo e della realtà non avessero sempre la stessa intensità, a una messa in scena semplicemente descrittiva si preferisce la rappresentazione, anche semplificata ma pervasiva, costante, delle pulsioni umane.

(4/5)

True Detective (Cary Fukunaga, Nic Pizzolatto 2014)

true-detective-posterÈ una cosa bella True Detective, una storia – un fenomeno di massa e nel suo campo epocale – che per due mesi ha affascinato milioni di persone con una alchimia perfetta di sceneggiatura, regia esibita e ambiziosa, luoghi e spazi avvolgenti, e una coppia d’attori, Matthew McConaughey e Woody Harrelson, in quel che si suol definire stato di grazia, pur essendo soprattutto dei dannati, sofferenti. Non mi dilungo in sinossi e (sovra)interpretazioni, che ne è pieno il web, ma mi limito ad appuntare qualche pensiero su una serie di eccezionale qualità, che merita di essere vista e rivista, e una serie io non ho mai avuto davvero voglia di rivederla.

True Detective è una serie antologica, vale a dire che la prima stagione esaurisce quantomeno i ruoli dei protagonisti Rust Cohle e Martin Hart. Otto puntate per un’unica storia: la regia di Cary Fukunaga e la sceneggiatura di Nic Pizzolatto svolgono un grande film, attraverso una costruzione che ricalca i nodi chiave di un lungometraggio, soffermandosi su alcuni passaggi e diluendo le rivelazioni ed evoluzioni emotive, mentre, al contrario di prodotti analoghi, si evita di mettere in scena più volte situazioni similari. True Detective costruisce i personaggi, i rapporti che intercorrono fra loro, fornisce ognuno di un linguaggio, di un’identità, di ossessioni, e per farlo si muove su due linee temporali, una contemporanea e l’altra di diciassette anni precedente, intrecciandole con splendida fluidità, in una eccezionale gestione del montaggio. Rust e Martin raccontano il loro passato e mostrano il loro presente, ricordano quel che sono stati e intanto lo ridefiniscono.

Nell’atmosfera malsana che avvolge l’indagine di uno strano omicidio rituale, tutti abbiamo ricordato il modo in cui Twin Peaks ha rivoluzionato il linguaggio televisivo, nei monologhi nichilisti e freddamente disperati di Rust, tutti abbiamo visto un abisso troppo profondo perché chi lo custodisce ne possa avere piena consapevolezza. Queste impressioni rimangono, e sono anzi la spina dorsale della serie, anche se nell’epilogo prevale una visione più concreta. Altrettanto meravigliosa e reale.

Attraversando un intreccio di indizi, sorvolando sulle paludi della Louisiana e portandoci nelle comunità bayou, definendo il centro esatto della storia con un grandioso pianosequenza in azione che culmina nella cavalcata sonora dei Grinderman, dopo essersi persi in allucinazioni e rimpianti, alla fine, tutto riacquista una dimensione umana. Non c’è dispersione, si scrutano i personaggi all’interno e all’esterno, e ogni immagine ed episodio contribuisce a creare le figure e l’ambiente. Spazi sconfinati soffocanti nella loro desolazione, spazi angusti trasformati in porte d’accesso agli inferi, dall’intrecciarsi morboso di oggetti e resti; ogni cosa è in relazione con le altre e rispecchia il suo opposto, l’interno esprime l’esterno e viceversa. Tutto quanto si vede durante la serie è uno stralcio di realtà e di alcune vite, collegate a eventi che rimangono nella memoria, o nel fuori campo, o in quello che verrà. Non necessariamente quel che non si vede non esiste, né quel che si vede deve trovare un principio e una soluzione. Innovativo, postmoderno nell’esasperare i canoni della narrazione e ricalcare da modelli i ruoli degli attori, True Detective è pienamente riuscito quando iscrive tutto questo nella forma di una conclusione classica, fra Cimino e la murder ballad densa di sangue, polvere e parole stanche, come la bellissima sigla d’apertura.

(4,5/5)

Black Mirror 2 (Charlie Brooker 2013)

black mirror 2 slowfilm recensioneBlack Mirror è una delle serie più singolari e interessanti degli ultimi tempi, come sa chi ha visto la prima stagione. La seconda, iniziata e conclusa in UK a febbraio, conserva la stessa struttura: tre episodi da un’ora – durata perfetta per il tipo di prodotto e scrittura -, indipendenti ma tematicamente accomunati dalla riflessione sul lato oscuro della tecnologia mediatica. Le storie scritte da Charlie Brooker, showman e autore britannico, sono caratterizzate da un approccio più o meno futurista, fantastico o realista, e sempre finalizzate a farci dormire male.

Nello scrivere degli episodi scriverò un po’ di cosa succede negli episodi; è inevitabile, fatevi i vostri conti.

Black Mirror the right back slowfilm recensioneE subito la sorpresa: Be Right Back, per la regia di Owen Harris, è la prima puntata davvero bruttina di Black Mirror.

Della coppia formata da Martha e Ash, il secondo vive in simbiosi con lo smartphone, in perenne connessione col mondo. Ma non è questo il suo problema principale, dal momento che in una manciata di minuti si ritrova deprecabilmente morto. Martha non la prende bene, ma trova in un software sperimentale il sollievo alla mancanza del compagno. L’applicazione in questione raccoglie le tracce lasciate nel web da Ash, e si nutre di ogni altra testimonianza digitale: filmati, foto, mail. Attraverso questa quantità di informazioni riesce a ricreare la persona scomparsa, ricostruendone i ricordi e sostanzialmente anche la personalità.

L’idea di una Creatura di Frankenstein del terzo millennio non è affatto male. Gli automatismi con cui smembriamo e disseminiamo le nostre vite nella rete; il cambiamento dell’oggetto del racconto dalla carne all’identità; le differenze fra testimonianza memoriale ed esistenza, tutte da definire. Purtroppo Be Right Back non approfondisce queste possibilità, al contrario degli altri episodi della serie rimane concentrato sulla singola storia, e sceglie la realizzazione più banale inseguendo la sostituzione anche fisica dell’affetto perduto. Il risultato è molto simile a un episodio minore di Twilight Zone, più concentrato sull’idea e il paradosso, che sulla riflessione. (2,5/5)

black mirror white bear slowfilm recensioneWhite Bear, regia di Carl Tibbetts, fortunatamente è molto più interessante, e nuovamente in linea con lo stile della serie. I riferimenti qui sono tanti, tendenzialmente virati in chiave horror. Dalla coazione a ripetere di Groundhog Day, qui incubo semicosciente, ai giochi sadici e sanguinari di Hunger Games. Senza che mi perda a ricostruire la trama complessa, basti sapere che White Bear mette nuovamente a fuoco il soggetto principale delle speculazioni di Black Mirror: il pubblico. Qui un pubblico ossessivo, morboso e voyeurista, impegnato a inseguire e registrare le sofferenze di vittime designate.

Un continuo gioco di specchi, rivelazioni e rovesciamenti, rende l’episodio efficacemente accusatorio nei confronti della presunta morale spettatoriale. White Bear opera nella definizione e ridefinizione di cosa sia plausibile mostrare, cosa siamo disposti a fare alle persone perché possano offrirci intrattenimento, e quanto lo spettatore sia propenso ad assolversi, non aspettando altro che una scappatoia che legittimi la sua ferocia. (4/5)

black mirror waldo moment slowfilm recensioneThe Waldo Moment, regia di Bryn Higgins, è un episodio su Beppe Grillo. Inquietante, realistico, segue l’ascesa di un pupazzo digitale, un cartone animato raffigurante uno sboccato orso blu di nome Waldo. Comandato in diretta da un attore comico nascosto dietro le quinte, da personaggio di uno show televisivo acquisisce sempre maggiore presa e potere sulle folle. Waldo fa leva sulle insoddisfazioni del pubblico, umilia gli ospiti politici, fomenta generici sentimenti di rivolta, nutrendo con attenzione il culto di sé.

Il tempismo con cui Waldo è andato in onda, il 25 febbraio, una manciata di ore dopo l’apertura delle urne in Italia, rende il tutto particolarmente suggestivo. La scelta di un personaggio umoristico, l’appello agli istinti e le insoddisfazioni della massa portato attraverso i mezzi tecnologici, il rifiuto di contenuti ideologici, avvicinano l’episodio alla nostra realtà più di una generica rievocazione degli elementi di un regime totalitarista – che pure rivisti in un film come L’Onda, ripassato in tv ieri sera, ci mettono in una posizione innegabilmente da manuale -.

Se Black Mirror avesse più seguito in Italia tutti già chiameremmo Grillo Waldo, waldini i suoi seguaci, e mancherebbero circa sei mesi dal dichiarare guerra alla Gran Bretagna. (4/5)

Black Mirror, miniserie cattiva in 3 episodi (2011)

black mirror

Disturbante miniserie britannica ideata da Charlie Brooker (so che non fa più trendy, ma qui lo vediamo esprimere alcune perplessità sull’operato del nostro ex presidente del consiglio), dove lo specchio nero è lo schermo televisivo, o comunque tecnologico, in una metafora non particolarmente ricercata, ma efficace, com’è l’impostazione tematica della serie.

Tre episodi di poco più di un’ora, praticamente tre piccoli film, ognuno con un diverso regista e differenti cast, i primi due scritti da Brooker. La linea comune è nella rappresentazione  della simbiosi fra uomo e tecnologia, messa in scena per raccontare radicate debolezze umane.

The National Anthem (diretto da Otto Bathurst) dei tre è quello più ancorato al nostro tempo. In un Paese molto simile alla Gran Bretagna una principessina viene rapita, e la richiesta in cambio della sua vita è che il Primo Ministro abbia un rapporto sessuale con una scrofa, in mondovisione. Per un certo verso diabolico, è l’episodio che presenta il meccanismo più pensato e originale. È, però, anche quello che tira più la corda della verosimiglianza interna, e per dar forza al suo soggetto si lascia andare a un epilogo potente nel significato, ma pretestuoso nel piegare al suo servizio un impianto fin lì realistico. Volendo individuare i peccati capitali dell’era tecnologica, quelli di The National Anthem sono: morbosità, massificazione, voyeurismo.

15 Million Merits (diretto da Euros Lyn, scritto da Brooker e Kanaq Huq) ci porta in una realtà alternativa, o futura, o distopica che pensar si voglia. Qui l’impostazione è iperbolica: buona parte dell’umanità vive sottoterra, in costante esposizione a programmi televisivi, trasmessi sugli schermi che hanno sostituito ogni elemento architettonico. Tutti devono pedalare per produrre energia, e guardare i programmi tv prodotti dal loro lavoro. A comandare la telecrazia una trinità di giudici (a spiccare un viscidissimo Rupert Everett nei panni di Judge Hope), che attraverso un talent show decide chi portare dall’altra parte dello schermo. L’idea sarà forse meno raffinata, ma la realizzazione è ottima: opprimente e deprimente, visivamente e acusticamente marcia, curatissima la scrittura, e un epilogo anche più devastante di quanto si possa prevedere. Al contrario di un filmaccio come In Time, 15 Million Merits mette spietatamente in scena un’umanità corrotta e deformata dal mondo che ha creato e accettato. I peccati: conformismo, superbia e, soprattutto, vanità.

The Entire History of You (diretto da Brian Welsh, scritto da Jesse Armstrong) è l’episodio più debole, sia dal punto di vista della realizzazione che da quello concettuale. Ma non è certo da buttare via. Altra distopia, mondo parallelo (siam sempre lì, specchio nero), o bla bla. La memoria umana è integrata da una artificiale, tutti hanno un hard disk impiantato nel cervello e collegato al nervo ottico, che registra ogni fatto o esperienza. In questo genere di cose mi fanno sempre incazzare gli spot diegetici che recitano “compra il Grain, così ricordi tutto e non dimentichi più niente”. Ce l’hanno già tutti, lo sanno cos’è. Come se oggi facessero le pubblicità “compra un’auto, si fa prima che a piedi”. Vabbe’, veniale. Insomma, tutti registrano tutto, possono rivederlo quando vogliono e ciò comporta da una parte preferire al presente l’accesso a pochi ricordi selezionati, dall’altra avere una documentazione incorruttibile di ogni cosa s’è vista o sentita. E per un puntacazzi qual è il protagonista, questa è un’arma devastante. Nonostante le molte ripetizioni e una storia decisamente più lineare e prevedibile rispetto ai due episodi precedenti, anche The Entire History of You ha le carte in regola per disturbare e lasciare qualche piccolo tarlo, oltre ad ambientazioni freddamente suggestive ed efficaci. I peccati: gelosia, ossessione per il controllo e una punta d’accidia.

Una trilogia riuscita e consigliata. Accostato non senza ragioni alla storica serie Ai Confini della Realtà, Black Mirror m’ha fatto dormire male tre volte su tre.

(4/5)

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