The Death of Stalin (Armando Iannucci 2017). Finalmente, c’è molto cinema

Morto-Stalin-se-ne-fa-un-altroNon dirò molto su The Death of Stalin, se non che – finalmente e un po’ anche inaspettatamente – c’è tanto cinema. In Italia Morto Stalin, se ne fa un altro, titolo che potrebbe fare erroneamente pensare a una farsa fatta di sosia e noie simili. Armando Iannucci (autore scozzese di origini napoletane per una produzione GB – Francia) dirige e scrive, partendo da una graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, un film dagli equilibri attenti, trovati con naturalezza, come non avevo la fortuna di vederne da mesi.

Death of Stalin racconta le ultime ore del dittatore, e la lotta per la successione che si scatena nella sua corte. A svolgere le situazioni e i dialoghi un cast eccezionale, costituito, per citarlo solo in parte, da Steve Buscemi, Michael Palin, Simon Russell Beale e Jeffrey Tambor. Su una ricostruzione rispettosa dei fatti storici, Iannucci costruisce un impianto che scantona dalle abitudini solenni e ingessate del genere, come dagli eccessi della parodia, adotta un’impostazione teatrale riuscendo a conservare un forte dinamismo nella messa in scena. Porta nelle intricate vicende gli impacci e il linguaggio diretto e volgare (meravigliosa la scena iniziale del concerto, una sorta di Lubitsch sboccato), costruendo una commedia che, per la natura delle cose e dell’uomo, con buona probabilità può essersi avvicinata, più di altre ricostruzioni, ai toni della realtà.

Iannucci racconta attraverso una regia presente ma non invadente – allora si può, ancora! -, ogni inquadratura accentua l’ironia, senza tradire il senso, spesso drammatico, dei contenuti. La sinergia fra recitazione, dialoghi e scelte visive fa apparire semplice quel che semplice non è, portando nelle azioni dei protagonisti il terrore per l’imprevedibile ferocia di Stalin, l’esigenza costante di prodigarsi nella sua adulazione, la guerra strategica con i propri pari, senza che nessuno perda, intanto, la propria forte caratterizzazione. Il film tocca momenti di pura comicità ed eventi realmente drammatici, senza che questi stridano fra loro, ma lasciando che ognuno legittimi e rinforzi l’altro. Una commistione di toni e contenuti che da tempo non passava sullo schermo con tanta spontaneità.

(4,5/5)

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Due film da vedere, in breve: Hell or High Water (David Mackenzie 2016), L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki 2017)

hellDa grande voglio fare la cameriera burberissima di Hell or High Water. Il film di David Mackenzieper per Netflix, che ha strappato anche quattro candidature all’Oscar, è un piacevole ritorno al cinema degli anni ’70, da Peckinpah a Cimino. Con i fratelli rapinatori sgangherati, molta polvere, dialoghi ben scritti e ottimi caratteristi, fra cui la succitata cameriera. Poi, un grande (vecchio) Jeff Bridges (che era in Una calibro 20 per lo specialista, uno dei titoli più in linea con questo), splendido ranger rompipalle che merita tutta l’esasperazione del collega nativo americano. Altro punto a favore l’accompagnamento di Nick Cave e Warren Ellis. Stonano un po’, invece, i continui richiami alle colpe delle banche, inseriti in maniera pretestuosa nei dialoghi per dare uno spessore politico che apprezzo molto quando c’è davvero, ma che qui risulta posticcio. Rimane, comunque, uno dei film meglio costruiti e più piacevoli del nostro passato prossimo.

(4/5)

voltoMolto politico, davvero politico, è invece L’Altro Volto della Speranza. Aki Kaurismaki credo sia l’unico grosso autore ad aver affrontato in maniera così diretta ed esplicita, in un film di fiction, la questione dei profughi siriani, e il modo in cui vengono visti e trattati dai Paesi che dovrebbero ospitarli. Il tema è estremamente concreto e reale, e la capacità di Kaurismaki sta proprio nell’immergere, intatta, la realtà all’interno della sua poetica. Lo sguardo è il suo, distaccato e costantemente ironico, le situazioni sospese e lievemente surreali, i protagonisti immersi ciascuno nel proprio mondo, ma immediatamente disposti a prendersi cura di chi ne mostra l’esigenza. L’Altro Volto della Speranza riesce a miscelare orrori e violenze reali, vicende individuali, momenti di comica assurdità, senza dare l’impressione che niente di tutto questo sia fuori posto. Molto bello.

(4/5)

Room (Lenny Abrahamson 2015), La Grande Scommessa (Adam McKay 2015), Mistress America (Noah Baumbach 2015)

room slowfilm recensioneHo visto Room quando ho scoperto che ha la regia di Lenny Abrahamson, ma non è troppo diverso da quello che avevo ipotizzato. È un film estremamente emotivo, in alcuni momenti difficilmente sostenibile. Abrahamson mette in scena una descrizione partecipata dell’azione che spezza il fiato, un po’ come fece, a memoria, Bloody Sunday di Greengrass. Ma Abrahamson, ed è il motivo per cui mi piace, solitamente fa il contrario: lascia distendere racconti privi di scene topiche e dirige con distacco storie di un’umanità posta o che si pone ai margini, lasciando che sia lo spettatore a doversi avvicinare a loro. Room invece travolge lo spettatore, con meccanismi che qualcosa di ricattatorio comunque ce l’hanno, lasciando gran parte del lavoro – altra cosa che non amo – a un bambino di cinque anni e ai rischi che questo corre. Di certo il film è ben fatto, un meccanismo ben congegnato, che colpirà soprattutto le donne per il rapporto madre figlio totalizzante e doloroso. Dopo una prima parte dedicata al thriller e l’ansia, Room ne ha una seconda più psicologica che descrive la totale identificazione nella figura altra, gli egoismi che ne nascono e i conseguenti sensi di colpa, la difficoltà della relazione con l’esterno e della sua comprensione. Il tutto in maniera fin troppo efficace e diretta. (3/5)

la grande scommessa slowfilm recensioneLa Grande Scommessa è dinamico e divertente, cosa strana (ma forse neanche così strana) da dire su un film che parla di speculazioni legate alla bolla del mercato immobiliare, che dal 2005 porterà alla crisi finanziaria l’America e gran parte dell’Occidente. Ho letto da più parti che si tratterebbe di un lavoro difficilmente comprensibile: non è vero. In una sorta di operazione Michael Moore 2.0, anzi, il film tratto dal libro di Michael Lewis ha fra le sue principali missioni quello di spiegare passaggi e tecnicismi, rendendoli quanto più immediati e appetibili. E, pur rimanendo a un livello inevitabilmente superficiale, ci riesce alla grande. Ci saranno, così, veri e propri siparietti con la celebrità di turno intenta a esporre in un discorso diretto con lo spettatore le basi della crisi, con linguaggio alla mano e in circostanze ancora più ammiccanti, a cominciare da una Margot Robbie impegnata in un bagno in vasca. Questa via di mezzo tra fiction e documento, con le spiegazioni rivolte direttamente allo spettatore, non mi è nuova ma, al momento, mi ricorda giusto il Riccardo III di Al Pacino, che di tanto in tanto si voltava verso il pubblico per giustificare salti di intere parti o riassumerne e commentarne altre.

La sfilata di stelle, comunque, non è solo quella dedicata alla didattica frontale. Da Chritian Bale a Brad Pitt, da Ryan Gosling a Steve Carell, è pieno di attoroni che in pochi frasi e movimenti degli zigomi ti tratteggiano un carattere, ed è soprattutto questo aspetto scorsesiano il bello del film. Rimane l’impressione, però, che a voler costruire una serie di personalità accattivanti, ci si sia ridotti a dipingere ogni strafottutissimo speculatore come un antieroe che salverebbe volentieri il mondo, ma è invece obbligato, suo malgrado, a limitarsi a diventare tremendamente ricco. (3,5/5) 

mistress americaMistress America. Mi dispiace non averne scritto prima, perché a Baumbach voglio molto bene, e da Frances Ha anche a Greta Gerwig. Attrice e personaggio molto intrigante, che ha scritto il film con Baumbach e dà sempre l’impressione di portare sullo schermo una buona parte di sé; una cosa che credo si possa definire autenticità, ma che nel caso della Gerwig sembra andare a braccetto con tanto intelligente lavoro di costruzione e, in un certo senso, sperimentazione. Mistress America è un film di amicizia femminile, (ancora) più minimale e logorroico di Frances Ha, e per questo meno immediato. Motivo per cui mi sono ripromesso di rivederlo, ma ovviamente non è ancora successo. Un film parlato fino alle estreme conseguenze, eppure non ridondante, o rintronante, e comunque piuttosto asciutto. Alla costruzione dell’originale personaggio affianca riflessioni universali sulla ricerca di qualcosa cui valga la pena di dedicare la vita, sull’arte, sulla fragilità dei rapporti e su come, tutto sommato, alcuni rimangano comunque sottopelle. Un gioiellino che dura quanto un tempo di un film medio di supereroi, un’ora e venti. Devo rivederlo. (4/5)