Due film da vedere, in breve: Hell or High Water (David Mackenzie 2016), L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki 2017)

hellDa grande voglio fare la cameriera burberissima di Hell or High Water. Il film di David Mackenzieper per Netflix, che ha strappato anche quattro candidature all’Oscar, è un piacevole ritorno al cinema degli anni ’70, da Peckinpah a Cimino. Con i fratelli rapinatori sgangherati, molta polvere, dialoghi ben scritti e ottimi caratteristi, fra cui la succitata cameriera. Poi, un grande (vecchio) Jeff Bridges (che era in Una calibro 20 per lo specialista, uno dei titoli più in linea con questo), splendido ranger rompipalle che merita tutta l’esasperazione del collega nativo americano. Altro punto a favore l’accompagnamento di Nick Cave e Warren Ellis. Stonano un po’, invece, i continui richiami alle colpe delle banche, inseriti in maniera pretestuosa nei dialoghi per dare uno spessore politico che apprezzo molto quando c’è davvero, ma che qui risulta posticcio. Rimane, comunque, uno dei film meglio costruiti e più piacevoli del nostro passato prossimo.

(4/5)

voltoMolto politico, davvero politico, è invece L’Altro Volto della Speranza. Aki Kaurismaki credo sia l’unico grosso autore ad aver affrontato in maniera così diretta ed esplicita, in un film di fiction, la questione dei profughi siriani, e il modo in cui vengono visti e trattati dai Paesi che dovrebbero ospitarli. Il tema è estremamente concreto e reale, e la capacità di Kaurismaki sta proprio nell’immergere, intatta, la realtà all’interno della sua poetica. Lo sguardo è il suo, distaccato e costantemente ironico, le situazioni sospese e lievemente surreali, i protagonisti immersi ciascuno nel proprio mondo, ma immediatamente disposti a prendersi cura di chi ne mostra l’esigenza. L’Altro Volto della Speranza riesce a miscelare orrori e violenze reali, vicende individuali, momenti di comica assurdità, senza dare l’impressione che niente di tutto questo sia fuori posto. Molto bello.

(4/5)

I Cancelli del Cielo – Heaven’s Gate (1980). La Director’s Cut dell’opera mondo di Michael Cimino

cracheavensgate28x40webPubblicato su Bologna Cult

Heaven’s Gate, I Cancelli del Cielo, porta con sé una delle storie più raccontate del mondo del cinema: quella di un progetto di dimensioni colossali, che ha prodotto un disastro di pari grandezza. Lievitato in lavorazione oltre quattro volte il budget previsto, il capolavoro imperfetto di Michael Cimino del 1980 ha decretato, fra l’insuccesso di pubblico e il dileggio delle critica del tempo, la fine della United Artists e della corrente conosciuta come New Hollywood, i cui autori avevano goduto di una libertà creativa che le case di produzione non concederanno più. Dalla prima mitologica lunghezza di 5 ore e 25 minuti il film fu ridotto a 2 ore e mezza, la stessa versione che a oggi si trova in home video in Italia. Il film che rivede in questi giorni le sale, grazie alla distribuzione della Cineteca di Bologna, è la director’s cut del 2012, realizzata con la supervisione dello stesso Cimino, che nelle sue 3 ore e 36’ recupera e rinforza numerose sequenze.

Un’ambizione smisurata per raccontare un fallimento grande quanto la vita, che rende il film e le sue vicende il riflesso più crudo e reale del suo messaggio artistico. I Cancelli del Cielo è un film mondo, da esplorare al di là del suo focus narrativo, non offre punti di riferimento ma sensazioni fisiche, polvere e memoria, e un costante senso di perdita. Un volteggiare incosciente cattura lo spettatore per portarlo, prima che all’interno di una storia, in un vortice di vita e disillusioni, nella raffigurazione di un tempo e del tempo che non si riesce mai realmente a possedere. Nella forma delle danze, dei valzer circolari che lo sguardo del regista riveste di nostalgia, Cimino racconta prima i desideri e la forza della giovinezza; altri segni vorticosi e circolari, falsi movimenti di ricorsiva impotenza, porteranno, in seguito, alla guerra e alla morte.

Il film è sublime nel racconto dei personaggi, che occupa gran parte della sua durata: dal mancato eroe James Averill di Kris Kristofferson, all’antieroe Nathan Champion del grande Christopher Walken, alla figura femminile Ella Watson, Isabelle Huppert, attorno a cui i due continuano a ruotare. Cimino costruisce quadri di grande e spietata bellezza, nella versione restaurata portati a colori più brillanti e naturali, dove l’ambiente, con differente carattere protagonista dei western tanto nel periodo classico quanto in quello crepuscolare, ospita nella sua sconfinata grandezza piccole azioni, scontri, dettagli umani. Un mondo fatto di spazi selvaggi e città fangose, di polvere e di squarci di limpida luce.

Se Nathan incarna il personaggio più drammatico e romantico, dove ancora sopravvive una stilla di epica, ed Ella prova ad affermarsi con le proprie forze, James Averill si dimostra un protagonista destinato all’inazione. È nel personaggio di James che s’incarna la malinconia e l’impotenza di fronte allo scorrere del tempo, nel suo vivere di ricordi e di speranze non realizzate, forse mai realmente perseguite, nella sensazione di perdita che solo per qualche attimo riesce a sospendere con la descrizione di un cerchio, di una danza.

Nel racconto, spesso parallelo, di James e Nathan si svolgono molte sequenze del film. E attraverso la loro esperienza si costituisce il contesto storico, che riporta il disprezzo con cui vengono trattati gli immigrati europei, nel 1890, nel Wyoming. Seguiamo le vicende di famiglie alla disperata ricerca di terra e sopravvivenza, immortalate nelle polverose foto collettive che provano a dar vita a una nuova tradizione di memoria e appartenenza, entriamo nelle abitazioni luride e corriamo nelle strade di fango. Si prepara intanto la guerra, o meglio lo sterminio, da parte dei ricchi allevatori e proprietari terrieri che progettano il modo più veloce e sanguinoso per liberarsi di persone che valgono meno degli animali.

– James, do you remember the good gone days?
– Clearer and better, every day I get older.

(5/5)

The Hateful Eight (Quentin Tarantino 2015), Revenant – Redivivo (Alejandro González Iñárritu 2015)

hatefulPubblicato su Bologna Cult

Sono tra le firme più celebri e significative del cinema contemporaneo, quelle di Quentin Tarantino e Alejandro González Iñárritu, due autori che solitamente non hanno molto in comune, ma si trovano ad aprire assieme il nuovo anno con due personali rivisitazioni del genere classico e americano per eccellenza, il western. Le coincidenze non finiscono qui, perché The Hateful Eight – l’ottavo film di Tarantino – e Revenant sono ben lontani dalle rocce rosse riarse dal sole e dagli eroi granitici di John Ford, trascinandoci nell’inferno bianco delle incessanti tempeste di neve, nel gelo tagliente e i cieli plumbei che, piuttosto, nel 1971 mettevano alla prova i protagonisti di una delle più belle destrutturazioni del genere, il capolavoro di Robert Altman McCabe & Mrs. Miller (in Italia I Compari).

Odiosi, detestabili, l’appellativo hateful non rende piena giustizia al gruppo di implacabili carogne tenuto in cattività nel rifugio di Minnie, nel Wyoming degli anni successivi alla Guerra Civile, intrappolato da una bufera di vento e neve che rende un’impresa mortale anche raggiungere la latrina all’esterno del locale. Una rosa di grandi nomi – da Samuel L. Jackson a Kurt Russell, da Tim Roth a Jennifer Jason Leigh – per mettere in scena l’accumulazione di conflitti che nasce dalla sosta forzata del cacciatore di taglie John Ruth, impegnato a portare al patibolo Daisy Domergue. Durante quasi tutta la prima metà The Hateful Eight anticipa quello che lo stesso Tarantino ha indicato come suo prossimo obiettivo, ovvero la scrittura per il teatro. In principio ospitata dagli angusti spazi di una diligenza trainata da un cavallo bianchissimo e uno nerissimo, l’azione si svolge sui dialoghi cesellati e coinvolgenti dell’autore di Bastardi Senza Gloria (anche quel film, per molti versi il suo migliore, presenta spesso i protagonisti seduti a un tavolo, a scambiarsi raffinatezze di scrittura degne della migliore commedia brillante). Con entrate in scena diversamente scandite, gli Otto si prestano a caratterizzazioni decise, costruiscono aneddoti ed episodi, ognuno prende le misure dell’altro, lasciando montare l’attenzione e la tensione. Dall’istrionismo di Tim Roth all’ostentata strafottenza di Jennifer Jason Leigh, ognuno si dipinge o viene dipinto come una delle peggiori incarnazioni dell’essere umano. Al contrario di Django, l’intento del regista e sceneggiatore è quello di privare lo spettatore di qualsiasi punto di riferimento positivo, di trascinarlo in una baracca senza lasciare neanche intravedere alcuna via di fuga; il film, in questo, è perfettamente riuscito.

È nella seconda parte che The Hateful Hate può dividere nel giudizio. La linearità narrativa si spezza e irrompe brutalmente l’horror o, volendo rimanere sulla traccia teatrale, il grand guignol, e quei confronti e sospetti che riportavano una tessitura alla Agatha Christie e presentavano alcune esplicite velleità socio-politiche, affogano velocemente in esplosioni di sangue e violenza che ricordano, questa volta, più il Tarantino innamorato degli eccessi del cinema di genere, appartenenti a un lavoro come Grindhouse (che lo stesso autore ha indicato come il meno riuscito della sua filmografia, ma tant’è). Rimane, quindi, il dubbio se lasciarsi andare alla follia grottesca o rimpiangere uno svolgimento più in linea con le premesse. Personalmente credo che questa scelta abbia impedito la realizzazione di un’opera più focalizzata e, in un certo senso, più “importante”, per affidarsi a un divertissement che è per molti versi una soluzione shoccante, ma comoda.

revenantÈ invece il gelo del Nord Dakota a contribuire a rendere difficile – davvero, difficilissima – la già complicata esistenza del Redivivo Leonardo DiCaprio, alias Hugh Glass. L’anno è il 1823, gli spazi adesso sono aperti, immensi, la terra, le montagne e il cielo si fondono in una fotografia dai toni uniformemente glaciali. Dopo il pianosequenza – reale e artificiale – dell’ottimo Birdman, Iñárritu cambia decisamente tono e genere, ma conserva l’amore per le sfide e i virtuosismi tecnici. Revenant, infatti, è girato in diverse location, a quanto pare tutte piuttosto ostili, sfruttando la sola luce naturale, prevalentemente nelle ore del tramonto, e mettendo i suoi protagonisti in condizioni quanto più possibile disagevoli. D’altronde, si sa quanto le star hollywoodiane amino inserire nel loro curriculum eclatanti performance fisiche, e anche quanto queste facciano solitamente breccia nei cuori dei giudici dell’Academy.

Cacciatori di pelli, orsi feroci, indiani sanguinari, corpi deturpati e una vedetta da inseguire: Revenant è un film di sofferenza e sopraffazione, un’opera visivamente e concettualmente violenta che mette in stallo l’essenza stessa delle sopravvivenza, che diventa lo spoglio presupposto per lo sfogo di istinti selvaggi. Se la natura Inglobante immancabilmente rievoca la descrittività di Terrence Malick, l’orrore (dis)umano richiama la desolazione de La Strada di McCarthy. Il regista messicano segue l’azione, quando si fa sostenuta, portando la macchina da presa nel caos dello scontro e degli elementi, senza montaggi sincopati ma inseguendo i corpi e le ferite, si avvicina ai volti che si deformano ai lati dell’inquadratura. Iñárritu torna, come in 21 Grammi, ad accumulare sofferenza senza sosta, sfiorando e in alcuni momenti travalicando i limiti del parossismo. Che rappresentano, in buona parte, anche i limiti del film stesso. L’impressione è che la narrazione sia così costantemente piena di eventi e sussulti – fisici ed emotivi – da risultare fin troppo uniforme. Come se svolgesse una lunghissima introduzione concitata a qualcos’altro, e invece quell’introduzione è proprio il film. Ci sono episodi a più bassa intensità, e maestose digressioni visive, ma non sono sufficienti a dettare il ritmo. D’altra parte, Revenant non è nemmeno abbastanza distaccato da interpretare un’operazione radicale di forsennato iperrealismo, presentando DiCaprio in un ruolo da divo classico, con frequentissimi primi piani ed esasperazioni espressive. Rimane, ad ogni modo, una costruzione d’impatto, che per forza e consapevolezza visiva ha, nel nostro tempo, davvero pochi rivali. Per culminare nella più rappresentativa delle forme del western, il duello, incarnato in un’indescrivibile ferocia “stipata nel cuore della natura”.

The Hateful Eight: 3,5/5

Revenant – Redivivo: 3,5/5

Minima Immoralia: Godzilla, Maleficent, Lone Ranger, Smetto quando Voglio, Dragon Trainer 2, Appleseed Alpha, Funeral Kings

godzilla slowfilm recensione cinemaGodzilla (Gareth Edwards 2014). Non è il film che speravo mi svelasse definitivamente Gareth Monsters Edwards, ma neanche quello per cui smetterò di considerarlo un autore molto promettente. Le due anime del film, quella spettacolare e quella umana, non sono perfettamente calibrate, ma conservano, rispetto all’esordio di Edwards, il fascino che viene da una visione elegantemente distaccata e rispettosa di un genere originariamente artigianale. Lo sguardo si decentra, quando in campo entrano i mostri, che finiscono dentro schermi, cornici, lontani ritrovano la dimensione dei vecchi modellini, che dimostrano una “statura” molto più importante delle creature giganti onnipresenti, iperdigitali e inflazionate. Anche se l’azione pura è limitata, Godzilla ridiventa davvero protagonista, animale primordiale e demone, temuto e ammirato dagli spettatori umani. (3,5/5)

maleficent recensione slofilmMaleficent (Robert Stromberg 2014). Angelina Jolie ci sta, per sguardo e personaggio è in parte, ma il film di Stromberg non ha le qualità per rendere davvero memorabile alcunché. Le mire sono alte, nella rivisitazione della bella addormentata dal punto di vista della strega fanno capolino idee anticonformiste e femministe. Riuscire a inserire temi di un certo spessore in un blockbuster è impresa tutt’altro che facile, e a Maleficent, che non sa rielaborare i suoi contenuti in maniera convincente, questa non riesce. E alcune scene più movimentate sono esteticamente piuttosto imbarazzanti, fra zoomini, oscillazioni e primissimi piani enfatici. (2,5/5)

lone ranger recensione slowfilmThe Lone Ranger (Gore Verbinski 2013). Stessa formula dei pirati, ma meno noioso. Di queste serie – o aspiranti tali – il primo episodio è quello che ha più possibilità di cavarsela, e Lone Ranger, spensieratamente cartoonistico, ci riesce. È una questione di formule narrative, un film d’intrattenimento ha bisogno di una parabola favolistica completa, mentre gli episodi successivi al primo possono solo prolungare e replicare dei passaggi isolati. L’ultimo film di Verbinski con i birignao di Depp inizia forte, poi inevitabilmente si assesta ma regge, e conserva un’ironia abbastanza fresca per tutta la non indifferente durata. Pecca maggiore un cattivo che parte bene, anche violento per una produzione Disney, poi gli viene negato un adeguato confronto finale. (3,5/5)

smetto quando voglio slowfilm recensioneSmetto Quando Voglio (Sidney Sibilia 2013). Uno dei rari film italiani che passano da queste parti, portato dai molti volti da Boris che lo popolano. Come qui spesso succede, la commedia con sottofondo sociale si lascia andare a inverosimiglianze un po’ fastidiose, giustificando il tutto con l’iperbole e la satira. Anche queste forme, però, hanno bisogno di una certa sensibilità di scrittura, che rimane invece piuttosto grossolana. I geni italiani, laureati, dottorati, aspiranti professori cacciati dall’università e costretti a lavori umili alle dipendenze di Cinesi e Indiani, sono parte di uno script piuttosto accondiscendente verso un certo piangersi addosso autoindulgente e facilone. Sono a volte divertenti i singoli attori, appunto gli ex Boris e Libero de Rienzo, che hanno una certa padronanza dei tempi comici e la capacità di caratterizzare un personaggio anche con poche espressioni. (2,5/5)

dragon trainer 2 slowfilm recensioneDragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014). Mentre scrivevo in Lone Ranger di parabole narrative e incompletezze strutturali pensavo a questo. Dragon Trainer 2 si lascia guardare: è movimentato, ci sono molti draghi colorati e dal design fantasioso, l’animazione è fluida. Perde necessariamente la semplicità e la completezza dal primo, non aggiunge niente al suo mondo e così assume un valore semplicemente episodico. (3/5)

Appleseed Alpha (Shinji Aramaki 2014). Anche i primi anime tratti dalla saga di Shirow non li ricordo particolarmente travolgenti, ma questo è davvero molto brutto. D’altronde, l’autore di Ghost in the Shell è stato nobilitato da Oshii, ma in altre occasioni le trasposizione dei suoi lavori rimangono, come l’originale, un po’ pesanti e poco interessanti, se non per sporadiche funeralintuizioni. Appleseed Alpha è sfilacciato, incongruente, vuoto, un deserto con pochi personaggi, persi in una serie di esplosioni e combattimenti in una CGI non particolarmente convincente. (1,5/5)

Funeral Kings (Kevin e Matthew McManus 2012). Commedia adolescenziale – formativo – gansteristica passata inosservata (anzi da noi non passata affatto), è invece un film assolutamente potabile. Molto buona la prima parte, con i ragazzini in evoluzione adolescenziale che formano una spregiudicata banda di chierichetti per funerali. La linea si va poi del tutto perdendo, ma, tutto sommato, anche quando si potrebbe temere il peggio e compaiono complicazioni inutilmente contorte, i McManus hanno la saggezza di conservare una salda leggerezza di fondo. (3/5)

Due film privi dell’istinto di sopravvivenza: A Touch of Sin – Il tocco del peccato (Jia Zhang-Ke 2013), As I Lay Dying (James Franco 2013)

il tocco del peccato recensione anteprimaA Touch of Sin racconta quattro episodi di ordinaria follia cinese. Jia Zhang-Ke vinse il Leone d’Oro con Still Life, dove rallentate storie personali s’intrecciano con la devastazione portata dalla costruzione di un’enorme diga. Questo suo lavoro del 2013, ancora legato a doppio filo col racconto della Cina moderna, cambia però tono, inserisce numerose scene al sangue e un’amara linea ironica – o meglio sarcastica – che a volte ricorda Leone. Fra giustizieri col fucile, prostitute in divisa ed esplosioni d’ira, il ritratto del Paese è desolante, dominato da figure nel migliore dei casi detestabili, altrimenti possedute da un disprezzo per l’esistenza che si esprime con la noncuranza con cui si dispone della propria vita. Il film di Jia riesce a colpire e deprimere, ma dopo aver visto alcune centinaia di pellicole estremorientali viene da farsi un conto: quante offrono un’apprezzabile impatto estetico, colpendoci con le bellezze naturali o gli scempi industriali o una spietata lotta fra i due elementi? Quante rappresentano figure solitarie che covano silenziosamente il proprio dolore, perdute nel disinteresse generale, per degenerare in violenza distruttiva e/o autolesionista? La risposta è: quasi tutte.

as i lay dying recensione anteprimaAncora mi interrogavo sulle differenze culturali, sull’impatto devastante del capitalismo, sull’omologazione, lo sfruttamento e l’indifferenza, su quanto venga perso nella traduzione e sulla definizione e grandezza che dovrebbe avere lo schermo di un cinema per poter essere definito tale, che la sera mi ritrovo a vedere l’opera prima, da regista e sceneggiatore, di James Franco. Che esordisce con As i Lay Dying, un western marcato Faulkner desolante e deprimente. In una maniera simile al film di Jia, anche questo abitato da figure apatiche, che dimostrano scarsissima propensione alla salvaguardia della propria esistenza. Una famiglia del Mississippi, nucleo compatto di bifolchi squattrinati, perde la propria matriarca. La volontà di seppellirla in città porta tutti verso un viaggio che gli consentirà di esprimere il peggio di sé, come posseduti da una maledizione innescata dalla smisurata stupidità, cui si aggiunge lo spontaneo accanimento della sfiga. Anche qui figure allo sbando, sacrifici superflui e drammi svuotati di pathos. Franco costruisce un piccolo film, anche troppo piccolo per competere con quelli che sembrerebbero un paio di riferimenti contemporanei, The Proposition di Hillcoat e il Jesse James di Dominik. Ma riesce, specialmente nella prima parte, a creare un’atmosfera debitamente opprimente, e trova nell’ampio uso dello split screen una formula distintiva. La divisione in buona parte del film dello schermo in due metà può mostrare due punti di vista della stessa vicenda, anche minimamente discordanti, oppure due scene in parallelo, o riflettere lievi sfasamenti temporali e ripetizioni. A Touch of Sin è uno dei rari casi in cui un espediente tecnico tanto invadente risulta efficacemente espressivo, seppure non ancora irrinunciabile. Quello di Franco appare un esordio coraggioso, eppure, nonostante la drammaticità delle vicende, non sufficientemente viscerale, quanto meccanicamente autorale e dimostrativo.

A Touch of Sin: 3/5

As I Lay Dying: 3/5

Django Unchained (Quentin Tarantino 2013)

django unchained recensione slowfilm“Un film di Quentin Tarantino” è la prima indicazione, prima del titolo, come faceva anche Kubrick con i suoi film. In entrambi i casi non una scelta gratuita, ma il marchio significativo che dalle pellicole si estende a tutto il cinema attorno, alla visione che il pubblico ha dello stesso, al lavoro e le aspirazioni di decine di altri autori.

Django Unchained è decisamente un film di Tarantino – più di alcuni suoi film, più di Jackie Brown e Grindhouse – ed è un’opera in assoluta continuità con il suo capolavoro (cit.), Bastardi Senza Gloria. Dopo il doppio volume di Kill Bill anche queste due opere, seppure distinte nell’ideazione e realizzazione, sembrano presentare una storia unitaria, declinata in due movimenti che invertono le caratteristiche dei film che raccontano la vendetta di Beatrix Kiddo: più concentrati sui dialoghi detti attorno a un tavolo Basterds e il Volume due, più vicini alle fontane di sangue e al viaggio nella violenza visiva e nello scontro fisico Django e il Volume uno.

Tornando prepotentemente sugli effetti da Grand Guignol e sulla commistione di toni, qui più che altrove Tarantino proclama la serietà del (suo) cinema di genere. E fa un gran lavoro. Per costruire un nuovo e infallibile Chistoph Waltz – il pazzo più misurato della storia recente -, speculare a quello visto nel film precedente. Per trattare come merita l’ambiente del western, genere originario del cinema. Per arricchire ancora il suo postcitazionismo, con un assurdo dibattito sui cappucci da Ku Klux Klan così vicino alle idee dei Monty Python. Per mostrare ancora la sua vena più grottesca, quella che taglia corto con i convenevoli e le raffinatezze, e obbliga lo stesso Tarantino a infuriarsi, quando per più di vent’anni gli vengono poste le stesse domande sull’opportunità e il significato della rappresentazione della violenza.

In mezzo a tutto questo, a un film che è una miniera d’immagini, idee e personaggi, il cuore di Django mostra qualcosa di terribilmente serio, con un coraggio che sarebbe davvero assurdo dare per scontato. La parte centrale del film, in questo senso perfettamente complementare a Bastardi Senza Gloria, è una terribile discesa nell’inferno dei lager, i possedimenti dei padroni che hanno pieno e sadico diritto di vita, morte e tortura sui propri schiavi. Una pagina della storia americana viene restituita al suo orrore, portata in diretta consonanza, per quel che riguarda la disumanità e la ferocia alle sue radici, con la follia nazista. Tarantino ha messo del western in molti dei suoi lavori, e col suo primo western cronologicamente e geograficamente inquadrato completa il suo film sull’ideologia nazista, su una violenza storicamente tanto grande da richiedere ancora un epilogo catartico, reso possibile solo dal diritto alla reinvenzione che il cinema rivendica sulla storia.

Ancora molto si dovrebbe dire: sulle ottime prove di tutti gli attori, oltre Waltz un mutato Samuel L. Jackson, un finalmente cattivo DiCaprio e naturalmente Jamie Foxx; sulla capacità di tenere sempre alta la tensione, qualsiasi sia il registro frequentato dal film; sull’uso delle musiche, come al solito libere, diverse ed essenziali quanto la scrittura e la regia; su come tutto questo, in definitiva, faccia di Django Unchained un film fortemente sbilanciato verso il capolavoro.

(5/5)

L’ultimo Buscadero – Junior Bonner (Sam Peckinpah 1972)

l'ultimo buscadero - junior bonnerFilm meravigliosamente leggero, caldo, quasi affettuoso dell’iconico Peckinpah. Immediatamente successivo a Cane di Paglia, pellicola straordinariamente malsana e disturbante, L’ultimo Buscadero racconta le vicende della sgangherata famiglia Bonner. Junior, la figura centrale, è uno Steve McQueen che incarna ottimamente il fascino del loser; comprimari il padre, che gli ha insegnato l’arte del rodeo, e il fratello rivolto a una differente e più prosaica visione dell’esistenza.

I proverbiali ralenti sono spezzati da fulminei montaggi di dettagli e particolari, gli animali riempiono l’inquadratura mostrando forza e plasticità delle forme, la macchina da presa si distrae a seguire un cane che passa sotto una staccionata, o sorride nel trovare il sedere mezzo scoperto di un bambino che sta sulle spalle del padre, alcune scene hanno la bellezza dell’improvvisazione e l’inconcludenza del superfluo. Insomma, c’è tutto Sam.

(4/5)

Meek’s Cutoff – Il Sentiero di Meek (Kelly Reichardt 2010)

Meek’s Cutoff è un film bello, originale e feroce. È un western, siamo nel 1854, ma a vedere le figure che procedono nel nulla, perse nei campi lunghissimi e nella terra grigia che mostra solo le crepe incise dal sole, viene da pensare al film più estremo di Van Sant, Gerry. Quello di Kelly Reichardt, ad ogni modo, rimane un western, la variazione sul genere più tagliente che si sia vista negli ultimi anni, e come gli stravolgimenti di ruoli e prospettive permettevano ad autori negli anni ’60 e ’70 di firmare dei capolavori di rovesciamento dell’epica, la regista compie un passo ulteriore e priva i personaggi del loro mondo.

Dopo qualche minuto appare chiaro il perché della scelta, anticonvenzionale per il genere, di girare in 4:3. Gli spazi infiniti e deserti dell’Oregon, tagliati e inscatolati, ripresi senza movimenti di macchina, diventano una gabbia senza pareti che costringe e soffoca gli spettatori assieme alla carovana di coloni, persa lungo la scorciatoia di Meek. Scorrono uno dopo l’altro i giorni, raccontati nel sole che dall’alto schiaccia le figure sulla terra, l’imbrunire con i colori dorati, le notti con scene quasi nere, durante le quali si scambiano parole e brevi frasi che segnano i personaggi e le loro paure.

Senza punti di riferimento l’eroe maschile sparisce, non avendo nessuna possibilità di interpretare gli eventi e modellare la narrazione. Ad accorgersene sono le figure femminili, solitamente poste al margine, qui diventano centrali nell’affrontare l’ignoto e l’irrisolto, il caos. Accogliendo un’altra figura, un indiano catturato nella speranza che possa indicare loro la strada, il quadro presenta  l’impossibilità di dialettica fra le parti: l’ambiente indefinito, il vecchio indiano e i coloni, ognuno a parlare la propria lingua e al tempo stesso dipendente dagli altri.

meek's cutoff meek's cutoff(4/5)