The Other Side of the Wind (Orson Welles 2018), il caos in cui il cinema nasce e muore

the other side of the wind slowfilm recensioneSi potrebbero scrivere tante di quelle cose e metacose, su The Other Side of the Wind, che si farebbe forse prima a non scrivere nulla. A parità di risultato. Segnalo: c’è su Netflix l’ultimo film di Orson Welles. Uno dei suoi incompiuti, cominciato a girare nel 1970, completato nel montaggio in tempi recenti dall’amico, regista, qui anche attore Peter Bogdanovich. Appunto: è un’esperienza meravigliosamente, autenticamente lisergica, come può esserlo solo un film che viene da quegli anni lì. The Other Side è cinema nel cinema, ancora nel cinema, sul cinema, sulla vita nel cinema, sul cinema incompiuto e la vita che aspira a esserlo ma per alcune leggi biologiche non può permettersi tanto, altro. The Other Side è il caos in cui il cinema nasce e muore. Fatto di volti straniti, luci acide e bianco e nero, corpi nudi da utilizzare, voci che si sovrappongono, aggressioni musicali e isolati rumori d’ambiente. Tergicristalli che scandiscono un memorabile amplesso in automobile, l’incontro caleidoscopico fra sogno e incubo. L’ossessione per lo sguardo meccanico ed eterno della macchina da presa, che frammenta storie, persone e vite; uno sguardo già invadente, diffuso e irresistibilmente maligno, che caccia le sue prede senza lasciargli il tempo di mettersi in posa. Il simbolismo esibito della castrazione, la pulsione sessuale che non si esprime se non come sopraffazione e perdita. Il montaggio iperframmentato interno alla scena, che mostra le conseguenze della miriade di punti di vista e di macchine. Le vediamo inseguire e sbranare – fare a brani – il regista Jake Hannaford, sono lo stesso sguardo famelico del regista Jake Hannaford, l’aggressività del suo lavoro, il caos auto-distruttivo del pensiero. Il singolo movimento viene spezzettato in febbrili microinquadrature, impazzite attorno all’azione e all’oggetto. Un’impostazione che non appartiene agli altri lavori di Welles, ma che dovremmo poter assumere come vicina al suo volere per la sostanza stessa del film, per la paternità del girato, per quanto fu montato dallo stesso Welles. Sulla piattaforma si trovano altri due documenti, nella sezione trailer del film “Un montaggio finale per Orson: una storia lunga 40 anni”, raccontata in 40 minuti, e il film documentario Mi Ameranno Quando Sarò Morto, che si spera possano rendere il tutto più intricato.

(4/5)

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Revisioni

night-of-the-hunterLa Morte Corre sul Fiume (Laughton 1955). Davvero uno dei film più belli. Ricordo che anni fa mi colpì particolarmente Mitchum (enorme, ad ogni modo), questa volta mi sono innamorato della fuga sul fiume, l'immersione nella fiaba. Sarà l'età. (5/5)

Vogliamo Vivere (Lubitsch 1942). La commedia ai tempi del nazismo. Possono permetterselo giusto Lubitsch e un altro paio (e fra questi non c'è Benigni). (4/5)

richard-IIIRiccardo III (Loncraine 1995). Ian McKellen è l'unica persona al mondo che guardando in macchina riesce a vederti davvero. Mostruoso. (4/5)

Quarto Potere (Welles 1941). Forse Shakespeare il cinema lo avrebbe girato così. Sembra sempre più autobiografico e malinconico, Citizen Kane. Quanti altri film esistono di venticinquenni che raccontano la propria vecchiaia? (5/5)

Prima visione:
Arca Russa (Sokurov 2002). Un'emorragia di storia, memoria e cinema, mentre tutto galleggia sul mare di Solaris. (4/5)