Antichrist per lo sguardo d’insieme. (Antichrist, Lars von Trier 2009)

tumblr_mwfg04EnDg1sulir7o2_1280Lars von Trier è uno dei pochi registi per cui ancora valga il richiamo alla politica degli autori, la convenienza nel considerare l’opera nel suo complesso, per ritrovare una poetica che si evolva e si specifichi attraverso un percorso descritto da più titoli. Antichrist dà un’impronta definita alla trilogia che proseguirà con Melancholia e Nymphomaniac, visivamente coerente e ideologicamente feroce nella descrizione delle protagoniste e del genere femminile. Letto nella sua interezza, il tracciato descritto dai tre film rende superficiale l’accusa di misoginia spesso mossa a von Trier. La donna è sempre protagonista, motore del pensiero e del dramma, è colpevole e probabilmente finirà male, ma è anche e soprattutto l’espressione più diretta dei tormenti dell’autore, il suo autoritratto mediato. Per niente indulgente – e non potrebbe essere altrimenti; la descrizione di una depressione incommensurabile, un senso di colpa schiacciante, una crudeltà tesa verso sé stessi e gli altri che invoca il castigo e si vergogna di non avere la forza necessaria ad autoinfliggerlo. Von Trier è nei suoi personaggi femminili, cui riesce ad accordare un fascino che dubito concederebbe alla sua persona, un magnetismo che incarna il suo principale compromesso con il cinema: estetizzante e inguardabile, ipnotico e respingente.

La volpe che strappa le proprie viscere, la cerva che mostra all’esterno la morte che cresceva dentro di lei, la scena iperbergamniana di automutilazione che rievoca la disperazione di Sussurri e Grida, per dar forma alla criminalizzazione del desiderio che nei tre film è l’ultimo inganno da estirpare da sé, per poter finalmente comprendere – che di certo non significa accettare – la propria natura caotica e distruttiva.

(4/5)

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