The Dead don’t Die, l’apocalisse di Jarmusch fra ironia stralunata ed evitabili forzature

Non me la sento di non lasciare traccia di un film di Jarmusch, anche se è un film che una gran traccia non la lascerà. L’umorismo stralunato di The Dead don’t Die (I morti non muoiono, Jim Jarmusch 2019) tutto sommato è vicino a quello di alcuni episodi  di Coffee and Cigarette, o di Taxisti di Notte, e l’apocalisse zombie di Jarmusch, viste le avvisaglie, sarebbe potuto essere più deludente. Per dire, Only Lovers left Alive credo sia peggio. I morti non muoiono spinge forte sul naif, e in molte occasioni il gioco tiene. Temevo qualcosa di (ancora più) sfilacciato, invece Bill Murray e Adam Driver, dimessamente, riescono a tracciare una linea, in cui si inseriscono una serie di micronarrazioni. In una abbondante prima parte l’ironia scazzata funziona, pur intervallata da gag troppo ripetute – il product placement di Sturgill Simpson, indubitabilmente autore della “theme song” – e in generale da una fiducia davvero eccessiva nella forza ammiccante dei richiami metanarrativi. Il film, però, ancora riesce a regalare dettagli, a volte nostalgici, poetici, affettuosi, e a costruire una realtà fatalista e disincantata dove anche le fini più atroci vengono accettate, tutto sommato in linea con un’assurdità dell’esistenza che non è mai mancata. A unire i due momenti, prima e dopo l’apocalisse zombie, c’è Tom Waits, eremita dei boschi cittadini, che osserva da lontano il disfacimento di una società per lui già insopportabile.

Nella seconda parte, quella piena di zombie, purtroppo si moltiplicano le gag davvero forzate e gli appunti didascalici rivolti al genere umano; scelte che con molta semplicità si sarebbero potute evitare, lasciando un film migliore. Jarmusch con i suoi film ha spesso viaggiato verso la fine del mondo, dal giovanile Stranger Than Paradise a Dead Man, e con diversi riferimenti in praticamente tutti i suoi titoli, ma, con attenzione, aveva anche conservato il dubbio e il mistero. The Dead sembra a volte un film volutamente disattento, che per non prendersi sul serio si avvolge attorno a una manciata di pensieri. E anche il personaggio di Tilda Swinton, non privo di un suo fascino ipercitazionista, è vittima di una delle scelte più sballate.

Purtroppo l’ho visto in italiano, e sono sicuro che in lingua originale guadagnerebbe. Fosse solo per la chiusura con un lungo recitato di Waits, con un testo – anche questo facilmente migliorabile – sulla vacuità dei desideri umani, che di per sé non è un gran che, ma la voce di Tom Waits, che sono stato costretto a immaginare, è la voce di Tom Waits. L’amarezza maggiore viene dal fatto che Jarmusch non è propriamente prolifico, una cartuccia – dopo l’eccellente Paterson – l’ha sparata così, e chissà quando gli torna la voglia.

(3/5)

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American Animals e la mancanza di film coi controcazzi

Non vedo film coi controcazzi da un tempo ormai ingombrante. Non che sia brutto, American Animals, il film che Bart Layton ha per la prima volta mostrato al pubblico nello sfavorevole anno di nostro Signore 2018, e portato anche in Italia nello sfavorevole anno di nostro Signore 2019. Dicevo, non che sia brutto, ma ho capito che ha soprattutto investito in una branca del marketing che in qualche modo deve essermi contigua. L’ho visto spuntare fuori ovunque e mi dicevano questo è per te, è una gran figata ficata, non è il film della vita, ma ha in serbo un certo numero di sorprese. Sono nel target di American Animals, mi sta bene, ma proprio per questo avrebbe dovuto darmi di più. Perché non riesco neanche a vedere più tanti film, e allora quelli a cui mi dedico devono essere capaci di ricambiarmi. Scrivere anche del film? Sì, un po’ scrivo anche del film. Solo un po’, che chi diamine legge più di film. Ecco: Si punta tutto sul fatto che la ricostruzione della rapina sia una fedele ricostruzione della rapina che hanno costruito quattro ragazzi nel 2003 per rubare libri con gli animali, molto preziosi, libri grossi e antichi. L’altra cosa su cui si punta molto, ma proprio molto, è che a certificare la fedeltà della ricostruzione della rapina compaiano nel film anche i veri ladri. Detenuti. La rapina non è andata bene. Ci sono gli attori che fanno i ladri, e i veri ladri che certificano la veridicità di quel che dicono gli attori. Come se avessi bisogno di sapere che qualcosa sia reale, per crederci. Come se avessi bisogno di credere che c’è una una realtà in cui credere. Come se la realtà cinematografica non sia sempre stata molto più adeguata della realtà reale. Insomma questi quattro ragazzi pianificano, molto accuratamente. Al punto che vogliono trovare a chi vendere, prima di rubare, disegnare fedeli ricostruzioni della biblioteca universitaria che custodisce i libri molto preziosi, prima di provare a prenderli, studiare i tempi i movimenti le fisionomie le abitudini il ph della pelle di chi lavora nella biblioteca, prima di ogni altra cosa. Ma tutto questo è inutile, perché American Animals racconta il colpo di non ladri, che hanno visto i film di rapine e immaginano come rifarli, ma non possono, perché sono film. E non è che semplicemente le cose vanno male, è che tutti quei preparativi non servono assolutamente a niente. Quindi abbiamo un film di rapina che non può essere un film di rapina, per l’inadeguatezza dei suoi protagonisti, che hanno scambiato, loro, non noi loro, la realtà con dei film e poi viene Bart Layton a infilare la realtà, viziata all’origine, nel suo film dalla sorprendente consistenza documentaria. E insomma il film si regge proprio su questa spirale, sull’essere e non essere, sul rendere filmica la vita ma dimostrando che la vita non è filmica, e per quanto l’idea possa avere un suo senso, ti assicuro, Bart Layton, che non è bastata, da sola, a farmi rimanere con la bocca aperta per due ore. Se mi fossi accorto prima, Bart Layton, che sei lo stesso che sette anni fa aveva fatto The Imposter, avrei visto questo tuo nuovo film con minori aspettative, forse non l’avrei visto, cosciente di essere più che altro incappato in una targetizzazione abbastanza accurata. Ma non è un brutto film, c’è il ragazzo strano de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ce n’è un altro che in più di un momento è uguale al giovane Malcolm McDowell, quindi un ragazzo cui affezionarsi. Ma la spirale, gli incroci fortuiti di sguardi fra attori e veri ragazzi ladri, non bastano. Dopo un milione di righe, dai margini puntualmente giustificati, mi sembra chiaro che non bastino, come è chiaro che da troppo tempo non veda più un film coi controcazzi. E lo so, sarà difficile spiegarlo, impossibile far capire che è uno degli autori, forse l’autore, cui in assoluto voglio più bene, ma il prossimo film di Jarmusch sarà il film più brutto con il cast più bello di sempre. Lo si è capito dalle prime foto, da tutti quei nomi stupendi, dal precedente autoreferenziale di Only Lovers Left Alive, dalla distanza fin troppo ricercata dall’ultimo Paterson che è invece una meraviglia. Ma andrà così, succederà fra pochi giorni, ma anche se fossimo già nel 2020, saremmo comunque in uno sfavorevole anno del nostro Signore.

(3/5)

The Case of Hana & Alice, una cosa piccola ma buona (Shunji Iwai 2015)

The_Case_of_Hana_&_Alice_posterUna cosa che può far stare meglio è un piccolo, grazioso film nascosto. Con una manciata di ottimi film fra gli anni ’90 e gli zero, Shunji Iwai è un autore giapponese che da noi non ha mai avuto una particolare eco, eppure le sue sono opere varie, inventive, visivamente ed emotivamente coinvolgenti, spesso delicatamente caotiche (All About Lily Chou Chou la mia preferita). Non mi dilungo sull’effetto nostalgia e l’emozione del ritorno, ma questi, naturalmente, sono forti.

The Case of Hana & Alice ricorda i personaggi di un film 2004, ma funziona da solo. Ed è un singolare film d’animazione. A portare attori e ambienti del mondo del disegno, un uso del rotoscopio lontano dalla ricerca “cubista” di A Scanner Darkly, vicino alla leggerezza del coreano My Beautiful Girl Mari. I colori delicati e uniformi portano i personaggi e i loro movimenti fluidi in una dimensione onirica, raccontando però una realistica storia di formazione, amicizia, di ricerca di smarrimento. La bellezza di The Case of Hana & Alice, che avvolge il film in sensazioni dal gusto nostalgico, sta nella scelta di non rincorrere le aspettative e i ritmi dello spettatore, è nella sua passione per il racconto, la descrizione lieve di vite e vicende che si intrecciano spesso per caso, riportandoci all’eccezionalità delle emozioni comuni.

(4/5)

La Favorita (2018), il cinema di Yorgos Lanthimos trova un respiro più ampio

la favorita slowfilm recensionePubblicato su BolognaCult

Yorgos Lanthimos, il regista greco più in vista e, in generale, uno degli autori più interessanti su piazza, torna in sala con La Favorita. Ci porta nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla corte della regina Anna, tormentata da affari di stato e problemi di salute, contesa nelle attenzioni di due donne, e a sua volta alla ricerca, anche letterale, di sostegno. La Favorita è un dramma al femminile ben supportato dalle tre protagoniste, Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone, che danno spessore ai loro personaggi con una recitazione misurata, ma lontana dal distacco e lo straniamento che caratterizzano le precedenti opere del regista. A rendere La Favorita uno dei film più interessanti degli ultimi tempi ci sono, naturalmente, anche la direzione di Lanthimos, che ha dimostrato di poter ampliare la propria gamma espressiva senza rinunciare al rigore formale, e la scrittura, stavolta affidata a Deborah Davis e Tony McNamara.

Dopo Il Sacrificio del Cervo Sacro, dove lo stile algido e grottesco si era spinto così in là da diventare a tratti goffo, Lanthimos aveva bisogno di discontinuità, che in buona parte è arrivata. La Favorita è una storia in costume che fonde alla classicità del contesto una regia costantemente esasperata, fatta di ottiche distorte e stanze regali dai soffitti incombenti, mostra passatempi decadenti, come bersagliare d’arance un uomo obeso, imparruccato, nudo, sghignazzante, immortalando in poetico ralenti la maschia idiozia della migliore nobiltà (ricordando il lancio del nano di The Wolf of Wall Street). E riesce a fare tutto questo senza spogliare la storia del suo realismo, il racconto della sua verità.

Nel triangolo che si instaura fra la regina e le due cortigiane non mancano, come da storia dell’autore, le oppressioni dettate dalle regole sociali, così come i contrasti feroci fra individui irrimediabilmente soli. Ma c’è anche spazio, stavolta, per una genuina autoconsapevolezza, e scopriamo così un Lanthimos tutto sommato sentimentale, alle prese con figure più sfaccettate, non più semplici funzioni al servizio di una tesi. Sotto i diversi strati della rappresentazione, troviamo un modo doloroso e originale di raccontare una storia d’amore, un attaccamento reale che porta sofferenza, quando i meccanismi di una relazione – contorti ma tutto sommato efficienti – vengono compromessi. La figura drammatica della regina Anna, fragile e autoritaria, prevaricatrice e insicura, è probabilmente fra le più complete dell’opera di Lanthimos, racchiudendo una complessità fino a ora senza centro, diffusa nei quadri alieni di un cinema più cerebrale ed estremo.

La Favorita ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, fra le quali miglior film, miglior regia, e la candidatura delle tre protagoniste per la recitazione.

(4,5/5)

Polar (Jonas Åkerlund 2019), quando Mikkelsen non basta

polar-slowfilm-recensioneGuardare i film senza prima saperne niente, non è sempre una buona idea. Nuova poduzione Netflix, Polar, oltre al titolo che identifica una linea precisa del noir, ha in locandina un Mads Mikkelsen sagoma scura in impermeabile, di taglio, mentre nevica, triste con una pistola in mano. Insomma credevo fosse un noir vecchio stile con un approccio contemporaneo all’azione e alla violenza, come Vendicami, e invece è un fumettone pulp anni zero, una cosa che al tempo poteva almeno incuriosire per le scelte tecniche, e che oggi propone solo una collezione di cliché inserita in una sceneggiatura altrettanto frusta. Sin City, Kill Bill, Old Boy e un torture movie a caso sono i riferimenti di Polar, assemblati da un Jonas Åkerlund regista batterista metal svedese che porta al cinema la ridondanza e la teatralità vuota della sua musica preferita.

La storia è quella di Mikkelsen alias Black Kaiser impiegato in una fiorente agenzia di killer. Nel suo lavoro è il migliore e naturalmente la paga è buona, solo la Damocle, come politica aziendale, prevede che tutti i suoi dipendenti – quando ci arrivano vivi – vadano in pensione a cinquant’anni. Per risparmiare la liquidazione, però, spesso li fa ammazzare dai dipendenti più giovani. Che hanno ancora una ventina d’anni buoni davanti e, si sa, a quel’età la lungimiranza non è la prima delle qualità. Contro Mikkelsen, che ha comunque una sua presenza scenica, Matt Lucas incarna uno dei cattivoni più abusati del genere, ciccione unto, ambiguo e depravato con ambizioni nazi-chic vestito da completi dai colori sparati. Davvero uno dei personaggi più stanchi di sempre. Per farla breve, quel che manca con Polar è l’impressione di star vedendo un film. Qualche scena d’azione è quasi apprezzabile, e in generale non ho niente contro la linearità e la semplicità narrativa. C’è pure qualche tentativo estetizzante, per quanto anche questo standardizzato e plastificato nella patina ad alta definizione di molte produzioni Netflix. Polar si risolve nell’inseguimento svogliato di qualcosa che, come nel caso di Sin City, era già nata come una trasposizione meccanica, e quindi sbagliata, dal medium fumetto a quello delle immagini in movimento. Finge di voler essere spinto e cattivo, ma tutto sommato conserva sempre un rassicurante pudore, non riuscendo a trovare una dimensione che non sia puramente consumista.

(2/5)

Ida (Paweł Pawlikowski 2013)

ida-locandina-slowfilm-recensioneSi completa con Ida, almeno per il momento, la mia retrospettiva Pawlikowski. Per la breve durata del film – poco più di un mediometraggio -, le sue caratteristiche, e per la visione profondamente notturna, è stata un’esperienza quasi onirica. Ida si svolge in un numero contenuto di quadri e situazioni, è un film spesso silenzioso che si racconta attraverso l’incontro di immagini essenziali, malinconiche, perfettamente limate. È il film con cui Pawlikowski adotta il bianco e nero e il formato 4:3, poi ripresi da Cold War, con cui ha anche un vero e proprio incrocio. Qui il quadro è sfruttato in modo da manipolare gli spazi, i rapporti fra vuoto e pieno; l’impostazione è spesso verticale, con le figure, specialmente nelle scene in convento o a carattere religioso, schiacciate sulla parte bassa dell’immagine e sovrastate da spazi vuoti, ma terribilmente pressanti. Nelle diverse situazioni, i protagonisti cercano un posizionamento all’interno della loro storia, rimanendo comunque spesso ai margini, negli angoli, alla ricerca di un equilibrio introvabile, ma riuscendo ad assaporare attimi di scoperta. Un viaggio nella storia, nella memoria e nella sua elaborazione, e nel passato e il presente di due donne, alle prese con scelte possibili e scelte, in maniera più o meno consapevole, irrimediabilmente subite.

(4/5)

Suspiria (Luca Guadagnino 2018)

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La visione di Suspiria mi ha ricordato perché di queste cose non mi frega niente. Non m’importava niente degli idioti dell’orrore, e Luca Guadagnino mi sembra abbia raccolto pienamente il testimone, confezionando un film di cui non riesco a intravedere l’utilità. Nella variegata filmografia di Guadagnino, la linea comune sembra essere un cinema estetizzante che guarda molto agli anni ’70. Qui, però, nel suo modo d’operare ostentatamente vintage, rientrano anche i tratti più superficiali e ingenui dell’horror di quel periodo, rendendo particolarmente evidente la tendenza del regista a con-fondere eleganza e trash. Zoom e movimenti di macchina a effetto, tagli netti, una costruzione della storia da un lato semplicistica e dall’altro inutilmente contorta, sono la parte più evidente di un film in cui è difficile trovare qualcosa di autentico. Suspiria appare come un prodotto funzionale – capace comunque di ammiccare a chi ricerchi proprio un certo modo codificato, qui autoproclamatosi intellettuale, di fare cinema – e vuoto, offrendo un’interpretazione piuttosto infantile del cinema stesso, dell’horror e anche della danza contemporanea. Scena buffa: un gruppo di streghe di una certa esperienza ed età (probabilmente superiore a quella mortale), anche impegnate a dar forma a un film che per costituzione dovrebbe mettere al centro la forza del femminile, che reagisce con risolini fra l’imbarazzato e l’emozionato alla vista di un pisello.

(2/5)

My Summer of Love (Paweł Pawlikowski 2004)

my-summer-of-love-slowfilm-recensionePaweł Pawlikowski è l’autore di Cold War, uno dei migliori film dell’anno passato. My Summer of Love, adattamento del romanzo di Helen Cross, è un suo film inglese, un film piccolo ma solido, una storia di amicizia e d’amore ambientata nell’estate dello Yorkshire. Protagoniste due ragazze, Mona (Natalie Press) e Tamsin (l’esordiente Hemily Blunt). Film del 2004, ma girato con un affettuoso distacco nel descrivere la coppia e il loro ambiente, una ricerca dei dettagli, una costruzione di “momenti”, che lo fa sembrare una pellicola degli anni ’70. Caratteristica del tutto positiva. Molto dipende dall’impostazione documentaristica di Pawlikowski, molto altro dalla capacità di misurare i conflitti e le rivelazioni, di saper costruire sensazioni senza imporle né spiegarle, componendo una trama equilibrata di indizi, di frammenti di vita e di scoperte. Pawlikowski abbraccerà con Ida e Cold War un rigore formale fatto di bianco e nero e formato 4:3, concentrando l’attenzione e la tensione sui passaggi sempre necessari, misurati quanto significativi. My Summer of Love ha colori realistici e formato panoramico, ma ha già un fascino essenziale che veste i protagonisti e le loro storie.

(4/5)

La Casa di Jack – The house that Jack built (Lars von Trier 2018)

the house that jack built recensione slowfilmLa Casa di Jack mi ha lasciato un senso di disagio nelle ore successive alla visione – opportuno, dal momento che solo un’anima affine a quella del protagonista potrebbe non provarne -, poi poco altro. Nonostante sia un’opera ambiziosa e radicale. Per il suo nuovo film, Lars von Trier prende da quelle che – per la mia esperienza, ovviamente – sono i suoi film peggiori. L’accanimento, la reiterazione morbosa da Dancer in the Dark, le aspirazioni enciclopediche da NymphomaniacQui traslate da eros a thanatos, e per i corpi e la putrefazione, per la digressioni iconiche e letterarie, per l’architettura e la musica, ancora più vicine alla lezione di Peter Greenaway. Il tema, ma anche il gelo estetizzante e la grana del racconto, ricordano inoltre il John McNaughton di Henry, Pioggia di Sangue.

Un bravo Matt Dillon è un ingegnere a tempo perso, psicopatico a tempo pieno. Dopo la depressione e l’ossessione per il sesso di Nymphomaniac, veniamo introdotti alle abitudini del serial killer Jack attraverso un altro problema psichico, il disturbo ossessivo compulsivo. Sindrome – qui subito nobilitata dalle apparizioni d’archivio di Glenn Gould – che suscita sempre una certa simpatia e che in forma blanda di solito ci piace sfoggiare. Poi accantonata in favore di un discorso più discontinuo che tocca vari temi, come la definizione dell’arte, l’impatto della stessa e l’applicazione negli hobby omicidi di Jack, la storia e lo stato dell’essere umano: solo davanti all’orrore e, dall’altro punto di vista, sostanzialmente privo di empatia. Von Trier racconta tutto questo (e ci sono davvero tante cose, nel film) adottando un tono spesso sarcastico, anche lezioso e autoindulgente nelle estremizzazioni didascaliche.

The House that Jack Built è un film enciclopedico, ma dal respiro corto, concentrato soprattutto sulla creazione di una visione antologica dei temi e le opere del regista (fra l’altro, tutte citate direttamente in un montaggio veloce). I quadri raggelati con cui si aprono Antichrist e Melancholia qui compaiono in chiusura, a suggellare un richiamo dantesco piuttosto ripetuto, e anche il pezzo sui titoli di coda, una chiusura rock in contrasto con l’epilogo, riprende i titoli finali di Dogville su Young Americans.

Il danese, a ogni modo, è vanitoso ma elegante, trova dei buoni momenti di sceneggiatura e soprattutto sfoggia una padronanza del mezzo filmico che nella contemporaneità ha pochi rivali. “L’arte non deve essere sincera, ma deve dire la verità”, recitava Manifesto, bel film di Julian Rosefedt che pure riflette apertamente sull’uomo e la cultura. E qui, forse, von Trier si dedica a mettere in scena quanto – per quel che è diventato – crede sia necessario esprimere, e non dice più la verità.

(3,5/5)