Il Ritorno di Mary Poppins (Rob Marshall 2018). Film gradevole, ma solo una variazione sul tema

ritorno mary poppins slowfilm recensioneIl Ritorno di Mary Poppins tiene proprio dove era più facile scivolare, cioè sulla nuova Mary Poppins. Emily Blunt riesce a essere assolutamente graziosa, dove Julie Andrews era praticamente perfetta. Richiama il piglio del personaggio originale, senza poterne eguagliare l’autorità, ma impegnandosi con dedizione all’avanspettacolo. La nuova Mary Poppins c’è, balla e canta, ma non è più al centro del film. Mentre gli altri personaggi non sono sbagliati, ma non possono dirsi altrettanto riusciti. Se i bambini assortiti sono diligentemente funzionali, non si può dire che l’acciarino Lin-Manuel Miranda e i neoadulti Michael e Jane Banks, ovvero Ben Whishaw e Emily Mortimer, siano personaggi di gran fascino o particolarmente memorabili. Ma neanche loro sono al centro del film, al centro del film c’è Mary Poppins, il film del 1964.

Dell’originale di Robert Stevenson, Rob Marshall e lo sceneggiatore David Magee, propongono una variazione sul tema, che riporta ogni scena del film di cinquant’anni fa in una versione alternativa, per forza di cose meno riuscita o meno originale. Gli spazzacamino, l’incursione cartoonesca e animalesca nell’Inghilterra d’antan, la visita dal parente stralunato che non distingue il pavimento dal soffitto, sono riproposti meccanicamente, e al centro del film, alla fin fine, c’è soprattutto il suo guardare all’originale. Bisogna anche dire che, pur comprendendo la scelta di realizzare effetti visivi vicini a quelli storici, l’interazione con le animazioni è qui più scollata e posticcia, e in generale la ricostruzione sembra assai più ingenua del suo modello, che dal canto suo aveva un approccio tecnicamente pionieristico ed efficacemente meraviglioso.

L’unica linea narrativa che si sono sentiti di espandere è quella “finanziaria”, legata alla banca dove anche Michael lavora, che qui crea il motivo di fondo – quello di dover salvare casa Banks dal pignoramento – su cui procede tutto il film. Che è quindi sorretto da una spinta all’azione piuttosto prosaica, di cui l’originale aveva fatto a meno, riuscendo a giocare su temi più astratti come quello della crescita, del non dover crescere troppo e della malinconia del distacco. Altro elemento del film di Marshall (di cui purtroppo più scrivo e meno mi convince), è il suo procedere a un ritmo troppo sostenuto. Una tendenza fastidiosa che mi sembra fosse già nel terribile Nine. Ogni scena, ogni costruzione di pathos o espressione sentimentale – che sia gioia, sorpresa, tristezza – corre verso la sua definizione, non c’è studio dei tempi e delle pause, ancora una volta tendendo solo a raggiungere quel che è stato già fatto, senza sentire l’esigenza di costruire qualcosa che funzioni – per bene – in autonomia.

L’ultima cosa, che è doveroso aggiungere, è che difficilmente a un bambino questa Mary Poppins non piacerà. Dal punto di vista pratico, l’operazione Disney di riproporre ai più piccoli le suggestioni già collaudate con i piccoli del secolo scorso, è quasi infallibile, e l’intrattenimento è comunque di un livello discreto. Si può quindi andare a vedere Il Ritorno di Mary Poppins aspettandosi che i giovani spettatori si divertano, ballino e cantino? Sicuramente sì. Si può giudicare un film tralasciando come sia la copia piuttosto svogliata di cinema preesistente? Secondo me no.

(3/5)

Annunci

Qualche film agile e piuttosto divertente: Smetto quando voglio masterclass + ad honorem, Paddington 2

smetto quando voglio masterclass slowfilm recensioneIl secondo e il terzo capitolo della saga di Sydney Sibilia sono in realtà un unico film, ed è un film più divertente e riuscito dell’esordio. Cambiano, rispetto al primo, gli sceneggiatori (con l’eccezione dello stesso Sibilia, sempre presente) e cambia il tono. Smetto quando voglio si distacca dal recriminare qualunquista dell’italiano geniale e bistrattato, per abbracciare l’iperbole del crime movie all’americana in salsa nostrana. Una salsa ben riuscita, molto più gustosa, per dire, di quella alla base di Jeeg Robot. La sceneggiatura è decisamente più accurata della media, costruisce un meccanismo che funziona e lo arricchisce di un umorismo sopra le righe ma non forzato, ben gestito da tutti gli attori (gran gruppo, c’è da dire). Molti sono anche i dettagli realistici, legati alle specifiche conoscenze dei personaggi, accompagnati da dettagli burocratici che svelano la loro intima assurdità. Masterclass in particolare, in quanto episodio libero anche dall’intralcio di dover dare una chiusura, è una gran prova di cazzeggio. Ad Honorem pure regge, perdendo qualche colpo quando sceglie di voler dare un finale dal retrogusto amaro, dove non proprio tutto riesce a raggiungere la tensione ricercata. Poco male, rimane un lavoro che funziona, ricco di caratterizzazioni intelligenti e di episodi in cui si ride davvero.

paddington 2 slowfilm recensioneMolto grazioso anche il ritorno dell’orsetto Paddington. Come spesso accade, una volta conosciuto il personaggio e accettata l’idea, sdoganata nel primo capitolo, i successivi raccontano storie indipendenti, che non lasciano evolvere né arricchiscono più di tanto i protagonisti. Non è necessariamente una cosa negativa, anzi, con una buona sceneggiatura può essere una condizione che consente di dare più forza alle singole scene. Paddington 2, inoltre, può contare nuovamente sull’apprezzabile direzione di Paul King, che con un certo equilibrio dà forma a un fumettone molto british, arricchito da architetture, simmetrie e movimenti di macchina vicini al Wes Anderson più divertito. Un buon cinema familiare. Segue immagine di un orsetto dallo sguardo austero, un superpotere che può risultare molto utile.

paddington sguardo austero

Smetto quando voglio – masterclass (Sydney Sibilia 2017): 4/5

Smetto quando voglio – ad honorem (Sydney Sibilia 2017): 3,5/5

Paddington 2 (Paul King 2017): 4/5