Manifesto (Julian Rosefeldt 2015), Cate Blanchett si moltiplica e plasma le definizioni dell’arte

manifestoIl videoartista australiano Julian Rosefeldt con Manifesto trasforma in un film una sua celebre installazione, e realizza qualcosa di straordinariamente riuscito da ogni punto di vista, impegnando Cate Blanchett in tredici ruoli differenti e con un testo composto da passi di diversi manifesti culturali. Ci si potrebbe fare l’idea di qualcosa di didascalico e rigidamente strutturato, ma non è affatto così, Manifesto è tutt’altro, è molto di più.

Rosefeldt, girando a Berlino e dintorni, dà vita a tredici personaggi principali legati ad altrettanti mondi, realizza un testo adoperando le parole del manifesto dadaista, futurista, comunista, surrealista, pop, situazionista, prende dal dogma 95 e dalle regole auree per fare film elaborate da Jim Jarmusch, e da molto altro, e costruisce un discorso sull’arte, senza indicare di volta in volta da quale fonte provengano le frasi. La stessa interazione fra contesto e parole non ha un rapporto di corrispondenza: una cornice può ospitare i testi di più scritti e presentare con questi dei legami concettuali, oppure determinate scelte visive possono sottolineare specifici aspetti del testo, ma non c’è la volontà di raffigurare ciò di cui si parla. Una madre potrà declamare parti del manifesto Pop durante la preghiera precedente al pranzo familiare, una coreografa spronerà il suo corpo di ballo con Fluxus, una vedova a un funerale darà l’ultimo saluto con i motti dadaisti, una maestra elementare parlerà ai suoi alunni attraverso le regole di Jarmusch e von Trier, e così via. È pressoché impensabile fare arte parlando di arte, e la forza di Manifesto, infatti, viene dal suo non essere un lavoro metartistico, ma un film autentico (non originale, ché, come impariamo dalla pellicola, l’originalità è un’idea senza fondamento), dove il testo rielaborato conserva tutto il suo valore e, contemporaneamente, diventa parte di qualcosa di nuovo.

La regia di Ronsenfeldt e la fotografia di Christoph Krauss hanno ovviamente un ruolo fondamentale: in sala da tempo non si vedeva qualcosa di così visivamente coinvolgente e stimolante. In ampi contesti geometrici e artificiali – le parole del Manifesto del Partito Comunista sono proclamate da un homeless che vaga fra le rovine di un immenso complesso industriale – e ambienti formati dalla ripetizione simmetrica degli elementi architettonici e degli oggetti, la camera, quasi sempre aerea, taglia gli spazi e ne esaspera le qualità. Le parole, intanto, richiamano alla necessità della distruzione e del tradimento di uno stato delle cose ormai desaturato di senso, per riempirlo con la tensione verso una nuova ricerca espressiva. Nuovi metodi per leggere il mondo, visioni artistiche che in quanto tali si prefiggono non di essere sinceri, ma di dire la verità, asserzioni perentorie e colme di necessità, che sono il fascino della forma manifesto.

Molteplice ma non camaleontica, i diversi volti, le cadenze, le personalità interpretate da Cate Blachett si arricchiscono del suo essere una diva simile a quelle degli anni ’50, che veste ogni ruolo lasciando che rimanga visibile la sua unicità. Il film acquisisce, così, ancora maggiore coerenza e un testo nato da diverse fonti diventa un discorso fluido e strutturato, qualcosa di diverso dalla somma delle sue parti.

Pubblicato su Bologna Cult

(4,5/5)

 

Song to Song (Terrence Malick 2017). Il film non c’è, ma si lascia vedere

song to song locandina slowfilmCi sono Ryan Gosling e Michael Fassbender che parlano a bordo piscina, cominciano a dirci qualcosa, ma con un volteggio ci troviamo al tramonto in riva al mare, una voce over comincia a parlare d’altro, anche questa sarà abbandonata. Ci sono Patti Smith o Iggy Pop – l’uomo senza maglietta – che ci raccontano delle loro non banali esistenze, ma dopo una manciata di sillabe una piroetta ci trascina fra grattacieli, o sugli scogli, o nella stanza di una villa. Rooney Mara ha un’anima torbida, non vive bene la cosa, si dà dell’ipocrita senza speranza, una personaccia dipendente dalle emozioni forti, ma riesce giusto ad accennare a un balletto prima che il nostro sguardo, di nuovo, sia portato altrove, con leggerezza, dal vento. È tutto così Song to Song, un film bugiardo, che dice di voler rappresentare qualcosa, invece vola verso un’altra breve sequenza in un luogo ameno, splendidamente fotografato, in piena luce. Quest’ultimo Malick è un film fatto di immagini, che mente sulle immagini che ha intenzione di mostrare. Per qualche motivo che neanche io comprendo, Song to Song non mi ha annoiato, ma è di nuovo un passo indietro rispetto Knight of Cups, che aveva fatto ben sperare. In parte si sovrappone a quello, come tipologia di personaggi – belli, ricchi e in crisi esistenziale -, ma qui non c’è nessun percorso reale, nessuna costruzione concettuale, e anche la ricerca visiva è decisamente meno aggressiva e originale.

Song to Song è una raccolta di immagini e movimenti di macchina, uno di quegli archivi da cui Malick ultimamente ha recuperato molto materiale per i suoi film, per le sue digressioni e cosmogonie, questa volta proposti così come li ha presi, con qualche divo di Hollywood piazzato avanti, che solitamente fa cose sciocche e comunque incomplete. All’inizio, con gli accenni musicali e le folle reali dei concerti, sembra quasi di vedere un documentario, un documentario girato da uno dei più gradi registi del mondo e commentato dalle frasi prese dal diario di una quindicenne. Poi anche questa dimensione narrativa si dissolve, perché ogni azione si rivela estremamente futile e i diversi luoghi si susseguono senza necessità. Ville, giardini, belle donne, begli uomini, una serie di immagini elegantemente e perfettamente definite dalla fotografia di Emmanuel Lubezki, splendente ma educata, non portata all’estremo come in Knight of Cups, dove lo sguardo bruciava. Persino l’ossessione spirituale, onnipresenza controversa negli ultimi titoli, qui è appena abbozzata. Se Song to Song fosse un film unico, per il fascino dei movimenti di macchina e l’impostazione antinarrativa, potrebbe anche essere qualcosa di interessante. Ma inserendosi in una filmografia che queste particolarità espressive le ha già proposte in maniera molto più decisa, Song to Song sembra corrispondere a un periodo in cui la sincerità dell’autore si lega a un tratto di vita e a una riflessione artistica poco interessante. L’impressione, infatti, non è di trovarsi di fronte a un film non riuscito, un fallimento, anzi la sensazione è di assistere a qualcosa di libero e spontaneo, e questo in qualche modo rende la situazione ancora più difficile.

(3/5)

Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl

zoolander 2 recensione slowfilmTutti vogliamo bene a Ben Stiller, ci mancherebbe altro. Per quanto ci è dato sapere, sembra una personcina a modo, dal punto di vista professionale è un attore anche molto bravo, come autore non è mai riuscito a realizzare qualcosa che vada oltre la manciata di trovate caricaturali abbastanza divertenti. Zoolander n°2 (Ben Stiller 2016) non fa eccezione, con l’aggravante che la manciata di trovate consiste in una labile variazione sul format creato col primo Zoolander. Lo spot con l’animale fantastico, le faccine, l’esibizione di stupidità autolesionista, il ricorso a figure del jet set chiamate a vestire i loro esagerati panni, le pose snodate e sgraziate, sono tutti elementi ripresi dal primo capitolo. Riproposti per accumulazione e colpiti da elefantiasi, cresciuti assieme al budget fino a diventare più appariscenti, ma non più divertenti. I personaggi sono affetti da una tale forma di idiozia da rendere praticamente impossibile qualsiasi caratterizzazione o attaccamento alla storia. Dei corpi buffi si muovono imprevedibilmente in una trama sgangheratissima, funestata anche dalla presenza del bambino, sintomo evidente della mancanza di impegno creativo. La sceneggiatura a otto mani che parte da Justin Theroux è completamente allo sbando, farsa autocompiaciuta e del tutto innocua, che si barcamena fra un ammiccamento e l’altro, gestendo alla cazzo i tempi comici.

deadpool recensione slowfilmÈ andata meglio con Deadpool (Tim Miller 2016), per la verità un intrattenimento più valido di quanto prevedessi. La storia, si sa, è quella di un superantieroe violento e volgare. Il film ha un certo ritmo, un flusso cadenzato di azione, citazionismo, discorsi diretti con lo spettatore e battute tendenzialmente molto cretine, ma che funzionano nel costruire un personaggio molto cretino. A distanza di 26 anni, anche se lo si vuole far passare come qualcosa di rivoluzionario, Deadpool è sostanzialmente l’incontro tra il fantastico per adulti Darkman, del buon Raimi, e il pecoreccio umorismo statunitense della scuola Apatow. Il risultato è un eroe in maschera, comunque targato X-Men, ormai totalmente scantonato dal pubblico infantile, espressione ultima e sostanzialmente riuscita di un manistream per adulti alla ricerca di minchiate. I limiti di Deadpool sono tutti voluti, quindi per chi vuole stare al gioco il film è assolutamente valido. A questo si aggiungono scene d’azione fisiche e ben fatte, senza aspettarsi, beninteso, di vedere niente oltre il comunemente consentito.

carol recensione slowfilmPassiamo alla lotta. La maggior parte dei pregi di Carol (Todd Haynes 2015) sono evidenti e indiscutibili. Una Cate Blanchett perfetta, uno dei pochi sguardi, volti, corpi, che possano riproporre con efficacia la forza e la consapevolezza della diva classica. In un film che, in ogni istante, denuncia la sua fascinazione nei confronti dello stesso classicismo, attraverso una messa in scena elegantissima, dai colori caldi, che esalta agli occhi dello spettatore l’evolversi e il mostrarsi dell’intreccio dei sentimenti. C’è molto melò e poco dramma nel film di Todd Haynes, pur rappresentando l’amore fra due donne (la seconda è Rooney Mara) nella new York del 1952. Quello descritto da Carol è un amore intimo e romantico dove, al di là di quanto di solito ho letto, l’aspetto dello “scandalo” sociale ha davvero scarsa rilevanza. Anzi, il rapporto fra le due donne sembra quasi donare al tutto una sorta di evidente e irrinunciabile purezza, che in qualche modo le difende, nel momento in cui sono costrette a relazionarsi con i vecchi amori che scelgono di abbandonare. La storia di Carol è quindi quella fra le due protagoniste, due donne diverse per aspetto, età, esperienza, che hanno in comune la sincerità della propria passione e, prima una poi l’altra, mettono in mostra la propria fragilità, scambiandosi e confondendo i ruoli, in una sorta di danza.

the danish girl slowfilm recensioneSe i primi due titoli sono tra le manifestazioni attualmente più in voga del cinema maggioritario e d’intrattenimento, quest’ultimo dovrebbe rientrare, assieme a Carol, nelle espressioni del cinema impegnato, dall’impronta autoriale e i temi audaci. Col piccolo particolare che Tom Hooper è invece un autore fra i più istituzionali, e qui non si smentisce. L’autore de Il Discorso del Re con The Danish Girl (Tom Hooper 2015) ci porta all’inizio del ‘900, lungo la storia del pittore danese Einar Wegener, e del doloroso percorso che lo renderà il primo transessuale della storia. Non mi dispiace il lato estetizzante di Hooper, che qui in tutta la prima parte lo porta a una rappresentazione smaccatamente pittorica, uno scambio di volumi e colori fra arte e realtà, che sarà forse un po’ scolastica, ma bella a vedersi e certo, nella realizzazione, non alla portata di tutti. Anche la costruzione del rapporto fra Einar (Eddie Redmayne) e la moglie, anche lei pittrice, Gerda Wegener (Alicia Vikander), all’inizio funziona. Il protagonista osserva – avendo cura di non essere osservato – il corpo femminile, le forme e i movimenti, con pudore, provando a celare l’ammirazione che custodisce la voglia di emulazione. Quando la storia procede, però, la scelta di non esasperare i toni porta il film a concentrarsi sulla prova attoriale di Redmayne, in una ripetizione piuttosto oleografica di sguardi e sospiri. The Danish Girl, alla fine, appare un film dove ogni personaggio non sembra celare niente oltre quello che sia stato più volte detto e mostrato e, al tempo stesso, un film dove ogni tono, immagine e relazione sia stato eccessivamente levigato e mitigato.

Zoolander n°2: 2,5/5

Deadpool: 3,5/5

Carol: 4/5

The Danish Girl: 3/5

Knight of Cups (Terrence Malick 2015). Malick è tornato, più sperimentale che mai

knight of cups locandinaMalick è tornato. Con un film estremo, in linea con il percorso intrapreso con The Tree of Life e inciampato in To the Wonder, eppure diverso, risultato di una metamorfosi compiuta. Knight of Cups è la completa libertà di Terrence Malick, e la gabbia in cui potrà facilmente rinchiuderlo chi avrà maturato un’idiosincrasia con il suo modo di fare cinema. Fortunato lo spettatore che crede di poter fare a meno di Malick.

Rick (Christian Bale) è uno sceneggiatore, vive a Los Angeles e ha un rapporto per niente pacificato con l’esistenza, con suo fratello, con le donne e men che meno con suo padre. Lo osserviamo in diverse situazioni, in una successione frammentata eppure armoniosa di immagini, musica – spesso sorprendente e dissonante – e parole. Parole che si situano all’esterno del film e puntano al suo nucleo, non vincolate alle vicende del suo protagonista, che abita una pellicola ormai priva di dialoghi e di interazioni reali. Knight of Cups porta Malick allo sperimentalismo puro, al flusso filmico che unisce, in una forma vicina alla videoarte, un percorso fatto di stralci di memoria rivissuta, minime scene di vita, inserti astratti che compaiono per affinità analogiche. Immanuel Lubezki, già da The Tree of Life a Birdman a Revenant, mostra una fotografia in continuità (che qui ricorda anche lo splendido Samsara di Ron Fricke), lasciando che si richiamino fra loro scene solari e notturne, forme e luci artificiali e naturali, portando i personaggi a muoversi in un mondo che possiede l’armonia che a loro non appartiene.

In un cinema pienamente emotivo, in cui ogni attimo che passa sullo schermo è già superato, portando una separazione netta fra senso e visivo, l’uomo si situa ormai fuori dalla narrazione. Se nelle opere precedenti la natura mostrava il suo distacco, ma si rappresentavano comunque esseri umani guidati da identificabili istinti e finalità, adesso l’esistenza non riesce quasi mai a intrecciarsi con la realtà, e men che meno a influenzarla. L’unico episodio che il protagonista vive autenticamente, in forma non mediata e assopita dalla sua rielaborazione, lo vede trascinato in strada da un terremoto in strada, costretto a stendersi per terra, appiattito sul terreno, in balia di una forza finalmente reale, inevitabilmente esterna. Altri piccoli terremoti punteggiano la sua esistenza, rari avvenimenti destabilizzanti legati al padre e al fratello perduto, che sembrano contemporaneamente scuotere l’uomo e sprofondarlo in un sonno più profondo. Ricorre la ricerca affannata di una sensazione – ricerca che coinvolge, goffamente, anche il fratello minore del protagonista – mentre tutto si tramuta immancabilmente in un ricordo distante.

Knight of Cups non è un film perfetto, un film perfetto è Lo Specchio di Tarkovskij, non Knight of Cups. Malick è totalmente immerso nella sua idea del cinema, dell’uomo e della sua mancanza, perso più che in un’ossessione in una scelta antinarrativa consapevole e affascinante, fatta di uno sguardo sempre in movimento, fluttuante, che si rivolge verso l’alto, si perde nella moltitudine ripetuta delle cose e a volte viene incuriosito da impersonali dettagli documentaristici. Nella totalità della sua rappresentazione, Knight of Cups è un film con un’anima, un film che respira attraverso l’espansione e la contrazione dei sui quadri. Ci porta all’interno della fiamma dorata che era stata la visione più diretta della spiritualità di The Tree of Life, estende la sua esistenza e in diverse occasioni brucia le immagini, abitate da una luce accecante.

(4,5/5)