Hostiles – Ostili (Scott Cooper 2017). Molta violenza per un film innocuo

hostiles slowfilm recensioneIl western, come la fantascienza, è un genere nobile, adatto a svolgere più o meno ogni discorso. Dagli anni ’70, attraverso la destrutturazione di Altman, Peckinpah, Hill e gli altri, si può leggere nel western l’evoluzione di tutto il cinema, fino a contarne gli anelli di crescita. È, ancora oggi, un campo in cui poter sperimentare immersioni nell’umano, tanto quanto iperviolente ibridazioni pop.

Hostiles, la nuova epopea pionieristica con Christian Bale, non trova, invece, la sua cifra. Vuole essere un western contemporaneo, ma finisce solo per snaturare il discorso classico, inquinando entrambi i mondi. Rispolvera i pellerossa selvaggi e assetati di sangue, per poi procedere alla loro necessaria riabilitazione, senza che questa sia supportata da una effettiva evoluzione narrativa. Costruisce personaggi monolitici e violenti, che si raccontano come tali, e ne stravolge l’essenza: da una scena all’altra cambiano, semplicemente guidati dall’esigenza di raggiungere una definizione più al passo coi tempi. Hostiles, per il resto, è un film ben girato, e la fotografia di Masanobu Takayanagi riesce a riproporre uno degli aspetti più affascinanti del genere, l’inglobante – decisivo e indifferente – che è nell’ambiente e nella natura. Anche per questo, l’impressione più forte è quella che il film di Scott Cooper sia prima di tutto un’occasione mancata.

(3/5)

Annunci

Knight of Cups (Terrence Malick 2015). Malick è tornato, più sperimentale che mai

knight of cups locandinaMalick è tornato. Con un film estremo, in linea con il percorso intrapreso con The Tree of Life e inciampato in To the Wonder, eppure diverso, risultato di una metamorfosi compiuta. Knight of Cups è la completa libertà di Terrence Malick, e la gabbia in cui potrà facilmente rinchiuderlo chi avrà maturato un’idiosincrasia con il suo modo di fare cinema. Fortunato lo spettatore che crede di poter fare a meno di Malick.

Rick (Christian Bale) è uno sceneggiatore, vive a Los Angeles e ha un rapporto per niente pacificato con l’esistenza, con suo fratello, con le donne e men che meno con suo padre. Lo osserviamo in diverse situazioni, in una successione frammentata eppure armoniosa di immagini, musica – spesso sorprendente e dissonante – e parole. Parole che si situano all’esterno del film e puntano al suo nucleo, non vincolate alle vicende del suo protagonista, che abita una pellicola ormai priva di dialoghi e di interazioni reali. Knight of Cups porta Malick allo sperimentalismo puro, al flusso filmico che unisce, in una forma vicina alla videoarte, un percorso fatto di stralci di memoria rivissuta, minime scene di vita, inserti astratti che compaiono per affinità analogiche. Immanuel Lubezki, già da The Tree of Life a Birdman a Revenant, mostra una fotografia in continuità (che qui ricorda anche lo splendido Samsara di Ron Fricke), lasciando che si richiamino fra loro scene solari e notturne, forme e luci artificiali e naturali, portando i personaggi a muoversi in un mondo che possiede l’armonia che a loro non appartiene.

In un cinema pienamente emotivo, in cui ogni attimo che passa sullo schermo è già superato, portando una separazione netta fra senso e visivo, l’uomo si situa ormai fuori dalla narrazione. Se nelle opere precedenti la natura mostrava il suo distacco, ma si rappresentavano comunque esseri umani guidati da identificabili istinti e finalità, adesso l’esistenza non riesce quasi mai a intrecciarsi con la realtà, e men che meno a influenzarla. L’unico episodio che il protagonista vive autenticamente, in forma non mediata e assopita dalla sua rielaborazione, lo vede trascinato in strada da un terremoto in strada, costretto a stendersi per terra, appiattito sul terreno, in balia di una forza finalmente reale, inevitabilmente esterna. Altri piccoli terremoti punteggiano la sua esistenza, rari avvenimenti destabilizzanti legati al padre e al fratello perduto, che sembrano contemporaneamente scuotere l’uomo e sprofondarlo in un sonno più profondo. Ricorre la ricerca affannata di una sensazione – ricerca che coinvolge, goffamente, anche il fratello minore del protagonista – mentre tutto si tramuta immancabilmente in un ricordo distante.

Knight of Cups non è un film perfetto, un film perfetto è Lo Specchio di Tarkovskij, non Knight of Cups. Malick è totalmente immerso nella sua idea del cinema, dell’uomo e della sua mancanza, perso più che in un’ossessione in una scelta antinarrativa consapevole e affascinante, fatta di uno sguardo sempre in movimento, fluttuante, che si rivolge verso l’alto, si perde nella moltitudine ripetuta delle cose e a volte viene incuriosito da impersonali dettagli documentaristici. Nella totalità della sua rappresentazione, Knight of Cups è un film con un’anima, un film che respira attraverso l’espansione e la contrazione dei sui quadri. Ci porta all’interno della fiamma dorata che era stata la visione più diretta della spiritualità di The Tree of Life, estende la sua esistenza e in diverse occasioni brucia le immagini, abitate da una luce accecante.

(4,5/5)