Your Name. (Makoto Shinkai 2016) Un ottimo script per un successo meritato

your name slowfilm recensioneNel recente gruppone ho colpevolmente dimenticato di citare Your Name, che, lo dico subito, è un gran bel film. Ha avuto un successo enorme in Giappone ed è stato sporadicamente distribuito anche da noi. Il fatto che il soggetto riguardi lo “scambio di corpi” fra una ragazza e un ragazzo mi vedeva piuttosto scettico, essendo una traccia piuttosto logora e spesso non proprio legata a capolavori del cinema. Invece questo aspetto di Your Name è, appunto, una traccia non secondaria, ma che fa parte di un meccanismo molto più complesso, che tratta anche lo scambio in modo funzionale e originale. Per farla breve, quella del film di Makoto Shinkai è una delle migliori sceneggiature in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e non parlo solo del settore dell’animazione.

Shinkai è l’autore di Oltre le nuvole, il luogo promessoci, distribuito ultimamente anche in Italia, 5 cm per second e Il Viaggio Verso Agartha – Children Who Chase Lost Voices From Deep Below, che hanno cose buone ma non mi avevano particolarmente convinto. Anche Your Name ha un design dei personaggi piuttosto standard e un labiale che non cerca corrispondenze con il parlato, mentre i fondali e tutte le animazioni che non riguardano le figure umane sono efficaci e curati. E, soprattutto, ha uno script che amalgama e valorizza tutte le sue parti, quella fantastica, sentimentale e giovanile. Un successo, questa volta, ampiamente meritato.

(4,5/5)

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Monster of Nix, Children who Chase, Alois Nebel, Chico & Rita al Future Film

Intensa prima giornata di visioni al Future Film Festival, ospitate dalla Cineteca – Cinema Lumière. IL 28 marzo si è aperto con la prima rassegna di cortometraggi, per il programma FFshort. Dieci opere di sette paesi, per una bella panoramica sullo stato dell’arte. La selezione mostra mondi fantastici plasmati su stili visivi estremamente eterogenei, ognuno fortemente caratterizzato e teso a differenti finalità. Alcune segnalazioni: su tutti The Monster of Nix (Francia 2011), di Rosto. Probabilmente la produzione più impegnativa, il corto d’animazione dell’artista olandese può vantare la partecipazione delle voci di Tom Waits e Terry Gilliam ed è già transitato per Venezia ed altri festival eropei; avrebbe forse meritato maggiore visibilità anche qui al Future Film. La struttura di Nix ricalca quella di un breve lungometraggio, dal momento che l’avventura di Willy, ragazzino impegnato a cercare la causa della devastazione del suo villaggio, traccia una storia compiuta, disseminata da incontri con personaggi fantastici, spesso solo tratteggiati e pronti a uno sviluppo più ampio. Fra reminiscenze burtoniane e musica dai sapori balcanici o klezmer, che si sposano ottimamente col timbro inconfondibile di Waits, quella offerta da The Monster of Nix è un’esperienza cupa e affascinante, una favola sulle favole ricca di idee visive e sonore.

Molto particolare anche The Wonder Hospital (USA 2010) di Beomsik Shimbe Shim: un incubo dall’atmosfera lynciana, denso d’angosce e suggestioni, coi temi portanti dell’autorappresentazione e la chirurgia estetica nella sua declinazione più grottesca. Vivre ensemble en harmonie (Belgio 2011) di Lucie Thocaven è un ironico corto in “tecnica mista”, un bizzarro apologo sulla rabbia e le estreme conseguenze della sua deflagrazione, mentre The Tannery (Regno Unito 2010) di Iain Gardner è un toccante racconto animalista dalle struggenti tinte pastello. Year Zero (Olanda 2011) di Mischa Rozema, infine, è un’opera quasi interamente live. La più disturbante e cruda della rassegna, si presenta come una sorta di videoclip apocalittico, fantascienza horror con sentori del Tetsuo di Tsukamoto, in un susseguirsi di quadri infetti, morbosi, scene di un’inquietante invasione aliena, interna ed esterna agli esseri in scena. Notevole la forza visiva delle immagini e degli effetti speciali, Year Zero è una convincente vetrina delle capacità dei suoi autori.

Con pause di handmade cigarettes (trend diffuso, la crisi diffonde il fai da te) sono tre i lungometraggi visti. Children who chase lost voices from deep below (Giappone 2011) è il nuovo lavoro dell’autore di 5 Centimetri al Secondo, Makoto Shinkai.  La volontà di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio che a molti adepti nello Studio Ghibli. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni. Le visioni fantastiche sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film apprezzabile in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità.

Alois Nebel (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Germania 2011) di Tomàs Lunàk è la trasposizione dell’omonima graphic novel. L’atmosfera noir è assicurata dalla scelta del b/n unita ai contrasti netti dati dal passaggio al rotoscopio. Alois Nebel è controllore in una piccola stazione dei treni nei Sudeti, regione montuosa al confine cecoslovacco, l’anno e il 1989, quello della caduta del muro. Fra allucinazioni del passato, rievocazione di un passaggio storico e costruzione di nuovi affetti, il film di Lunàk procede secco e affilato, tratteggiando pochi personaggi e portando lo spettatore in un mondo colore del piombo, spazzato dalla pioggia e la neve bianca.

chico-e-rita list01Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.

Pubblicato su BolognaCult

Children who chase lost voices from deep below – Hoshi o Ou Kodomo (Makoto Shinkai 2011)

Makoto Shinkai è l’autore di 5 Centimetri al Secondo, animazione sentimentalissima che nel 2007 ebbe totale approvazione da parte dei cultori del settore, e che a me convinse assai poco. Children who Chase, uscito a maggio in Giappone e già in bluray in molta parte dell’occidente, è un lavoro più vario e interessante. La volontà del giovane Makoto di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio degli adepti nello Studio Ghibli.

Nell’iconico villaggio nipponico immerso nel verde incontriamo la ragazzina Asuma, che ci condurrà in un fantastico mondo sotterraneo chiamato Agartha, qualcosa fra l’Ade e un luogo edenico. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni.

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Le visioni fantastiche di Children sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film che arriva in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità. Se interessa il genere, dunque, avrete probabilmente voglia di vedere Children who chase lost voices from deep below.

(3,5/5)