Coco (Lee Unkrich, Adrian Molina 2017)

cocoFacendo due conti, alla Pixar non riusciva davvero un film dal 2009, anno di Up. Coco è un buon film, e teniamocelo stretto, che poi si ricomincia con i numeri di Gli Incredibili 2 e Toy Story 4 (quattro). Dopo i ghiacci di Frozen e il sale di Oceania, Disney – Pixar prosegue nel filone “etnico”, ispirato da diverse culture, favole, credenze e religioni. Personalmente, non sono particolarmente attratto dai racconti troppo caldi, dalle chitarre dei mariachi e dalle famiglie allargate, non sono particolarmente attratto dal Messico, ma Coco funziona. E per un’ampia prima parte la sua ispirazione viene da lontano, ricordando in molti modi La Città Incantata. Dal capolavoro di Miyazaki riprende il viaggio inaspettato di un bambino nel mondo degli spiriti, la costruzione di un mondo di architetture fantastiche brulicanti di forme bizzarre, la ricerca dell’identità fino anche al riferimento al senso e al valore del proprio nome. Dall’animismo giapponese si passa all’iconografia del Dìa de Los Muertos, ma Coco conserva una prima parte prevalentemente descrittiva, come nei momenti migliori delle produzioni Pixar.

Coco, che comunque non raggiunge i livelli di ricchezza visiva, astrazione e poesia del maestro giapponese, nella seconda parte torna alla compiuta narrazione occidentale. Lo fa azzeccando una serie di personaggi riusciti, a cominciare dall’allucinato cane Dante, e qualche bella scena, su tutte quella della stessa Coco che, come un delicato omaggio, pur dando il nome al film non ne è la protagonista. Superate le scene più visionarie, il film di Lee Unkrich racconta una storia ben definita e anche ben congegnata, classica nella sua compiutezza e nell’opportunità dei colpi di scena, riportando concretezza – come abitudine dello studio californiano – in un mondo fantastico che, tutto sommato, si muove sempre secondo meccaniche conosciute, che  possano portare un messaggio collaudato e ben riconoscibile.

(4/5)

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Toy Story 3 – La grande fuga (Lee Unkrich 2010)

toy-story-3I consueti dubbi sui numeri due, tre e via contando hanno un motivo d’essere in più, nel caso della Pixar. Anzi, più che di dubbio si può parlare di rammarico, perché il dilungarsi su personaggi conosciuti porta inevitabilmente alla mancanza del primo punto di forza della migliore casa di produzione d’animazione occidentale: la costruzione di nuovi mondi, di regole specifiche, di figure splendidamente immediate e complete. Uno dei motivi per cui furono dei giocattoli i protagonisti del primo lungometraggio interamente in cgi 3d (nel senso della progettazione tridimensionale delle figure), nel Toy Story di quindici anni fa, a quanto ricordi andava ricercato nella migliore resa visiva e dei movimenti che poteva dare lo stato della tecnologia, applicata a soggetti dal corpo e lo sguardo di plastica. La Pixar ha successivamente dimostrato di saper dar vita a personaggi e mondi ben più originali e complessi. 
 
Toy Story 3 parte con l’handicap e non lo recupera. L’ottima animazione e la perizia tecnica non rendono molto più interessante una storia classica nel senso più stanco del termine, strutturata in un incipit che trova l’ex bambino Andy alle soglie del college a dover decidere cosa fare dei vecchi compagni di giochi, che si evolve per una lunga parte centrale in un escape movie ambientato in un asilo. Questa seconda fase ha delle rare battute efficaci, più spesso si limita alle autocitazioni, ad accogliere qualche luogo comune della satira infantile che vede in Ken un bambolotto effeminato o cita l’inquietudine intrinseca dei Cicciobello dagli occhi vitrei e spesso indipendenti; qualcosa che siamo più abituati a trovare nei vari Shrek. Anche la presenza di un pupazzo Totoro non è più di un ammiccamento irrisolto. Uno spunto interessante viene da Mr. Potato che, trasferendo i suoi pezzi su una specie di piadina e trasformandosi in un soggetto che accosta Dalì a Picasso, ci porta al dilemma di dove debba essere ricercato il punto di rottura fra identità e corpo.
 
È solo nella parte finale che Toy Story 3 si mostra se non originale quantomeno coinvolgente, quando distoglie l’attenzione dalle vicende degli oggetti per trovare la malinconia reale del bambino, ormai ragazzo, costretto a crescere. Davvero troppo poco per consentire il salto di qualità ad un film solo guardabile e che prelude ad altre opere numerali come Cars 2 e Monsters & Co. 2.

(3/5)