La Danseuse – Io Danzerò (Stéphanie Di Giusto 2016). Il racconto di una vita dedicata all’arte

io_danzeròPubblicato su Bologna Cult. Visto in anteprima al Biografilm, La Danseuse è nelle sale dal 15 giugno.

Il Biografilm Festival apre con il racconto di una vita dedicata all’arte, quella di Loïe Fuller, protagonista di La Danseuse (in Italia Io Danzerò), opera prima della già fotografa e art director francese Stéphanie Di Giusto. Nata nel 1862 negli Stati Uniti, Mary-Louise Fuller nutre una passione totalizzante per il teatro e la danza e, trasferitasi a Parigi e assunto il nome d’arte Loïe Fuller, diventa celebre con un originale spettacolo da lei inventato e interpretato. La serpentine è una danza che crea figure attraverso il frullare di ampi vestiti e drappi di seta, indossati e animati dalla Fuller in modo da ricreare, grazie ai complessi giochi di luce colorata, un’idea di libertà e leggerezza, una farfalla o uno spettro variopinto che prende vita sul palco e ipnotizza la platea.

Dominato dalla protagonista Soko, cantante e attrice perfettamente in parte, La Danseuse apre con un bel prologo nell’ancora vecchio West, che ricorda le atmosfere realistiche e i costumi di Altman e regala alcuni dei quadri più originali della pellicola. Lo sbronzissimo padre di Loïe immerso in una vasca da bagno riscaldata dal fuoco vivo, quindi dispersa in un campo lungo fra boschi e montagne innevate, è uno di questi. Il racconto non segue la formazione di Loïe, ma la porta presto nel Vecchio Continente, presa dall’ossessione per la sua invenzione e dai sacrifici, anche e soprattutto fisici, cui si sottopone per poterle dare corpo. E si tratta, soprattutto, proprio di un’invenzione, di un apparato di luci e trucchi, che consentirà alla non danzatrice Loïe Fuller di aprire la danza a nuove possibilità. La meraviglia del suo spettacolo non è dissimile da quella che, in quegli stessi anni, fa la fortuna della più longeva delle “invenzioni inutili”, il cinema. Loïe ricrea sul palco delle figure astratte e concettuali, fatte di tecnologia e sudore, visioni altrimenti impossibili.

In una storia in cui la creatività e l’iniziativa sono esclusivamente femminili, La Danseuse compone diverse contrapposizioni, a cominciare dalle sofferenze assolutamente fisiche e concrete e dalle macchine che utilizza Loïe, per ricreare l’illusione di qualcosa di inafferrabile e incorporeo. Dopo l’incipit americano e la costruzione di uno spettacolo sempre più complesso, che arriverà fino all’Opéra di Parigi, è nella terza parte che la contrapposizione – fusione più potente prende corpo. Loïe Fuller, scura di capelli e muscolosa per gli incessanti allenamenti, trova nel suo corpo di ballo Isadora Duncan, incarnata dalla bionda ed eterea Lily-Rose Depp. È l’incontro di due personalità incontenibili, espressioni di due modi quasi opposti di conoscere e concepire l’arte. La Fuller è mossa da una volontà tanto grande da diventare autodistruttiva, ed è lei che, anche grazie alle sue coreografie, scardina la danza dalla sua concezione classica. Sarà però la Duncan a saper ritrovare, in questa libertà, una nuova semplicità, e quindi a dar vita a una vera e propria forma d’espressione.

Anche Stéphanie Di Giusto costruisce il suo film come un incontro tra due anime. Quella del racconto biografico e lineare perfettamente adatto al grande pubblico, dove il mondo intero esiste principalmente per definire la figura centrale, e quella del tema e della messa in scena dai connotati artistici, con una ricerca fotografica attenta, anche a non lasciarsi andare a troppo espliciti sperimentalismi. La Danseuse in questo solco trova un equilibrio, ma, in un tempo in cui la narrazione, spinta dalle debordanti produzioni televisive seriali, è spesso caratterizzata da forme espressive estreme, potrebbe avere qualche difficoltà a trovare un vero pubblico d’elezione. Regala, ad ogni modo, una storia importante da (ri)scoprire e delle figure femminili che esprimono le sfumature della forza e della passione con grande naturalezza.

(3,5/5)

Silence (Martin Scorsese 2016), Animali Fantastici e dove Trovarli (David Yates 2016), Yellow Flowers on the Green Grass (Victor Vu 2015)

Silence è la storia del Giappone del XVII secolo che urla al resto del mondo “non mi rompete il cazzo!”. Sordi a questa ferma espressione di saggezza orientale, missionari cristiani continuano a sbarcare, a evangelizzare, mentre le comunità di convertiti vengono minacciate e variamente torturate, quando rifiutano di abiurare. Quest’ultimo Scorsese non è rapido né indolore, un film vecchio che contrappone due mondi nel modo più ovvio ed evidente, interrogandosi sulla fede in maniera così – letteralmente – canonica da riuscire a sfiorare molto raramente il mio interesse. The Wolf of Wall Street, così come i pilot di Vinyl e ancora prima di Boardwalk Empire, sono fra le cose migliori di Martin Scorsese, come innovatività narrativa e costruzione dell’azione, quindi questo film fatto di esplicite trasfigurazioni cristologiche ed ecumeniche voci fuori campo, frutto di un desiderio d’autore disgraziatamente sopravvissuto trent’anni, è difficile da giustificare. Lunghe inquadrature oleografiche citano il linguaggio dei maestri del cinema giapponese, senza poterne racchiudere il senso, mentre in un film che dà risposte a tutto il quesito vero, che rimane irrisolto, è quello che riguarda il perché della sua esistenza. Se l’unico personaggio che riempie lo schermo è Issei Ogata nei panni de “l’inquisitore” che difende il Giappone dalle avance delle “donne brutte”, incarnate dall’invadenza dei Paesi occidentali, una nota di demerito va al monocorde gesuita Andrew Garfield e all’apostata Liam Neeson, peraltro penalizzato da una scrittura terribilmente prevedibile.

Un cenno ad altri due titoli, purtroppo poco più validi. Animali Fantastici e dove Trovarli, lo sappiamo tutti, è il ritorno al mondo di Harry Potter, nato direttamente da una sceneggiatura di J. K. Rowling. La trasposizione nella New York degli anni ’20 ha i suoi motivi di interesse, è spesso divertente l’inserimento del fantastico negli ambienti e le ricostruzioni d’epoca, per quanto iperdigitali. E gli animali stessi sono abbastanza fantastici, c’è il fascino della catalogazione e del bestiario immaginario. La pressione statunitense, però, in buona parte investe anche la struttura del film, che per lunghi tratti si adegua alle catastrofi su larga scala di Marvel e simili, segnando l’ingresso della saga nel mondo meccanico e bellicoso dei supereroi. E del nuovo protagonista, Eddie Redmayne, ancora non ho capito la sostanza, con quell’aria languida, la stessa di The Danish Girl, che dell’animo diviso e sofferente è l’illustrazione perpetua.

Yellow Flowers on the Green Grass, infine, sembrerebbe un outsider, ma lo è fino a un certo punto. Mi aspettavo dal film del vietnamita Victor Vu qualcosa di più, speravo potesse ricordare il periodo d’oro del cinema orientale, quando, a cavallo fra due millenni, si affacciarono diversi autori e titoli definiti dalla cura per la fotografia, la costruzione dell’immagine, il racconto di storie quotidiane e silenziose arricchite dall’unione di realismo e poesia. Presentato a Bologna dallo Youngabout film festival, Yellow Flowers è un film gradevole, che addolcisce una storia dai contenuti drammatici e melodrammatici ricoprendoli con toni fortemente favolistici. La scelta di alleviare i passaggi narrativi permette comunque di descrivere con efficacia una comunità rurale, le credenze e le paure che la attraversano, la storia di due fratelli molto diversi fra loro e l’intreccio di tante altre piccole narrazioni. Quello che limita il film è, a dispetto dei luoghi reali e caratteristici, l’impostazione molto internazionale della regia, che l’avvicina a molti prodotti per il grande pubblico. Victor Vu, che ha tratto l’opera dal best seller di Nguyễn Nhật Ánh, segue un ritmo scandito e una scelta delle inquadrature efficace ma piuttosto anonima, salvo quando inserisce momenti contemplativi che pure sembrano modellati sulle aspettative del mercato. Quasi costante il commento musicale che, assieme all’uso di qualche ralenti di troppo, costruisce delle scene a volte enfatiche e dimostrative. Queste le scelte che normalizzano il film, che rimane comunque una discreta costruzione, specialmente nelle contraddizioni del fratello maggiore e nella finestra che apre sulla vita del villaggio, una bolla animata da credenze popolari e piccoli conflitti.

Silence (2,5/5)

Animali Fantastici e dove Trovarli (3/5)

Yellow Flowers on the Green Grass (3/5)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov 2016), Elvis & Nixon (Liza Johnson 2016)

The_Student_(2016_film)-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Dalla Russia, reduce da una buona accoglienza a Cannes e in anteprima italiana a Bologna, The Student è un film a tesi riuscito e potente. Tratto da Kirill Serebrennikov da una piece di Marius von Mayenburg, mette in scena la parabola, è il caso di dirlo, di Veniamin (Pyotr Skvortsov), giovane liceale che pretende di vivere seguendo alla lettera la parola della Bibbia, con tutto quel che ne consegue in termini di omofobia, misconoscimento del ruolo della donna, creazionismo e la peculiare interpretazione di altri argomenti all’ordine del giorno. Mentre i docenti e i dirigenti del suo liceo si lasciano gradualmente sedurre dall’intransigenza delle facili risposte che Veniamin offre, a contrastarlo troviamo Elena (Viktoriya Isakova), la professoressa di biologia.

The Student riporta sullo schermo l’impianto teatrale attraverso la magistrale costruzione di lunghi pianosequenza in movimento perpetuo, a seguire gli interpreti e l’azione, riuscendo a riportare l’unità di tempo e di spazio di ogni scena all’interno di notevole dinamismo. E il film concilia diverse anime anche in un altro senso, trattando temi molto forti con un approccio estremamente diretto, ma conservando una freschezza del tono, non di rado arricchito da un’ironia intelligente e riuscita. Il tutto anche grazie alla notevole bravura di tutti gli interpreti che, oltre a reggere e gestire la tensione di sequenze tanto lunghe e prive di stacchi montaggio, riescono a dare immediatamente spessore e carisma a personaggi che portano avanti un discorso universale ed esplicitamente dimostrativo.

Nel rappresentare l’ottusità dei dogmatismi e il fascino irresistibile che esercitano, The Student in qualche modo ricorda L’Onda, il film di Gansel che, ispirandosi a un esperimento realmente effettuato negli anni ‘60, mostra come sia possibile l’instaurazione di un regime totalitario, anche in un tessuto che si ritenga immune a tali violenze. Proprio nei termini del regime viene ricondotta la cieca obbedienza ai precetti religiosi, verso il drammatico finale del film, quando lo scontro fra la cultura laica e il dogmatismo si fa sempre più serrato, all’interno di quello che dovrebbe essere un luogo di crescita e conoscenza – la scuola – e si identifica invece sempre più in uno spazio vuoto, dove anche le più odiose storture possono trovare dimora.

Accolto con curiosità e decisamente apprezzato al Biografilm Festival, e dall’autunno in distribuzione nelle altre sale italiane, The Student avrà un impatto ancora più forte in Russia, dove Serebrennikov, presente in sala, ha già portato l’adattamento teatrale, ma è ancora in attesa di scoprire le reazioni che potrà scatenare in un pubblico molto più ampio e diversificato.

elvis nixon slowfilm recensioneAltro film di fiction, ma ispirato a un fatto bizzarro che il destino ha voluto realmente far accadere, l’incontro alla Casa Bianca nel 1970 fra Elvis Presley e Richard Nixon è, appunto, Elvis & Nixon.

Il punto di forza del film di Liza Johnson, bene dirlo subito, sta nei suoi due protagonisti: Michael Shannon nei panni di The King e Kevin Spacey in quelli ormai confortevoli e quasi ordinari del Presidente. Un concentrato di magnetismo attoriale nettamente al di sopra della media, dunque, che mostra i due esibirsi in una performance effettivamente divertita e divertente. L’evento narrato è di per sé sopra le righe, ed è questo un riferimento che gli interpreti non perdono mai di vista, e riescono a tenere vivo per l’ora e mezza di durata della pellicola.

Elvis & Nixon tratteggia con ironia due esseri ammalati di grandezza, li decora con manie e fissazioni eccentriche variamente affascinanti, lasciando pregustare il loro incontro. Ed è proprio l’incontro in sé, sul ring dello studio ovale, che sarebbe stato lecito aspettarsi più lungo, più complesso e teatrale. Il confronto, invece, si risolve in tempi piuttosto brevi, pur punteggiato di momenti esilaranti e buone interazioni fra le due icone. Elvis & Nixon non lascia né guardare fuori, non fornendo una ricostruzione di quegli anni, né rinchiudersi compiutamente nella singolarità dell’evento, ma è in tutto un (piccolo) film gradevole e ben ritmato.

The Student: 4/5

Elvis & Nixon: 3/5

Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl

zoolander 2 recensione slowfilmTutti vogliamo bene a Ben Stiller, ci mancherebbe altro. Per quanto ci è dato sapere, sembra una personcina a modo, dal punto di vista professionale è un attore anche molto bravo, come autore non è mai riuscito a realizzare qualcosa che vada oltre la manciata di trovate caricaturali abbastanza divertenti. Zoolander n°2 (Ben Stiller 2016) non fa eccezione, con l’aggravante che la manciata di trovate consiste in una labile variazione sul format creato col primo Zoolander. Lo spot con l’animale fantastico, le faccine, l’esibizione di stupidità autolesionista, il ricorso a figure del jet set chiamate a vestire i loro esagerati panni, le pose snodate e sgraziate, sono tutti elementi ripresi dal primo capitolo. Riproposti per accumulazione e colpiti da elefantiasi, cresciuti assieme al budget fino a diventare più appariscenti, ma non più divertenti. I personaggi sono affetti da una tale forma di idiozia da rendere praticamente impossibile qualsiasi caratterizzazione o attaccamento alla storia. Dei corpi buffi si muovono imprevedibilmente in una trama sgangheratissima, funestata anche dalla presenza del bambino, sintomo evidente della mancanza di impegno creativo. La sceneggiatura a otto mani che parte da Justin Theroux è completamente allo sbando, farsa autocompiaciuta e del tutto innocua, che si barcamena fra un ammiccamento e l’altro, gestendo alla cazzo i tempi comici.

deadpool recensione slowfilmÈ andata meglio con Deadpool (Tim Miller 2016), per la verità un intrattenimento più valido di quanto prevedessi. La storia, si sa, è quella di un superantieroe violento e volgare. Il film ha un certo ritmo, un flusso cadenzato di azione, citazionismo, discorsi diretti con lo spettatore e battute tendenzialmente molto cretine, ma che funzionano nel costruire un personaggio molto cretino. A distanza di 26 anni, anche se lo si vuole far passare come qualcosa di rivoluzionario, Deadpool è sostanzialmente l’incontro tra il fantastico per adulti Darkman, del buon Raimi, e il pecoreccio umorismo statunitense della scuola Apatow. Il risultato è un eroe in maschera, comunque targato X-Men, ormai totalmente scantonato dal pubblico infantile, espressione ultima e sostanzialmente riuscita di un manistream per adulti alla ricerca di minchiate. I limiti di Deadpool sono tutti voluti, quindi per chi vuole stare al gioco il film è assolutamente valido. A questo si aggiungono scene d’azione fisiche e ben fatte, senza aspettarsi, beninteso, di vedere niente oltre il comunemente consentito.

carol recensione slowfilmPassiamo alla lotta. La maggior parte dei pregi di Carol (Todd Haynes 2015) sono evidenti e indiscutibili. Una Cate Blanchett perfetta, uno dei pochi sguardi, volti, corpi, che possano riproporre con efficacia la forza e la consapevolezza della diva classica. In un film che, in ogni istante, denuncia la sua fascinazione nei confronti dello stesso classicismo, attraverso una messa in scena elegantissima, dai colori caldi, che esalta agli occhi dello spettatore l’evolversi e il mostrarsi dell’intreccio dei sentimenti. C’è molto melò e poco dramma nel film di Todd Haynes, pur rappresentando l’amore fra due donne (la seconda è Rooney Mara) nella new York del 1952. Quello descritto da Carol è un amore intimo e romantico dove, al di là di quanto di solito ho letto, l’aspetto dello “scandalo” sociale ha davvero scarsa rilevanza. Anzi, il rapporto fra le due donne sembra quasi donare al tutto una sorta di evidente e irrinunciabile purezza, che in qualche modo le difende, nel momento in cui sono costrette a relazionarsi con i vecchi amori che scelgono di abbandonare. La storia di Carol è quindi quella fra le due protagoniste, due donne diverse per aspetto, età, esperienza, che hanno in comune la sincerità della propria passione e, prima una poi l’altra, mettono in mostra la propria fragilità, scambiandosi e confondendo i ruoli, in una sorta di danza.

the danish girl slowfilm recensioneSe i primi due titoli sono tra le manifestazioni attualmente più in voga del cinema maggioritario e d’intrattenimento, quest’ultimo dovrebbe rientrare, assieme a Carol, nelle espressioni del cinema impegnato, dall’impronta autoriale e i temi audaci. Col piccolo particolare che Tom Hooper è invece un autore fra i più istituzionali, e qui non si smentisce. L’autore de Il Discorso del Re con The Danish Girl (Tom Hooper 2015) ci porta all’inizio del ‘900, lungo la storia del pittore danese Einar Wegener, e del doloroso percorso che lo renderà il primo transessuale della storia. Non mi dispiace il lato estetizzante di Hooper, che qui in tutta la prima parte lo porta a una rappresentazione smaccatamente pittorica, uno scambio di volumi e colori fra arte e realtà, che sarà forse un po’ scolastica, ma bella a vedersi e certo, nella realizzazione, non alla portata di tutti. Anche la costruzione del rapporto fra Einar (Eddie Redmayne) e la moglie, anche lei pittrice, Gerda Wegener (Alicia Vikander), all’inizio funziona. Il protagonista osserva – avendo cura di non essere osservato – il corpo femminile, le forme e i movimenti, con pudore, provando a celare l’ammirazione che custodisce la voglia di emulazione. Quando la storia procede, però, la scelta di non esasperare i toni porta il film a concentrarsi sulla prova attoriale di Redmayne, in una ripetizione piuttosto oleografica di sguardi e sospiri. The Danish Girl, alla fine, appare un film dove ogni personaggio non sembra celare niente oltre quello che sia stato più volte detto e mostrato e, al tempo stesso, un film dove ogni tono, immagine e relazione sia stato eccessivamente levigato e mitigato.

Zoolander n°2: 2,5/5

Deadpool: 3,5/5

Carol: 4/5

The Danish Girl: 3/5

The Imitation Game (Morten Tyldun 2014)

the imitation game slowfilm recensioneCi sono pareri divergenti su questo film. Dentro di me, intendo. Il soggetto – quel matto di Alan Turing – è interessante, la ricostruzione storica, per quanto minimale, convincente, gli attori, da Cumberbatch in giù, gradevoli e in parte. Prevale l’impressione, però, che prima di tutto abbiano puntato al titolone per famiglie, di quelli da vedere senza sentirsi in colpa perché non sono troppo scemi, e senza timori che ci si possa imbattere in qualcosa d’insolito da osservare, o ascoltare, o provare a capire. The Imitation Game, pur essendo prevalentemente un gioco di personaggi e caratterizzazioni, è costruito su dialoghi non particolarmente curati né brillanti. Un approccio piuttosto pigro per un film girato prevalentemente in interni, con una storia fatta di codici cifrati e corse contro il tempo, e al centro un genio della matematica con seri problemi nelle relazioni sociali e, soprattutto, omosessuale in un Paese e un tempo in cui questo era vietato. The Imitation Game ha alcuni, forti momenti di pathos, e un protagonista che tutto sommato si costruisce da sé; è un film lineare – con i consueti flashback del caso – e procede deciso, ma sostanzialmente senza sorprese.

La linea più interessante è quella che vede Turing variamente impegnato a essere dio. E, come si sa, è difficile essere un dio. Da una parte il protagonista è costretto a decidere della vita e della morte di civili e soldati, che dipenderanno dai risultati di adeguati calcoli statistici; dall’altra la sua macchina è soprattutto il tentativo di (ri)creare un nuovo essere, una Creatura frankensteiniana in cui trovare una corrispondenza altrimenti irraggiungibile. In entrambi i casi il problema riguarda identità ed esistenze ridotte alla loro essenza logica da una persona che vorrebbe incarnare la logica, ma è dotata di un’identità che viene percepita come un’inopportuna minaccia, e dunque punita.

Tutto sommato apprezzabile la scelta di lasciare fuori dalla ricostruzione la drammatica fine di Turing, per quanto anche qui traspaia la volontà di rivolgersi a un mercato quanto più ampio possibile.

Sherlock sfila via quel mezzo punto in più.

(3,5/5)

Inside Llewyn Davis – A proposito di Davis, Shirley – visions of reality, Her – Lei. Solitudini al cinema.

llewyn davis recensione slowfilmIl cinema segue delle correnti, dei modi di sentire e di stare, oltre che delle tendenze e a volte coincidenze. Succede che personaggi o idee, tenuti da parte per anni, arrivino in sala in almeno due versioni, come Hitchcock o Capote, o una particolare soluzione narrativa venga adottata da due film che non si conoscono, o più banalmente la produzione cominci a ruotare ossessivamente su temi come i vampiri, gli zombie, gli apprendisti stregoni. Quella di un sentimento che scorre, casualmente e spontaneamente, attraverso diverse pellicole in un breve periodo di tempo, è invece un’idea più affascinante, che s’insinua nella vita dello spettatore in forme diverse, e lo culla nella confortevole finzione che l’universo segua degli accoglienti criteri estetici e ideali. Il sentimento, adesso, è quello della solitudine.

I Coen di Inside Llewyn Davis sono quelli di Barton Fink, già opera opprimente e sospesa con Goodman ad offrire uno sguardo sull’inferno. Quelli di Fratello dove sei, naturalmente per l’amore dei gorgheggi folk, e per l’ispirazione omerica. E quelli di A Serious Man, probabilmente uno dei loro capolavori più sottovalutati. Come per A Serious Man, per apprezzare A proposito di Davis occorre non essere pigri. Nella libera biografia di Dave Van Ronk, folk singer poco noto a cui Davis s’ispira, sono indecifrabili i rapporti fra causa ed effetto. Questo rende romantico lo smarrimento di Llewyn che, da parte sua, assicura una perfetta coerenza nelle scelte e nel comportamento, assicurandosi in questo modo gran parte della sua solitudine. Nei Coen non esistono fortuna e sfortuna, ma la coincidenza (letteralmente) con cui il caso imprime il proprio marchio sull’esistenza.

Davis suona e canta musica folk, storie che hanno sfiorato tutti in ogni tempo, scritte da lui e da altri. “Se non è mai nuova e non è mai vecchia, allora è una canzone folk”. Il motivo dell’odissea di Davis è, come in tutte le odissee (modello richiamato direttamente dal nome del gatto), il viaggio, che non può avere inizio né fine, ma incontra figure, altri uomini perduti, uomini dietro la scrivania, uomini che si cacano addosso, e strade notturne spazzate dalla neve. Il racconto, circolare, offre molti più spunti, idee ed emozioni dello svolgimento lineare di una sceneggiatura più confortevole. Llewyn Davis, come The Wolf of Wall Street, è il cinema, e da che io ricordi ho sempre voluto essere Llewyn Davis.

Movie-poster-Shirley-IIHIHNei cinema, in alcuni cinema e in determinati momenti, si vede anche Shirley, che invece viene dalla pittura. Il film dell’austriaco Gustav Deutsch attraversa quarant’anni di storia americana – dai ’30 ai ’60 – attraverso la ricostruzione di tredici dipinti di Edward Hopper. Al centro della scena una donna, Shirley, che, nella sua immutabilità pittorica, intreccia le proprie esistenze col racconto della guerra, del maccartismo, del suo rapporto con il teatro e il tradimento di Elia Kazan, dei pensieri di una maschera durante la proiezione di un film, della vita con un reporter, e naturalmente del sentirsi avvolta dalla luce tagliata da una finestra. Il film di Deutsch è piano, complesso, affascinante. Prima di tutto dal punto di vista estetico, nella ricostruzione dei quadri riposta nei colori pieni, le linee nette di luci e ombre, il movimento della macchina all’interno del quadro, il cambiamento d’inquadrature e la ricerca di dettagli, rimanendo sempre nell’ambito di quanto è visibile nell’opera originaria. Alla base del progetto c’è il mito della caverna, il destino di personaggi coscienti rinchiusi in un ambiente e in costante dialogo con il fuori campo. La solitudine di Shirley è nei rumori che vengono dall’esterno, a volte surreali, mostri, rombi, sirene e rumore bianco evocati dai suoi racconti e resoconti, mentre all’interno del quadro le persone incarnano solo la loro funzione, senza dialogare fra loro. Una sala piena e perfettamente silenziosa è la condizione ottimale per vedere Shirley.

Tutte le scene di Shirley – visions of reality sono qui.

her slowfilm recensioneDa una donna sempre al centro del quadro a una che non compare mai sulla scena. La protagonista di Her è una voce, quella dell’intelligenza artificiale che Theodore (Joaquin Fenix) sceglie per provare a riempire la propria vita, e lo smarrimento lasciato dal distacco con la moglie. Spike Jonze si conduce in un filone già piuttosto frequentato: da film non particolarmente riusciti come Thomas in Love e S1m0ne, e da altri decisamente più interessanti, come Ghost in the Shell e l’immortale Blade Runner. A quattro anni di distanza dal bellissimo Where the Wild Things Are, alcuni temi di Her, e il titolo in tutto, erano già iscritti nel cortometraggio del 2010 I’m Here, dove una particolare storia d’amore indagava i confini del corpo, dell’individuo e della coscienza.

Jonze è un amante delle scatole cinesi, ma dai primi film per cui non stravedevo il suo stile si è fatto più delicato. Her conserva una struttura fortemente teorica, ma alla forza dell’ancoraggio con il presente, che viene dalla rappresentazione di un futuro tutt’altro che improbabile, unisce la capacità di dare un’anima a tutti i suoi protagonisti. Nel gioco di scatole cinesi di Jonze una delle prime domande riguarda la finzione. Il lavoro di Theodore consiste nello scrivere su commissione toccanti lettere private, e la sua bravura dipende dalla capacità di sapersi fingere altre persone. Persone che, dal canto loro, fingeranno di aver provato e aver saputo esprimere le emozioni presenti nelle loro lettere. Altra finzione è quella di Samantha, la voce femminile, impersonata da Scarlett Johansson, che interagisce in maniera così naturale con Theodore da spingerlo presto a comportarsi come se avesse a che fare con una persona reale. Her tratta i suoi temi con accuratezza e sensibilità, ha il coraggio di non cedere alla tentazione di dare un corpo o un volto alla sua protagonista, ed è in tutto un ottimo film. Denso nei piani, personali, identitari, etici, culturali, che si intrecciano costantemente, riflessione inevitabile ma non banale sul rapporto con la tecnologia e come questa possa offrire soluzioni sufficienti anche in campo sentimentale. E sulla definizione dei sentimenti, della natura (umana), della realtà e della simulazione, Her si muove intelligentemente, con tono malinconico e dando il giusto peso ai dettagli.

Gli altri titoli che ingrossano la corrente sono Blue Jasmine e I Segreti di Osage County.

Inside Llewyn Davis: 4,5/5

Shirley: 4/5

Her: 4/5

The Grandmaster (Wong Kar-wai 2013). La fredda nostalgia di un estetismo romantico.

grandmaster wong kar wai recensione slowfilmWong Kar-wai ha soddisfatto gran parte del bisogno di romanticismo di una generazione. Per riuscirci ha creato un cinema estetizzante, che fosse distorto e videoclipparo (Hong Kong Express, Angeli Perduti) o statico e simmetrico (In the Mood for Love). In ogni caso abitato da nuvole di fumo al ralenti, figure in controluce, illuminazioni al neon e musiche da sentimental mood. Sono più rari i casi in cui il regista di Hong Kong, nome di punta della più interessante nuova onda dei ’90, sia riuscito a tenere una qualche forma di equilibrio, di quelli in cui si è lasciato andare a storie e soluzioni visive radicalmente melodrammatiche e manierate. Abbracciando, fra l’altro, un autocitazionismo estremo, forse risultato di un ritorno irrinunciabile a temi e personaggi così intimi.

Ciò nonostante, non possiamo non dire di aver amato Wong Kar-wai, e un suo film porta con sé l’intera storia del regista, e un po’ delle storie individuali degli spettatori.

Superati il loop kitsch di 2046 e il clone sbiadito Un Bacio Romantico, The Grandmaster è un film nuovo, un colossal storico ambizioso e calligrafico. La vita del maestro d’arti marziali Yip Man taglia il Novecento cinese, attraversando scontri fra clan, amori negati e una guerra col Giappone. Wong impone il suo sguardo in ogni momento, alla ricerca di un cinema ancora più grande della vicende narrate, imponendo una (pre)visione del quadro così definita da renderlo spesso superficie fredda. Le lunghe scene di combattimenti – sotto la pioggia o la neve, delimitate da un infinito treno in corsa che taglia lo schermo per minuti, o alla ricerca di una sovrannaturale leggerezza fisica e poetica – sono complesse coreografie, e al tempo stesso il mezzo principale con cui delineare e approfondire le personalità dei protagonisti e le dinamiche che li connettono e dividono. In uno stile che ibrida l’ipercinetismo degli esordi con la successiva sospensione fotografica, Grandmaster frammenta il quadro in una rincorsa di dettagli, trasformando alcune sequenze in una galleria di movimenti minimi e di espressioni del volto.

Grandmaster ha la sostanza di un’epica nostalgica e sintetica, in una parabola storica che perde buona parte della forza dell’affresco complessivo per concentrarsi sull’affezione della singola immagine, dei volti e degli sguardi, lasciando che il tempo scorra in secondo piano.

Al cinema dal 19 settembre.

(3,5/5)

Argo (Ben Affleck 2012). La CIA è vicina.

argo recensione slowfilm1979, la Rivoluzione Islamica costringe lo Scià a fuggire dall’Iran verso gli Stati Uniti, che ne aveva favorito l’ascesa al potere più di vent’anni prima, per poter disporre delle ricchezze petrolifere della ex Persia. I rivoluzionari fedeli a Khomeyni assaltano l’ambasciata americana, sequestrano una cinquantina di persone, mentre altre sei fuggono e si nascondono in casa dell’ambasciatore canadese. La loro è la situazione più critica, e a provare a portarli fuori dal Paese è Tony Mendez (Ben Affleck), “esfiltratore”.

Argo è più godibile e lineare di quanto fosse lecito aspettarsi, vista la coproduzione di Clooney e una tendenza delle spy story più in vista a ingarbugliarsi senza pietà. In realtà il film, naturalmente ispirato a vicende realmente accadute e autobiografate, ha una corposa vena disimpegnata, che segue il piano per la fuoriuscita degli Americani. Questi dovranno fingersi una troupe cinematografica impegnata in un sopralluogo per le riprese di Argo, un b-movie fantascientifico con ambientazione mediorientale. Il lavoro preparatorio necessario a rendere credibile il progetto è demandato al truccatore John Goodman e il produttore Alan Arkin, che sostengono l’apparato più divertente e meta del film di Affleck.

L’altra anima, meno soddisfacente, è quella più spionistica e politica. Mentre il regista insegue i ’70 non solo nella ricostruzione estetica (si segnala l’ottima colonna sonora, per quanto sarebbe più difficile fare un film sui ’70 con una brutta colonna sonora), ma anche nella densità e grana filmica, Argo scorre fino a un lungo epilogo che affida il culmine tensionale a un susseguirsi di conti alla rovescia. Per rispondere al telefono, per fare dei biglietti, per il decollo dell’aereo, per ricevere un telegramma, è una continua dilatazione dell’ultimo secondo utile, secondo un modello non particolarmente inventivo ed efficace, specialmente se proposto con tanta ripetizione.

L’ultimo appunto da fare ad Argo è sull’aspetto ideologico propagandistico. Nel prologo il film racconta gli antefatti, la trame americane tessute attraverso la CIA per influenzare radicalmente la sostanza del governo iraniano, attraverso delle immagini che si trasformano in tavole fumettistiche, lasciando che perdano in questo modo la forza dell’oggettività per trasformarsi in semplice narrazione. Nelle ultime scene, infine, la CIA si ritaglia un ruolo puramente supereroistico, una vocazione batmaniana che la costringe a rimanere nell’ombra, pur facendo del bene. L’Intelligence in generale viene mostrata come luogo fatto di semplici funzionari e di uffici, di telefonate al Presidente e affabili caratteristi, impegnati a espletare la burocrazia necessaria a far andare per il meglio le piccole e grandi cose del mondo. L’impronta ideologica che un film sceglie di adottare deve considerarsi, come altri aspetti, parte del film stesso? Direi, inevitabilmente, di sì.

(3/5)

Lincoln (Steven Spielberg 2012), Les Misérables (Tom Hooper 2013)

lincoln slowfilm recensioneBene, Daniel Day-Lewis piace a tutti. Però. Si trova in un film che lancia stormi di archi a sottolineare i discorsoni più accorati – che qui sono DOZZINE. Che prende 12 nomination agli Oscar, trascinato da recensioni che parlano di Uguaglianza, di America, di Obama. Si può, nel 2013 disilluso e postapocalittico?

Lincoln persegue un’idea monolitica e ottocentesca di enfasi cinematografica: per esaltare le parole le registra tutte, le mette in controluce, ne fa silhouette col cilindrone, primi piani, sguardi intensi, luce antica, drammatica, epocale. Disinteressato alla visione della guerra civile, tiene programmaticamente fuori campo qualsiasi azione per dedicarsi ad aneddoti, parabole e arringhe, moralmente edificanti quanto fisicamente debilitanti. L’insieme offre il modo più semplice e collaudato che ha il cinema di mentire; non in senso positivo né poetico, ma realizzando una patina che aderisca sulla presunta ingenuità spettatoriale, e sicuramente sull’idea che ha l’Academy del cinema e dello spettatore.

(2/5)

les miserables recensione slowfilmÈ tempo di mattoni. Gli Oscar di quest’anno alle statuine preferiranno dei lingotti. Squadrati,  grevi, che possano utilizzarsi come fermaporta o per spaccare un finestrino e rubare autoradio. Di quelle che vanno a cassette.

Quella de I Miserabili è una delle storie più raccontate al cinema. Di certo non presenta il problema di come riempire la pellicola, vista la paradossale quantità di sfighe che mette a disposizione. Les Misérables è la versione musical-operistica dello scritto di Hugo, una revisione che pare vada fortissimo nei teatri londinesi da almeno tre decenni. Questi attoroni internazionali, c’è da dirlo, sono degli schiacciasassi, e per fare cose del genere prendono lezioni di canto, si tagliano i capelli, invecchiano e ringiovaniscono, i pickpocket Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, per una manciata di dettagli, sono andati a scuola di borseggio. Tutti bravi, Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, il ragazzino Daniel Huttlestone – la sua una delle migliori entrate in scena, con Gavroche albionico punk – che hanno cantato in scena. Il melodramma con al centro il confronto fra Valjean e Javert, nonostante si scorgano alle loro spalle accurate ricostruzioni e scorci di Parigi vessata e stracciona, in massima parte ci viene offerto da Tom Hooper (Il Discorso del Re) con una serie di piani ravvicinati in movimento, lunghe sequenze liriche che immancabilmente contengono almeno una disgrazia. Non c’è tempo di soffrire per un dramma appena concluso, che il gorgheggio di un’altra scena madre sovrasta il ricordo di quanto accaduto.

Spossante.

(2,5/5)

A Royal Affair (Nikolaj Arcel 2012)

royal affairA Royal Affair è il film in costume come Iddio comanda. All’insaputa dei più, nella Danimarca del ‘700 si svolgeva, spontaneamente, il perfetto dramma storico. Intrighi di palazzo, monarchi psicotici, pericolose idee progressiste, imprescindibili intrecci amorosi. Christian VII è il giovane re danese, Caroline Matilda, sorella del re d’Inghilterra Giorgio III, la sposa, Johann Friedrich Struensee, incarnato da Mads “Valhalla” Mikkelsen, il medico di origini tedesche. Chiamato a corte, Struensee, fervido sostenitore di ideali illuministi, accresce costantemente la propria influenza nei confronti del re – e naturalmente della moglie -, mettendosi contro tutti gli altri rappresentanti del potere costituito.

Le azioni riassumono pagine di libri di storia, dando alla scena una notevole densità. Al respiro ampio ed epocale, alimentato da un registro classico ma non desueto, A Royal Affair affianca la capacità di conservare interesse per gli individui, mostrando come i cambiamenti e le decisioni di poche persone si riflettano drasticamente sui destini comuni. E in un significativo secondo piano si svolge il gioco inverso, dove la capacità di saper indirizzare e plasmare il volere del popolo lo rende uno strumento eccellente per la distruzione del singolo, costringendo cinicamente le classi sociali più basse ad operare contro il miglioramento del proprio stato.

Fra ricostruzione storica, melodramma romantico e raffinata rappresentazione del potere, quella di Nikolaj Arcel è un’avvolgente immersione in un cinema solido e denso di pathos, che rispecchiando gli ideali del suo protagonista incarna una riflessione universale e moderna sulle forme di potere e sulla manipolazione delle masse.

A Royal Affair è candidato all’Oscar per il Miglior film straniero, qualsiasi cosa questo significhi.

(4/5)

Django Unchained (Quentin Tarantino 2013)

django unchained recensione slowfilm“Un film di Quentin Tarantino” è la prima indicazione, prima del titolo, come faceva anche Kubrick con i suoi film. In entrambi i casi non una scelta gratuita, ma il marchio significativo che dalle pellicole si estende a tutto il cinema attorno, alla visione che il pubblico ha dello stesso, al lavoro e le aspirazioni di decine di altri autori.

Django Unchained è decisamente un film di Tarantino – più di alcuni suoi film, più di Jackie Brown e Grindhouse – ed è un’opera in assoluta continuità con il suo capolavoro (cit.), Bastardi Senza Gloria. Dopo il doppio volume di Kill Bill anche queste due opere, seppure distinte nell’ideazione e realizzazione, sembrano presentare una storia unitaria, declinata in due movimenti che invertono le caratteristiche dei film che raccontano la vendetta di Beatrix Kiddo: più concentrati sui dialoghi detti attorno a un tavolo Basterds e il Volume due, più vicini alle fontane di sangue e al viaggio nella violenza visiva e nello scontro fisico Django e il Volume uno.

Tornando prepotentemente sugli effetti da Grand Guignol e sulla commistione di toni, qui più che altrove Tarantino proclama la serietà del (suo) cinema di genere. E fa un gran lavoro. Per costruire un nuovo e infallibile Chistoph Waltz – il pazzo più misurato della storia recente -, speculare a quello visto nel film precedente. Per trattare come merita l’ambiente del western, genere originario del cinema. Per arricchire ancora il suo postcitazionismo, con un assurdo dibattito sui cappucci da Ku Klux Klan così vicino alle idee dei Monty Python. Per mostrare ancora la sua vena più grottesca, quella che taglia corto con i convenevoli e le raffinatezze, e obbliga lo stesso Tarantino a infuriarsi, quando per più di vent’anni gli vengono poste le stesse domande sull’opportunità e il significato della rappresentazione della violenza.

In mezzo a tutto questo, a un film che è una miniera d’immagini, idee e personaggi, il cuore di Django mostra qualcosa di terribilmente serio, con un coraggio che sarebbe davvero assurdo dare per scontato. La parte centrale del film, in questo senso perfettamente complementare a Bastardi Senza Gloria, è una terribile discesa nell’inferno dei lager, i possedimenti dei padroni che hanno pieno e sadico diritto di vita, morte e tortura sui propri schiavi. Una pagina della storia americana viene restituita al suo orrore, portata in diretta consonanza, per quel che riguarda la disumanità e la ferocia alle sue radici, con la follia nazista. Tarantino ha messo del western in molti dei suoi lavori, e col suo primo western cronologicamente e geograficamente inquadrato completa il suo film sull’ideologia nazista, su una violenza storicamente tanto grande da richiedere ancora un epilogo catartico, reso possibile solo dal diritto alla reinvenzione che il cinema rivendica sulla storia.

Ancora molto si dovrebbe dire: sulle ottime prove di tutti gli attori, oltre Waltz un mutato Samuel L. Jackson, un finalmente cattivo DiCaprio e naturalmente Jamie Foxx; sulla capacità di tenere sempre alta la tensione, qualsiasi sia il registro frequentato dal film; sull’uso delle musiche, come al solito libere, diverse ed essenziali quanto la scrittura e la regia; su come tutto questo, in definitiva, faccia di Django Unchained un film fortemente sbilanciato verso il capolavoro.

(5/5)

Quell’Idiota di Nostro Fratello (Jesse Peretz 2011), The Way Back (Peter Weir 2010) – ora al cinema, visti da un po’

Quell’Idiota di Nostro Fratello – Our Idiot Brother c’è subito da dire che come commedia leggera leggera si lascia guardare. Ne hanno scritto, e presumo detto, anche molto male, e mi sfugge come succeda che in alcune circostanze ci si aspetti di trovare in un film che si chiama Quell’Idiota di Nostro Fratello qualcosa di vicino a Macbeth o Vidor.

Paul Rudd, Zooey Deschanel e Steve Coogan sono tre belle facce che sanno fare il proprio lavoro, e sono già tre punti a favore del film. Tutto sarebbe stato più interessante e duraturo, se un colpo di reni della scrittura avesse accentuato i tratti lebobowskiani del protagonista. La pigrizia, la sciatteria, la visione romantica della vita ci sono, ma presto vengono messe al servizio di una più semplice idiozia e geometrica incapacità di tenersi la lingua in bocca. Rimane un filmetto da vedere a tempo perso e senza perdere troppo tempo, con due o tre scene realmente divertenti.

The Way Back chi poteva aver voglia di vederlo, l’ha probabilmente fatto parecchio tempo fa. A me è successo così. I nomi, infatti, non sembrerebbero da due anni di ritardo nella programmazione e strenua concorrenza con creme solari e smadonnate da soffocamento. Dietro la macchina da presa Peter Weir – The Truman Show e L’Attimo Fuggente, per dirne due – e davanti Ed Harris, Colin Farrell, Saoirse Ronan, per dirne tre. Quest’ultima, poi, credo sia una delle nuove attrici più promettenti e classicamente solide, ritenendo che quest’affermazione possa avere qualche significato.

Per come lo ricordo, il film non è epocale. 1940, un gruppo di prigionieri scappano da un gulag e fanno davvero tanta, tantissima strada a piedi, per moltissimo tempo, attraverso deserti di sabbia e di ghiaccio, e gliene succedono alcune. Trattasi di “film ispirato a storia vera”, il che, a conti fatti, ha abbastanza dell’incredibile, ma Weir fa un lavoro davvero pulitissimo. Troppo pulito. Nei momenti più drammatici sembra perdersi nella fotografica geografia dei luoghi, più che nella sofferenza dei fuggitivi, e protagonisti al tempo stesso così disgraziati e patinati fanno uno strano effetto. Film fiume, più di due ore, appetibile, ma visibilmente intenso più nell’idea che nei fatti.

Quell’Idiota di Nostro Fratello: 3/5

The Way Back: 3/5

Tyrannosaur (Paddy Considine 2011), Chronicle (Josh Trank 2012), 24 Hour Party People (Michael Winterbottom 2002)

Prima regia dell’attore Paddy Considine, il britannico Tyrannosaur è un pugno allo stomaco da non schivare. Joseph / Peter Mullan è un vedovo iracondo che nasconde la propria tristezza dietro la facciata violenta; un giorno incontra Hannah, donna sposata a un uomo per niente a modo, l’inquietante Eddie Marsan. Si tratta di una delle storie d’amore più grigie e sgangherate di sempre, in un intreccio essenziale che avvolge immagini e personaggi realistici e crudeli. Mullan conserva in ogni momento un’eleganza istintiva e insopprimibile, e tutto sommato non ci si stupisce che il più sano e assennato risulti essere lui.

(4/5)

Chronicle è il film per la cui descrizione tutti hanno aggiunto al dizionario l’espressione found footage, e non vedo perché io dovrei essere da meno di tutti. Dicesi found footage l’espediente portato nell’epoca moderna da The Blair Witch Project e utilizzato in una marea di film tendenzialmente horror come Cloverfield, Troll Hunter o quell’inspiegabile schifo che è Paranormal Activity. Cioè si simula che il film sia fatto da un collage di riprese amatoriali, o inconsapevoli, insomma non finzionali. La buona notizia è che, al contrario di quel che accade di solito, il cameraman principale questa volta non è uno snervante coglione assoluto (per la descrizione degli orrendi sintomi che solitamente accompagnano il found footage rimando a Troll Hunter), ma addirittura l’attivo protagonista, e il tema del film consente che non tutte le inquadrature siano soggettive dondolanti. Si tratta infatti di tre ragazzi che acquisiscono dei superpoteri: spostano gli oggetti col pensiero (già, anche la videocamera), volano, fanno cose, manco a dirlo si lasciano prendere la mano. Si sa, l’animo umano è volubile e da grandi poteri derivano MORTE E DISTRUZIONE. Sì, c’è del Misfits, ma molto di più c’è di Akira. Anzi, Josh Trank mi ha convinto così tanto – la resa degli effetti è ottima, il film quasi sempre teso e offre alcune sequenze notevoli – che mi ha persuaso che l’estetica movimentata e digitale, telegiornalistica, potrebbe essere un modo sensato di impostare la trasposizione live del capolavoro di Otomo (progetto travagliato di cui ho perso le tracce). Al cinema dal 9 maggio.

(4/5)

Ultimo, ma veramente ultimo, 24 Hour Party People, film che m’era sfuggito. Non che sia brutto, ma Winterbottom ripercorre 20 anni di musica inglese attraverso la storia del produttore Tony Wilson, cavalca la New Wave di Manchester, mette in scena Joy Division, Sex Pistols e disco music disco music. E ancora: si droga, si butta sul demenziale e il montypythoniano, parla direttamente allo spettatore, e la città operaia e la cultura e evoca l’epica. A parole. Parla in continuazione di leggenda ma disinnesca tutto, trattando ogni vicenda, stupida o drammatica, con lo stesso tono, un po’ piatto e con un uso meccanico della punteggiatura. E allora il film appassiona poco, ed è un peccato, con tutto quel ben di Dio.

(3/5)

Monster of Nix, Children who Chase, Alois Nebel, Chico & Rita al Future Film

Intensa prima giornata di visioni al Future Film Festival, ospitate dalla Cineteca – Cinema Lumière. IL 28 marzo si è aperto con la prima rassegna di cortometraggi, per il programma FFshort. Dieci opere di sette paesi, per una bella panoramica sullo stato dell’arte. La selezione mostra mondi fantastici plasmati su stili visivi estremamente eterogenei, ognuno fortemente caratterizzato e teso a differenti finalità. Alcune segnalazioni: su tutti The Monster of Nix (Francia 2011), di Rosto. Probabilmente la produzione più impegnativa, il corto d’animazione dell’artista olandese può vantare la partecipazione delle voci di Tom Waits e Terry Gilliam ed è già transitato per Venezia ed altri festival eropei; avrebbe forse meritato maggiore visibilità anche qui al Future Film. La struttura di Nix ricalca quella di un breve lungometraggio, dal momento che l’avventura di Willy, ragazzino impegnato a cercare la causa della devastazione del suo villaggio, traccia una storia compiuta, disseminata da incontri con personaggi fantastici, spesso solo tratteggiati e pronti a uno sviluppo più ampio. Fra reminiscenze burtoniane e musica dai sapori balcanici o klezmer, che si sposano ottimamente col timbro inconfondibile di Waits, quella offerta da The Monster of Nix è un’esperienza cupa e affascinante, una favola sulle favole ricca di idee visive e sonore.

Molto particolare anche The Wonder Hospital (USA 2010) di Beomsik Shimbe Shim: un incubo dall’atmosfera lynciana, denso d’angosce e suggestioni, coi temi portanti dell’autorappresentazione e la chirurgia estetica nella sua declinazione più grottesca. Vivre ensemble en harmonie (Belgio 2011) di Lucie Thocaven è un ironico corto in “tecnica mista”, un bizzarro apologo sulla rabbia e le estreme conseguenze della sua deflagrazione, mentre The Tannery (Regno Unito 2010) di Iain Gardner è un toccante racconto animalista dalle struggenti tinte pastello. Year Zero (Olanda 2011) di Mischa Rozema, infine, è un’opera quasi interamente live. La più disturbante e cruda della rassegna, si presenta come una sorta di videoclip apocalittico, fantascienza horror con sentori del Tetsuo di Tsukamoto, in un susseguirsi di quadri infetti, morbosi, scene di un’inquietante invasione aliena, interna ed esterna agli esseri in scena. Notevole la forza visiva delle immagini e degli effetti speciali, Year Zero è una convincente vetrina delle capacità dei suoi autori.

Con pause di handmade cigarettes (trend diffuso, la crisi diffonde il fai da te) sono tre i lungometraggi visti. Children who chase lost voices from deep below (Giappone 2011) è il nuovo lavoro dell’autore di 5 Centimetri al Secondo, Makoto Shinkai.  La volontà di proporsi come nuovo Miyazaki è evidente, e tutto sommato la cosa sembra riuscirgli meglio che a molti adepti nello Studio Ghibli. Il tema portante è nel dolore per la perdita e la sua accettazione, ma nel film di Shinkai c’è più o meno di tutto: richiami ecologisti, riti di rinascita, storie d’amore, il mito orfico, un gattino buffo, pacifismo, scene elegiache, luci e ombre. Il riferimento più diretto, tornando a Miyazaki, è Mononoke, di cui si ritrovano anche i colori, le fattezze di alcune creature, l’animismo, la rappresentazione degli scontri cruenti. Ma proprio la moltiplicazione dei temi e gli scenari non permettono a Shinkai d’eguagliare il capolavoro di Hayao, restituendo un film bello da vedere ma non del tutto coinvolgente, piuttosto superficiale, tutto sommato troppo ingenuo e imperfetto rispetto quelle che sono le sue aspirazioni. Le visioni fantastiche sono comunque affascinanti, molto accurate nel disegno – in particolare per quel che riguarda i paesaggi e i dettagli di ambienti naturali e antiche rovine; meno riuscite sembrano le caratterizzazioni “umane” – ed è un film apprezzabile in un periodo in cui l’animazione giapponese non sembra offrire opere di grande respiro e originalità.

Alois Nebel (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Germania 2011) di Tomàs Lunàk è la trasposizione dell’omonima graphic novel. L’atmosfera noir è assicurata dalla scelta del b/n unita ai contrasti netti dati dal passaggio al rotoscopio. Alois Nebel è controllore in una piccola stazione dei treni nei Sudeti, regione montuosa al confine cecoslovacco, l’anno e il 1989, quello della caduta del muro. Fra allucinazioni del passato, rievocazione di un passaggio storico e costruzione di nuovi affetti, il film di Lunàk procede secco e affilato, tratteggiando pochi personaggi e portando lo spettatore in un mondo colore del piombo, spazzato dalla pioggia e la neve bianca.

chico-e-rita list01Chico & Rita è l’ultimo film della serata, una produzione spagnola del 2010 firmata Tono Errando, Javier Mariscal e Fernado Trueba. “Il futuro non mi ha mai dato niente. Tutte le mie speranze sono riposte nel passato” è la frase fulminante, che indica quale sia lo spirito di Chico & Rita. A pronunciare queste parole è Rita, una bellissima cantante che ne L’Avana del 1948 comincia una travagliata e lunga avventura romantica con Chico, talentuoso pianista jazz. Il film è jazz, è blues, è la musica di Bebo Valdés e i disegni caldi e leggeri dai netti contorni neri, è nostalgia e occasioni perdute, è vanità, tradimento e amore incondizionato.

Pubblicato su BolognaCult