The Killing of a Sacred Deer (2017) Yorgos Lanthimos elegante, ma meno centrato del solito

the killing of a sacred deer slowfilm recensioneYorgos Lanthimos mi piace molto, è un autore che nasce dalla crisi ma guarda a meccanismi  non contingenti, più profondi, legati alle paure dell’uomo e in particolare alle aberrazioni che nascono dalle regole e le abitudini del vivere sociale. La necessità stessa di relazionarsi con l’altro provoca nei film un completo straniamento, porta gli attori a svuotare le relazioni dell’emotività e di ogni inflessione, seguendo un’interpretazione meccanica che rispecchia in ogni momento un’interiorità congelata. Se i personaggi di Lanthimos fossero lasciati individualmente liberi di agire, probabilmente passerebbero la vita a fissare un muro. Al momento, si può dire che l’autore greco non abbia sbagliato nessun film, ma The Killing of a Sacred Deer è la sua opera meno incisiva, e anche quella che, pur conservando una costruzione rigida, trova più difficoltà a individuare una tesi definita su cui esercitare la sua scrittura.

Il punto centrale è probabilmente quello della giustizia che viene dall’istinto e il rancore dell’uomo, la giustizia biblica dell’occhio per occhio, accompagnata dalla passione, altrettanto forte, per il sacrificio dei propri figli su richiesta di una qualche esacerbata divinità. Le storie di Lanthimos arrivano negli Stati Uniti, a Cincinnati, e trovano a interpretarle i volti noti di Nicole Kidman e Colin Farrell. Nella vita familiare apparentemente asettica di un cardiologo e un’oftalmologa e dei loro due figli, s’inserisce il perturbante in forma di sedicenne, un ragazzo che fin dalle prime inquadrature (non la primissima, che è letteralmente un’apertura su un cuore aperto) intrattiene con Steven / Farrell un rapporto su cui interrogarsi.

L’austerità e l’automatismo espressivi, anche attenuati rispetto ai lavori precedenti, si innestano però su situazioni meno esasperate e grottesche, sviluppando un distacco che ricorda la lettura delle pagine crude di un libro, senza gli attori a guidare i sentimenti dello spettatore, lasciato solo a osservare ed elaborare, pienamente responsabilizzato. In Sacred Deer s’incontrano la cifra e la minaccia dell’Haneke di Funny Games, mescolata con la violenza impotente del Villeneuve di Prisonsers. Fino a una ricerca scenografica e fotografica che può essere accostata a quella di Kubrick, e può prefigurare il passaggio al prossimo The Favourite: ambientato nell’Inghilterra del ‘700, tratterà un’epoca e un luogo che al cinema portano sempre una certa eleganza e ricerca estetica, e potrà favorire un’ulteriore apertura dell’autore al pubblico.

Tirando le somme, con questa prova Lanthimos sembra volersi scantonare, almeno in parte, dal modo di fare cinema che lo ha reso celebre e che trova la sua semplificazione in The Lobster, che edulcora i toni conservando l’esasperazione della critica sociale dei primi lavori. In Sacred Deer conserva un espediente narrativo radicale di stampo horror e soprannaturale, ma impedendogli un’evoluzione lo trasforma in un semplice pretesto, che non si inserisce, però, in un intreccio forte abbastanza da giustificare la scelta. C’è anche da dire che, se anche il film non convince del tutto in alcuni specifici snodi, è ancora molto efficace nell’atmosfera e la suggestione complessiva, e Lanthimos di certo merita ancora tutta la nostra curiosità.

Uscita italiana prevista per il 25 aprile.

(3,5/5)

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Embers (Claire Carré 2015). Visione di un mondo senza memoria

embers_00Claire Carré è una giovane regista che debutta con una piccola produzione statunitense e polacca, per una storia di fantascienza umanista non rivoluzionaria, ma curata e piacevole da vedere. Il richiamo – omaggio a Tarkovskij è evidente, anche nella fisionomia e l’andamento di uno dei personaggi, in chiara zona Stalker. Riferimento privilegiato per Embers, che racconta di un mondo quasi deserto dove l’umanità è ridotta all’osso, pochi individui spesso isolati vagano tra macerie ed edifici fatiscenti. Un morbo ha colpito tutti, cancellando sistematicamente la memoria dell’esperienza accumulata in una giornata. La perdita di memoria è inevitabile ad ogni risveglio, ogni giorno è quindi il primo giorno, ma la si può perdere anche da svegli, semplicemente allontanandosi dalla persona cui si provava a rimanere legati.

Embers racconta una manciata di storie differenti, e solo quello, non cerca soluzioni, chiusure, scene madri, è uno sguardo su una realtà estrema che incontra diversi modi di affrontare le conseguenze della malattia, incrociando i temi dell’identità e della solitudine. Immagina come potrebbero essere le nuove generazioni, quelle che non hanno mai potuto incamerare esperienze della durata superiore a poche ore, per poi perderle. Esplora altri tipi di memoria – sopravvivono quella procedurale e del linguaggio – e i diversi aspetti riguardanti emozioni e sentimenti, anche dolorosi, dove l’oblio assume un altro valore.

Claire Carré individua ambientazioni urbane apocalittiche di un certo fascino, le inonda di luce mentre le rovine architettoniche e post industriali trovano la quiete del vuoto geometrico, le rughe di mura scrostate e le ferite di edifici sventrati. Il tutto, come accennato, non è abbastanza caratterizzato da rendere Embers un esordio davvero esaltante, trattandosi in buona parte della versione indie e a basso costo di alcune delle visioni più affascinanti della fantascienza d’autore. Rimane comunque un film che non cerca facili ganci narrativi, pensato e realizzato da chi ha un evidente amore per il cinema e la sua costruzione, ed è bello poter vedere il loro lavoro.

(3,5/5)

Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov 2016), Elvis & Nixon (Liza Johnson 2016)

The_Student_(2016_film)-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Dalla Russia, reduce da una buona accoglienza a Cannes e in anteprima italiana a Bologna, The Student è un film a tesi riuscito e potente. Tratto da Kirill Serebrennikov da una piece di Marius von Mayenburg, mette in scena la parabola, è il caso di dirlo, di Veniamin (Pyotr Skvortsov), giovane liceale che pretende di vivere seguendo alla lettera la parola della Bibbia, con tutto quel che ne consegue in termini di omofobia, misconoscimento del ruolo della donna, creazionismo e la peculiare interpretazione di altri argomenti all’ordine del giorno. Mentre i docenti e i dirigenti del suo liceo si lasciano gradualmente sedurre dall’intransigenza delle facili risposte che Veniamin offre, a contrastarlo troviamo Elena (Viktoriya Isakova), la professoressa di biologia.

The Student riporta sullo schermo l’impianto teatrale attraverso la magistrale costruzione di lunghi pianosequenza in movimento perpetuo, a seguire gli interpreti e l’azione, riuscendo a riportare l’unità di tempo e di spazio di ogni scena all’interno di notevole dinamismo. E il film concilia diverse anime anche in un altro senso, trattando temi molto forti con un approccio estremamente diretto, ma conservando una freschezza del tono, non di rado arricchito da un’ironia intelligente e riuscita. Il tutto anche grazie alla notevole bravura di tutti gli interpreti che, oltre a reggere e gestire la tensione di sequenze tanto lunghe e prive di stacchi montaggio, riescono a dare immediatamente spessore e carisma a personaggi che portano avanti un discorso universale ed esplicitamente dimostrativo.

Nel rappresentare l’ottusità dei dogmatismi e il fascino irresistibile che esercitano, The Student in qualche modo ricorda L’Onda, il film di Gansel che, ispirandosi a un esperimento realmente effettuato negli anni ‘60, mostra come sia possibile l’instaurazione di un regime totalitario, anche in un tessuto che si ritenga immune a tali violenze. Proprio nei termini del regime viene ricondotta la cieca obbedienza ai precetti religiosi, verso il drammatico finale del film, quando lo scontro fra la cultura laica e il dogmatismo si fa sempre più serrato, all’interno di quello che dovrebbe essere un luogo di crescita e conoscenza – la scuola – e si identifica invece sempre più in uno spazio vuoto, dove anche le più odiose storture possono trovare dimora.

Accolto con curiosità e decisamente apprezzato al Biografilm Festival, e dall’autunno in distribuzione nelle altre sale italiane, The Student avrà un impatto ancora più forte in Russia, dove Serebrennikov, presente in sala, ha già portato l’adattamento teatrale, ma è ancora in attesa di scoprire le reazioni che potrà scatenare in un pubblico molto più ampio e diversificato.

elvis nixon slowfilm recensioneAltro film di fiction, ma ispirato a un fatto bizzarro che il destino ha voluto realmente far accadere, l’incontro alla Casa Bianca nel 1970 fra Elvis Presley e Richard Nixon è, appunto, Elvis & Nixon.

Il punto di forza del film di Liza Johnson, bene dirlo subito, sta nei suoi due protagonisti: Michael Shannon nei panni di The King e Kevin Spacey in quelli ormai confortevoli e quasi ordinari del Presidente. Un concentrato di magnetismo attoriale nettamente al di sopra della media, dunque, che mostra i due esibirsi in una performance effettivamente divertita e divertente. L’evento narrato è di per sé sopra le righe, ed è questo un riferimento che gli interpreti non perdono mai di vista, e riescono a tenere vivo per l’ora e mezza di durata della pellicola.

Elvis & Nixon tratteggia con ironia due esseri ammalati di grandezza, li decora con manie e fissazioni eccentriche variamente affascinanti, lasciando pregustare il loro incontro. Ed è proprio l’incontro in sé, sul ring dello studio ovale, che sarebbe stato lecito aspettarsi più lungo, più complesso e teatrale. Il confronto, invece, si risolve in tempi piuttosto brevi, pur punteggiato di momenti esilaranti e buone interazioni fra le due icone. Elvis & Nixon non lascia né guardare fuori, non fornendo una ricostruzione di quegli anni, né rinchiudersi compiutamente nella singolarità dell’evento, ma è in tutto un (piccolo) film gradevole e ben ritmato.

The Student: 4/5

Elvis & Nixon: 3/5

The Hateful Eight (Quentin Tarantino 2015), Revenant – Redivivo (Alejandro González Iñárritu 2015)

hatefulPubblicato su Bologna Cult

Sono tra le firme più celebri e significative del cinema contemporaneo, quelle di Quentin Tarantino e Alejandro González Iñárritu, due autori che solitamente non hanno molto in comune, ma si trovano ad aprire assieme il nuovo anno con due personali rivisitazioni del genere classico e americano per eccellenza, il western. Le coincidenze non finiscono qui, perché The Hateful Eight – l’ottavo film di Tarantino – e Revenant sono ben lontani dalle rocce rosse riarse dal sole e dagli eroi granitici di John Ford, trascinandoci nell’inferno bianco delle incessanti tempeste di neve, nel gelo tagliente e i cieli plumbei che, piuttosto, nel 1971 mettevano alla prova i protagonisti di una delle più belle destrutturazioni del genere, il capolavoro di Robert Altman McCabe & Mrs. Miller (in Italia I Compari).

Odiosi, detestabili, l’appellativo hateful non rende piena giustizia al gruppo di implacabili carogne tenuto in cattività nel rifugio di Minnie, nel Wyoming degli anni successivi alla Guerra Civile, intrappolato da una bufera di vento e neve che rende un’impresa mortale anche raggiungere la latrina all’esterno del locale. Una rosa di grandi nomi – da Samuel L. Jackson a Kurt Russell, da Tim Roth a Jennifer Jason Leigh – per mettere in scena l’accumulazione di conflitti che nasce dalla sosta forzata del cacciatore di taglie John Ruth, impegnato a portare al patibolo Daisy Domergue. Durante quasi tutta la prima metà The Hateful Eight anticipa quello che lo stesso Tarantino ha indicato come suo prossimo obiettivo, ovvero la scrittura per il teatro. In principio ospitata dagli angusti spazi di una diligenza trainata da un cavallo bianchissimo e uno nerissimo, l’azione si svolge sui dialoghi cesellati e coinvolgenti dell’autore di Bastardi Senza Gloria (anche quel film, per molti versi il suo migliore, presenta spesso i protagonisti seduti a un tavolo, a scambiarsi raffinatezze di scrittura degne della migliore commedia brillante). Con entrate in scena diversamente scandite, gli Otto si prestano a caratterizzazioni decise, costruiscono aneddoti ed episodi, ognuno prende le misure dell’altro, lasciando montare l’attenzione e la tensione. Dall’istrionismo di Tim Roth all’ostentata strafottenza di Jennifer Jason Leigh, ognuno si dipinge o viene dipinto come una delle peggiori incarnazioni dell’essere umano. Al contrario di Django, l’intento del regista e sceneggiatore è quello di privare lo spettatore di qualsiasi punto di riferimento positivo, di trascinarlo in una baracca senza lasciare neanche intravedere alcuna via di fuga; il film, in questo, è perfettamente riuscito.

È nella seconda parte che The Hateful Hate può dividere nel giudizio. La linearità narrativa si spezza e irrompe brutalmente l’horror o, volendo rimanere sulla traccia teatrale, il grand guignol, e quei confronti e sospetti che riportavano una tessitura alla Agatha Christie e presentavano alcune esplicite velleità socio-politiche, affogano velocemente in esplosioni di sangue e violenza che ricordano, questa volta, più il Tarantino innamorato degli eccessi del cinema di genere, appartenenti a un lavoro come Grindhouse (che lo stesso autore ha indicato come il meno riuscito della sua filmografia, ma tant’è). Rimane, quindi, il dubbio se lasciarsi andare alla follia grottesca o rimpiangere uno svolgimento più in linea con le premesse. Personalmente credo che questa scelta abbia impedito la realizzazione di un’opera più focalizzata e, in un certo senso, più “importante”, per affidarsi a un divertissement che è per molti versi una soluzione shoccante, ma comoda.

revenantÈ invece il gelo del Nord Dakota a contribuire a rendere difficile – davvero, difficilissima – la già complicata esistenza del Redivivo Leonardo DiCaprio, alias Hugh Glass. L’anno è il 1823, gli spazi adesso sono aperti, immensi, la terra, le montagne e il cielo si fondono in una fotografia dai toni uniformemente glaciali. Dopo il pianosequenza – reale e artificiale – dell’ottimo Birdman, Iñárritu cambia decisamente tono e genere, ma conserva l’amore per le sfide e i virtuosismi tecnici. Revenant, infatti, è girato in diverse location, a quanto pare tutte piuttosto ostili, sfruttando la sola luce naturale, prevalentemente nelle ore del tramonto, e mettendo i suoi protagonisti in condizioni quanto più possibile disagevoli. D’altronde, si sa quanto le star hollywoodiane amino inserire nel loro curriculum eclatanti performance fisiche, e anche quanto queste facciano solitamente breccia nei cuori dei giudici dell’Academy.

Cacciatori di pelli, orsi feroci, indiani sanguinari, corpi deturpati e una vedetta da inseguire: Revenant è un film di sofferenza e sopraffazione, un’opera visivamente e concettualmente violenta che mette in stallo l’essenza stessa delle sopravvivenza, che diventa lo spoglio presupposto per lo sfogo di istinti selvaggi. Se la natura Inglobante immancabilmente rievoca la descrittività di Terrence Malick, l’orrore (dis)umano richiama la desolazione de La Strada di McCarthy. Il regista messicano segue l’azione, quando si fa sostenuta, portando la macchina da presa nel caos dello scontro e degli elementi, senza montaggi sincopati ma inseguendo i corpi e le ferite, si avvicina ai volti che si deformano ai lati dell’inquadratura. Iñárritu torna, come in 21 Grammi, ad accumulare sofferenza senza sosta, sfiorando e in alcuni momenti travalicando i limiti del parossismo. Che rappresentano, in buona parte, anche i limiti del film stesso. L’impressione è che la narrazione sia così costantemente piena di eventi e sussulti – fisici ed emotivi – da risultare fin troppo uniforme. Come se svolgesse una lunghissima introduzione concitata a qualcos’altro, e invece quell’introduzione è proprio il film. Ci sono episodi a più bassa intensità, e maestose digressioni visive, ma non sono sufficienti a dettare il ritmo. D’altra parte, Revenant non è nemmeno abbastanza distaccato da interpretare un’operazione radicale di forsennato iperrealismo, presentando DiCaprio in un ruolo da divo classico, con frequentissimi primi piani ed esasperazioni espressive. Rimane, ad ogni modo, una costruzione d’impatto, che per forza e consapevolezza visiva ha, nel nostro tempo, davvero pochi rivali. Per culminare nella più rappresentativa delle forme del western, il duello, incarnato in un’indescrivibile ferocia “stipata nel cuore della natura”.

The Hateful Eight: 3,5/5

Revenant – Redivivo: 3,5/5

The Possibilities are Endless (James Hall, Edward Lovelace 2014) – l’intenso percorso di Edwyn Collins

the possibilities are endless, recensione, slowfilm, edwyn collinsNel 1994 ero a Napoli in Piazza del Gesù a comprarmi Gorgeous George, album di Edwyn Collins che figura in una rosa di una trentina (considerando tutto Tom Waits come opera unica) che ascolto sempre, musica immortale di varia provenienza ed estrazione. Mentre Silvio Berlusconi si piantava per la prima volta nei nostri fianchi e i Pink Floyd passavano da Roma per un concerto che sarebbe entrato nella storia più di quanto al tempo fosse lecito pensare, compravo Gorgeous George spinto – come allora s’usava – dall’istinto e la fiducia per il singolo spaccaculi A Girl Like You, il cui video passava per un qualche canale che non era ancora Mtv. All’uscita del negozio col disco di Collins in mano, incrocio un anglosassone dai capelli rossicci, e non posso fare a meno di credere fosse esattamente uno Scozzese, che indica il disco, sorride e dice “very good”. Le possibilità sono infinite, e fra queste c’è quella di incontrare uno scozzese a cui piace Edwyn Collins mentre esci da un negozio di dischi in Piazza del Gesù a Napoli con il cd di Gorgeous George. Per questo, e per un più recente motivo troppo difficile da rendere, Edwyn Collins è l’uomo delle coincidenze.

Ho poi seguito Collins nella sua apprezzabile discografia e scavato nel passato degli Orange Juice, ma come spesso (sempre) accade il primo disco che incontri di un artista rimane il suo migliore. Poi, molto poi, in una pigra ricerca in rete, scopro che il buon Edwyn è stato vittima di un ictus e si sta faticosamente riprendendo. Dispiace, perché questo geniale personaggio dal volto peculiarmente espressivo, ironica trasfigurazione di Elvis e straordinario talento musicale, è uno di quelli a cui ti affezioni, anche solo sulla fiducia. È poi di queste settimane la sorpresa della scoperta di The Possibilities are Endless, documentario su e con Edwyn Collins, di passaggio per il Biografilm in una sala con una dozzina di spettatori, asserragliati nel cinema mentre all’esterno infuria la festa d’inaugurazione del Biografilm stesso.

Se qualcosa è passato del calore e l’affetto cui tende questa aneddotica spinta, è da traslare verso il documentario di James Hall e Edward Lovelace, che conferma tutto quanto d’umano, affascinante e artisticamente potente si era fin lì intuito su Collins. Una sostanziosa prima parte di The Possibilities are Endless si sviluppa in una descrizione naturalistica ed empatica che è da tempo obbligatorio definire à la Malick. Il mare, il vento, la luce, gli alberi di Helmsdale, luogo magnifico dove il musicista vive con la moglie e il figlio, sono protagonisti della scena, mentre la voce over delle prime parole di Collins, che gradualmente mettono a fuoco gli spazi, segnano il risveglio e la lenta ripresa di coscienza. Nella seconda parte si racconta il rapporto con la moglie Grace Maxwell, fondamentale nel processo di guarigione del marito, che riconsidera la propria vita e le priorità, e attraverso graduali miglioramenti riprende a formulare frasi di senso compiuto, a scrivere e a disegnare, e ricomincia a fare musica.

The Possibilities are Endless è un film equilibrato, coinvolgente e significativo e mai patetico, attento alla costruzione dell’immagine e alla sua forza evocativa e non stucchevolmente estetizzante, è il toccante ritratto di un uomo, fra l’altro, capace di musica eccellente.

(4,5/5)

Song of the Sea – La canzone del mare (Tomm Moore 2014). La realtà delle emozioni in una fiaba intensa e delicata

song of the seaÈ normale che la fiaba sia la trasfigurazione di eventi ed elementi realistici, convertiti in un racconto generalmente rivolto a dare un insegnamento. Song of the Sea ha però un legame anche più forte con la realtà, riportando esplicitamente gli elementi fantastici a un velo, un artefatto che consenta a Ben, il bambino protagonista, di elaborare la storia della sua famiglia e dei suoi affetti. La leggenda irlandese della Selkie, creatura sospesa fra due mondi, capace di trasformarsi in foca o in donna, è l’accesso che utilizza Ben per affrontare la perdita della madre e il rapporto con la sorella minore, Saoirse.

Song of the Sea è un’opera fatta di elementi, personaggi e luoghi fantastici rappresentati con grazia e raffinata bellezza. L’estetica, simile al precedente The Secret of Kells, unisce la semplicità delle forme con la ricercatezza delle miniature, i dettagli, le geometrie, i colori pieni e le luci che donano vita a ogni quadro. E ogni incontro e scoperta, nella storia di Ben e Saoirse, è un’immersione nelle loro emozioni, sensazioni che modellano il mondo e i ricordi, per un racconto che avvolge lo spettatore con la sua intensità. Essenziale, per la riuscita del tutto, l’accompagnamento sonoro, musiche, suoni e canzoni che integrano e guidano la narrazione con la stessa dolorosa delicatezza delle immagini.

(4,5/5)

Birdman (o le imprevedibili virtù dell’ignoranza) (Alejandro González Iñárritu 2014)

birdman slowfilm recensioneRaymond Carver, una scrittura e un cast attoriale in stato di grazia, un assurdo piano sequenza di due ore; per questi motivi, in breve, Birdman è un gran film, fra le cose migliori degli ultimi anni. Che un film del genere sia uscito fuori dal cappello di Inarritu, devo ammettere che è per me una sorpresa. Non ho mai amato il suo cinema frammentario e ipermelodrammatico. Qui è tutt’altra cosa, altri equilibri, per molti versi è un lavoro esattamente opposto a un 21 Grammi.

Birdman è un film immediato e complesso, in ogni momento intreccia e sovrappone piani del senso rimanendo sempre, per lo spettatore, semplice, diretto e coinvolgente. Nella storia di Riggan Thomson, vecchia star di supereroici film hollywoodiani che vuole riscattarsi mettendo in scena Di Cosa Parliamo quando Parliamo d’Amore, ci sono la sincera invettiva contro le produzioni americane e il bonario sberleffo alla sacralità del teatro. Nella figura del Michael Keaton burton/batmaniano – noi eravamo gli originali – ci sono gli elementi per un apparente ancoraggio alla realtà che esaltano una notevole prova d’attore. La particolarità della sua storia viene tanto esplicitata da rendersi parodia, sparendo per lasciare spazio a un discorso universale e apersonale che conserva la stessa profondità e leggerezza. Si parla allora dell’individuo, del suo posto nel mondo, nella sua piccola fetta di mondo, e anche di tutto il mondo che gli sta attorno, rispecchiandone e amplificandone l’interiorità. Proprio come faceva Carver, e come con Carver (e non solo) faceva Altman, e come in altre occasioni hanno fatto i Coen. Si parla dell’arte e della sua assenza, della vita e della sua assenza, della personalità e della sua assenza, e di come la presenza o l’assenza di tutte queste cose sia spesso demandata al caso. Un essere umano è un nervo scoperto, è un’espressione dello stato delle cose, che solo raramente può conquistare l’illusione di avere un ruolo nella sua definizione.

14221905611748Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone, Zach Galifianakis, Naomi Watts e Amy Ryan, in un succedersi serrato di scene, interazioni e dialoghi ritmati da rulli di batteria spogli e incalzanti – di cui di tanto in tanto incrociamo l’autore -, portano tutto all’interno di un piano sequenza impossibile. Una ripresa ininterrotta, realizzata con trucchi e accorgimenti tecnici e digitali, che distoglie la ripresa senza stacchi di montaggio dalla sua classica valenza virtuosistica e di certificazione della verità spaziale e temporale. Il piano sequenza, pure impreziosito da incredibili evoluzioni della macchina da presa che vola, plana, s’inoltra in interstizi per entrare in nuovi ambienti e seguire in modo stupefacente l’azione, è soprattutto la fonte della forza espressiva del film. Nasconde ellissi temporali, cancellando anche la peculiare corrispondenza del tempo diegetico con quello reale, per una messa in scena che trova nella scelta del montaggio interno il modo di rappresentazione di un flusso che si avvolge e si scioglie acquisendo consistenza propria, portando lo sguardo e la regia tra i soggetti che manifestamente concorrono ad influenzare la storia.

Originale, significativo, ironico e drammatico, Birdman porta assieme a Boyhood una coppia di film di notevole valore nella competizione per gli Oscar – lontana dagli standard dell’Academy -, due opere molto diverse che hanno in comune una riflessione sul tempo e il cinema che non rimane prigioniera di tentazioni puramente teoriche e autoreferenziali, anzi va incontro allo spettatore conservando, e innovando, un’identità pienamente narrativa.

Birdman non ne esce a pieni voti per la scelta di una soluzione conclusiva – secondo il racconto di Keaton scritta e aggiunta da Inarritu durante le riprese – che personalmente non trovo del tutto in tono. In sala dal 5 febbraio.

(4,5/5)

Wish I Was Here (Zach Braff 2014)

wishL’essenza del cinema di Braff somiglia a una delle sue immagini più famose, quella de La Mia Vita a Garden State dove lo stesso Zach, vestito con una camicia decorata da rigogliose foglie verdi, si amalgama alla carta da parati dietro di lui. Anche Wish I Was Here è cinema mimetico, una forma eccentrica che nasce da fantasie preesistenti. Il film affiora dal magma dell’indie riportando i lineamenti del trentenne sognatore aspirante attore con moglie comprensiva, figli regolarmente assortiti, fratello bizzarro e padre con cui ricongiungersi in extremis.

Wish I Was Here non è un film che vuole cambiare il mondo, e di certo non lo farà di una virgola. Non manca una manciata di idee divertenti, come un rabbino arcigno e ultramillenario che si scompiscia per i gattini di YouTube e gira in segway, innocente banalizzazione delle figure coeniane, e tutto sommato il film si vede senza eccessivi sforzi. Sulla costruzione delle emozioni, però, si vedono scene che non evitano patetismi e ripetizioni, mentre in altre circostanze la definizione dei personaggi non riesce a distribuire con efficacia gli accenti, dimenticandosi di focalizzare i tratti abbozzati da dichiarazioni esplicite e ricorsive. Alcuni episodi finiscono dunque per accentuare il senso di vacuità, e i passaggi chiave sono in gran parte abbandonati a una logorrea piuttosto meccanica e patinata. Mezzo punto in più alla memoria di J.D.

(3/5)