L’Inganno (Sofia Coppola 2017), non cascateci

l'inganno coppola slowfilmSe a un film di Sofia Coppola togli l’essere irritante, può capitare che non rimanga più niente. Attorno a un corpo maschile si affollano sette ritratti femminili, appena visibili alla luce delle candele che preservano le ombre del collegio in stile coloniale. Siamo durante la guerra di secessione, dove si sviluppa un intreccio che non sfigurerebbe in un libretto stampato su carta troppo porosa, con una copertina patinata vagamente sordida e dai colori troppo accesi.

L’Inganno prende una manciata di brave attrici e le getta nel tentativo di Coppola di dare spessore alla consueta vacuità del suo cinema. Se in altre occasioni (Lost in Translation, Somewhere) il vuoto era l’assenza su cui far risaltare una malinconica e non del tutto innocua mano di pop, qui l’oleografia e l’austero silenzio ottocentesco riescono solo ad appesantire un’idea che rimane narrativamente priva di dettagli, in un’atmosfera ampiamente pre-vista.

(2,5/5)

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Dunkirk (Christopher Nolan 2017). Non il capolavoro, ma un buon film

Dunkirk_Poster_Italia_01_midDunkirk è un film molto semplice, di cui non è facile parlare. Perché, per qualche motivo, ha suscitato un entusiasmo sfrenato e globale, soprattutto della critica, come non accadeva da tempo. Gli Americani in visibilio, il nostro MYmovies che spende il suo primo voto pieno, Rolling Stone che ritiene di aver visto il miglior film di guerra di sempre. Iperbole su cui passare con un sorriso, pensando ai capolavori di Kubrick e Malick, e lasciando comunque crescere le tue aspettative, ma che, a film visto, suona piuttosto ridicola. Bene, freghiamocene, facciamo finta che il mondo non sia impazzito per quest’ultimo Nolan come se fosse il primo film che abbia mai visto.

L’evacuazione di più di 300mila soldati inglesi dalla spiaggia di Dunkirk avviene per terra, per mare e per aria, e spaccati temporali rispettivamente di una settimana, un giorno e un’ora seguono lo svolgersi e il convergere delle vicende. L’ennesimo viluppo di Nolan che, più che per effettive necessità narrative, sembra seguire le rigide scansioni temporali per personali esigenze simmetriche e per confermare un marchio d’autore. Dunkirk comincia e per poco più di un’ora e quaranta rimane incollato alla sua idea di rappresentazione. Un’idea molto precisa, che impone una qualità dello sguardo e una scansione dell’azione definite in un punto di vista immutabile, non oggettivo ma assestato su una sorta di iperrealismo desaturato. Uno sguardo emozionale ma non empatico, che segue minuziosamente l’azione ma non partecipa alla stessa.

La scena, per quanto vasta e divisa in diverse linee temporali, è completamente unificata dalla fotografia uniforme di Hoyte Van Hoytema (un’impronta decisamente riconoscibile, già protagonista di Interstellar, Lei e  Lasciami Entrare) e dalla colonna sonora incessante di Hans Zimmer, un filo ininterrotto fatto di ticchettii d’orologio, battiti cardiaci e impennate liriche. Si realizza così un unico teatro, una sfera chiusa dove l’unica cosa che esiste è la guerra, sono suoi gli spazi e i suoni, gli esseri umani si muovono al suo interno come cavie consenzienti di un esperimento. Quando muoiono acquisiscono nello sguardo una fissità animale e i loro simili accettano l’ineluttabilità della cosa.

Sky Crawlers: un eroe c’è, in Dunkirk, ed è il pilota di caccia Farrier, un Tom Hardy nuovamente senza volto. Seguendo i suoi attacchi voliamo in prospettive aperte in cui mare e cielo quasi si confondono, delimitati dalla linea dell’orizzonte che si piega e si capovolge assieme alle evoluzioni aeree. In questi spazi, così come nelle altre situazioni, il nemico rimane senza volto, e lo spettatore, portato nell’azione senza passare per la costruzione dei personaggi, si trova in una visione impersonale. Anche l’eroe è tale perché fa cose utili, ma la sua costruzione personale è lasciata ampiamente ai margini. In questo il film è riuscito, raccontando una guerra senza l’epica, e quindi il fascino, che pietre miliari come Full Metal Jacket o Apocalypse Now hanno invece consegnato alla storia del cinema. Tanto la costruzione delle battaglie aeree, quanto la mancanza di definizione di un nemico e l’identificazione del pilota con la sua macchina, rimandano al bellissimo The Sky Crawlers – I Cavalieri del Cielo di Mamoru Oshii (Ghost in the Shell), che però sviluppa, parallelamente, un apparato teorico parecchio più complesso. Cosa che volutamente manca al film di Nolan che, privo anche di scene madri, lascia una sotterranea sensazione di vuoto, se non di vacuità.

Non è un Paese per Vecchi: la caratteristica principale e identitaria di Dunkirk è il suo essere asciutto, un tratto che dà universalità alla storia e una qualità che eleva il suo essere un film di pura azione. No Country for Old men, che ha compiuto 10 anni, in termini di asciuttezza e racconto orizzontate e distaccato ha segnato un punto d’arrivo del cinema contemporaneo. Se i Coen tengono il tono dal principio alla fine, Nolan non rinuncia del tutto all’enfasi del racconto, concentrata in particolare nelle parole del padrone di una delle imbarcazioni civili impegnate nel salvataggio (altro eroe, legato al messaggio “umano” del film), e in quelle del comandante Kenneth Branagh; poca roba, ma che porta frammenti di un linguaggio di finzione all’interno di un film altrimenti rigorosamente descrittivo.

L’immancabile voto riassuntivo è 4 e non 3,5, perché sospetto che, ricalibrate le aspettative, quando lo rivedrò potrò apprezzarlo di più.

(4/5)

La Danseuse – Io Danzerò (Stéphanie Di Giusto 2016). Il racconto di una vita dedicata all’arte

io_danzeròPubblicato su Bologna Cult. Visto in anteprima al Biografilm, La Danseuse è nelle sale dal 15 giugno.

Il Biografilm Festival apre con il racconto di una vita dedicata all’arte, quella di Loïe Fuller, protagonista di La Danseuse (in Italia Io Danzerò), opera prima della già fotografa e art director francese Stéphanie Di Giusto. Nata nel 1862 negli Stati Uniti, Mary-Louise Fuller nutre una passione totalizzante per il teatro e la danza e, trasferitasi a Parigi e assunto il nome d’arte Loïe Fuller, diventa celebre con un originale spettacolo da lei inventato e interpretato. La serpentine è una danza che crea figure attraverso il frullare di ampi vestiti e drappi di seta, indossati e animati dalla Fuller in modo da ricreare, grazie ai complessi giochi di luce colorata, un’idea di libertà e leggerezza, una farfalla o uno spettro variopinto che prende vita sul palco e ipnotizza la platea.

Dominato dalla protagonista Soko, cantante e attrice perfettamente in parte, La Danseuse apre con un bel prologo nell’ancora vecchio West, che ricorda le atmosfere realistiche e i costumi di Altman e regala alcuni dei quadri più originali della pellicola. Lo sbronzissimo padre di Loïe immerso in una vasca da bagno riscaldata dal fuoco vivo, quindi dispersa in un campo lungo fra boschi e montagne innevate, è uno di questi. Il racconto non segue la formazione di Loïe, ma la porta presto nel Vecchio Continente, presa dall’ossessione per la sua invenzione e dai sacrifici, anche e soprattutto fisici, cui si sottopone per poterle dare corpo. E si tratta, soprattutto, proprio di un’invenzione, di un apparato di luci e trucchi, che consentirà alla non danzatrice Loïe Fuller di aprire la danza a nuove possibilità. La meraviglia del suo spettacolo non è dissimile da quella che, in quegli stessi anni, fa la fortuna della più longeva delle “invenzioni inutili”, il cinema. Loïe ricrea sul palco delle figure astratte e concettuali, fatte di tecnologia e sudore, visioni altrimenti impossibili.

In una storia in cui la creatività e l’iniziativa sono esclusivamente femminili, La Danseuse compone diverse contrapposizioni, a cominciare dalle sofferenze assolutamente fisiche e concrete e dalle macchine che utilizza Loïe, per ricreare l’illusione di qualcosa di inafferrabile e incorporeo. Dopo l’incipit americano e la costruzione di uno spettacolo sempre più complesso, che arriverà fino all’Opéra di Parigi, è nella terza parte che la contrapposizione – fusione più potente prende corpo. Loïe Fuller, scura di capelli e muscolosa per gli incessanti allenamenti, trova nel suo corpo di ballo Isadora Duncan, incarnata dalla bionda ed eterea Lily-Rose Depp. È l’incontro di due personalità incontenibili, espressioni di due modi quasi opposti di conoscere e concepire l’arte. La Fuller è mossa da una volontà tanto grande da diventare autodistruttiva, ed è lei che, anche grazie alle sue coreografie, scardina la danza dalla sua concezione classica. Sarà però la Duncan a saper ritrovare, in questa libertà, una nuova semplicità, e quindi a dar vita a una vera e propria forma d’espressione.

Anche Stéphanie Di Giusto costruisce il suo film come un incontro tra due anime. Quella del racconto biografico e lineare perfettamente adatto al grande pubblico, dove il mondo intero esiste principalmente per definire la figura centrale, e quella del tema e della messa in scena dai connotati artistici, con una ricerca fotografica attenta, anche a non lasciarsi andare a troppo espliciti sperimentalismi. La Danseuse in questo solco trova un equilibrio, ma, in un tempo in cui la narrazione, spinta dalle debordanti produzioni televisive seriali, è spesso caratterizzata da forme espressive estreme, potrebbe avere qualche difficoltà a trovare un vero pubblico d’elezione. Regala, ad ogni modo, una storia importante da (ri)scoprire e delle figure femminili che esprimono le sfumature della forza e della passione con grande naturalezza.

(3,5/5)

Silence (Martin Scorsese 2016), Animali Fantastici e dove Trovarli (David Yates 2016), Yellow Flowers on the Green Grass (Victor Vu 2015)

Silence è la storia del Giappone del XVII secolo che urla al resto del mondo “non mi rompete il cazzo!”. Sordi a questa ferma espressione di saggezza orientale, missionari cristiani continuano a sbarcare, a evangelizzare, mentre le comunità di convertiti vengono minacciate e variamente torturate, quando rifiutano di abiurare. Quest’ultimo Scorsese non è rapido né indolore, un film vecchio che contrappone due mondi nel modo più ovvio ed evidente, interrogandosi sulla fede in maniera così – letteralmente – canonica da riuscire a sfiorare molto raramente il mio interesse. The Wolf of Wall Street, così come i pilot di Vinyl e ancora prima di Boardwalk Empire, sono fra le cose migliori di Martin Scorsese, come innovatività narrativa e costruzione dell’azione, quindi questo film fatto di esplicite trasfigurazioni cristologiche ed ecumeniche voci fuori campo, frutto di un desiderio d’autore disgraziatamente sopravvissuto trent’anni, è difficile da giustificare. Lunghe inquadrature oleografiche citano il linguaggio dei maestri del cinema giapponese, senza poterne racchiudere il senso, mentre in un film che dà risposte a tutto il quesito vero, che rimane irrisolto, è quello che riguarda il perché della sua esistenza. Se l’unico personaggio che riempie lo schermo è Issei Ogata nei panni de “l’inquisitore” che difende il Giappone dalle avance delle “donne brutte”, incarnate dall’invadenza dei Paesi occidentali, una nota di demerito va al monocorde gesuita Andrew Garfield e all’apostata Liam Neeson, peraltro penalizzato da una scrittura terribilmente prevedibile.

Un cenno ad altri due titoli, purtroppo poco più validi. Animali Fantastici e dove Trovarli, lo sappiamo tutti, è il ritorno al mondo di Harry Potter, nato direttamente da una sceneggiatura di J. K. Rowling. La trasposizione nella New York degli anni ’20 ha i suoi motivi di interesse, è spesso divertente l’inserimento del fantastico negli ambienti e le ricostruzioni d’epoca, per quanto iperdigitali. E gli animali stessi sono abbastanza fantastici, c’è il fascino della catalogazione e del bestiario immaginario. La pressione statunitense, però, in buona parte investe anche la struttura del film, che per lunghi tratti si adegua alle catastrofi su larga scala di Marvel e simili, segnando l’ingresso della saga nel mondo meccanico e bellicoso dei supereroi. E del nuovo protagonista, Eddie Redmayne, ancora non ho capito la sostanza, con quell’aria languida, la stessa di The Danish Girl, che dell’animo diviso e sofferente è l’illustrazione perpetua.

Yellow Flowers on the Green Grass, infine, sembrerebbe un outsider, ma lo è fino a un certo punto. Mi aspettavo dal film del vietnamita Victor Vu qualcosa di più, speravo potesse ricordare il periodo d’oro del cinema orientale, quando, a cavallo fra due millenni, si affacciarono diversi autori e titoli definiti dalla cura per la fotografia, la costruzione dell’immagine, il racconto di storie quotidiane e silenziose arricchite dall’unione di realismo e poesia. Presentato a Bologna dallo Youngabout film festival, Yellow Flowers è un film gradevole, che addolcisce una storia dai contenuti drammatici e melodrammatici ricoprendoli con toni fortemente favolistici. La scelta di alleviare i passaggi narrativi permette comunque di descrivere con efficacia una comunità rurale, le credenze e le paure che la attraversano, la storia di due fratelli molto diversi fra loro e l’intreccio di tante altre piccole narrazioni. Quello che limita il film è, a dispetto dei luoghi reali e caratteristici, l’impostazione molto internazionale della regia, che l’avvicina a molti prodotti per il grande pubblico. Victor Vu, che ha tratto l’opera dal best seller di Nguyễn Nhật Ánh, segue un ritmo scandito e una scelta delle inquadrature efficace ma piuttosto anonima, salvo quando inserisce momenti contemplativi che pure sembrano modellati sulle aspettative del mercato. Quasi costante il commento musicale che, assieme all’uso di qualche ralenti di troppo, costruisce delle scene a volte enfatiche e dimostrative. Queste le scelte che normalizzano il film, che rimane comunque una discreta costruzione, specialmente nelle contraddizioni del fratello maggiore e nella finestra che apre sulla vita del villaggio, una bolla animata da credenze popolari e piccoli conflitti.

Silence (2,5/5)

Animali Fantastici e dove Trovarli (3/5)

Yellow Flowers on the Green Grass (3/5)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov 2016), Elvis & Nixon (Liza Johnson 2016)

The_Student_(2016_film)-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Dalla Russia, reduce da una buona accoglienza a Cannes e in anteprima italiana a Bologna, The Student è un film a tesi riuscito e potente. Tratto da Kirill Serebrennikov da una piece di Marius von Mayenburg, mette in scena la parabola, è il caso di dirlo, di Veniamin (Pyotr Skvortsov), giovane liceale che pretende di vivere seguendo alla lettera la parola della Bibbia, con tutto quel che ne consegue in termini di omofobia, misconoscimento del ruolo della donna, creazionismo e la peculiare interpretazione di altri argomenti all’ordine del giorno. Mentre i docenti e i dirigenti del suo liceo si lasciano gradualmente sedurre dall’intransigenza delle facili risposte che Veniamin offre, a contrastarlo troviamo Elena (Viktoriya Isakova), la professoressa di biologia.

The Student riporta sullo schermo l’impianto teatrale attraverso la magistrale costruzione di lunghi pianosequenza in movimento perpetuo, a seguire gli interpreti e l’azione, riuscendo a riportare l’unità di tempo e di spazio di ogni scena all’interno di notevole dinamismo. E il film concilia diverse anime anche in un altro senso, trattando temi molto forti con un approccio estremamente diretto, ma conservando una freschezza del tono, non di rado arricchito da un’ironia intelligente e riuscita. Il tutto anche grazie alla notevole bravura di tutti gli interpreti che, oltre a reggere e gestire la tensione di sequenze tanto lunghe e prive di stacchi montaggio, riescono a dare immediatamente spessore e carisma a personaggi che portano avanti un discorso universale ed esplicitamente dimostrativo.

Nel rappresentare l’ottusità dei dogmatismi e il fascino irresistibile che esercitano, The Student in qualche modo ricorda L’Onda, il film di Gansel che, ispirandosi a un esperimento realmente effettuato negli anni ‘60, mostra come sia possibile l’instaurazione di un regime totalitario, anche in un tessuto che si ritenga immune a tali violenze. Proprio nei termini del regime viene ricondotta la cieca obbedienza ai precetti religiosi, verso il drammatico finale del film, quando lo scontro fra la cultura laica e il dogmatismo si fa sempre più serrato, all’interno di quello che dovrebbe essere un luogo di crescita e conoscenza – la scuola – e si identifica invece sempre più in uno spazio vuoto, dove anche le più odiose storture possono trovare dimora.

Accolto con curiosità e decisamente apprezzato al Biografilm Festival, e dall’autunno in distribuzione nelle altre sale italiane, The Student avrà un impatto ancora più forte in Russia, dove Serebrennikov, presente in sala, ha già portato l’adattamento teatrale, ma è ancora in attesa di scoprire le reazioni che potrà scatenare in un pubblico molto più ampio e diversificato.

elvis nixon slowfilm recensioneAltro film di fiction, ma ispirato a un fatto bizzarro che il destino ha voluto realmente far accadere, l’incontro alla Casa Bianca nel 1970 fra Elvis Presley e Richard Nixon è, appunto, Elvis & Nixon.

Il punto di forza del film di Liza Johnson, bene dirlo subito, sta nei suoi due protagonisti: Michael Shannon nei panni di The King e Kevin Spacey in quelli ormai confortevoli e quasi ordinari del Presidente. Un concentrato di magnetismo attoriale nettamente al di sopra della media, dunque, che mostra i due esibirsi in una performance effettivamente divertita e divertente. L’evento narrato è di per sé sopra le righe, ed è questo un riferimento che gli interpreti non perdono mai di vista, e riescono a tenere vivo per l’ora e mezza di durata della pellicola.

Elvis & Nixon tratteggia con ironia due esseri ammalati di grandezza, li decora con manie e fissazioni eccentriche variamente affascinanti, lasciando pregustare il loro incontro. Ed è proprio l’incontro in sé, sul ring dello studio ovale, che sarebbe stato lecito aspettarsi più lungo, più complesso e teatrale. Il confronto, invece, si risolve in tempi piuttosto brevi, pur punteggiato di momenti esilaranti e buone interazioni fra le due icone. Elvis & Nixon non lascia né guardare fuori, non fornendo una ricostruzione di quegli anni, né rinchiudersi compiutamente nella singolarità dell’evento, ma è in tutto un (piccolo) film gradevole e ben ritmato.

The Student: 4/5

Elvis & Nixon: 3/5

Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl

zoolander 2 recensione slowfilmTutti vogliamo bene a Ben Stiller, ci mancherebbe altro. Per quanto ci è dato sapere, sembra una personcina a modo, dal punto di vista professionale è un attore anche molto bravo, come autore non è mai riuscito a realizzare qualcosa che vada oltre la manciata di trovate caricaturali abbastanza divertenti. Zoolander n°2 (Ben Stiller 2016) non fa eccezione, con l’aggravante che la manciata di trovate consiste in una labile variazione sul format creato col primo Zoolander. Lo spot con l’animale fantastico, le faccine, l’esibizione di stupidità autolesionista, il ricorso a figure del jet set chiamate a vestire i loro esagerati panni, le pose snodate e sgraziate, sono tutti elementi ripresi dal primo capitolo. Riproposti per accumulazione e colpiti da elefantiasi, cresciuti assieme al budget fino a diventare più appariscenti, ma non più divertenti. I personaggi sono affetti da una tale forma di idiozia da rendere praticamente impossibile qualsiasi caratterizzazione o attaccamento alla storia. Dei corpi buffi si muovono imprevedibilmente in una trama sgangheratissima, funestata anche dalla presenza del bambino, sintomo evidente della mancanza di impegno creativo. La sceneggiatura a otto mani che parte da Justin Theroux è completamente allo sbando, farsa autocompiaciuta e del tutto innocua, che si barcamena fra un ammiccamento e l’altro, gestendo alla cazzo i tempi comici.

deadpool recensione slowfilmÈ andata meglio con Deadpool (Tim Miller 2016), per la verità un intrattenimento più valido di quanto prevedessi. La storia, si sa, è quella di un superantieroe violento e volgare. Il film ha un certo ritmo, un flusso cadenzato di azione, citazionismo, discorsi diretti con lo spettatore e battute tendenzialmente molto cretine, ma che funzionano nel costruire un personaggio molto cretino. A distanza di 26 anni, anche se lo si vuole far passare come qualcosa di rivoluzionario, Deadpool è sostanzialmente l’incontro tra il fantastico per adulti Darkman, del buon Raimi, e il pecoreccio umorismo statunitense della scuola Apatow. Il risultato è un eroe in maschera, comunque targato X-Men, ormai totalmente scantonato dal pubblico infantile, espressione ultima e sostanzialmente riuscita di un manistream per adulti alla ricerca di minchiate. I limiti di Deadpool sono tutti voluti, quindi per chi vuole stare al gioco il film è assolutamente valido. A questo si aggiungono scene d’azione fisiche e ben fatte, senza aspettarsi, beninteso, di vedere niente oltre il comunemente consentito.

carol recensione slowfilmPassiamo alla lotta. La maggior parte dei pregi di Carol (Todd Haynes 2015) sono evidenti e indiscutibili. Una Cate Blanchett perfetta, uno dei pochi sguardi, volti, corpi, che possano riproporre con efficacia la forza e la consapevolezza della diva classica. In un film che, in ogni istante, denuncia la sua fascinazione nei confronti dello stesso classicismo, attraverso una messa in scena elegantissima, dai colori caldi, che esalta agli occhi dello spettatore l’evolversi e il mostrarsi dell’intreccio dei sentimenti. C’è molto melò e poco dramma nel film di Todd Haynes, pur rappresentando l’amore fra due donne (la seconda è Rooney Mara) nella new York del 1952. Quello descritto da Carol è un amore intimo e romantico dove, al di là di quanto di solito ho letto, l’aspetto dello “scandalo” sociale ha davvero scarsa rilevanza. Anzi, il rapporto fra le due donne sembra quasi donare al tutto una sorta di evidente e irrinunciabile purezza, che in qualche modo le difende, nel momento in cui sono costrette a relazionarsi con i vecchi amori che scelgono di abbandonare. La storia di Carol è quindi quella fra le due protagoniste, due donne diverse per aspetto, età, esperienza, che hanno in comune la sincerità della propria passione e, prima una poi l’altra, mettono in mostra la propria fragilità, scambiandosi e confondendo i ruoli, in una sorta di danza.

the danish girl slowfilm recensioneSe i primi due titoli sono tra le manifestazioni attualmente più in voga del cinema maggioritario e d’intrattenimento, quest’ultimo dovrebbe rientrare, assieme a Carol, nelle espressioni del cinema impegnato, dall’impronta autoriale e i temi audaci. Col piccolo particolare che Tom Hooper è invece un autore fra i più istituzionali, e qui non si smentisce. L’autore de Il Discorso del Re con The Danish Girl (Tom Hooper 2015) ci porta all’inizio del ‘900, lungo la storia del pittore danese Einar Wegener, e del doloroso percorso che lo renderà il primo transessuale della storia. Non mi dispiace il lato estetizzante di Hooper, che qui in tutta la prima parte lo porta a una rappresentazione smaccatamente pittorica, uno scambio di volumi e colori fra arte e realtà, che sarà forse un po’ scolastica, ma bella a vedersi e certo, nella realizzazione, non alla portata di tutti. Anche la costruzione del rapporto fra Einar (Eddie Redmayne) e la moglie, anche lei pittrice, Gerda Wegener (Alicia Vikander), all’inizio funziona. Il protagonista osserva – avendo cura di non essere osservato – il corpo femminile, le forme e i movimenti, con pudore, provando a celare l’ammirazione che custodisce la voglia di emulazione. Quando la storia procede, però, la scelta di non esasperare i toni porta il film a concentrarsi sulla prova attoriale di Redmayne, in una ripetizione piuttosto oleografica di sguardi e sospiri. The Danish Girl, alla fine, appare un film dove ogni personaggio non sembra celare niente oltre quello che sia stato più volte detto e mostrato e, al tempo stesso, un film dove ogni tono, immagine e relazione sia stato eccessivamente levigato e mitigato.

Zoolander n°2: 2,5/5

Deadpool: 3,5/5

Carol: 4/5

The Danish Girl: 3/5

The Imitation Game (Morten Tyldun 2014)

the imitation game slowfilm recensioneCi sono pareri divergenti su questo film. Dentro di me, intendo. Il soggetto – quel matto di Alan Turing – è interessante, la ricostruzione storica, per quanto minimale, convincente, gli attori, da Cumberbatch in giù, gradevoli e in parte. Prevale l’impressione, però, che prima di tutto abbiano puntato al titolone per famiglie, di quelli da vedere senza sentirsi in colpa perché non sono troppo scemi, e senza timori che ci si possa imbattere in qualcosa d’insolito da osservare, o ascoltare, o provare a capire. The Imitation Game, pur essendo prevalentemente un gioco di personaggi e caratterizzazioni, è costruito su dialoghi non particolarmente curati né brillanti. Un approccio piuttosto pigro per un film girato prevalentemente in interni, con una storia fatta di codici cifrati e corse contro il tempo, e al centro un genio della matematica con seri problemi nelle relazioni sociali e, soprattutto, omosessuale in un Paese e un tempo in cui questo era vietato. The Imitation Game ha alcuni, forti momenti di pathos, e un protagonista che tutto sommato si costruisce da sé; è un film lineare – con i consueti flashback del caso – e procede deciso, ma sostanzialmente senza sorprese.

La linea più interessante è quella che vede Turing variamente impegnato a essere dio. E, come si sa, è difficile essere un dio. Da una parte il protagonista è costretto a decidere della vita e della morte di civili e soldati, che dipenderanno dai risultati di adeguati calcoli statistici; dall’altra la sua macchina è soprattutto il tentativo di (ri)creare un nuovo essere, una Creatura frankensteiniana in cui trovare una corrispondenza altrimenti irraggiungibile. In entrambi i casi il problema riguarda identità ed esistenze ridotte alla loro essenza logica da una persona che vorrebbe incarnare la logica, ma è dotata di un’identità che viene percepita come un’inopportuna minaccia, e dunque punita.

Tutto sommato apprezzabile la scelta di lasciare fuori dalla ricostruzione la drammatica fine di Turing, per quanto anche qui traspaia la volontà di rivolgersi a un mercato quanto più ampio possibile.

Sherlock sfila via quel mezzo punto in più.

(3,5/5)