Too Old to Die Young (Nicolas Winding Refn 2019), il migliore esperimento in circolazione

Too Old to Die Youg non è la serie più facile dell’anno, neanche la più trascinante, per la gestione antitelevisiva dei tempi del racconto, e di certo non è la più popolare. Nicolas Winding Refn porta il suo cinema in dieci puntate di circa un’ora e mezza – di fatto dieci film -, ha un’idea precisa di cosa vuole costruire e soprattutto del mondo in cui vuole trascinare lo spettatore. Il risultato è la serie più interessante, diversa e, semplicemente, più bella dell’anno.

Dieci film allucinati, lentissimi e perversi, dove i soggetti principali sono il tempo dilatato dell’azione e la costruzione delle immagini. Al loro interno si sviluppano una moltitudine di personaggi, ognuno fondamentale per lo spazio che gli è concesso, protagonisti di interazioni sospese, funzioni alienate in una realtà eccessiva, esasperata, che dipinge freddamente un mondo dotato di propria vita e volontà, costantemente legato ai peggiori vizi, alle paure e alle degenerazioni conosciute.

Dopo tre episodi che mostrano una tendenza autoconclusiva, le linee narrative cominciano a distendersi e intrecciarsi, fino a delineare una storia concettualmente semplice ma definita, un viluppo di forze (auto)distruttive, dominato dalle modalità del racconto. Too Old to Die Young è un’esperienza complessa ma a suo modo accogliente – per il suo essere estremamente diretta – che cristallizza il linguaggio di Refn: un’immersione nel noir dai colori al neon, nei rari discorsi scanditi da pause anomale, nelle musiche e i rumori sintetici di Cliff Martinez. È un flusso disteso di invenzioni visive, movimenti di macchina rigorosi e aspettative frustrate, dove non mancano le scene da antologia: l’impatto radicale con il primo episodio (da lì, facile capire se è tutto da prendere o lasciare), un infinito inseguimento in auto reso surrealmente romantico dalle note di Mandy, le caratterizzazioni fulminanti date da tic e atteggiamenti innaturali, la miriade di ambienti maniacalmente estetizzanti, simmetrie e specchi, ritratti e spazi immensi, a definire ogni piano dell’intreccio e dei suoi attori.

Il cinema di Refn, negli anni, ha progressivamente ridimensionato il ruolo del plot, ancora forte e “classico” in Pusher, per arrivare all’astrattezza lisergica di Valhalla Rising, la semplicità narrativa di Only God Forgives, l’allucinazione geometrica di The Neon Demon. In Too Old c’è modo di ritrovare tutto, approfondirlo e accentuarlo (ma nella violenza puramente esibita, tutto sommato, non eccede). Alcune sequenze sembrano esperimenti ipnagogici: suoni, pause, movimenti e colori si dilungano fino a lasciare intromettere immagini personali all’interno del flusso audiovisivo. Accostato al Twin Peaks di Lynch, ne condivide la libertà autoriale e la consistenza onirica, oltre la costruzione di sospensioni temporali cariche di incertezza e tensione. Come Twin Peaks (indicato dai Cahiers du Cinéma come miglior film del suo anno), si tratta di un prodotto che trascende le abitudini del mezzo, per confrontarsi con altri aspetti dell’arte. Da Abel Ferrara prende i tratti moralisti della sua parabola, mentre di von Trier, l’altrettanto danese Refn ricorda la costruzione di istituzioni marce e grottesche, grumi simbolici della realtà, su tutte la vicinanza del commissariato con i rituali assurdi dell’ospedale de Il Regno. Al di là dei richiami, gli omaggi e i riferimenti – che sono naturalmente molti di più – Too Old to Die Young è un’esperienza totale, appagante nel suo non essere intrattenimento, un esperimento a cui si deve aver voglia di partecipare.

Su Primevideo.

(5/5)

 

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The Neon Demon (Nicolas Winding Refn 2016)

the-neon-demon-nuovo-trailer-italiano-e-locandine-dellhorror-di-nicolas-winding-refn-1Pubblicato su Bologna Cult

Fin dalla pessima accoglienza a Cannes, un rifiuto quasi violento nei confronti dell’ultima fatica di Nicolas Winding Refn, è stato chiaro come The Neon Demon avrebbe diviso. Ci sarebbe anche da chiedersi cosa si aspettassero, gli avventori del festival francese, dal momento che il film rientra perfettamente nella linea creativa del cineasta. Dall’uscita nelle sale, ad ogni modo, si registra qualche voce critica fuori dal coro e reazioni del pubblico informato che addirittura gridano al capolavoro.

Secondo film statunitense dell’autore danese, Neon Demon è per certi aspetti un titolo minore, ma prosegue il filone apertamente visionario, disturbante e lisergico che parte da Fear X, con cui ha più di un’affinità, per dipanarsi negli ottimi Valhalla Rising e Solo Dio Perdona. Tutti film trattati male da chi di Refn, probabilmente, apprezza quasi il solo Drive, unico titolo che, nonostante l’impronta sempre ben visibile dell’autore, offra il solido appoggio della storia romantica e dell’ombroso cavaliere.

The Neon Demon ci immerge nel mondo e le visioni di Jesse, sedicenne sola che appare a Los Angeles per entrare nel mondo della moda. Impersonata da Elle Fanning, Jesse, dotata di una bellezza naturale e una personalità apparentemente autentica e indifesa, da subito attira le attenzioni per la discontinuità evidente rispetto a una realtà artefatta, e sotto molti aspetti ripetitiva e internamente canonizzata. The Neon Demon non è un film sul mondo della moda, quanto sullo scollamento fra realtà e desiderio, sulla pressione radicale che verso i nostri comportamenti esercita la superficie, quando in questa intravediamo la bellezza, sulla sua importanza vitale e sulle pulsioni violente che suscita. È la bellezza stessa, quella malsana e glaciale della sua poetica, che guida la regia di The Neon Demon, esteticamente esasperato in quadri semivuoti dalla costruzione geometrica, cristallizzati nell’idea narcisista dell’autore e illuminati dalle luci artificiali che fanno da contrappunto alla colonna sonora sintetica e onnipresente di Cliff Martinez. Un Martinez a cui viene chiesto di riempire – a volte con una presenza forse eccessiva – anche molte parti di un film che si presenta come una pura descrizione di uno sguardo alterato, e un susseguirsi di riferimenti di genere che rifiuta, però, di costruire un intreccio che devierebbe l’attenzione dal punto di vista estetico e concettuale verso quello usualmente narrativo. Mentre il mondo attorno si presenta soprattutto come contenitore ideale, riflesso diretto di passioni e mutazioni umane, l’attenzione è concentrata sul rapporto e la definizione di quattro donne, come sottolineato dalle allucinazioni geometriche di Jess.

Molti hanno visto Lynch, in questo film che ha i tratti del b-movie, e presenta quindi numerose influenze, più o meno esplicitate, da Il Bacio della Pantera a Improvvisamente l’Estate Scorsa, al cinema di Jodorowsky e di Ferrara. Ma, ancora più che a Lynch, Refn sembra vicino a qualcosa di maggiormente disumanizzato, come l’ultimo Cronenberg, quello di Maps to the Stars e soprattutto di Cosmopolis. Fin dall’inquadratura che apre il film, lo sguardo vitreo e immobile di Jess richiama quello altrettanto distante di Sarah Gadon nella trasposizione dell’apocalittico libro di DeLillo. Non solo corpi, ma anche e soprattutto sguardi sintetici: quelli delle donne protagoniste, riflesso di un mondo che Jess desidera, ma che vede in lei, fin quando estranea, il definitivo oggetto del desiderio. La tensione di The Neon Demon si costruisce sul vuoto degli sguardi, degli spazi e degli accadimenti, con sporadiche contrapposizioni che portano a esplosioni di brutali passioni e desideri.

La destrutturazione del film è in corso da alcuni decenni, e da tempo le visioni più interessanti sono quelle che propongono un cinema decentrato, che trovi una sua forma di disequilibrio antinarrativo; eppure ancora si diffonde lo sgomento, e la necessità di evocare nicchie da videoarte, quando un’opera scantona dal montaggio e dall’evoluzione conosciuta del racconto canonizzato. Se c’è qualcosa che a The Neon Demon si più rimproverare, è forse non l’aver osato ancora di più (come ha fatto, invece, un film che per alcuni versi lo anticipa, Beyond the Black Rainbow), e aver sentito l’esigenza di alcuni dialoghi piuttosto didascalici, ma anche questi, in verità, così impersonali da fondersi bene con la costruzione di un’ostentata superficialità.

(4/5)

Bleeder (Nicolas Winding Refn 1999)

bleeder recensione slowfilm refnSecondo lungometraggio di Nicolas Winding Refn, quasi un capitolo spurio della saga di Pusher. Ancora saldamente danese, il regista richiama molti degli attori dell’esordio; in Bleeder è nuovamente protagonista Kim Bodnia (Leo), che cambia sguardo, si perde in sé e da subito appare come un uomo straordinariamente inaffidabile. Mads Mikkelsen (Lenny) è ancora in secondo piano, ma il suo personaggio sembrerebbe quello più vicino all’autore: con l’ossessione per il cinema e un ruolo prevalentemente osservativo, porta la figura del regista all’interno della pellicola. Leo e Lenny si muovono entrambi sulla linea dell’inadeguatezza, ma se il primo sembra destinato a schiantarsi sotto il peso di un’insostenibile pressione, il secondo fa di tutto per nascondersi o sparire, rifugiandosi in una sala buia, appena rischiarata da proiezioni d’infima categoria.

All’interno di una cineteca stipata di vhs – un luogo che sembra venire da un passato incredibilmente lontano: non può esistere al mondo biblioteca più antica di un negozio di vhs – il solitamente psicopatico, qui accomodante commesso specializzato in porno Zlatko Buric, costituisce assieme a Mikkelsen una coppia inedita e riuscita, che a tratti evoca una sorta di Clerks in salsa scandinava. Alcune loro interazioni rimarranno piuttosto singolari all’interno della filmografia del regista, e lasciano assaporare un registro diverso che si accorda con le recenti dichiarazioni che esprimono la volontà di dirigere una commedia.

Come spesso accade nel cinema di Refn, Bleeder procede per cenni, indizi, continue minacce, fino all’inevitabile esplosione finale. Che arriva però a chiudere un film dalla gestione dei tempi personale e dilatata, che accumula tensione in una sostanziale assenza di azione. Bleeder sarebbe un’opera esemplare se non ricercasse nell’epilogo una soluzione troppo originale, e alla fine inverosimile, un’idea che stride con un impianto asciutto e a suo modo realistico.

(4/5)

Fear X (Nicolas Winding Refn 2003)

fear x refn recensione slowfilmFear X è il terzo lungometraggio di Nicolas Winding Refn, quello su cui stava per lasciarci le penne. Imperniato sulla star John Turturro, alla sua uscita non incassò neanche il necessario per coprire le spese. Il thriller psicologico di Refn pretende molto dallo spettatore e anche da se stesso, e non riesce a mantenere tutte le sue ambiziose promesse. Nonostante questo Fear X è un film, cosa che non si può dire di tutto quanto passa per le sale, e offre sia suggestivi momenti di cinema, sia indizi interessanti su quelle che saranno le scelte stilistiche dell’autore.

Harry Caine, vigilante in un centro commerciale, ha recentemente perso la moglie, uccisa da un colpo di pistola proprio nel parcheggio di quello stesso centro. Harry conduce delle indagini personali, utilizzando soprattutto le registrazioni delle telecamere di sorveglianza, catalogando ogni volto e ricorrenza, cercando indizi e sperando che l’osservazione di un metodo possa portarlo a scoprire il perché dell’assassinio. Durante le sue ricerche troverà anche il momento dell’omicidio, perdendosi nella registrazione indefinita e definitiva del gesto che interrompe l’esistenza di Claire.

Accade spesso che il lavoro di Refn ricordi quello di altri autori, e in questo caso il riferimento più vicino sembra Lynch, anche se il danese riesce sempre a dare un’impronta personale ai suoi film, animati da una cruda e dolorosa sincerità. Fear X è diviso in tre ambienti, quello esterno ricoperto di neve o aperto in un deserto arido e rosso; gli interni che racchiudono il protagonista, un Turturro estraniato circondato dalle pareti delle camere d’albergo, a cui però il protagonista in qualche modo sfugge, perso in un terzo luogo; quello interno, il suo pensiero, da cui viene proiettato quello che vediamo, e dove troviamo i ricordi e le emozioni che scatenano le immagini. Dopo due lavori nervosi e violenti come Pusher e Bleeder, con Fear X il regista ferma la macchina da presa e si concentra sui suoni (qui un tappeto sonoro di Brian Eno), sull’immobilità, l’attesa, la fotografia geometrica di Larry Smith, che lo accompagnerà in quasi tutte le opere successive.

Lentamente si dipana un thriller che ospita alcuni dettagli scontati e forse autenticamente ingenui, mentre si rifiuta di svelarne altri perdendosi in situazioni oniriche. E intanto si comprende come le uniche immagini di cui la verità sia certa siano quelle delle registrazioni di sorveglianza, che tengono ferma l’esistenza effettiva del crimine e impediscono al film di andare alla deriva. Un finale del tutto aperto è in realtà l’unico che possa compiutamente conservare l’incertezza di cosa sia accaduto, e realizzare in questo modo le intenzioni del film.

(3,5/5)

Solo Dio Perdona – Only God Forgives (Nicolas Winding Refn 2013)

solo dio perdona recensione slowfilmSolo Dio Perdona è una violenta e meravigliosa rapsodia in rosso, è dolore idealizzato, superficie e percezione oscena della destinazione.

Nelle notti di Bangkok si distende lo standard di un intreccio di vendette – come in Drive -perpetrate e ricercate da personaggi archetipici, segnati da un’epica coerenza, come in una tragedia greca o un sanguinario b-movie. L’ambientazione estremorientale non è accidentale, e porta la storia su una linea astratta, mettendo in discussione il ruolo dell’eroe e la sua fortuna, negandogli la possibilità di compiere azioni realmente significative. La prima vendetta messa in scena da Nicolas Winding Refn riguarda Ryan Gosling. Il danese faceva film eccellenti già da quindici anni, ma è riuscito a farsi notare solo quando nel suo cinema estetico e mistico sono entrati la storia romantica e il cavaliere di Drive. Il minimo che potesse fare era pestare il buon Ryan, che nel suo percorso aderisce senza alcuna deroga al ruolo del loser.

Denso di lanterne e maschere rosse, di labirintici bordelli thailandesi e karaoke ghiacciati in pose da Korova Milk Bar, di ralenti irrinunciabili e delle composizioni musicali distorte di Cliff Martinez, Only Gor Forgives impone temi incestuosi, visionari, profondamente selvatici e disturbanti, lungo la spina dorsale dell’opera. Fatta di inquadrature frontali e secchi monologhi sulle virili rivalità fraterne, fomentate da una madre folle e totalizzante, una Kristin Scott Thomas perfettamente fuori parte. E, per inciso, niente sarebbe stato possibile senza Abel Ferrara. Se questo è l’interno, la facciata è sincero cinema di genere, quello che insegna, letteralmente, come in Thailandia sia meglio stare attenti a dove si mettono le mani: cinema fisico e consequenziale, in questo caso splendidamente decentrato e irrimediabilmente smarrito.

Di Tarantino Refn non ha niente, anche se di nuovo Tarantino ci si ritrova spesso a leggere, se non la capacità di saper tradurre spunti provenienti da altro cinema  in qualcosa di proprio. Il cinema di Refn è intimamente anticommerciale, fatto di attese che sono il vero soggetto delle sue opere, colme di gesti rituali, di dettagli e dello sguardo della macchina da presa. Ricercare la lettura grottesca e spesso liberatoria della violenza di Tarantino in un titolo di Refn provoca risatine nervose e incomprensione.

In Solo Dio Perdona ci sono la consapevolezza di Ghost Dog, il torture porn di Takashi Miike, la costante tensione del duello degli spaghetti western, il già ricordato Ferrara. Ma soprattutto c’è un’espiazione svuotata di senso, che segue al fisico ritorno al grembo materno inscenato come l’ennesima negazione della personalità del protagonista. Mentre l’infallibilità è incarnata da Vithaya Pansringarm, poliziotto thailandese di mezza età, colletto bianco maestro nell’uso del machete e unica declinazione conosciuta della giustizia, il personaggio di Gosling si avvicina all’aspetto più alienato e visionario del protagonista di Valhalla Rising, One Eye. Il volto segnato a metà dalle tumefazioni, un occhio chiuso, le visioni annunciano la propria fine, segnando il percorso verso un sacrificio senza utilità, più vicino alla semplice sconfitta.

(5/5)

Tur Kue Kwam Fun – You are my dream

En Attendandt: Only God Forgives di Nicolas Winding Refn, To the Wonder di Terrence Malick. I trailer.

only god forgives slowfilmC’è tantissimo mestiere dietro il trailer di Only God Forgives, il nuovo film di Nicolas Winding Refn; il mestiere di chi il proprio lavoro lo sa fare, perché l’attesa è enorme, ed è pienamente rivolta al capolavoro. Credo si tratti del promo che ho visto più volte, nella mia carriera di spettatore in cerca di motivi d’entusiasmo. È la prima volta che un film di Refn è così universalmente atteso e, nonostante i suoi film precedenti non siano da meno, è giusto che accada col Ryan Gosling di Drive.

Le sensazioni che si vogliono dare sanno molto di vendetta e Kill Bill, karaoke sintetici e Wong Kar Wai, luci al neon, campi medi frontali e altre cineserie.

Le prime europee sono previste per fine maggio, con una probabile presentazione a Cannes.

to the wonder malick slowfilm trailerTo the Wonder, invece, gran parte del mondo l’ha già visto. Rimandato più volte, l’ultimo Malick dovrebbe arrivare anche da noi il 4 luglio.

Purtroppo molte fonti, fra le quali alcune attendibili, lasciano intendere come il film non possa essere all’altezza di The Tree of Life, quel che si suol dire un capolavoro immortale, un pezzo fresco fresco di storia del cinema.

Ad ogni modo, si parla di Malick, l’attesa è notevole ed esasperata, già da qualche mese.

Una valanga di film su cui non posso più scrivere qualcosa di sensato.

The Amazing Spider-Man (Marc Webb 2012), il film che doveva rilanciare l’Uomo Ragno prima che nessuno potesse sentirne l’esigenza. Opera premurosa ispirata da problemi di diritti di sfruttamento che non ho alcuna intenzione di approfondire, The Amazing poteva sembrare, dal trailer, un avvicinamento all’approccio Nolan. In realtà è molto meno. Premesso che quelli di Raimi sono fra i migliori film supereroici mai realizzati, con la giusta dose di fumetto, ironia, film serio e regia di chi ci sa fare, Webb si conferma uno che più che girare film fa i compiti a casa. Un reboot pieno di battutine strozzate, scene scialbe e scollate, poco appassionante, e con un mostro uscito  da una playstation 2. (2/5)

La Faida (2011) è un buon film di Joshua Marston, anche meglio del già apprezzabile Maria Full of Grace. Qualcosa in comune con Shotgun Stories. Condivide col film di Jeff Nichols la secchezza nel descrivere aspri conflitti fra famiglie tenendo la violenza fuori campo, il soffermarsi sui personaggi e i luoghi. Ambientato in Albania, La Faida presenta codici rurali che abitualmente sostituiscono o integrano le leggi comuni, mentre dipinge un’efficace declinazione della frase “le colpe dei padri ricadono sui figli”. (4/5)

Total Recall – Atto di Forza (Len Wiseman 2012) all’inizio non sembra male. Ho pensato, ecco finalmente del buon vecchio cyberpunk. Visivamente il film se la cava, fra città multistrato, tanta pioggia, folla variegata l’atmosfera c’è; però presto diventa un continuo inseguimento, schiaffi e inseguimenti inseguimenti e schiaffi, poi si fermano un attimo fanno uno spieghino e ricominciano a inseguirsi e prendersi a schiaffi. Alla lunga, stanca. Nei cinema dall’11 ottobre. (2,5/5)

Pusher I (1996), II (2004), III (2005). Nicolas Winding Refn è bravo, questa è una verità che Drive ha portato molte più persone a condividere. Il primo episodio di Pusher è più vanesio, una sorta di Guy Ritchie disintossicato dei Looney Toons, ma già piacevole. Il secondo è il più equilibrato e completo: problematico, coinvolgente e per protagonista un grande Mads Mikkelsen. Il terzo episodio è più svuotato, cupo e perduto,Tutto in una Notte in visita al mattatoio. (Pusher I 3,5/5, Pusher II 4/5, Pusher III 3,5/5)

Captain America: Il primo vendicatore (Joe Johnston 2011), due palle. (2/5)

Biancaneve e il Cacciatore (Rupert Sanders 2012), invece, tutto sommato non è malaccio. Delle lungaggini, dei punti morti e il sostanziale fallimento negli accenni di alleggerimento; però una bella costruzione degli spazi, un mondo fantasy convincente (con omaggio a Miyazaki) e una riuscita rivisitazione personaggi, in particolare quelli femminili. (3/5)

Friends with Kids (Jennifer Westfeldt 2012) è una commedia innocua, troppo parlata e dalla struttura più che standard. Si lascia guardare per l’ammucchiata di attori provenienti da serie famose. (2,5/5)

Detention (Joseph Kahn 2011) è un film più bizzarro di quanto sembri. Si autoproclama spudorata copia di Scream, e in realtà si lascia andare a digressioni, commistioni, inserti e falsi indizi. Un teen movie colorato ma non del tutto plastificato, che alla trasfigurazione di Craven aggiunge, senza prima avvertire, quella di Richard Kelly. Un film che fa finta di non prendersi mai sul serio, e rimane sempre sopra le righe. Decisamente più interessante del vuoto furbetto di uno Scott Pillgrim. (3,5/5)

Pirati! Birganti da strapazzo (Peter Lord, Jeff Newitt 2012) è lo stop motion ipercitazionista del creatore di Galline in Fuga. Ma se c’è un modo di rendere sensata e piacevole la citazione, è in questo film. Molta classe, tanta cura per i dettagli, divertimento, qualche colpo di genio. Solo qualche lungaggine nel finale. (3,5/5)

E infine, Cave of Forgotten Dreams (2010), uno dei rari Herzog a essere passato per qualche nostra sala. Non uno dei suoi film migliori, però. Si tratta di un documentario, d’impostazione piuttosto classica, sulla grotta di Chauvet, luogo che custodisce preziosissime pitture rupestri risalenti a una trentina di migliaia di anni fa. Il soggetto è interessante, affascinante, le immagini importanti, ma concettualmente siamo dalla parti di Grizzly Man, con un Herzog che utilizza la propria voce per imbeccare riflessioni che dovrebbero nascere spontanee, e che sembra attingere a tutto quanto sia stato detto e scritto sulla sua arte nell’ultima trentina d’anni. Rispetto a Grizzly Man si perde l’aspetto morboso ed eccessivamente forzato, ma Cave of Forgotten Dreams, pur impreziosito da momenti umani imprevisti e divertenti, sembra girare un po’ su se stesso. Interessante la vicinanza con un altro film del regista, My Son My Son what have ye done, che condivide alcune riflessioni sul tempo e il desiderio di riuscire a fermarlo. Il film del 2009, però, è più misterioso e ricco di suggestioni. (3/5)

Drive (Nicolas Winding Refn 2011); trailer di David Lynch per la Viennale

drive nicolas winding refnSin dai titoli di testa, scritte in corsivo rosa accompagnate da musica sintetica, Drive prende posizione. La posizione, precisamente, è negli anni ’80, tra un Vivere e Morire a Los Angeles di William Friedkin e un Manhunter di Michael Mann. Altro elemento immediatamente descrittivo è la meritata Palma per la miglior regia che il film ha conquistato a Cannes. La storia raccontata da Drive, infatti, è uno standard (nome anche di uno dei protagonisti) che Refn esegue, ancora una volta – come in Bronson e Valhalla Rising – , in una chiave densa di omaggi e riferimenti, ma fortemente personale.

In misura maggiore per la semplicità e classicità dell’intreccio di quest’ultima sua opera, storia di un antierore quasi muto, pilota stuntman alle prese con criminali sanguinari, amicizia virile e amore romantico, l’ambigua incisività di Drive va ricercata nelle capacità del suo autore. Nella costruzione dei tempi, la gestione degli spazi e del sonoro, la messa in scena di momenti di violenza preannunciati ma comunque straordinariamente d’impatto. Tutto è meno eclatante ed evidente rispetto ai suoi film precedenti, ma più diffuso lungo l’intera durata di un film curato nei minimi particolari, che sa proporre rapine fuori campo, città di vetro e artificiali luci notturne riportando lo spettatore a una nuova “prima volta”. Che è poi il senso e l’obiettivo di ogni riuscito film di genere, quello di arrivare a catturare il suo pubblico tanto da immergerlo ancora nella sorpresa di luoghi cinematografici che credeva di conoscere alla perfezione.

Drive, dunque, è un film d’immagini e regia, associa a figure e vicende stereotipate una dimensione indecifrabile e difficile da gestire. La reazione, naturalmente, varia da soggetto a soggetto, e in sala si possono ascoltare i danni fatti da una rappresentazione tarantiniana, grottesca della violenza che viene evocata a sproposito dal pubblico (e anche da alcuni critici) come una via di salvezza punteggiata da risate nervose. Non è tragicomica né catartica la violenza di Refn, e a ben guardare riesce anche a evitare pruriti manichei, vendicativi e apologetici (Padroni della Notte, sto pensando a voi).

(4/5)

Chiudendo passo per il trailer della Viennale girato da David Lynch. Qualora qualcuno non ne fosse ancora sicuro, quell'uomo è pazzo, per quanto trascendentalmente.

Valhalla Rising (Nicolas Winding Refn 2009)

valhalla-risingLe aspirazioni di Nicolas Winding Refn se rapportate ai modelli che sembrano aver più influenzato questo suo ultimo film, potrebbero sembrare velleitarie ed eccessivamente ambiziose. Gli spazi di Malick e i fiumi di Coppola appartengono alla storia del cinema e alla cultura popolare, e la mancanza di umiltà con cui il regista danese li rievoca, come fu con le geometrie di Kubrick applicate a Bronson, ha provocato l’ira e lo scherno di molti recensori. In realtà se, come credo sia giusto, si accorda a Valhalla Rising una visione specifica, è possibile assistere ad un film dal forte impatto visivo ed emotivo.
 
Interamente girato in Scozia, Valhalla Rising presenta gli scontri e i viaggi di One-Eye, eccezionale guerriero vichingo e spesso prigioniero incontrollabile (ancora, come Bronson). In un’epoca di scontri fra tribù cristianizzate e altre devote agli antichi Dei pagani, One-Eye è un personaggio a dir poco taciturno, caratterizzato dalla brutalità con cui esprime la sua forza e da un certo afflato mistico che lo vuole vittima di visioni violente. In un mondo di fanatici religiosi, l'orbo One-Eye (una menomazione, la sua, in linea con le tradizionali figure dei preveggenti e con l'iconografia legata a Odino) sembra l’unico a dover subire un percorso spirituale reale e vi si adatta accettandone i sacrifici. Allo stesso modo, Valhalla Rising fonde scene di livida ferocia, avendo un protagonista che, se può scegliere come uccidere un uomo, lo fa eviscerandolo come un pesce, con attese silenziose racchiuse dentro paesaggi dai colori cupi e metallici. Pur svolgendosi interamente in spazi aperti, il film presenta i suoi personaggi sempre prigionieri: delle montagne, della nebbia, della loro incapacità di influire realmente sul mondo in cui si trovano e tantomeno di comprenderlo.
 
Winding Refn si affida a colori desaturati e ad accenti lisergici dai cromatismi artificiali, agli atti di violenza fulminei e senza commento sonoro, per far risaltare il rumore di rami spezzati che fanno le ossa piegate, ad una trama breve e lineare, con cenni storici che lasciano aperta la possibilità ad interpretazioni e congetture, che esprime un’esperienza cruenta ed efficacemente opprimente anche per lo spettatore.  

(4/5)

Bronson (Nicolas Winding Refn 2008)

BronsonMichael Peterson sente di avere una vocazione, delle doti particolari, e vuole diventare famoso. A diciassette anni, nel 1974, rapina un ufficio postale, viene arrestato, e da quel momento si afferma come il detenuto più violento del Regno Unito, col nome d’arte di Charlie Bronson. In cella, una delle sue performance preferite consiste nel sequestrare una persona, annichilirla semplicemente minacciando di farlo a pezzi, quindi farsi trovare dai secondini che arrivano per pestarlo completamente nudo e ricoperto da sostanze scivolose, in modo da poter fare più danni prima di essere bloccato. Le prigioni sono l'unico palcoscenico per le sue esibizioni, che lo portano a collezionare più di trent'anni di carcere, dei quali la maggior parte in isolamento, pur senza aver mai ucciso nessuno.

Traendo il suo film da una storia vera, che vede il legittimo protagonista ancora ingabbiato, Refn realizza il sogno di Peterson, gli dà fama, ma certamente non lo fa con un’opera semplicemente biografica: Bronson è un film dall’identità cinematografica molto particolare e spiccata, ed è su quella che Refn si concentra. I richiami ad Arancia Meccanica (fatte le dovute proporzioni) sono evidenti, nella costruzione degli spazi, geometrici e monocromatici, nell’uso del carrello, nel richiamo alle esecuzioni teatrali, e persino nel parlare strascicato di Tom Hardy, un tizio che sembra incredibile come possa essere contemporaneamente un ottimo attore e un uomo con la faccia e il corpo del Bronson del film. Le vicinanze al capolavoro di Kubrick, però, non infastidiscono, per la cura evidente che c’è nella costruzione, nella sua idea complessiva e nei dettagli, e per la rappresentazione grottesca delle aberrazioni sociali e individuali, che deriva da uno sguardo e un modo di rappresentare i fatti che sono doti reali.

Nasce,quindi, una certa curiosità anche verso Valhalla Rising, che qualcuno a Venezia ha indicato come film da tenere in considerazione.

(4/5)