Chiamami col Tuo Nome; Lady Bird; Borg McEnroe; I, Tonya; Voyage of Time

chiamami col tuo nome slowfilm recensione

– Cose di crescita e sentimenti

Questo approssimativo viaggio nelle visioni recenti si apre con Chiamami col tuo Nome – Call me by your Name (Luca Guadagnino 2017), arrivato finalmente anche alle sale italiane e candidato a quattro statuette dell’Academy, fra cui miglior film e, per Timothée Chalamet, migliore attore protagonista. Il film nasce da una sceneggiatura non originale di James Ivory (anche questa in gara), adattamento del romanzo omonimo di André Aciman. Nell’estate del 1983, da qualche parte nel nord Italia, Guadagnino tesse l’incontro fra il diciassettenne Elio e il ventiquattrenne Oliver, studente e ospite del padre di Elio nella sua assolata villa secentesca. Con ricordi di Bertolucci e Visconti, e l’eleganza dello stesso Ivory (e, qui come in A Bigger Splash, una tensione che ho associato al Mankiewicz di All’Improvviso l’Estate Scorsa), Guadagnino costruisce un racconto sentimentale che unisce attrazione fisica e intellettuale, mostra la scoperta di sé e dell’altro ricercando rapporti e sentimenti che, con differente registro, sembrano ispirarsi ai lavori del taiwanese Tsai Ming-liang (in particolare I don’t want to sleep alone e Vive l’amour, oggetto di una citazione diretta in chiusura). Io preferisco di certo lo sguardo silenzioso di Tsai a quello romantico e un po’ vezzoso di Guadagnino, ma questo fa parte di disposizioni soggettive. Quel che è evidente, fin dalle prime scene, è la capacità di raccontare una storia con calore, con uno sguardo artistico e partecipativo. Mi sono ritrovato a pensare che, tutto sommato, in pochi sanno farlo come gli autori del cinema italiano, che quando funziona mostra un’intimità che altre scuole hanno sacrificato a favore di meccanismi forse più spettacolari e coinvolgenti, ma a lungo andare più comuni. Quello di Guadagnino è un cinema che trova la sua modernità in un’intensità classica, la sua è una voce originale, che si sta affermando come una delle più rappresentative.

lady bird slowfilm recensione

Lady Bird (Greta Gerwig 2017) è appunto uno di quei film, anche gradevoli, che ricalcano un linguaggio molto diffuso, quello del cinema indie americano. L’opera prima da regista di Gerwig è assolutamente riuscita, come un buon film dell’amico Baumbach (Frances Ha, forse il suo migliore, ha proprio lei come protagonista e cosceneggiatrice). Riesce a non naufragare nelle parole o in altre tentazioni come le troppe musichette, il volersi mettere troppo in mostra, l’idea di aver rivoluzionato la settima arte con qualche trovata più o meno sopra le righe: tutti vizi di cui questo cinema è pieno. Con pesi diversi all’interno della storia, Lady Bird condivide con il film di Guadagnino, oltre a Timothée Chalamet, anche la scoperta della sessualità e del rapporto che intrattiene con i sentimenti, il ruolo fondamentale della comprensione e dell’amicizia nel restituire semplicità a qualcosa che, sotto pressione, rischia di diventare complessa. Molto brava Saoirse Ronan, che già brillava nel mezzo disastro Amabili Resti, il film ha forse il problema di risultare dimenticabile: pulito, ben fatto, ma a distanza di qualche giorno è in buona parte evaporato.

borg mcenroe slowfilm recensione

– Cose di rabbia e sport

Borg McEnroe (Janus Metz Pedersen 2017) è una cosa abbastanza interessante, ma un po’ vecchia. Racconta un pezzo di storia dello sport nel modo più semplice possibile. Non è del tutto un male, conta su un buon materiale di partenza, opera delle ricostruzioni molto fedeli di scene di repertorio, ma, specialmente nel duello finale, si sente la mancanza di qualche guizzo di regia, di qualche scelta. Il modo stesso in cui vengono trattate le biografie non si distacca mai dalla storia principale, offrendo giusto qualche aneddoto di contorno. La narrazione è piuttosto sbilanciata verso Borg, mentre la cosa più interessante del soggetto è proprio nel modo opposto in cui ognuno dei due elabora una rabbia che, in principio, li rende estremamente simili.

I Tonya slowfilm recensione

Punta invece su una regia e una scrittura molto più presenti I, Tonya (Craig Gillespie 2017), che racconta un noto, confuso e controverso evento di cronaca legato allo spietato mondo del pattinaggio sul ghiaccio degli anni ’90. Impersonata da una notevole Margot Robbie, Tonya Harding vive nella periferia esistenziale e culturale degli Stati Uniti, ha una madre inqualificabile e spesso violenta, ed è circondata da imbecilli. Veloce, spesso divertente, il film di Gillespie potrebbe essere la naturale prosecuzione, e anche uno dei punti più alti, della così detta trilogia degli idioti dei Coen (che conta un buon Fratello dove Sei, ma anche un paio dei momenti più scialbi della carriera dei fratellini, Prima ti sposo poi ti rovino e Burn after reading). Gillespie trova un registro che nell’immediato toglie drammaticità agli eventi, senza però disinnescarli, ma portandoli fino all’autoriflessività dell’assurdo e riuscendo, nel complesso, in ciò che a Pedersen è sfuggito, cioè costruire un discorso più grande delle vicende da cui trae ispirazione.

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– Cose vecchie e mollicce

Terrence Malick, questo è un altro grosso passo falso, di peggio hai fatto solo To the Wonder. Voyage of Time fa parte di quei film, come il capolavoro di Ron Fricke Samsara, come l’apripista Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, che vogliono farci vedere tutto il mondo. Vogliono usare il cinema per darci davvero l’idea di quanto questo sia vasto, e incredibilmente affollato, e deserto, e meraviglioso, e decadente, e mutante. Terrence Malick, in quanto Terrence Malick in persona, aveva tutto il diritto di voler dire la sua, il suo è uno sguardo che racconta il mondo da quasi cinquant’anni. Ma lo ha fatto molto meglio con le sue scene sospese, all’interno di un flusso narrativo, che in questo lavoro interamente dedicato all’origine del tempo e della Terra. Concettualmente, il film è molto vicino alla parentesi cosmogonica di The Tree of Life; lì, però, la costruzione, anche nelle immagini astratte, era perfettamente riuscita, e trovava forza sia nell’integrazione in una storia, invece, umana e concreta, sia nella durata più limitata e nella bellezza del Lacrimosa di Zbigniew Preisner, parte essenziale di un grande momento di cinema. Voyage of Time, con la voce over di Cate Blanchett che invoca ripetutamente la Madre origine di tutto, è un susseguirsi di immagini spesso troppo didascaliche, o troppo documentaristiche, o troppo finte (sono molte le parti con ricostruzioni digitali), fa fatica a trovare un senso che non sia qualcosa già detta molto meglio dallo stesso autore. Si parte da qualcosa che potrebbe somigliare a una rete neurale, forse l’immagine di un’intelligenza divina, da cui si creano universi, mondi, più nello specifico il nostro mondo, più specificamente ancora lava, oceani, trasformazioni, un viaggio nel tempo per disporre la nostra casuale esistenza sulla Terra. Il fascino di alcune immagini non si discute, pur concentrandosi, il nostro, su molte bestie viscide e mollicce, che strisciano o nuotano nei mari preistorici, e fra un’eruzione e un dinosauro pensieroso, la ricostruzione di Malick finisce per avvicinarsi troppo alle visioni televisive del National Geographic, coproduttore del progetto.

Chiamami col Tuo Nome 4/5

Lady Bird 3,5/5

Borg McEnroe 3/5

I, Tonya 4/5

Voyage of Time 2,5/5

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Top 10: i migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2017

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’inevitabile appuntamento col Fantasma del Cinema Passato. È stato un anno non esaltante, con qualche notevole eccezione. Rischiarato, in particolare, da Twin Peaks 3. Sono stato anche tentato dalla mossa Cahiers, e piazzarlo in cima a tutto, che effettivamente nell’opera di Lynch c’è una quantità di cinema non paragonabile con nessun’altra visione. Poi ho scelto di lasciare questi mezzucci ai Francesi, empatizzando con un Villeneuve che viene qui e si trova scalzato da una serie di 18 episodi. È anche l’anno in cui è uscito un nuovo film di Malick, eppure proprio non me la sono sentita di inserirlo in questa pur stiracchiata lista: non è l’unico fallimento d’autore, e rende l’idea dell’aria che tira. Dunkirk avrebbe potuto non esserci, ma non ho trovato niente di meglio; d’altra parte, mi mancano molti titoli promettenti da recuperare in questi mesi. [Update: mi sono ricordato di Civiltà PerdutaDunkirk non c’è più]

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)
Virgin Mountain (Dagur Kari)
Arrival (Denis Villeneuve)
La Tartaruga Rossa (Michael Dudok de Wit)
Manifesto (Julian Rosefeldt)
Your Name (Makoto Shinkai)
Madre (Darren Aronofsky)
Gatta Cenerentola (Rak, Cappiello, Guarnieri, Sansone)
L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki)
Civiltà Perduta (James Gray)

twin peaks 3È andata meglio la serialità. I primi tre titoli sono in ogni senso stupefacenti, e molto buoni anche tutti gli altri. Superstore alimenta l’indispensabile quota di comedy radicalmente spensierata, mentre Glow è lo svago anche più solido e scritto alla grande, in linea con la tendenza contemporanea alla lunga narrazione. The Orville altalenante, con cambi di registro spesso drastici, ma una sci-fi più ispirata del nuovo Star Trek Discovery, perso nelle sit-com dei Klingon, il popolo più enfatico dell’universo. L’Altra Grace è un lavoro fin troppo classico, ma Sarah Gadon è molto brava e io ho un debole per le miniserie, e ultimamente anche per il Canada.

Twin Peaks 3 – Dall’inizio all’episodio 8Fino alla fine
Legion
American Gods
Glow
Superstore
Samurai Gourmet
Atypical
The Orville
L’Altra Grace
Stranger Things 2

Buon 2018, che la forza scorra potente, almeno in lui.

Il Gigante Sepolto (Kazuo Ishiguro 2015)

il gigante sepolto kazuo ishiguro slowfilm recensioneDopo la lettura non sempre serrata del pur bellissimo La Versione di Barney, l’ultimo libro del fresco Nobel Kazuo Ishiguro è stato, come recita la quarta di copertina, un’esperienza di travolgente leggibilità. Il Gigante Sepolto ci porta in un’Inghilterra medievale, sprofondata, dopo il regno di Artù, in una sorta di apatica involuzione. Una nebbia ottunde le menti delle persone, confonde il loro passato e porta a cancellare anche i ricordi più recenti. Ciò nonostante gli anziani Axl e Beatrice, coppia protagonista del libro, vivono in un raro tempo di pace, fra il popolo dei Sassoni e quello dei Britanni, che spesso si sono contesi le terre e hanno lottato per cancellare la cultura dell’altro.

Ishiguro descrive con eleganza ed efficacia un mondo e un tempo dove può trovare posto anche il fantastico, ma che è soprattutto il racconto del viaggio di Axl e Beatrice, punteggiato da incontri diversi e significativamente simbolici e dall’immersione nei boschi e nei piccoli villaggi. Tutto sembra sospeso e quasi irreale, eppure estremamente concreto, reso fisico e tangibile da abili descrizioni e dai pensieri – la paura di dimenticare, la paura di ricordare – che ogni evento porta nella coppia e nei personaggi che l’accompagnano. Axl e Beatrice sperano che il passato possa legittimare il loro presente, e si ritrovano spesso a dover confrontare il valore della verità con quello dell’inganno.

Ishiguro scrive il suo libro utilizzando un linguaggio arcaico ma non greve, richiama costruzioni ricche di artifici retorici e ripetizioni, riuscendo attraverso queste a dare concretezza a un mondo antico che parla di temi eterni e condivisi. Accanto al racconto astratto, dagli echi shakespeariani che portano a bellissimi picchi di scrittura, costruisce un mondo fisico e tangibile, fatto di terra e sangue, di odori e umori, di uomini che vivono rintanati nei loro villaggi, di folle ottuse e violente, ricordando gli Strugackij di È Difficile Essere un Dio. Ishiguro abbraccia diversi temi, su tutti quello della vecchiaia, al tempo stesso condizione individuale e universale, porta la stanchezza in scene rallentate che trovano nell’andamento della pagina il torpore indotto dalla nebbia, offusca la vista e quindi colpisce con dettagli di lancinante chiarezza. Riesce ancora a creare dubbi sulla memoria e il suo ruolo nella Storia, sulla capacità di inventarsi e raccontarsi per formare sé stessi, sull’oblio come modo per perdonarsi.

(4,5/5)

L’Inganno (Sofia Coppola 2017), non cascateci

l'inganno coppola slowfilmSe a un film di Sofia Coppola togli l’essere irritante, può capitare che non rimanga più niente. Attorno a un corpo maschile si affollano sette ritratti femminili, appena visibili alla luce delle candele che preservano le ombre del collegio in stile coloniale. Siamo durante la guerra di secessione, dove si sviluppa un intreccio che non sfigurerebbe in un libretto stampato su carta troppo porosa, con una copertina patinata vagamente sordida e dai colori troppo accesi.

L’Inganno prende una manciata di brave attrici e le getta nel tentativo di Coppola di dare spessore alla consueta vacuità del suo cinema. Se in altre occasioni (Lost in Translation, Somewhere) il vuoto era l’assenza su cui far risaltare una malinconica e non del tutto innocua mano di pop, qui l’oleografia e l’austero silenzio ottocentesco riescono solo ad appesantire un’idea che rimane narrativamente priva di dettagli, in un’atmosfera ampiamente pre-vista.

(2,5/5)

Dunkirk (Christopher Nolan 2017). Non il capolavoro, ma un buon film

Dunkirk_Poster_Italia_01_midDunkirk è un film molto semplice, di cui non è facile parlare. Perché, per qualche motivo, ha suscitato un entusiasmo sfrenato e globale, soprattutto della critica, come non accadeva da tempo. Gli Americani in visibilio, il nostro MYmovies che spende il suo primo voto pieno, Rolling Stone che ritiene di aver visto il miglior film di guerra di sempre. Iperbole su cui passare con un sorriso, pensando ai capolavori di Kubrick e Malick, e lasciando comunque crescere le tue aspettative, ma che, a film visto, suona piuttosto ridicola. Bene, freghiamocene, facciamo finta che il mondo non sia impazzito per quest’ultimo Nolan come se fosse il primo film che abbia mai visto.

L’evacuazione di più di 300mila soldati inglesi dalla spiaggia di Dunkirk avviene per terra, per mare e per aria, e spaccati temporali rispettivamente di una settimana, un giorno e un’ora seguono lo svolgersi e il convergere delle vicende. L’ennesimo viluppo di Nolan che, più che per effettive necessità narrative, sembra seguire le rigide scansioni temporali per personali esigenze simmetriche e per confermare un marchio d’autore. Dunkirk comincia e per poco più di un’ora e quaranta rimane incollato alla sua idea di rappresentazione. Un’idea molto precisa, che impone una qualità dello sguardo e una scansione dell’azione definite in un punto di vista immutabile, non oggettivo ma assestato su una sorta di iperrealismo desaturato. Uno sguardo emozionale ma non empatico, che segue minuziosamente l’azione ma non partecipa alla stessa.

La scena, per quanto vasta e divisa in diverse linee temporali, è completamente unificata dalla fotografia uniforme di Hoyte Van Hoytema (un’impronta decisamente riconoscibile, già protagonista di Interstellar, Lei e  Lasciami Entrare) e dalla colonna sonora incessante di Hans Zimmer, un filo ininterrotto fatto di ticchettii d’orologio, battiti cardiaci e impennate liriche. Si realizza così un unico teatro, una sfera chiusa dove l’unica cosa che esiste è la guerra, sono suoi gli spazi e i suoni, gli esseri umani si muovono al suo interno come cavie consenzienti di un esperimento. Quando muoiono acquisiscono nello sguardo una fissità animale e i loro simili accettano l’ineluttabilità della cosa.

Sky Crawlers: un eroe c’è, in Dunkirk, ed è il pilota di caccia Farrier, un Tom Hardy nuovamente senza volto. Seguendo i suoi attacchi voliamo in prospettive aperte in cui mare e cielo quasi si confondono, delimitati dalla linea dell’orizzonte che si piega e si capovolge assieme alle evoluzioni aeree. In questi spazi, così come nelle altre situazioni, il nemico rimane senza volto, e lo spettatore, portato nell’azione senza passare per la costruzione dei personaggi, si trova in una visione impersonale. Anche l’eroe è tale perché fa cose utili, ma la sua costruzione personale è lasciata ampiamente ai margini. In questo il film è riuscito, raccontando una guerra senza l’epica, e quindi il fascino, che pietre miliari come Full Metal Jacket o Apocalypse Now hanno invece consegnato alla storia del cinema. Tanto la costruzione delle battaglie aeree, quanto la mancanza di definizione di un nemico e l’identificazione del pilota con la sua macchina, rimandano al bellissimo The Sky Crawlers – I Cavalieri del Cielo di Mamoru Oshii (Ghost in the Shell), che però sviluppa, parallelamente, un apparato teorico parecchio più complesso. Cosa che volutamente manca al film di Nolan che, privo anche di scene madri, lascia una sotterranea sensazione di vuoto, se non di vacuità.

Non è un Paese per Vecchi: la caratteristica principale e identitaria di Dunkirk è il suo essere asciutto, un tratto che dà universalità alla storia e una qualità che eleva il suo essere un film di pura azione. No Country for Old men, che ha compiuto 10 anni, in termini di asciuttezza e racconto orizzontate e distaccato ha segnato un punto d’arrivo del cinema contemporaneo. Se i Coen tengono il tono dal principio alla fine, Nolan non rinuncia del tutto all’enfasi del racconto, concentrata in particolare nelle parole del padrone di una delle imbarcazioni civili impegnate nel salvataggio (altro eroe, legato al messaggio “umano” del film), e in quelle del comandante Kenneth Branagh; poca roba, ma che porta frammenti di un linguaggio di finzione all’interno di un film altrimenti rigorosamente descrittivo.

L’immancabile voto riassuntivo è 4 e non 3,5, perché sospetto che, ricalibrate le aspettative, quando lo rivedrò potrò apprezzarlo di più.

(4/5)

La Danseuse – Io Danzerò (Stéphanie Di Giusto 2016). Il racconto di una vita dedicata all’arte

io_danzeròPubblicato su Bologna Cult. Visto in anteprima al Biografilm, La Danseuse è nelle sale dal 15 giugno.

Il Biografilm Festival apre con il racconto di una vita dedicata all’arte, quella di Loïe Fuller, protagonista di La Danseuse (in Italia Io Danzerò), opera prima della già fotografa e art director francese Stéphanie Di Giusto. Nata nel 1862 negli Stati Uniti, Mary-Louise Fuller nutre una passione totalizzante per il teatro e la danza e, trasferitasi a Parigi e assunto il nome d’arte Loïe Fuller, diventa celebre con un originale spettacolo da lei inventato e interpretato. La serpentine è una danza che crea figure attraverso il frullare di ampi vestiti e drappi di seta, indossati e animati dalla Fuller in modo da ricreare, grazie ai complessi giochi di luce colorata, un’idea di libertà e leggerezza, una farfalla o uno spettro variopinto che prende vita sul palco e ipnotizza la platea.

Dominato dalla protagonista Soko, cantante e attrice perfettamente in parte, La Danseuse apre con un bel prologo nell’ancora vecchio West, che ricorda le atmosfere realistiche e i costumi di Altman e regala alcuni dei quadri più originali della pellicola. Lo sbronzissimo padre di Loïe immerso in una vasca da bagno riscaldata dal fuoco vivo, quindi dispersa in un campo lungo fra boschi e montagne innevate, è uno di questi. Il racconto non segue la formazione di Loïe, ma la porta presto nel Vecchio Continente, presa dall’ossessione per la sua invenzione e dai sacrifici, anche e soprattutto fisici, cui si sottopone per poterle dare corpo. E si tratta, soprattutto, proprio di un’invenzione, di un apparato di luci e trucchi, che consentirà alla non danzatrice Loïe Fuller di aprire la danza a nuove possibilità. La meraviglia del suo spettacolo non è dissimile da quella che, in quegli stessi anni, fa la fortuna della più longeva delle “invenzioni inutili”, il cinema. Loïe ricrea sul palco delle figure astratte e concettuali, fatte di tecnologia e sudore, visioni altrimenti impossibili.

In una storia in cui la creatività e l’iniziativa sono esclusivamente femminili, La Danseuse compone diverse contrapposizioni, a cominciare dalle sofferenze assolutamente fisiche e concrete e dalle macchine che utilizza Loïe, per ricreare l’illusione di qualcosa di inafferrabile e incorporeo. Dopo l’incipit americano e la costruzione di uno spettacolo sempre più complesso, che arriverà fino all’Opéra di Parigi, è nella terza parte che la contrapposizione – fusione più potente prende corpo. Loïe Fuller, scura di capelli e muscolosa per gli incessanti allenamenti, trova nel suo corpo di ballo Isadora Duncan, incarnata dalla bionda ed eterea Lily-Rose Depp. È l’incontro di due personalità incontenibili, espressioni di due modi quasi opposti di conoscere e concepire l’arte. La Fuller è mossa da una volontà tanto grande da diventare autodistruttiva, ed è lei che, anche grazie alle sue coreografie, scardina la danza dalla sua concezione classica. Sarà però la Duncan a saper ritrovare, in questa libertà, una nuova semplicità, e quindi a dar vita a una vera e propria forma d’espressione.

Anche Stéphanie Di Giusto costruisce il suo film come un incontro tra due anime. Quella del racconto biografico e lineare perfettamente adatto al grande pubblico, dove il mondo intero esiste principalmente per definire la figura centrale, e quella del tema e della messa in scena dai connotati artistici, con una ricerca fotografica attenta, anche a non lasciarsi andare a troppo espliciti sperimentalismi. La Danseuse in questo solco trova un equilibrio, ma, in un tempo in cui la narrazione, spinta dalle debordanti produzioni televisive seriali, è spesso caratterizzata da forme espressive estreme, potrebbe avere qualche difficoltà a trovare un vero pubblico d’elezione. Regala, ad ogni modo, una storia importante da (ri)scoprire e delle figure femminili che esprimono le sfumature della forza e della passione con grande naturalezza.

(3,5/5)

Silence (Martin Scorsese 2016), Animali Fantastici e dove Trovarli (David Yates 2016), Yellow Flowers on the Green Grass (Victor Vu 2015)

Silence è la storia del Giappone del XVII secolo che urla al resto del mondo “non mi rompete il cazzo!”. Sordi a questa ferma espressione di saggezza orientale, missionari cristiani continuano a sbarcare, a evangelizzare, mentre le comunità di convertiti vengono minacciate e variamente torturate, quando rifiutano di abiurare. Quest’ultimo Scorsese non è rapido né indolore, un film vecchio che contrappone due mondi nel modo più ovvio ed evidente, interrogandosi sulla fede in maniera così – letteralmente – canonica da riuscire a sfiorare molto raramente il mio interesse. The Wolf of Wall Street, così come i pilot di Vinyl e ancora prima di Boardwalk Empire, sono fra le cose migliori di Martin Scorsese, come innovatività narrativa e costruzione dell’azione, quindi questo film fatto di esplicite trasfigurazioni cristologiche ed ecumeniche voci fuori campo, frutto di un desiderio d’autore disgraziatamente sopravvissuto trent’anni, è difficile da giustificare. Lunghe inquadrature oleografiche citano il linguaggio dei maestri del cinema giapponese, senza poterne racchiudere il senso, mentre in un film che dà risposte a tutto il quesito vero, che rimane irrisolto, è quello che riguarda il perché della sua esistenza. Se l’unico personaggio che riempie lo schermo è Issei Ogata nei panni de “l’inquisitore” che difende il Giappone dalle avance delle “donne brutte”, incarnate dall’invadenza dei Paesi occidentali, una nota di demerito va al monocorde gesuita Andrew Garfield e all’apostata Liam Neeson, peraltro penalizzato da una scrittura terribilmente prevedibile.

Un cenno ad altri due titoli, purtroppo poco più validi. Animali Fantastici e dove Trovarli, lo sappiamo tutti, è il ritorno al mondo di Harry Potter, nato direttamente da una sceneggiatura di J. K. Rowling. La trasposizione nella New York degli anni ’20 ha i suoi motivi di interesse, è spesso divertente l’inserimento del fantastico negli ambienti e le ricostruzioni d’epoca, per quanto iperdigitali. E gli animali stessi sono abbastanza fantastici, c’è il fascino della catalogazione e del bestiario immaginario. La pressione statunitense, però, in buona parte investe anche la struttura del film, che per lunghi tratti si adegua alle catastrofi su larga scala di Marvel e simili, segnando l’ingresso della saga nel mondo meccanico e bellicoso dei supereroi. E del nuovo protagonista, Eddie Redmayne, ancora non ho capito la sostanza, con quell’aria languida, la stessa di The Danish Girl, che dell’animo diviso e sofferente è l’illustrazione perpetua.

Yellow Flowers on the Green Grass, infine, sembrerebbe un outsider, ma lo è fino a un certo punto. Mi aspettavo dal film del vietnamita Victor Vu qualcosa di più, speravo potesse ricordare il periodo d’oro del cinema orientale, quando, a cavallo fra due millenni, si affacciarono diversi autori e titoli definiti dalla cura per la fotografia, la costruzione dell’immagine, il racconto di storie quotidiane e silenziose arricchite dall’unione di realismo e poesia. Presentato a Bologna dallo Youngabout film festival, Yellow Flowers è un film gradevole, che addolcisce una storia dai contenuti drammatici e melodrammatici ricoprendoli con toni fortemente favolistici. La scelta di alleviare i passaggi narrativi permette comunque di descrivere con efficacia una comunità rurale, le credenze e le paure che la attraversano, la storia di due fratelli molto diversi fra loro e l’intreccio di tante altre piccole narrazioni. Quello che limita il film è, a dispetto dei luoghi reali e caratteristici, l’impostazione molto internazionale della regia, che l’avvicina a molti prodotti per il grande pubblico. Victor Vu, che ha tratto l’opera dal best seller di Nguyễn Nhật Ánh, segue un ritmo scandito e una scelta delle inquadrature efficace ma piuttosto anonima, salvo quando inserisce momenti contemplativi che pure sembrano modellati sulle aspettative del mercato. Quasi costante il commento musicale che, assieme all’uso di qualche ralenti di troppo, costruisce delle scene a volte enfatiche e dimostrative. Queste le scelte che normalizzano il film, che rimane comunque una discreta costruzione, specialmente nelle contraddizioni del fratello maggiore e nella finestra che apre sulla vita del villaggio, una bolla animata da credenze popolari e piccoli conflitti.

Silence (2,5/5)

Animali Fantastici e dove Trovarli (3/5)

Yellow Flowers on the Green Grass (3/5)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)