Logan Lucky – La truffa dei Logan (Steven Soderbergh 2017)

la truffa dei logan slowfilm recensioneArriva anche da noi Logan Lucky, con il titolo La Truffa dei Logan, mentre Soderbergh ha già sgravato un altro film, Unsane, un thriller girato con gli smartphone (non so perché, ma non mi parte il wow), e prodotto Ocean’s 8. Tutta questa iperattività può darci qualche indizio, sul perché Logan Lucky sia un film scritto col culo. Pardon, un film scritto senza grandissima cura. Si propone, e ci tiene anche a esplicitarlo nel film, come l’Ocean’s 11 in salsa redneck e contorno repubblicano. Fin qui, tutto bene, come promettente è il cast, da Adam Driver a un ironico Daniel Craig, e anche il trailer, che propone ritmo e spasso.

Quel che non si capisce è perché fare un film su una rapina (heist movie, dicono i barbari), uno di quello con i tunnel e i piani ingegnosi, e poi trattare il piano stesso con confusione e approssimazione. Vengo dalla visione de La Casa di Carta, e il confronto non regge. Non si tratta di verosimiglianza, anche la serie spagnola di forzature ne ha parecchie, ma del saper dare a ogni passaggio un’idea di necessità e incertezza, saper avviare un meccanismo che integri sorprese e imprevisti all’interno di una reazione a catena. Nel film di Soderbergh questo non c’è. Ogni tanto succede qualcosa, ogni tanto compare qualcuno, sono parti slegate da ricollegare, parzialmente, a cose fatte, ma senza che si abbia l’impressione di un disegno di cui svelare la riuscita. A funzionare meglio sono le singole caratterizzazioni, qualche dialogo (in particolare la tirata sull’indolenza di George R. R. Martin), qualche scena vicina ai Coen e ai loro idioti alle prese con piani sgangherati. La struttura, però, non è quella: ci si trova invece di fronte a un piano inspiegabilmente raffinato (davvero, perché il protagonista dovrebbe essere in grado di elaborare una cosa del genere?), che si basa sul provvidenziale realizzarsi di una quantità di coincidenze.

(3/5)

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Effetti Collaterali (Steven Soderbergh 2013)

effetti collaterali recensione slowfilmPillole levigate, perfette, tecnologiche, pillole da Rumore Bianco; professionisti della psiche e della medicina altrettanto evoluti, inutili, taglienti; studi professionali, facciate di palazzi dalle superfici riflettenti, che provano a nascondere segreti e si dissolvono con gli sguardi, inventano bugie.

Effetti Collaterali è uno dei trick di Soderbergh, un meccanismo che procede fluido come un domino, lineare e piacevole, eppure non innocuo. Un buon film, un gioco delle parti ben recitato che non si vergogna di essere comprensibile, con ricordi degli inganni borghesi di L’uomo nell’Ombra e Carnage.

(4/5)

Che. L’argentino (Steven Soderbergh 2008)

Come hanno notato tutti, ed è certamente vero, Benicio del Toro è assolutamente azzeccato nella parte di Jim Morrison. Per il resto, la rockstar della rivoluzione difficilmente troverà nuova forza in questo film di Soderbergh. L’impressione è che al regista, di tutta questa storia d’asma e Cubani, non interessi poi molto. Vuole essere distaccato, ma non vuole fare un documentario, vuole cercare le inquadrature, ma non vuole si dica che ha fatto delle belle foto, vuole mostrare la guerra, ma senza spettacolarizzarla. Il risultato somiglia a quelle docu-fiction che passano a Quark per raccontare Attila l’Unno o la regina Elisabetta, ma senza Angela che faccia da raccordo fra una scena e l’altra. Anche qui ci sono degli intermezzi, contrassegnati dall’effetto (piuttosto superfluo) bianco e nero, ma più che altro servono a fare brevi proclami, giusti quanto generici, contro l’imperialismo americano ed il capitalismo mondiale. Che. L’argentino non è un brutto film, ma è sorprendente, visto il soggetto, come possa essere al contempo poco coinvolgente e poco informativo. Oltre ad essere un film di una durata ragguardevole per raccontare solo una parte della storia: la rivoluzione cubana adesso, e fra dieci giorni in Bolivia. Pare, comunque, che pur essendo la divisione in due parti successiva al completamento dell’opera, gli episodi siano contenutisticamente e stilisticamente diversi. Ci siamo visti i campi lunghi e le educate steadycam,  ci aspettano primi piani e macchina a mano.

(3/5)

Solaris (Steven Soderbergh 2002)

Questo Solaris non è poi così uno schifo come lo si dipinse. Soderbergh compie un’operazione tutto sommato coraggiosa, essendo il suo film rivolto al grande pubblico, e non alla minoranza appassionata a cui si riferiva Tarkovskij. Non ho ancora letto il libro di Lem, quindi non so quanto il Solaris del 2002 sia una trasposizione di quelle pagine o un remake del capolavoro del 1971. Quel che so è che Stanislaw Lem rimase deluso dall’opera di Tarkovskij e quella di Soderbergh lo portò alla depressione; magari ci tornerò a libro finito e a Tarkovskij rivisto.

Soderbergh mantiene l’impianto speculativo ed i tempi lenti dell’originale, scegliendo di rimanere effettivamente distante dai ritmi spettacolari hollywoodiani. Quel che fa per andare incontro al suo pubblico è ridurre la durata alla metà (98 minuti vs 165, anche se sospetto che Steven abbia visto la versione da 115, dove manca tutta la prima parte, bellissima, sulla Terra), infilarci un paio di volte George Clooney col culo da fuori e rendere centrale la storia d’amore, con numerosi flashback sul Pianeta azzurro.

Come inevitabile citazione dell’originale, piove ovunque sia possibile, e la pioggia perde il suo significato diventando, appunto, puro omaggio. Per il resto Soderbergh si lascia andare ad una composizione di diversi stili estetici che prevedano la contemplazione sci-filosofic. Nelle scene sulla Terra ricorda gli ambienti e le luci di Codice 46, fanta-lounge mutuata da Blade Runner che si spinge ad ipotizzare i cataloghi Ikea del 2029. Con le navicelle fluttuanti nello spazio e nelle inquadrature delle parti più tecnologiche delle stesse,  geometrie ed aspirazioni sono Kubrickiane, mentre negli interni con sedie e tavolini molto poco spaziali, dove si svolgono lunghe discussioni, si torna a Tarkovskij.

Il soggetto del film, pur accentuando il lato mistico, conserva il suo fascino, e si industria a ricercare un  paio di colpi di scena più dinamici.

Al momento questo, il resto quando avrò completato il quadro.

(3/5)

In Bruges (Martin McDonagh 2008), Bubble (Steven Soderbergh 2005)

In Bruges è un film strano, di quelli che dentro hanno le sorprese. Fatto di varie idee che seguono diversi registri, riesce comunque a non essere frammentario o discontinuo. Storia di due killer londinesi in esilio a Bruges cittadina del Belgio che sembra un paese delle fiabe, da questa definizione prende tanto l’oleografia quanto il gotico. A momenti si ha il timore dell’ennesima coppia di assassini dai discorsi bizzarri che tanto mettono in luce la bravura dello sceneggiatore. C’è anche questo, ma c’è anche del politicamente scorretto realmente tale, spiazzante e non compiaciuto, ci sono bravi attori (persino Colin Farrell se la cava) e una buona costruzione del film che tiene più che svegli nonostante l’effettiva scarsità delle scene d’azione.

E Bubble è un film altrettanto trasversale. Dimostra come si possa girare un’opera rigorosa senza tendere la corda dei silenzi e delle inquadrature fisse. Un dramma documentaristico che fonde la costruzione della storia, propria della finzione, con l’emblematica realtà della descrizione sociale. Il tutto ambientato in una fabbrica di bambole dell’Ohio, dove la catena di montaggio sforna teste calve e piedini di gomma; dove gli esseri umani sembrano accettare il loro stato senza condizioni, anch’essi creati per un solo scopo, inconsapevoli e disinteressati alle alternative. Un mondo autosufficiente ed autoevidente, fatto di container e baracche in lamiera, dove i riflessi e le reazioni umane sono optional non previsti. 

In Bruges: 3/5

Bubble: 3,5/5