Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve 2017). L’assenza dell’uomo e la ricerca del desiderio

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’essere umano non esiste più, è questa la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Non esiste più una storia condivisa, non esistono dei luoghi reali dove un racconto possa essere vissuto trovando un contesto comune. Blade Runner 2049 è uno splendido film, opportunamente lontano e per certi versi antitetico al Blade Runner di Scott: se prima si indagava l’uomo, adesso a riempire il discorso è la sua scomparsa. Il mondo del Blade Runner di Denis Villeneuve è una matrice di non luoghi, totalizzanti e serializzati, utili a sintetizzare il necessario alla semplice sopravvivenza, o a testimoniare un passato che ormai nessuno più si prende la briga di rimpiangere.

Pur visualizzando un mondo più astratto e indefinito del suo predecessore, e continuando comunque a offrire speculazioni esistenzialiste, 2049 è un film molto legato alla realtà, alla nostra realtà e al nostro tempo. In un ambiente che non offre elementi di riferimento, la difficoltà a creare dei ricordi accomuna tutti, umani e replicanti, e per tutti le esperienze – e dunque i futuri ricordi – hanno natura artificiale. Dipendono da sovrapposizioni di immagini e dall’interazione con il virtuale, surrogati olografici che a loro volta superano la dicotomia fra umano e androide, ponendosi come intelligenze incorporee. Se il precedente era un film sullo sguardo e la scoperta, questo è un film che, in continuità con l’opera di Villeneuve, riporta l’ambiente come visualizzazione dell’interiorità dei personaggi, degli spazi spesso solitari, incredibilmente ampi, ma delimitati come delle gabbie. In questo ha un ruolo importante la fotografia di Roger Deakins, che confonde gli orizzonti e le forme con veli che limitano la visibilità dei quadri, sfumando nel colore puro. Negli interni, gli spazi ripieni di oggetti e ossessioni del film di Scott, qui sono sostituiti da geometrie vuote, le luci, prima tagliate e definite, diventano riflessi in continuo movimento, per un mondo che vive un periodo di elaborazione, che ha perso la sua identità e non ne ha ancora definita una nuova.

Il film si muove su molti livelli, la scelta estetica riporta anche al Tarkovskij di Stalker, con cui condivide il viaggio dei protagonisti alla scoperta dei propri desideri, timorosi della risposta ma incapaci di interrompere la ricerca. In Blade Runner 2049, l’androide K (Rian Gosling) identifica la presenza o meno dell’anima con un indice di cosa si è autorizzati a desiderare. Il legame è anche con Enemy, dove il doppio era il mezzo per confrontarsi con i propri desideri, mentre qui è lo stesso protagonista ad avere una doppia essenza, incerta, e impiega la sua intera esistenza nel tentativo di identificarla.

2049 è anche legame con la mitologia che lo precede, attraverso un intreccio di rimandi visivi e narrativi non ingombrati ma significativi, dall’aggiornamento del test Voight-Kampf al ritorno di vecchi personaggi con nuove funzioni, su tutti naturalmente il Rick Deckard di Harrison Ford. Ed è anche azione, confronti e duelli, da quello dall’impronta western in apertura, a quello fra K e Deckard, caratterizzato da frammenti di memoria olografica che riportano a Las Vegas Marilyn ed Elvis, unendo direttamente le nostre realtà. Bello anche il bacio che una delle antagoniste dà al protagonista, ricordando quello di Roy Batty al suo creatore, un misto di prevaricazione e disperazione. A voler indicare un paio di aspetti non del tutto riusciti, il primo sarebbe la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch. Non è chiara la vicenda che avrebbe portato alla sostituzione di Jóhann Jóhannsson, spesso essenziale nel cinema di Villeneuve, ma, come accaduto con Dunkirk, Zimmer fornisce un apporto d’impatto ma non particolarmente inventivo nei momenti puramente sonori, mentre nelle parti melodiche qui è troppo vicino all’opera di Vangelis. Il secondo appunto, più rilevante, riguarda quei due, tre ganci, a quanto pare ormai irrinunciabili, verso un possibile sequel. 2049 avrebbe meritato una compiuta indipendenza (che ovviamente non significa una perfetta chiusura), come quando si facevano film veri.

Concludendo, a distanza di 35 anni, a un Blade Runner sull’essenza dell’uomo se ne affianca uno sulla sua assenza, un titolo differente, ma capace di rielaborare quanto nell’originale c’era di futuristico e visionario, e renderlo anche più vicino al nostro presente. Mentre i sequel, remake e reboot del caso – da Star Wars alle saghe Marvel -tendono alla normalizzazione e all’appiattimento sul linguaggio fragoroso e vuoto del cinema di massa, 2049 abbraccia uno stile registico e narrativo molto definito, è un film d’autore, un film di Denis Villeneuve.

(4,5/5)

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Denis Villeneuve, le origini: Un 32 août sur terre (1998) Maelström (2000) Polytechnique (2009)

32 agosto sulla terra villeneuve recensioneMi ero abituato a considerare l’opera di Denis Villeneuve come qualcosa di definito e coerente, essendo possibile trovare un filo conduttore forte, nell’estetica e il contenuto, nei suoi titoli da La Donna che Canta in poi. Anche Villeneuve è stato giovane, anche lui ha cominciato con pochi mezzi e un cinema fatto di idee e piccole osservazioni argute. Era già bravo, ma finalmente ancora immaturo, rispetto quanto mostrerà più avanti. Purtroppo mi capita di vedere i suoi film in periodi in cui non ho poi modo di scriverne, ma meritano sicuramente di più di questi appunti disordinati e già vaghi.  Un 32 août sur terre – Un 32 Agosto sulla Terra racconta di una giovane donna che dopo un incidente decide di avere un figlio, Maelström di una giovane donna che abortisce e poi ha degli incidenti. Sono film dall’impostazione registica molto differente, da poco rintracciabili online con sottotitoli nella nostra lingua. In entrambi si avverte il giudizio morale, che rimarrà nel lavoro di Villeneuve come studio e oggetto che spinge all’osservazione, mentre qui è presente come messaggio, in una modalità comunicativa diretta, più univoca e rozza. 32 Agosto, lungometraggio d’esordio del 1998, è scarno, piuttosto francese, ha il fascino delle storie semplici e lineari e dell’ostinazione folle della sua protagonista. È un film fatto di sentimenti congelati, che si cerca ingenuamente di ricondurre ad affari privati e puramente funzionali, un film di coincidenze devastanti e spazi vuoti dove vagare come all’interno della propria mente, come in Gerry di Gus Van Sant (che arriverà quattro anni dopo, ma il cui riferimento più probabile è effettivamente Bela Tarr, cui il film è dedicato).

maelstrom villeneuve slowfilm recensioneCoincidenze devastanti, ma più elaborate, sono anche al centro di Maelström, il film più appariscente e fracassone di Villeneuve. Ci viene raccontato da un orrido pesce sanguinolento con la voce profonda e gli occhi strabuzzati, che attende su un bancone che la testa gli venga tranciata da un orrido uomo grasso, nudo, e altrettanto impastato di sangue. È uno dei piani di Maelström, quello del commento e delle frasi sull’amore e il caso, non direttamente compreso nel mondo narrativo cui si rivolgono le sue osservazioni. La storia vera e propria, pure, si divide in più di un binario, lascia spazio a digressioni che nella ricercata costruzione toccano il grottesco e l’ironia; già molto più ricco e complesso del lavoro precedente, abbandona la linearità per incarnare il film più vario, dissonante, balcanico e pop dell’autore. Un pop che, comunque, nei momenti più tesi e onirici guarda ai titoli del primo von Trier, quello inquietante, acquatico e oleoso di L’Elemento del Crimine. A proposito di acque profonde, è The Ocean Doesn’t Want Me Today la canzone di Tom Waits che nel film trova largo spazio, la seconda, sempre da Bone Machine, è All Stripped Down. Devo citare Tom Waits per motivi affettivi, perché, come degli orridi pesci sanguinolenti che attendono di essere fatti a pezzi, siamo tutti innamorati dei sentimenti, ma sono diversi i commenti musicali che completano e formano le scene, dando loro, per contrapposizione, una natura più ambigua. Bello da vedere, sufficientemente strano e ben recitato, Maelström è un film concettualmente un po’ datato e ancora visibilmente costruito, ma già molto interessante.

Polytechnique villeneuve slowfilm recensionePolytechnique arriva nove anni dopo, la pausa più lunga nella produzione del nostro. Non so cosa abbia fatto nel frattempo: a quanto pare, non ci conosciamo poi così bene. Ad ogni modo, ci piacerà comunque dire che questo titolo è la conclusione dell’ideale prima fase del regista. Si racconta, in bianco e nero, la strage del 6 dicembre 1989 all’École polytechnique di Montréal – e così torna Van Sant. Polytechnique è un’inversione radicale, la scelta di una messa in scena asciutta, lineare, dilatata e silenziosa. Declinata, ancora, in un tono più semplice e impersonale rispetto ai migliori titoli dell’autore, vincolato a un tema forte e sostanzialmente di genere. Si rafforza quello che è sempre stato e sarà sempre di più un tratto distintivo della regia di Villeneuve, lo sguardo controllato ma spiazzato della sua macchina da presa, spesso in ritardo, che cerca i personaggi e l’azione nel quadro, e appare restia a dar loro tutta l’attenzione che normalmente accentrerebbero. Le storie sono diffuse, le cose, anche esasperate – se non ai limiti della credibilità – accadono in un mondo, lo stesso che abitiamo, che è invece pienamente significativo, con tutte le conseguenze del caso.

Un 32 août sur terre: 3,5

Maelström: 4

Polytechnique: 3,5

Arrival (Denis Villeneuve 2016). Il dono del nuovo monolite

arrival-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Il cinema di Denis Villeneuve è, in questo periodo, fra i più sicuri, definiti e riconoscibili. Il canadese è riuscito a portare la sua poetica nelle produzioni hollywoodiane, unendo le scelte autoriali con l’apertura a un pubblico ampio, apparentemente senza dover fare grosse concessioni o compromessi. Arrival, presentato come il suo primo film di fantascienza, ha in realtà un ottimo precedente nel fantastico di Enemy, rielaborazione profonda de L’Uomo Duplicato di Saramago, da noi inspiegabilmente non distribuito. Villeneuve sa dare ai suoi film una consistenza singolare, rendendoli freddi, granitici, cerebrali, e al tempo stesso diffusamente ambigui, empatici, risultato di una costruzione che evita accuratamente di dare troppo peso al focus narrativo. Oltre che al racconto Storia della Tua Vita di Ted Chiang, Arrival evoca il Kubrick di 2001, il Vonnegut di Mattatoio n.5, lo Spielberg di Incontri Ravvicinati, Il Nolan di Interstellar, la spiritualità di Malick, e sicuramente molto altro. Ma la riconoscibilità di Villeneuve sta nel modo di allontanarsi dalle sue storie, nella capacità di lasciar corrispondere l’intero film, il suo tono, con il messaggio. La rappresentazione vive di scelte in cui l’immagine costruisce ampie architetture dai colori uniformi, quindi le identifica nei primi e primissimi piani di volti e sguardi, riconducendo tutto alla descrizione di un’interiorità che lo spettatore è chiamato a esplorare, fino a identificare temi condivisi in cui rispecchiarsi. Un ruolo essenziale, nella riuscita della singolare alchimia, è quello di Jóhann Jóhannsson, autore di un tessuto musicale che sostiene e definisce l’atmosfera combinando, anche qui, la materialità dell’ambiente con il senso sospeso di muri sonori e accenti profondi. Così, nello scantonare il film dalla rappresentazione mainstream, è essenziale la scelta di cosa evitare di mostrare, lasciando che sottotrame ed elementi narrativi consequenziali e risaputi mostrino solo i loro effetti.

[Da qui, solo per chi ha visto il film] L’incontro fra la linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, e due degli alieni arrivati sul nostro pianeta a bordo di enormi gusci – le navi sono dodici, identiche e disseminate casualmente per il globo – è subito un evento che mette in gioco una serie di implicazioni sociali, culturali, una situazione complessa che sta portando il mondo alla rivolta interna e alla guerra interplanetaria. Ma al centro della storia, e della vita di Louise, c’è un lutto, la morte della giovane figlia. La presenza di Louise, e la presenza stessa degli alieni, ha uno scopo personale e individuale, come definisce anche il raccordo visivo fra lo “schermo” – in formato panoramico – dietro cui gli alieni osservano e si lasciano osservare dagli umani, e la grande vetrata sul lago della casa di Louise, luogo intimo e familiare che si sovrappone a quello extraterrestre, confondendo i due piani. Similmente ai celebri monoliti neri, i gusci si presentano come una cesura, anche grafica, nella storia dell’uomo, conservano un mistero e una conoscenza nuova, da elaborare e assimilare. Louise cerca una forma di comunicazione comune, ed è proprio nella particolare scrittura degli alieni eptapodi, circolare, senza inizio né fine e immediata portatrice di senso, che si riflette un modo differente di percepire il tempo, e di conseguenza di concepire l’esistenza stessa. Il punto che nella maggior parte della fantascienza viene bypassato attraverso provvidenziali ritrovati tecnologici, il nodo della diversità linguistica, qui diventa centrale, ed è la chiave per accedere, dopo aver citato Sapir-Whorf, a una diversa percezione della realtà, lasciando che la mente sia modellata da un diverso linguaggio.

Quella che sembrava una premessa, la perdita della figlia da parte di Louise, si rivela essere un evento cronologicamente successivo all’incontro con gli alieni. La futura madre, non più vincolata alla linearità temporale, conosce il destino della figlia, e lo accetta, scegliendo di metterla al mondo. All’interno di una storia che, pure attraverso una cronaca distaccata ed ellittica, presenta fobie e conflitti globali, il centro torna alle più profonde e irrinunciabili delle paure umane e individuali, quella della morte. L’altro episodio chiave, legato al generale che Louise persuade a non attaccare le navi spaziali, riguarda anch’esso una perdita, con il militare che, in un tempo futuro, rivela alla studiosa le parole che la moglie ha pronunciato in punto di morte, consentendo a Louise di riportargliele nel passato. Nella percezione circolare e completa dell’esistenza, la vita si presenta in ogni caso come “un gioco non a somma zero”, e il dono alieno, attraverso la “riprogrammazione linguistica” è la possibilità, per l’uomo, di accettare l’idea della morte.

Sulla strada del ritorno, mentre l’esterno sembra ancora una diretta emanazione delle suggestioni cinematografiche, l’ultimo album dei Flaming Lips è un adeguato distillato musicale di alienazione e intimità.

“Il desiderio di avere più mucche”

(4/5)

I film da vedere durante il novembre e il dicembre dell’anno più 2016 che si ricordi.

arrivalAgile promemoria dei titoli da raggiungere in sala in questi due ultimi mesi del 2016, che le coincidenze distributive hanno arricchito di corazzate mainstream e zampate d’autore finalmente riportate alla luce anche da noi.

Knight of Cups, dal 9 novembre. Nonostante sia intrattenimento diffuso sparare sull’ex venerabile Terrence Malick, non credo ci sia in giro qualcosa di visivamente paragonabile a questo Fante di Coppe.

Arrival 24 novembre. In attesa di Blade Runner 2046, l’approdo dell’ottimo Denis Villeneuve alla fantascienza.

Rogue One 15 dicembre. Non se ne sa molto, pare sia connesso a una serie di nicchia, Star Lords, Big Wars, una cosa del genere. Il regista è, almeno in parte, il bravo Gareth Edwars, che scopriremo quanto sia stato ridimensionato dalla produzione.

Louise en Hiver 22 dicembre. Il nuovo film del grande vecchio dell’animazione francese Jean-François Laguionie, autore del delicato La Tela Animata e il visionario Gwen, il libro di sabbia.

Paterson 29 dicembre. Adam Driver driver Paterson in Paterson: poche cose ancora attendo come un nuovo film di Jarmusch. Siamo cresciuti assieme, anche se lui non lo sa.

Kubo e la Spada Magica è in sala già dal 3 novembre. È un’animazione in stop motion che però sembra in 3d, prodotto dalla Laika di Coraline. Promette bene e per grandi con piccini sembra un’alternativa più che valida alle istituzioni Disney e Dreamworks.

Sicario (Denis Villeneuve 2015)

locandinasicarioPer definire la mia idea di Sicario è stato utile l’ascolto, qualche giorno dopo, della colonna sonora di Jóhann Jóhannsson. Dalla visione di Enemy, cui sono seguiti Prisoners e Incendies, mi sembra che Denis Villeneuve sia uno dei registi più interessanti in circolazione; la sua filmografia fatta di titoli di una sola parola si compone di opere dense, oscure, complesse eppure dotate di un’essenzialità e un’attenzione al focus tali da renderli dei film a tesi. Dove i personaggi, seppure saldamente al centro delle loro vicende, ricoprono un ruolo soprattutto dimostrativo, quasi delle cavie nella mani del regista, che sperimenta su di loro la desolante percezione che ha della natura umana.

Sicario è, per molti versi, più semplice dei suoi predecessori. Specialmente la scrittura, opera di Taylor Sheridan, mostra una lineare superficialità che non fa sostanzialmente nulla per evitare i cliché del genere. Eppure riascoltare i suoni bassi e tribali di Jóhannsson, il fiume sonoro che attraversa praticamente tutto il film, mi ha convinto, una volta di più, di come la ricercata complessità al cinema sia molto spesso inutile, e come, ormai, una delle cose più interessanti che si possa chiedere sia dare per scontate le possibilità di un intreccio, per mettere in evidenza il tono, l’atmosfera, il timbro unico e riconoscibile dell’opera. Fra episodi che ricordano il violoncello di Ernst Reijseger per Herzog, altri le ripetizioni meccaniche, ossessive e incalzanti del Jonny Greenwood de Il Petroliere – cinema con cui condividere una certa esasperazione documentarista -, la colonna sonora ha un ruolo fondamentale nel sottolineare e accentuare le scelte stranianti della regia. L’azione è spesso seguita dall’alto, in carrellate aeree parallele al terreno che osservano e oggettualizzano i protagonisti e le loro iniziative, mentre la musica contribuisce a sprofondare lo sguardo, l’ambiente e i soggetti osservati in una dimensione comune che non ha niente di rassicurante. Nella sua semplicità, la narrazione riduce tutto alla messa in scena di rapporti di forza innati, primordiali, naturali, umani, conservando un tono teso e uniforme, fatto di diffusa inquietudine, dove viene comunque negata un’esplicita e consueta spettacolarizzazione che per lo spettatore rischierebbe di essere catartica e addirittura salvifica.

Il distacco non è solo spaziale, risuona nella protagonista, Emily Blunt, costantemente lontana dagli scontri, un’osservatrice tutt’altro che privilegiata che, impotente, guida il pubblico nella discesa all’inferno. L’altra figura principale, incarnata da un Benicio Del Toro impegnato nella più adamantina delle vendette, dal canto suo ribadisce la linearità del soggetto, ricordando un Ghost Dog posto in totale distonia dall’assoluta mancanza di ironia. Caratteristica comune a tutto il cinema di Villeneuve, che anche in un film come Enemy (al momento il suo miglior lavoro) cancella completamente lo spirito che nel romanzo di Saramago, L’uomo Duplicato, è invece presente. Più di un punto di contatto con Blackhat, con cui Sicario condivide la diffusione della tensione all’interno di un flusso filmico uniformemente corposo, e un’adesione profonda ad alcune abitudini del genere thriller poliziesco che consente di operare più in superficie, per un Villeneuve che in questo caso può ricordare Michael Mann con l’equalizzatore settato sui toni bassi. Autore incline a un estetismo asciutto non banale, gestore attento e originale degli spazi e delle luci, amante dei colori desaturati, mi sembra davvero la persona più adatta a portare curiosità su quell'”Untitled Blade Runner Project“.

(4,5/5)

Ora o mai più – frammenti biascicati di una quantità di film

la donna che canta slowfilm recensioneLa Donna che Canta (Denis Villeneuve 2010) è il mio terzo Villeneuve, e conferma il canadese come uno degli autori più interessanti in circolazione. Tratto dall’opera teatrale Incendies di Wajdi Mouawad, dell’impostazione teatrale non ha però nulla. In diversi luoghi e tempi racconta una dolorosissima storia del Medio Oriente e le sue guerre, vissuta sulla pelle di una donna e sua figlia, in viaggio sulle tracce del passato della madre. Come e meglio di Prisoners, Villeneuve mostra senza fare sconti allo spettatore, lascia montare ansie e sentimenti inquieti, conservando assieme al rigore estetico una tensione alla sincerità che esclude qualsiasi dubbio effettistico o ricattatorio. Villeneuve gestisce i suoi personaggi da lontano, quasi sempre vieta loro delle reali interazioni per lasciare che a guidarli siano gli avvenimenti, che lasciano segni profondi. Il film, in ogni scena teso e significativo, contiene anche una sequenza, dal punto di vista emotivo, davvero difficilmente sostenibile. Questo e Enemy sono due film importanti.

big eyes slowfilm recensioneHo aperto col titolo a cui più tenevo, vado oltre. Big Eyes (Tim Burton 2014), l’ultimo Burton, qualcuno lo ricorda ancora? Sinceramente speravo in un riscatto, un colpo di reni, speravo che, come con Ed Wood, il vincolarsi a una storia reale avrebbe dato forza all’esangue Tim. Non è andata così, anzi Big Eyes è uno dei suoi film più vuoti e futili, un buco nell’acqua sotto ogni aspetto, dalla sceneggiatura, alla direzione degli attori, alla critica del mondo dell’arte, ai goffi tentativi di metterci dell’ironia. Con un soggetto sulla carta interessante, fare di peggio non sarebbe semplice. Invece, meno orribile di come in genere lo si dipinge, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (Peter Jackson 2014) è un film che si lascia vedere. Un action fantasy con ritmo e un Martin Freeman che dà al suo personaggio una certa credibilità. Di per sé sicuramente non un capolavoro, ma all’interno della saga e del genere non credo sia affatto il peggiore.

Big Hero 6 slowfilm recensioneAdesso c’è un intermezzo animato. Dei tre che sto per citare, Big Hero 6 (Don Hall, Chris Williams 2014) è il migliore. Produzione Disney, è un film. Cioè segue lo svolgimento canonico di un film, introduce e lascia sviluppare i suoi personaggi, non affretta i tempi, ha una buona scrittura. Divertente, commovente, prevedibile ma abbastanza intenso da distrarre lo spettatore, è un ottimo film per famiglie. Una cosa che, invece, non somiglia tanto a un film, è I pinguini di Madagascar (Eric Darnell, Simon J. Smith 2014), che è invece frammentatissimo, un montaggio frenetico che finisce per appiattire ogni momento della narrazione, riportando ogni scena all’azione e alla sorpresa. Non mancano quadri e battute divertenti, ma alla lunga stanca. Dragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014) è invece un film non tanto riuscito. Ottimo lavoro il primo, qui le idee sono scarsissime, si procede per accumulazione visiva e si tirano in ballo “colpi di scena” anche radicali, senza dare loro il giusto peso. Un numero due piuttosto anonimo e banale, peccato.

wake in fright slowfilm recensioneSi chiude con tre titoli non propriamente mainstream. Wake in Fright – Outback (Ted Kotcheff 1971) sta (ri)vivendo in questi mesi una sorta di consacrazione underground. Film dalla storia controversa, prima distrutto e dimenticato, poi ristrutturato e rivalutato con la sponsorizzazione di Martin Scorsese. Il canadese Kotcheff, fra le altre cose regista del primo Rambo, porta in Australia una storia decisamente sui generis. Devo dire, però, che non mi sento di partecipare allo stupore e l’adorazione diffusa. È comunque un’opera peculiare, ed è purtroppo passato troppo tempo dalla visione per parlarne seriamente. Parte nel migliore dei modi, con il silenzio, il sudore, il deserto australiano, le lunghe inquadrature frontali. Si incrociano elementi, dettagli, personaggi stranianti. È quando inquadra i suoi temi principali che lascia trasparire un intento moralista: il protagonista che finisce nel buco del culo dell’Australia e qui beve birra, in continuazione, come tutti, bevono sudano, bevono ancora, e fanno cose malaticce. L’accumulazione e la dissoluzione, la discesa all’inferno, l’insistenza, portano il film non lontano dai confini ristretti di una pubblicità progresso. Confini asfittici, per una pellicola incredibilmente polveroso che sembrava volersi perdere nei campi lunghi, gli sguardi desola(n)ti e  le interazioni eccentriche. Anche l’epilogo, che rinchiude l’esistenza (?) del protagonista nella coazione a ripetere di un cerchio sadico e punitivo, va verso la stessa direzione. Altro motivo di perplessità una lunga, lunghissima scena di reale eccidio di canguri, che una didascalia in chiusura dichiara finalizzata a portare l’attenzione su una pratica barbara, ma nei fatti non va molto distante dalla sadica, violenta e malsana pornografia di Jacopetti e dintorni.

brojen hill blues slowfilm recensioneCommedia indie di alleggerimento: What We Did on Our Holiday (Andy Hamilton, Guy Jenkin 2014) è un filmetto britannico con famiglia allo sbando, bambini, nonni, e una gradevole Rosamund Pike. Un incipit e in generale una prima parte divertente, poi prende il sopravvento l’idea di trattare piuttosto male un sacco di cose, e la deriva da sentimentalismo desaturato di nicchia rende irriconoscibile gran parte di quel che di buono si era costruito. Con Broken Hill Blues (Sofia Norlin 2013) si vede la fine. In tutti i sensi: è un titolo impregnato di sentimenti finali e definitivi. Kiruna, la città più a nord della Svezia, e un gruppo di ragazzi. La neve, il gelo, la voglia di scappare o sparire e un senso perenne di minaccia che ricorda Noi Albinoi. Se nel film di Kari la minaccia era però un enorme ghiacciaio naturale che incombeva sulla cittadina, sono gli abitanti di Kiruna a scavarsi letteralmente la terra sotto i piedi. La città è costruita sulla miniera di ferro che rode le sue fondamenta, ed è squassata dalle continue esplosioni degli scavi. Broken Hill è molto vicino al documentario, inquadra volti e spazi reali e riduce all’osso gli espedienti filmici, che risultano dunque tanto più efficaci nella costruzione di un’atmosfera straniante, densa d’ineluttabilità.
la donna che canta: 4,5/5
big eyes: 2/5
lo hobbit – la battaglia delle cinque armate: 3/5
big hero 6: 3,5/5
dragon trainer 2: 2,5/5
i pinguini di madagascar: 2,5/5
wake in fright: 3/5
what we did last summer: 2,5/5
broken hill blues: 4/5

ENEMY: Jake Gyllenhaal e il suo riflesso

EnemyTiffHeadteaserposterFirst5901Pubblicato su Gli 88 Folli.

Il professore di storia Adam (Jake Gyllenhaal) scopre tra le comparse di un film un uomo a lui identico, Anthony. Comprensibilmente turbato dalla sua esistenza, Adam lo rintraccia addentrandosi in una storia fatta di inganni, conflitti e (a)simmetrie. Tratto – dal canadese Denis Villeneuve – dal romanzo di Saramago L’Uomo Duplicato, Enemy è visivamente e registicamente molto particolare, una delle opere più interessanti del 2013, che da noi ancora non ha avuto una distribuzione ufficiale.

È un film fatto di immagini e spazi, di architetture immortalate in una fotografia fredda e straniante, ed è la configurazione narrativa di una forma geometrica sbagliata. La forma è essenziale, quella del mondo che racchiude il protagonista e delle stanze che abita; sono stanze vuote, che impediscono ad Adam di connotarsi esteriormente, rivelandolo privo di una definizione interiore. Al tempo stesso, nella forma, l’ambiente è l’unica chiave di lettura, l’unico elemento univoco, con gli spazi che rimangono inalterati rispetto alle diverse possibilità e contengono gli indizi, riportando tutto a una stessa visione, che è quella della chiusura circolare e dell’isolamento dell’individuo.

Contenuto in una Toronto (taranta) labirintica e quasi sempre vuota, silenziosa se non per la tessitura musicale che contribuisce a sospendere la storia, Enemy ha l’inquietudine onirica di Cronenberg o di Lynch. Immerge il protagonista e lo spettatore in un mondo mai certamente definito, al tempo stesso ragnatela soffocante e proiezione generata dal protagonista stesso. Nelle vicende di Adam, ossessionato dalla scoperta del suo doppio, presto affiora la problematicità del suo rapporto con le donne – Mélanie Laurent e l’ipnotica Sarah Gadon di Cosmopolis – legata all’incapacità di fissare una propria identità. Nell’intreccio che segue l’osservazione e l’incontro con Anthony – un sosia o una proiezione di Adam, che si muove fra eventi rimossi e desideri istintivi – ogni scena è un tassello definito, parte di un’opera capace di raccontare per immagini, da provare a ricomporre ricercando una coerenza interna che probabilmente non c’è.

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Villeneuve parla del suo film come di un lavoro aperto alle interpretazioni, ma se in pellicole come Spider o Mulholland Drive l’intreccio può essere ricostruito, Enemy semina indizi che vanno in più direzioni e rimangono fra loro inconciliabili e, anche all’interno di una stessa scena, attribuisce ai personaggi delle reazioni emotive che sembrano non voler definire il grado di conoscenza (e di realtà) di ciascuno di loro. In questo modo, più che un film aperto, sembra un film (ricercatamente) incoerente, che conserva una radicale duplicità nell’incarnare lo scontro fra due storie differenti, una che ammette l’esistenza del doppio, l’altra che rinchiude tutto nella mente di Adam.

Quella di un film “sbagliato” è una possibilità affascinante, e se si pensa alle critiche che suscitò Hitchcock con il (falso) falso flashback di Paura in Palcoscenico, l’incoerenza della linea narrativa potrebbe rappresentare un problema serio. In realtà, oltre a far coincidere il tema del film – la doppiezza – con  la sua forma, Enemy non cambia il suo soggetto, trattando comunque i problemi dell’identità, dell’unicità, delle pulsioni contrastanti, dell’inevitabile riduzione del mondo e degli individui alle proprie visioni del mondo e degli individui.

Enemy non è il contenitore in cui questi temi trovano una soluzione narrativa coerente, è il luogo di una circolarità (in)conscia dove, tradendo la citazione dell’incipit, il caos non viene decifrato, non diventa ordine.

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(4,5/5)

Prisoners (Denis Villeneuve 2013), Guardiani della Galassia (James Gunn 2014), St. Vincent (Theodore Melfi 2014) e i tanti auguri

prisoners villeneuve slowfilm recensioneImmediatamente precedente a Enemy, Prisoners arriva a Villeneuve non in prima battuta, ma dopo numerosi valzer di registi e protagonisti – fra i cui nomi figurano Bryan Singer, Mark Wahlberg, Christian Bale e Leonardo DiCaprio. Eppure il film rientra negli interessi e i temi trattati dal Canadese, che fra l’altro può vantare una cifra stilistica forte e riconoscibile, che è riuscito efficacemente ad applicare anche qui. La storia, piuttosto dura, è quella di due bambine rapite nella solitamente sonnacchiosa eppure poco raccomandabile provincia americana, e di un padre – Hugh Jackman – disposto a tutto per ritrovarle. Fra questo tutto, figurano in primo piano il sequestro di persona e la tortura. A condurre ricerche parallele il detective Jake Gyllenhaal. Come in Enemy, Villeneuve racconta con gli spazi e i colori desaturati, definisce i propri personaggi attraverso l’ambiente e attraverso i propri personaggi incarna pulsioni che solitamente si tende a nascondere. Più si va a fondo più nel film si scoprono fosse, nicchie, luoghi che sembrano abbandonati e invece ospitano buona parte dell’animo delle persone. Prigionieri, naturalmente ognuno è prigioniero di sé e del proprio vissuto, e ognuno lascia prevalere la ferocia individuale sulle regole sociali. Prisoners supera sempre il rischio dell’incertezza e della morale ambigua, e riesce così a imporsi come un film solido, intransigente, raccontato in  maniera efficace dal suo autore e dagli interpreti. (4/5)

guardiani della galassia recensione slowfilmHa intenzioni molto diverse Guardiani della Galassia, ma ci va comunque bene. La cosa più vicina al primo Indiana Jones che sia stata prodotta ultimamente, nonché primo film della corazzata Marvel che mi abbia davvero divertito. Oltre al tono, il film di James Gunn condivide con l’avventura degli anni ’80 anche l’idea che buona parte dei cliché del genere debba ancora essere definita. Questo ovviamente non è vero, quindi assistiamo con I Guardiani della Galassia a un collage spudorato (e molto ordinato) dei meccanismi e le scene madri del settore: assolutamente nulla è lasciato alla sorpresa. Il punto a favore di Gunn è che queste cose le sa (ri)fare bene, e il film diverte. Personaggi ipercaratterizzati, buon ritmo, musica giusta, un protagonista spaccone vecchio stampo, e soprattutto un notevole talento visivo, che attinge molto dalle suggestioni da fumetto. Anche l’estetica è vintage, ma legata a una ricchezza d’effetti e di dettagli che rendono Guardians of the Galaxy uno dei giocattoli più concreti degli ultimi anni. (4/5)

st vincent slowfilm recensioneInfine, il film di Natale. Un film di Natale con Bill Murray, come fai a non vederlo? Già sai che tutto diventerà una pappetta zuccherosa, ma qualcosa attorno dovrà pur esserci. Qui c’è. St. Vincent è la storia del burbero vecchiaccio ubriacone scommettitore, che i casi della vita vogliono tramutare in baby sitter del circadodicenne nuovo vicino di casa. Ragazzino immancabilmente molto sveglio, ma vessato dai suoi pari. Ebbene per buona parte – tutta la parte che un film del genere può sperare di esprimere al di là dei passaggi obbligati – St Vincent funziona. In più di un’occasione fa anche sinceramente sghignazzare. L’aura alla Lebowski è onorata da Murray, che con naturalezza riesce a far coesistere nel suo corpo il loser più invisibile e l’essere umano più istintivamente fico in circolazione. Il film poi, tesse un’apologia degli affetti non ortodossi che non è disprezzabile. (3,5/5)

Notevole la chiusura con Shelter from the Storm, con cui fra l’altro auguro buon Natale e buon anno, non dovessimo vederci prima.