Dilili a Parigi (Michel Ocelot 2018), Penguin Highway (Hiroyasu Ishida 2018)

Michel Ocelot, il padre di Kirikù, torna al cinema con un’altra storia fantastica e una piccola eroina di colore, Dilili, giovane canachi portata nella Parigi di fine ‘800 per mettere in scena la vita del suo popolo, in una sorta di parco a tema. Il settantaseienne Ocelot, studioso d’arte e pittore, mette in Dilili a Parigi il suo sguardo vivace e diretto, definito e raffinato, per comporre una storia dai contenuti anche forti, sostenuti proprio dalla semplicità e l’immediata bellezza delle immagini. Un cinema puro, in senso morale ed etico che si fa senso estetico, che esplicita e nobilita gli intenti didattici e traduce, per i più piccoli, contenuti anche torbidi. Al centro dell’intreccio, infatti, c’è un’organizzazione criminale – i Maschi Maestri – dedita al rapimento di bambine, con lo scopo di farle crescere sottomesse alla superiorità dell’uomo. Parallelamente all’azione, si sviluppa un ammirato e minuzioso viaggio per i luoghi di Parigi, guidato dall’amore per la Belle Époque. Agli orrori e la limitatezza dei Maschi Maestri, Ocelot contrappone proprio la bellezza dell’arte e la ricerca della cultura. Oltre alle sfrenate corse in tricicletta fra i monumenti e le architetture parigine (ricostruiti con il consistente ausilio della computer grafica), l’autore offre una rassegna quasi enciclopedica di artisti e pensatori, presentandoci e introducendo nell’azione, fra gli altri, Marie Curie e Louis Pasteur, Marcel Proust e Sara Bernhardt, Lautrec, Renoir, Monet e, naturalmente, le loro opere.

(4/5)

 

 

Penguin Highway di Hiroyasu Ishida è, invece, uno dei maggiori successi della recente animazione giapponese. Primo lungometraggio delle studio Colorido, emanazione dello studio Ghibli, adotta il fantastico della casa di Miyazaki portandolo nel mondo urbano, più esplicitamente scosso dalle inadeguatezze sociali e relazionali che negli ultimi anni caratterizzano molti titoli nipponici. Da Your Name, a Mirai, a The Boy and the Beast, gli anime stanno vivendo un buon periodo, con la presentazione e l’affermazione di una nuova generazione di autori. Rispetto a capolavori come La Città Incantata o Mononoke, la narrazione è meno sfaccettata e più concentrata sulla storia e sui personaggi, che sul mondo, ma si tratta comunque di produzioni più inventive e stimolanti di quelle proposte dalle ripetitive corazzate americane.

Penguin Highway potrebbe sembrare, dal trailer, un film più limitato di quel che è in realtà. Ci si potrebbe aspettare una storia curiosa e infantile sull’inattesa apparizione di pinguini nell’estate cittadina di un gruppo di ragazzi. È, invece, il contenitore di un insieme – forse anche troppo ricco – di temi, domande e atmosfere. Per il giovane protagonista Aoyama l’identificazione e l’organizzazione logica dei misteri (a volte anche un po’ pedante) è l’attività principale, che lo porta a toccare temi come quelli dell’identità, del bullismo, della mancanza, della memoria, della crescita, incrociati con veri e propri enigmi della percezione e della delimitazione della realtà. Tratto dal romanzo di Tomihiko Morimi, il film di Ishida ha una bella inventiva e resa estetica, e costruisce un intreccio denso di misteri. L’approfondimento di queste domande, e le risposte specifiche offerte dal film, non sono però altrettanto accurate, molte rimangono suggestioni complesse, ma accennate e superficiali. Si tratta comunque di un film bello da vedere, con un buon ritmo e pieno di dettagli e rimandi interni, un film luminoso che sa lasciare una traccia di malinconia.

(3,5/5)

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Le Stagioni di Louise (Jean-François Laguionie 2016). La leggerezza e la gravità delle cose che compongono la vita

le stagioni di louise slowfilm recensioneIl miglior cinema è da sempre quello che parla della vita e del tempo. Nel tentativo di portare nella ripetizione del cinema i ricordi, le perdite e i sogni di una vita, c’è la possibilità di raccontare lo scorrere di una parentesi temporale pura, dove gli episodi personali rispecchiano il comune succedersi delle età, e i desideri individuali, per quanto intimi e lontani, ricordano quelli di ogni vita. Gli artisti del disegno e dell’animazione rappresentano costantemente loro stessi e le loro idee, attraverso le scelte visive prima ancora che narrative. Succede, quindi, piuttosto spesso che realizzino una o più opere che mostrano direttamente, e ricordano anche a loro stessi, quali sono le vicende e le sensazioni, i tratti della vita, che li hanno portati a formare il proprio linguaggio.

Le Stagioni di Louise è l’ultimo lavoro di Jean-François Laguionie, maestro dell’animazione francese, autore, fra gli altri, del delicato La Tela Animata e del visionario Gwen, Il libro di sabbia. Laguionie non ha bisogno di riferimenti, ma volendo proseguire nella ricerca delle dirette espressioni d’autore, Louise en Hiver sembra unire gli incroci fra natura e poesia de La Tartaruga Rossa con il ricordo, trasfigurato ma realistico, delle proprie radici e della scoperta dell’arte dell’ultimo Miyazaki di Si Alza il Vento.

La storia, semplice come molte cose dal senso profondo, è quella dell’anziana Louise che, perso l’ultimo treno per tornare in città, si ritrova da sola nella località balneare di Bilingen. Per giorni, settimane, mesi. Osserva il mutare dei colori, si misura con i limiti che vengono dall’età, riflette sulla solitudine – in parte ricercata – e su come gli eventi della sua vita l’abbiano portata a essere la persona che è. Louise vive ogni vicenda e contemporaneamente la osserva, non si compatisce e riflette sul ruolo che ha assunto la sua esistenza. Pensa alle scoperte giovanili, le avventure e gli amori, intrecciati con i ricordi e le tracce della guerra, e a come riportare tutto questo in un presente che non sia solo memoria, ma ancora una fonte di esperienze e un’occasione per interrogarsi. Tiene compagnia a Luoise – che in Italia ha la voce di Piera Degli Esposti – un vecchio cane che “sembra un mucchio di stracci”, che, a volte, si confronta in brevi discussioni, e l’accompagna nelle sue passeggiate, aspettandola quando rimane indietro.

Con uno stile visivo lieve e concreto, che unisce visibili tratti di carboncino e pastello a una computer grafica ben integrata, Laguionie mostra flutti, paesaggi, uccelli, la stessa Louise nell’atto di dipingere. E mostra, d’altra parte, i vicoli geometrici e opprimenti del paese e, in una visione ricorrente nella sua produzione, luoghi ricolmi d’ingombranti oggetti quotidiani, divani, telefoni, elettrodomestici abbandonati e ingrigiti, reperti del passato e della sua ripetitività, portando nel suo piccolo film la leggerezza e la gravità delle cose che compongono la vita.

(4/5)