L’Inganno (Sofia Coppola 2017), non cascateci

l'inganno coppola slowfilmSe a un film di Sofia Coppola togli l’essere irritante, può capitare che non rimanga più niente. Attorno a un corpo maschile si affollano sette ritratti femminili, appena visibili alla luce delle candele che preservano le ombre del collegio in stile coloniale. Siamo durante la guerra di secessione, dove si sviluppa un intreccio che non sfigurerebbe in un libretto stampato su carta troppo porosa, con una copertina patinata vagamente sordida e dai colori troppo accesi.

L’Inganno prende una manciata di brave attrici e le getta nel tentativo di Coppola di dare spessore alla consueta vacuità del suo cinema. Se in altre occasioni (Lost in Translation, Somewhere) il vuoto era l’assenza su cui far risaltare una malinconica e non del tutto innocua mano di pop, qui l’oleografia e l’austero silenzio ottocentesco riescono solo ad appesantire un’idea che rimane narrativamente priva di dettagli, in un’atmosfera ampiamente pre-vista.

(2,5/5)

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La Versione di Barney – Barney’s Version, il libro di Mordecai Richler (1997) e il film di Richard J. Lewis (2010)

la versione di barneyLa Versione di Barney, Mordecai Richler, 1997, è un libro che non ho letto tutto d’un fiato. Ci ho messo un po’, non sempre brilla per appetibilità, specialmente quando sei su un bus affollato e devi scegliere se dedicare mezz’ora a Richler o buttarti su Facebook e gli auricolari. Ma questo non gli impedisce di essere un gran bel libro. Uno dei più sarcastici, burberi e romantici della mia carriera da lettore, scritto con quella difficilissima spontaneità che hanno i grandi autori, da Bukowski a Carver. Il racconto, autobiografico per Barney Panofsky e, pare, per molti versi anche per Richler, parte con un turbinio di ricordi che, dagli anni ’50, attraversano i decenni, le città, le età, mescolando epoche e affetti per tornare periodicamente all’ormai anziano narratore. Che confonde citazioni, gli sfuggono i nomi di almeno due dei sette nani, s’incazza perché non riesce a ricordare che quella cosa per prendere il brodo si chiama mestolo. Sulla copertina del libro c’è la faccia del Richler giovane, e le migliori battute sprezzanti, i colpi più forti incassati da Barney non senza dolore, mi hanno sempre riportato a quel volto e quell’espressione.

Non posso certo stare a raccontare La Versione di Barney, i suoi tre matrimoni, i tre figli, Toronto e Parigi, gli ebrei e i gentili, gli amici, i sigari e lo smarrimento. C’è un libro scritto per questo, che per buona parte procede saltando liberamente fra le vicende e i tempi differenti, gradualmente si concentra in una storia sempre più definita, mettendo al loro posto tutti i pezzi che precedentemente erano stati offerti quasi alla rinfusa. Un percorso di focalizzazione praticamente contrario a quello del suo narratore, che invece vive lo sfilacciamento progressivo dovuto all’Alzheimer.

Barney Panofsky è un personaggio davvero bello, cui mi sono affezionato molto. Ammira l’arte, una via scelta da quasi tutte le sue amicizie, sempre con delle conseguenze. Ma produce discutibili serial televisivi, che lo hanno reso ricco. È spietatamente sarcastico nei confronti della normalità, ma raggiungerla rimane anche uno dei suoi desideri più profondi. Barney racconta senza autoindulgenza il rapporto anche di sudditanza che ha con l’amico scrittore Boogie, descrive una parabola di vita fatta di incontri e conflitti, quasi sempre ricostruendo le scene, i dialoghi, gli avvenimenti, senza ridurre le cose all’evocazione diretta dell’emozione. Tranne quando parla di Miriam, la mia adorata Miriam,  con cui avrebbe voluto invecchiare. E allora si sente tutta la malinconia del libro, tutto il tempo che, pure confusamente, è passato lasciando migliaia di tracce, tutto il desiderio di ritrovare una persona con cui costruire un rifugio per ripararsi dalla confusione.

la versione di barney filmLa Versione di Barney è un gran bel libro, quello di Richard J. Lewis non è un gran bel film. Neanche orribile, intendiamoci, ma non abbastanza fuori dal comune, e da questo punto di vista un tradimento grave del testo d’origine. Il film, Paul Giamatti protagonista, da una parte compie una scelta anche coraggiosa, ovvero quella di non introdurre una voce narrante. Una scelta anche raffinata, ma che può dirsi riuscita solo quando il film riesce a sviluppare un suo linguaggio alternativo, come nel caso di Villeneuve alle prese con Saramago o di Tarr che traduce Simenon. Lewis, invece, non riesce a costruire un’identità differente, a sostituire la parola scritta, i pensieri, con qualcosa di altrettanto potente, e soprattutto continua a rincorrere le vicende del libro. Ne fanno le spese personaggi appena abbozzati, dov’erano, invece, accuratamente delineati, ne fa le spese la stessa visione del mondo che il libro veicola, qui drasticamente semplificata. Pur non mancando qualche guizzo recitativo, è molto sacrificato anche il protagonista stesso, che spesso evoca velocemente ossessioni e piccoli atti di ribellione – le lettere anonime di Barney sono fra le cose che più ho amato del libro – senza riuscire a riportarle a una descrizione di un modo d’essere. La produzione è italo canadese, il che probabilmente spiega la sostituzione di Parigi con Roma, e sembra non aver voluto avvertire quanto di doloroso e violento ci sia in quelle pagine spesso ironiche, ma piene di paura per tutto quello che si perde nel percorso. Un film che vuole richiamare le tante vicende, ma non cerca un suo metodo, e il cui peccato maggiore è quello di aver provato a ridurre in alcuni cliché cinematografici un’umanissima  storia di ordinaria follia.

La Versione di Barney, libro di Mordecai Richler: 4,5/5

La Versione di Barney, film di Richard J. Lewis: 3/5

Your Name. (Makoto Shinkai 2016) Un ottimo script per un successo meritato

your name slowfilm recensioneNel recente gruppone ho colpevolmente dimenticato di citare Your Name, che, lo dico subito, è un gran bel film. Ha avuto un successo enorme in Giappone ed è stato sporadicamente distribuito anche da noi. Il fatto che il soggetto riguardi lo “scambio di corpi” fra una ragazza e un ragazzo mi vedeva piuttosto scettico, essendo una traccia piuttosto logora e spesso non proprio legata a capolavori del cinema. Invece questo aspetto di Your Name è, appunto, una traccia non secondaria, ma che fa parte di un meccanismo molto più complesso, che tratta anche lo scambio in modo funzionale e originale. Per farla breve, quella del film di Makoto Shinkai è una delle migliori sceneggiature in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e non parlo solo del settore dell’animazione.

Shinkai è l’autore di Oltre le nuvole, il luogo promessoci, distribuito ultimamente anche in Italia, 5 cm per second e Il Viaggio Verso Agartha – Children Who Chase Lost Voices From Deep Below, che hanno cose buone ma non mi avevano particolarmente convinto. Anche Your Name ha un design dei personaggi piuttosto standard e un labiale che non cerca corrispondenze con il parlato, mentre i fondali e tutte le animazioni che non riguardano le figure umane sono efficaci e curati. E, soprattutto, ha uno script che amalgama e valorizza tutte le sue parti, quella fantastica, sentimentale e giovanile. Un successo, questa volta, ampiamente meritato.

(4,5/5)

Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve 2017). L’assenza dell’uomo e la ricerca del desiderio

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’essere umano non esiste più, è questa la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Non esiste più una storia condivisa, non esistono dei luoghi reali dove un racconto possa essere vissuto trovando un contesto comune. Blade Runner 2049 è uno splendido film, opportunamente lontano e per certi versi antitetico al Blade Runner di Scott: se prima si indagava l’uomo, adesso a riempire il discorso è la sua scomparsa. Il mondo del Blade Runner di Denis Villeneuve è una matrice di non luoghi, totalizzanti e serializzati, utili a sintetizzare il necessario alla semplice sopravvivenza, o a testimoniare un passato che ormai nessuno più si prende la briga di rimpiangere.

Pur visualizzando un mondo più astratto e indefinito del suo predecessore, e continuando comunque a offrire speculazioni esistenzialiste, 2049 è un film molto legato alla realtà, alla nostra realtà e al nostro tempo. In un ambiente che non offre elementi di riferimento, la difficoltà a creare dei ricordi accomuna tutti, umani e replicanti, e per tutti le esperienze – e dunque i futuri ricordi – hanno natura artificiale. Dipendono da sovrapposizioni di immagini e dall’interazione con il virtuale, surrogati olografici che a loro volta superano la dicotomia fra umano e androide, ponendosi come intelligenze incorporee. Se il precedente era un film sullo sguardo e la scoperta, questo è un film che, in continuità con l’opera di Villeneuve, riporta l’ambiente come visualizzazione dell’interiorità dei personaggi, degli spazi spesso solitari, incredibilmente ampi, ma delimitati come delle gabbie. In questo ha un ruolo importante la fotografia di Roger Deakins, che confonde gli orizzonti e le forme con veli che limitano la visibilità dei quadri, sfumando nel colore puro. Negli interni, gli spazi ripieni di oggetti e ossessioni del film di Scott, qui sono sostituiti da geometrie vuote, le luci, prima tagliate e definite, diventano riflessi in continuo movimento, per un mondo che vive un periodo di elaborazione, che ha perso la sua identità e non ne ha ancora definita una nuova.

Il film si muove su molti livelli, la scelta estetica riporta anche al Tarkovskij di Stalker, con cui condivide il viaggio dei protagonisti alla scoperta dei propri desideri, timorosi della risposta ma incapaci di interrompere la ricerca. In Blade Runner 2049, l’androide K (Rian Gosling) identifica la presenza o meno dell’anima con un indice di cosa si è autorizzati a desiderare. Il legame è anche con Enemy, dove il doppio era il mezzo per confrontarsi con i propri desideri, mentre qui è lo stesso protagonista ad avere una doppia essenza, incerta, e impiega la sua intera esistenza nel tentativo di identificarla.

2049 è anche legame con la mitologia che lo precede, attraverso un intreccio di rimandi visivi e narrativi non ingombrati ma significativi, dall’aggiornamento del test Voight-Kampf al ritorno di vecchi personaggi con nuove funzioni, su tutti naturalmente il Rick Deckard di Harrison Ford. Ed è anche azione, confronti e duelli, da quello dall’impronta western in apertura, a quello fra K e Deckard, caratterizzato da frammenti di memoria olografica che riportano a Las Vegas Marilyn ed Elvis, unendo direttamente le nostre realtà. Bello anche il bacio che una delle antagoniste dà al protagonista, ricordando quello di Roy Batty al suo creatore, un misto di prevaricazione e disperazione. A voler indicare un paio di aspetti non del tutto riusciti, il primo sarebbe la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch. Non è chiara la vicenda che avrebbe portato alla sostituzione di Jóhann Jóhannsson, spesso essenziale nel cinema di Villeneuve, ma, come accaduto con Dunkirk, Zimmer fornisce un apporto d’impatto ma non particolarmente inventivo nei momenti puramente sonori, mentre nelle parti melodiche qui è troppo vicino all’opera di Vangelis. Il secondo appunto, più rilevante, riguarda quei due, tre ganci, a quanto pare ormai irrinunciabili, verso un possibile sequel. 2049 avrebbe meritato una compiuta indipendenza (che ovviamente non significa una perfetta chiusura), come quando si facevano film veri.

Concludendo, a distanza di 35 anni, a un Blade Runner sull’essenza dell’uomo se ne affianca uno sulla sua assenza, un titolo differente, ma capace di rielaborare quanto nell’originale c’era di futuristico e visionario, e renderlo anche più vicino al nostro presente. Mentre i sequel, remake e reboot del caso – da Star Wars alle saghe Marvel -tendono alla normalizzazione e all’appiattimento sul linguaggio fragoroso e vuoto del cinema di massa, 2049 abbraccia uno stile registico e narrativo molto definito, è un film d’autore, un film di Denis Villeneuve.

(4,5/5)

Madre – Mother e la violenza della creazione (Darren Aronofsky 2017)

mother slowfilm recensioneMother, l’Aronofsky ancora in sala, ribadisce – dopo i fischi di Venezia e gli articoli alla ricerca del modo migliore per sembrare sprezzanti e divertenti – come tanto il pubblico quanto la critica si senta ancora offesa quando una grossa produzione si distacca dall’abitudine. Mother è un film anomalo  – non sconvolgente, ma anomalo sì – e questo è un bene, è arrogante ed eccessivo, e questo non è necessariamente un male. Aronofsky è uno che non si frena, concettualmente e visivamente, e la sua frenesia accosta, spesso fonde, capacità espressive ricercate e raffinate a simbolismi di raro ed esplicito narcisismo. Un’allegoria biblica con Javier Bardem nei panni di Dio,  Jennifer Lawrence in quelli della Madre (Natura, Terra, tutto ciò che serve a far nascere la vita), isolati in una casa sperduta nel bosco, unico teatro di tutto. In un’atmosfera, da principio, da thriller familiare e psicologico, la loro solitudine sarà spezzata prima da Adamo ed Eva, da Caino e Abele, quindi, in seguito alle creazioni del Poeta Bardem, arrivano le folle, le masse, e con loro il fanatismo e la guerra.

Aronofsky racconta una moltitudine di situazioni, e sensazioni, spesso contrastanti e comunque compresenti, avvicinandosi e scrutando i volti dei protagonisti, che riempiono lo schermo nei primissimi piani. Sono un amante dei campi lunghi e degli spazi vuoti, ma raramente ho visto gestire delle visioni così ravvicinate in modo tanto efficace e dinamico, ricordando gli spazi, la geografia, nei particolari anatomici e nelle variazioni espressive dei volti. Bardem e Lawrence, quanto i coprotagonisti Michelle Pfeiffer e Ed Harris, sembrano interpretare perfettamente la direzione di Aronofsky, che sovrappone volti ed espressioni, li alterna come in una partitura ai luoghi, gli oggetti, i colori, i muri, le superfici, gli antri – i ventri – nascosti, i dettagli della casa, materiale e organica, ancora incompleta. Riporta in ogni inquadratura la sensazione individuale e diretta e un suo significato impersonale, legato al senso universale del film.

La religione è violenza, sono violenza le esasperazioni della contemporaneità e il rapporto fra donna e uomo, c’è violenza nella spiritualità, nel narcisismo proprio del Creatore e nella protezione in cui si vole rinchiudere le proprie cose e i propri figli. Mother non è un film equilibrato, porta la violenza nel suo stesso linguaggio, nella bulimia del suo discorso, unisce l’allegoria biblica con il semplice fastidio per le persone che invadono la privacy, il sarcasmo verso la retorica cattolica della condivisione e del perdono, con la visione conservatrice dell’uomo creatore e la donna che “è la casa”, gli spazi animati e i tessuti anatomici che si innestano nella materia artificiale di Polanski e le fredde efferatezze di Greenaway, irrazionali e da sempre parte della realtà  creata quanto dei cicli naturali.

Qualcuno ha abbandonato la sala, altri quando si sono accese le luci avevano sguardi offesi e impietriti. Imperfetto e barocco, autoindulgente ma autentico e potente nell’individuazione e la rappresentazione del dolore, Mother non lascia indifferenti, nei giorni cresce, e lo si può considerare un ottimo risultato.

(4/5)

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone 2017)

gatta cenerentola slowfilm recensioneÈ vero, Gatta Cenerentola non è un “miracolo”, perché è il frutto della preparazione, l’impegno, l’ispirazione di un grande gruppo di lavoro. Ma non si può evitare di rimanere sbalorditi, se in Italia nasce – finalmente – un’animazione matura e moderna, una delle migliori produzioni degli ultimi anni anche in un’ottica internazionale, e il tutto nasce da un giovane studio napoletano al suo secondo lungometraggio.

Il piano su cui Gatta Cenerentola subito stacca la maggior parte dei titoli contemporanee è quello estetico, indicando una competenza tecnica e un focus concettuale che solitamente si sviluppano in periodi molto più lunghi, prima di diventare il patrimonio distintivo di una casa di produzione. L’animazione di Alessandro Rak e dello studio Mad Entertainment individua un design dei personaggi e degli sfondi che non è né americano né giapponese. Le figura spigolose, i movimenti taglienti e le inquadrature fortemente angolate ricordano il bellissimo e visionario Aeon Flux di Peter Chung, ma con una maggiore propensione a fondere le esasperazioni estetiche con la rappresentazione di una realtà significativamente riconoscibile, al contrario di quella di Chung, quasi astratta e priva di riferimenti spaziali e temporali comuni.

Dal racconto secentesco di Giambattista Basile e l’opera musicale degli anni ’70 di Roberto De Simone, Rak assieme a un manipolo di sceneggiatori (fra i quali Corrado Morra, che in una vita lontana ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare) trae un racconto che rispetta le sue ispirazioni e le fonde con una miriade di suggestioni pop (alcune forse fin troppo definite, come quella di Traffic). Il teatro è Napoli, una città immersa in un futuro presente e in un’apocalisse ormai endemica, dove la pioggia di Blade Runner lascia il posto a una precipitazione continua di cenere: tutto è in fiamme, o più probabilmente già bruciato. Come il capolavoro di Ridley Scott, Gatta Cenerentola è fatto di luce, la luce che definisce gli spazi di una gigantesca imbarcazione, squarciata e bloccata nel porto, e i fantasmi che la abitano. Quella dell’enorme nave Megaride, Polo della Scienza e della Memoria, è la storia del suo costruttore Vittorio Basile, di sua figlia Mia, della matrigna Angelica Carannante e delle immancabili sorellastre, di un malavitoso, ‘O Re, che canta le povertà di Napoli e su queste si arricchisce.

Nei corridoi e le cabine della Megaride decaduta la memoria sopravvive nella forma di luminosi ologrammi, che compaiono come fantasmi, presenze accettate dagli abitanti della nave. Come ne L’Invenzione di Morel, le immagini rendono il passato immortale, ma qui, diversamente dal libro di Casares, non acquistano coscienza. Non si tratta, però, di apparizioni casuali, e la stessa nave sembra essere in grado di esprimere quell’opera di regia che permette alle memorie di apparire alle persone giuste, intessendo fra i due mondi una sorta di dialogo e di interdipendenza. Protagonisti rimangono i vivi, non ingabbiati nella nostalgia del passato, che viene invece ad aiutarli, indirizzarli, a fornire il sostegno che consenta di non perdere la speranza.

L’intreccio è estremamente coeso, non ci sono linee narrative parallele o secondarie, e un rilievo che si può fare, rispetto alla moltitudine di personaggi, è che a molti di loro, a partire proprio da Mia, avrebbe fatto bene qualche minuto di caratterizzazione in più. Più che negli snodi narrativi, che anzi trovano un certo fascino anche nel non essere del tutto esplicitati, è ai dettagli che costruiscono i personaggi che si sarebbe potuto dare più spazio. Ma alla base delle soluzioni scelte, con ogni probabilità, ci stanno pure i vincoli di una produzione che di certo non ha risorse economiche illimitate. Questo intreccio, ad ogni modo, riesce a incarnare diversi aspetti e registri, su una struttura unificante fatta di bellissimi commenti e momenti musicali: dal ritorno della voce e la performance teatrale di Ilaria Graziano, già ne L’arte della Felicità, a Guappecartò, Foja, Francesco Di Bella, I Virtuosi di San Martino, la partecipazione di Daniele Sepe ed Enzo Gragnaniello. simposio suinoOgni aspetto è dotato di una propria forza: prendono corpo l’amore drammatico di Angelica, di certo il personaggio più complesso e completo, le esplosioni pulp e ironiche delle sorellastre, i dettagli dolorosi e caotici in chiave futuristica che sostengono una storia antica, una fiaba, come tale radicata nella cultura, le paure, la memoria di un popolo, che di certo non è solo quello napoletano.

Segnalo, in apertura, il bel corto prodotto dalla stessa Mad e realizzato da Francesco Filippini, Simposio Suino in Re Minore. Questo, invece, ha un’anima subito vicina a diverse idee di Miyazaki, da Porco Rosso agli espressivi occhi strabuzzati, dai leggeri ragnetti fuliggine agli edifici che si muovono sulle proprie gambe. Anche qui tutto si distende sulla musica, sul blues, che è già una preziosa scelta identitaria nei lavori dello studio.

(4/5)

Dunkirk (Christopher Nolan 2017). Non il capolavoro, ma un buon film

Dunkirk_Poster_Italia_01_midDunkirk è un film molto semplice, di cui non è facile parlare. Perché, per qualche motivo, ha suscitato un entusiasmo sfrenato e globale, soprattutto della critica, come non accadeva da tempo. Gli Americani in visibilio, il nostro MYmovies che spende il suo primo voto pieno, Rolling Stone che ritiene di aver visto il miglior film di guerra di sempre. Iperbole su cui passare con un sorriso, pensando ai capolavori di Kubrick e Malick, e lasciando comunque crescere le tue aspettative, ma che, a film visto, suona piuttosto ridicola. Bene, freghiamocene, facciamo finta che il mondo non sia impazzito per quest’ultimo Nolan come se fosse il primo film che abbia mai visto.

L’evacuazione di più di 300mila soldati inglesi dalla spiaggia di Dunkirk avviene per terra, per mare e per aria, e spaccati temporali rispettivamente di una settimana, un giorno e un’ora seguono lo svolgersi e il convergere delle vicende. L’ennesimo viluppo di Nolan che, più che per effettive necessità narrative, sembra seguire le rigide scansioni temporali per personali esigenze simmetriche e per confermare un marchio d’autore. Dunkirk comincia e per poco più di un’ora e quaranta rimane incollato alla sua idea di rappresentazione. Un’idea molto precisa, che impone una qualità dello sguardo e una scansione dell’azione definite in un punto di vista immutabile, non oggettivo ma assestato su una sorta di iperrealismo desaturato. Uno sguardo emozionale ma non empatico, che segue minuziosamente l’azione ma non partecipa alla stessa.

La scena, per quanto vasta e divisa in diverse linee temporali, è completamente unificata dalla fotografia uniforme di Hoyte Van Hoytema (un’impronta decisamente riconoscibile, già protagonista di Interstellar, Lei e  Lasciami Entrare) e dalla colonna sonora incessante di Hans Zimmer, un filo ininterrotto fatto di ticchettii d’orologio, battiti cardiaci e impennate liriche. Si realizza così un unico teatro, una sfera chiusa dove l’unica cosa che esiste è la guerra, sono suoi gli spazi e i suoni, gli esseri umani si muovono al suo interno come cavie consenzienti di un esperimento. Quando muoiono acquisiscono nello sguardo una fissità animale e i loro simili accettano l’ineluttabilità della cosa.

Sky Crawlers: un eroe c’è, in Dunkirk, ed è il pilota di caccia Farrier, un Tom Hardy nuovamente senza volto. Seguendo i suoi attacchi voliamo in prospettive aperte in cui mare e cielo quasi si confondono, delimitati dalla linea dell’orizzonte che si piega e si capovolge assieme alle evoluzioni aeree. In questi spazi, così come nelle altre situazioni, il nemico rimane senza volto, e lo spettatore, portato nell’azione senza passare per la costruzione dei personaggi, si trova in una visione impersonale. Anche l’eroe è tale perché fa cose utili, ma la sua costruzione personale è lasciata ampiamente ai margini. In questo il film è riuscito, raccontando una guerra senza l’epica, e quindi il fascino, che pietre miliari come Full Metal Jacket o Apocalypse Now hanno invece consegnato alla storia del cinema. Tanto la costruzione delle battaglie aeree, quanto la mancanza di definizione di un nemico e l’identificazione del pilota con la sua macchina, rimandano al bellissimo The Sky Crawlers – I Cavalieri del Cielo di Mamoru Oshii (Ghost in the Shell), che però sviluppa, parallelamente, un apparato teorico parecchio più complesso. Cosa che volutamente manca al film di Nolan che, privo anche di scene madri, lascia una sotterranea sensazione di vuoto, se non di vacuità.

Non è un Paese per Vecchi: la caratteristica principale e identitaria di Dunkirk è il suo essere asciutto, un tratto che dà universalità alla storia e una qualità che eleva il suo essere un film di pura azione. No Country for Old men, che ha compiuto 10 anni, in termini di asciuttezza e racconto orizzontate e distaccato ha segnato un punto d’arrivo del cinema contemporaneo. Se i Coen tengono il tono dal principio alla fine, Nolan non rinuncia del tutto all’enfasi del racconto, concentrata in particolare nelle parole del padrone di una delle imbarcazioni civili impegnate nel salvataggio (altro eroe, legato al messaggio “umano” del film), e in quelle del comandante Kenneth Branagh; poca roba, ma che porta frammenti di un linguaggio di finzione all’interno di un film altrimenti rigorosamente descrittivo.

L’immancabile voto riassuntivo è 4 e non 3,5, perché sospetto che, ricalibrate le aspettative, quando lo rivedrò potrò apprezzarlo di più.

(4/5)