Troppa Grazia (Gianni Zanasi 2018), purtroppo il miracolo non arriva

troppa grazia slowfilm recensioneQuel che più mi aveva stupito di Non Pensarci era la scrittura fluida, naturale, assieme divertente e concreta. Nel nuovo film di Gianni Zanasi, Troppa Grazia, purtroppo il miracolo non si ripete, anzi, è proprio nella costruzione dell’intreccio e nella scrittura dei dialoghi che si sente una mancanza incomprensibile. La geometra Alba Rohrwacher, mentre è occupata in torbidi rilievi catastali nelle splendide colline della Tuscia, vede la Madonna. Che comincia a seguirla, a dirle cosa deve fare, convincendola delle sue ragioni e della sua esistenza anche ricorrendo a modi piuttosto rudi. Il canovaccio era promettente, come sempre singolare e convincente Rohrwacher, e potenzialmente interessanti anche i coprotagonisti Elio Germano e Giuseppe Battiston (il primo sprecato, il secondo sprecatissimo). Insomma un cast di tutto rispetto e un’idea intrigante, ai quali non viene però concesso quasi niente.

Se nella prima parte Troppa Grazia sembra cercare una sua strada, riuscendo anche a segnare qualche punto, con lo scorrere dei minuti e delle scene appare dolorosamente evidente come tutti gli spunti vengano trattati di fretta e in maniera superficiale, i dialoghi suonano slegati e la consequenzialità delle azioni risulta assente o arbitraria. La sensazione, in più di un caso, è che in fase di montaggio si siano persi dei raccordi essenziali. Ma, a parte l’intreccio nel suo complesso, sono anche le singole situazioni e interazioni che sembrano costruire le premesse per qualcosa, per poi spegnersi nel modo più prevedibile e svogliato.

A rendere il tutto ancora più strano e doloroso ci sono regia e fotografia che, invece, in molte occasioni appaiono eccellenti. I campi lunghi, i movimenti di macchina, le immagini vivide, i primi piani sulla stralunata protagonista, sono momenti esteticamente riusciti, ma distaccati dal flusso narrativo, tanto che li si potrebbe immaginare in contesti del tutto differenti, indipendenti rispetto a una costruzione purtroppo fuori fuoco.

(2,5/5)

Annunci

Gimme Five

Un po’ di film li ho visti, ultimamente, e per non accumularne troppi, ecco che li maltratto velocemente.

Terapia di Gruppo, ammettiamolo, è proprio bruttarello. Ed è un peccato, perché c’è Goldblum, e ovviamente c’è Altman, e non ho idea di cosa sia il lavoro di Christopher Durang (autore della piece ispiratrice), ma il lavoro è fra i più superficiali del regista, scoperto nell’ironia e non particolarmente originale nella costruzione delle dinamiche. Su una quarantina di film qualcuno doveva capitare. Va nel gruppo, per fortuna ristretto, delle opere poco riuscite, assieme al Dottor T e le Donne e Pret a Porter.

Control è la storia di Ian Curtis, leader dei Joy Division. È un bel film, doloroso, in bianco e nero. Gran parte del suo fascino lo deve alla biografia lacerante di Curtis, diviso fra ribellismo sui generis, patologie spossanti e depressione. Il film sceglie una via inedita, evitando di farcire la ricostruzione “storica” con musichette evocative e spaccati sociali. Al contrario, l’immagine rimane incollata sul protagonista, ritaglia interni con belle fotografie (solo a volte un po’ troppo belle), e nei momenti migliori lascia che ogni cosa venga risucchiata nel nulla del cantante, in silenzio. Il fatto che alla base dello script ci sia la testimonianza della moglie sbilancia il racconto sul rapporto di coppia, ma nel complesso la cosa funziona, riuscendo a tratteggiare una figura inedita e affascinate senza voler creare a tutti i costi una mitologia.

1408 l’ho visto sulla scia dell’entusiasmo per l’ultimo Darabont, pur sapendo che sarebbe stata cosa del tutto differente. Infatti 1408 è un horror classico, di quelli che hanno le stanze stregate esplorate da scrittori scettici. Nella prima parte il film è costruito davvero bene. Finché non succede nulla. Samuel L. Jackson, gestore d’albergo, si limita a raccontare il perché sia decisamente sconsigliato pernottare nella stanza 1408, e lo fa così bene, e lo si riprende così bene mentre lo fa, che si ha davvero paura. Entrato nel vivo, il film si sgonfia, mostra i suoi trucchi e pur restando un buon film di genere non riesce a tenere la tensione dell’incipit. E mi sono anche scoperto a pensare “per fortuna”.

Frank Costello Faccia D’angelo (in originale Le Samourai) è il film di Melville che avrebbe ispirato Ghost Dog. È verissimo, c’è molto più Ghost Dog di quanto mi aspettassi. Il personaggio, gli uccelli, il modo di rubare le auto, la donna, il codice di comportamento. Solo, una volta apprezzate alcune radicali scelte di fondo, il film è forse troppo contenuto. Forse. Perché a distanza di una ventina di giorni ricordo solo alcune scene singole, ho rimosso completamente la storia nel complesso. Alain Delon, comunque, sospetto non sia il mio attore preferito.

Non pensarci è un film molto italiano (TM Boris) e molto ben scritto: due attributi che difficilmente possono essere rivolti alla stessa opera. Vita di periferia, drammi familiari trattati in maniera non troppo drammatica, ma soprattutto una scrittura dei dialoghi assolutamente fluida, spassosa, a volte triste, ma senza dare quella sensazione di unghie sulla lavagna che sfugge spesso all’autore quando vuole muovere all’empatia lo spettatore. Sicuramente il tutto funziona bene anche per merito di Mastandrea e Battiston.

Terapia di Gruppo: 2,5/5

Control: 3,5/5

1406: 3/5

Frank Costello faccia D’angelo: 3/5

Non Pensarci: 3,5/5