Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve 2017). L’assenza dell’uomo e la ricerca del desiderio

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’essere umano non esiste più, è questa la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Non esiste più una storia condivisa, non esistono dei luoghi reali dove un racconto possa essere vissuto trovando un contesto comune. Blade Runner 2049 è uno splendido film, opportunamente lontano e per certi versi antitetico al Blade Runner di Scott: se prima si indagava l’uomo, adesso a riempire il discorso è la sua scomparsa. Il mondo del Blade Runner di Denis Villeneuve è una matrice di non luoghi, totalizzanti e serializzati, utili a sintetizzare il necessario alla semplice sopravvivenza, o a testimoniare un passato che ormai nessuno più si prende la briga di rimpiangere.

Pur visualizzando un mondo più astratto e indefinito del suo predecessore, e continuando comunque a offrire speculazioni esistenzialiste, 2049 è un film molto legato alla realtà, alla nostra realtà e al nostro tempo. In un ambiente che non offre elementi di riferimento, la difficoltà a creare dei ricordi accomuna tutti, umani e replicanti, e per tutti le esperienze – e dunque i futuri ricordi – hanno natura artificiale. Dipendono da sovrapposizioni di immagini e dall’interazione con il virtuale, surrogati olografici che a loro volta superano la dicotomia fra umano e androide, ponendosi come intelligenze incorporee. Se il precedente era un film sullo sguardo e la scoperta, questo è un film che, in continuità con l’opera di Villeneuve, riporta l’ambiente come visualizzazione dell’interiorità dei personaggi, degli spazi spesso solitari, incredibilmente ampi, ma delimitati come delle gabbie. In questo ha un ruolo importante la fotografia di Roger Deakins, che confonde gli orizzonti e le forme con veli che limitano la visibilità dei quadri, sfumando nel colore puro. Negli interni, gli spazi ripieni di oggetti e ossessioni del film di Scott, qui sono sostituiti da geometrie vuote, le luci, prima tagliate e definite, diventano riflessi in continuo movimento, per un mondo che vive un periodo di elaborazione, che ha perso la sua identità e non ne ha ancora definita una nuova.

Il film si muove su molti livelli, la scelta estetica riporta anche al Tarkovskij di Stalker, con cui condivide il viaggio dei protagonisti alla scoperta dei propri desideri, timorosi della risposta ma incapaci di interrompere la ricerca. In Blade Runner 2049, l’androide K (Rian Gosling) identifica la presenza o meno dell’anima con un indice di cosa si è autorizzati a desiderare. Il legame è anche con Enemy, dove il doppio era il mezzo per confrontarsi con i propri desideri, mentre qui è lo stesso protagonista ad avere una doppia essenza, incerta, e impiega la sua intera esistenza nel tentativo di identificarla.

2049 è anche legame con la mitologia che lo precede, attraverso un intreccio di rimandi visivi e narrativi non ingombrati ma significativi, dall’aggiornamento del test Voight-Kampf al ritorno di vecchi personaggi con nuove funzioni, su tutti naturalmente il Rick Deckard di Harrison Ford. Ed è anche azione, confronti e duelli, da quello dall’impronta western in apertura, a quello fra K e Deckard, caratterizzato da frammenti di memoria olografica che riportano a Las Vegas Marilyn ed Elvis, unendo direttamente le nostre realtà. Bello anche il bacio che una delle antagoniste dà al protagonista, ricordando quello di Roy Batty al suo creatore, un misto di prevaricazione e disperazione. A voler indicare un paio di aspetti non del tutto riusciti, il primo sarebbe la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch. Non è chiara la vicenda che avrebbe portato alla sostituzione di Jóhann Jóhannsson, spesso essenziale nel cinema di Villeneuve, ma, come accaduto con Dunkirk, Zimmer fornisce un apporto d’impatto ma non particolarmente inventivo nei momenti puramente sonori, mentre nelle parti melodiche qui è troppo vicino all’opera di Vangelis. Il secondo appunto, più rilevante, riguarda quei due, tre ganci, a quanto pare ormai irrinunciabili, verso un possibile sequel. 2049 avrebbe meritato una compiuta indipendenza (che ovviamente non significa una perfetta chiusura), come quando si facevano film veri.

Concludendo, a distanza di 35 anni, a un Blade Runner sull’essenza dell’uomo se ne affianca uno sulla sua assenza, un titolo differente, ma capace di rielaborare quanto nell’originale c’era di futuristico e visionario, e renderlo anche più vicino al nostro presente. Mentre i sequel, remake e reboot del caso – da Star Wars alle saghe Marvel -tendono alla normalizzazione e all’appiattimento sul linguaggio fragoroso e vuoto del cinema di massa, 2049 abbraccia uno stile registico e narrativo molto definito, è un film d’autore, un film di Denis Villeneuve.

(4,5/5)

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Storie della tua vita – I racconti di Ted Chiang, all’origine di Arrival

9788820095833_0_0_1526_80Incuriosito dall’idea della raccolta sci-fi e dalla ricerca delle radici del recente film di Denis Villeneuve, mi sono buttato su questa fresca riedizione di Storie della tua Vita, antologia di otto racconti scritti da Ted Chiang dal 1990 al 2001. Storia della tua vita, lo scritto più corposo, è appunto quello alla base di Arrival.

Chiang ha vinto, negli anni, i più importanti premi del settore, e dovrebbe essere la prima volta che mi confronto con quella che credo si definisca hard science fiction, cioè una narrativa con un’attenzione particolare ed effettiva agli aspetti tecnici della questione. La cosa non mi ha convinto del tutto. Ho letto Dick, Gibson, gli Strugackij, Lem, altri in ordine sparso, e tutti, pur ricercando una coerenza interna, si rivolgono al fantastico e alla fantascienza per trovare il proprio modo di esprimere temi prettamente umanisti. Nuove tecnologie offrono possibilità e costrizioni utili a estremizzare e quindi raccontare aspetti della società, dei sentimenti, del pensiero, ma l’esistenza di quelle tecnologie rimane del tutto funzionale, affidata al piano concettuale. Nei racconti di Chiang, invece, l’idea tecnologica e la sua plausibilità conservano un ruolo centrale nel testo e nelle motivazioni che hanno spinto alla sua scrittura.

Il confronto fra il racconto di Chiang e il film di Villeneuve e dello sceneggiatore Eric Heisserer non è stimolante come quello fra Enemy e il libro di Saramago, L’uomo Duplicato. Lì le differenze sostanziali danno due opere vicine nei contenuti, ma nei toni, e alla fine anche nel messaggio, molto differenti, un notevole incontro di autori che rispecchia l’essenza e lo stile di ognuno, su medium differenti. Con Ted Chiang ho avuto più l’impressione di avere a che fare con il frutto del lavoro di un accorto scrittore part time, che con della letteratura, cosa che potrebbe, per me, rappresentare il limite del genere. Quello che sorprende, di un autore letterario, è la capacità di dar vita ai dettagli, alle vicende secondarie, alle costruzioni inattese della frase, con cui spesso racconta davvero, senza raccontare, al di fuori dell’intreccio. La scrittura di Chiang è estremamente diretta, dimostrativa, enuncia le sensazioni senza giustificarle, e in alcuni casi mi ha ricordato le sinossi di opere più ampie, dove lo scopo è comunicare il contenuto di un libro, non la sua anima. A Chiang va riconosciuta la paternità delle idee cardine di Arrival, ma il confronto vale soprattutto per valorizzare le scelte di regia e riscrittura. Il film riesce, infatti, a trasformare le idee in qualcosa di più complesso e significativo, di vicino ai nostri intimi timori.

La lettura del libro di Chiang, comunque piacevole e veloce, è spinta soprattutto dalla curiosità per la scoperta dell’idea che sarà al centro del racconto. Il contesto non è sempre futuristico, spesso l’ispirazione tocca figure e temi religiosi, domande tecnologiche si esprimono attraverso la descrizione di realtà fantastiche, in Settantadue lettere,  ad esempio, intrecciando contatti fra i golem, la robotica e la riproduzione artificiale. In alcune occasioni, come nel racconto finale Amare ciò che si vede, lo scrittore sembra individuare la suggestione tecnologica, senza dar conto delle connessioni e le moltitudini di effetti che la stessa provocherebbe sull’esistenza umana. L’esperienza e l’esistenza appaiono soggette a drastiche semplificazioni. In chiusura, anche nelle sue note, Chiang si dichiara ipoteticamente favorevole a una tecnologia che inibisca il riconoscimento della bellezza, cancellando dalla visione individuale le differenze estetiche. Lascia intendere una concezione piuttosto ristretta degli impulsi e le sensazioni degli esseri umani, che sembrerebbero dover esistere per tendere a finalità più integre e definite, non umane.

Arrival (Denis Villeneuve 2016). Il dono del nuovo monolite

arrival-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Il cinema di Denis Villeneuve è, in questo periodo, fra i più sicuri, definiti e riconoscibili. Il canadese è riuscito a portare la sua poetica nelle produzioni hollywoodiane, unendo le scelte autoriali con l’apertura a un pubblico ampio, apparentemente senza dover fare grosse concessioni o compromessi. Arrival, presentato come il suo primo film di fantascienza, ha in realtà un ottimo precedente nel fantastico di Enemy, rielaborazione profonda de L’Uomo Duplicato di Saramago, da noi inspiegabilmente non distribuito. Villeneuve sa dare ai suoi film una consistenza singolare, rendendoli freddi, granitici, cerebrali, e al tempo stesso diffusamente ambigui, empatici, risultato di una costruzione che evita accuratamente di dare troppo peso al focus narrativo. Oltre che al racconto Storia della Tua Vita di Ted Chiang, Arrival evoca il Kubrick di 2001, il Vonnegut di Mattatoio n.5, lo Spielberg di Incontri Ravvicinati, Il Nolan di Interstellar, la spiritualità di Malick, e sicuramente molto altro. Ma la riconoscibilità di Villeneuve sta nel modo di allontanarsi dalle sue storie, nella capacità di lasciar corrispondere l’intero film, il suo tono, con il messaggio. La rappresentazione vive di scelte in cui l’immagine costruisce ampie architetture dai colori uniformi, quindi le identifica nei primi e primissimi piani di volti e sguardi, riconducendo tutto alla descrizione di un’interiorità che lo spettatore è chiamato a esplorare, fino a identificare temi condivisi in cui rispecchiarsi. Un ruolo essenziale, nella riuscita della singolare alchimia, è quello di Jóhann Jóhannsson, autore di un tessuto musicale che sostiene e definisce l’atmosfera combinando, anche qui, la materialità dell’ambiente con il senso sospeso di muri sonori e accenti profondi. Così, nello scantonare il film dalla rappresentazione mainstream, è essenziale la scelta di cosa evitare di mostrare, lasciando che sottotrame ed elementi narrativi consequenziali e risaputi mostrino solo i loro effetti.

[Da qui, solo per chi ha visto il film] L’incontro fra la linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, e due degli alieni arrivati sul nostro pianeta a bordo di enormi gusci – le navi sono dodici, identiche e disseminate casualmente per il globo – è subito un evento che mette in gioco una serie di implicazioni sociali, culturali, una situazione complessa che sta portando il mondo alla rivolta interna e alla guerra interplanetaria. Ma al centro della storia, e della vita di Louise, c’è un lutto, la morte della giovane figlia. La presenza di Louise, e la presenza stessa degli alieni, ha uno scopo personale e individuale, come definisce anche il raccordo visivo fra lo “schermo” – in formato panoramico – dietro cui gli alieni osservano e si lasciano osservare dagli umani, e la grande vetrata sul lago della casa di Louise, luogo intimo e familiare che si sovrappone a quello extraterrestre, confondendo i due piani. Similmente ai celebri monoliti neri, i gusci si presentano come una cesura, anche grafica, nella storia dell’uomo, conservano un mistero e una conoscenza nuova, da elaborare e assimilare. Louise cerca una forma di comunicazione comune, ed è proprio nella particolare scrittura degli alieni eptapodi, circolare, senza inizio né fine e immediata portatrice di senso, che si riflette un modo differente di percepire il tempo, e di conseguenza di concepire l’esistenza stessa. Il punto che nella maggior parte della fantascienza viene bypassato attraverso provvidenziali ritrovati tecnologici, il nodo della diversità linguistica, qui diventa centrale, ed è la chiave per accedere, dopo aver citato Sapir-Whorf, a una diversa percezione della realtà, lasciando che la mente sia modellata da un diverso linguaggio.

Quella che sembrava una premessa, la perdita della figlia da parte di Louise, si rivela essere un evento cronologicamente successivo all’incontro con gli alieni. La futura madre, non più vincolata alla linearità temporale, conosce il destino della figlia, e lo accetta, scegliendo di metterla al mondo. All’interno di una storia che, pure attraverso una cronaca distaccata ed ellittica, presenta fobie e conflitti globali, il centro torna alle più profonde e irrinunciabili delle paure umane e individuali, quella della morte. L’altro episodio chiave, legato al generale che Louise persuade a non attaccare le navi spaziali, riguarda anch’esso una perdita, con il militare che, in un tempo futuro, rivela alla studiosa le parole che la moglie ha pronunciato in punto di morte, consentendo a Louise di riportargliele nel passato. Nella percezione circolare e completa dell’esistenza, la vita si presenta in ogni caso come “un gioco non a somma zero”, e il dono alieno, attraverso la “riprogrammazione linguistica” è la possibilità, per l’uomo, di accettare l’idea della morte.

Sulla strada del ritorno, mentre l’esterno sembra ancora una diretta emanazione delle suggestioni cinematografiche, l’ultimo album dei Flaming Lips è un adeguato distillato musicale di alienazione e intimità.

“Il desiderio di avere più mucche”

(4/5)

Sicario (Denis Villeneuve 2015)

locandinasicarioPer definire la mia idea di Sicario è stato utile l’ascolto, qualche giorno dopo, della colonna sonora di Jóhann Jóhannsson. Dalla visione di Enemy, cui sono seguiti Prisoners e Incendies, mi sembra che Denis Villeneuve sia uno dei registi più interessanti in circolazione; la sua filmografia fatta di titoli di una sola parola si compone di opere dense, oscure, complesse eppure dotate di un’essenzialità e un’attenzione al focus tali da renderli dei film a tesi. Dove i personaggi, seppure saldamente al centro delle loro vicende, ricoprono un ruolo soprattutto dimostrativo, quasi delle cavie nella mani del regista, che sperimenta su di loro la desolante percezione che ha della natura umana.

Sicario è, per molti versi, più semplice dei suoi predecessori. Specialmente la scrittura, opera di Taylor Sheridan, mostra una lineare superficialità che non fa sostanzialmente nulla per evitare i cliché del genere. Eppure riascoltare i suoni bassi e tribali di Jóhannsson, il fiume sonoro che attraversa praticamente tutto il film, mi ha convinto, una volta di più, di come la ricercata complessità al cinema sia molto spesso inutile, e come, ormai, una delle cose più interessanti che si possa chiedere sia dare per scontate le possibilità di un intreccio, per mettere in evidenza il tono, l’atmosfera, il timbro unico e riconoscibile dell’opera. Fra episodi che ricordano il violoncello di Ernst Reijseger per Herzog, altri le ripetizioni meccaniche, ossessive e incalzanti del Jonny Greenwood de Il Petroliere – cinema con cui condividere una certa esasperazione documentarista -, la colonna sonora ha un ruolo fondamentale nel sottolineare e accentuare le scelte stranianti della regia. L’azione è spesso seguita dall’alto, in carrellate aeree parallele al terreno che osservano e oggettualizzano i protagonisti e le loro iniziative, mentre la musica contribuisce a sprofondare lo sguardo, l’ambiente e i soggetti osservati in una dimensione comune che non ha niente di rassicurante. Nella sua semplicità, la narrazione riduce tutto alla messa in scena di rapporti di forza innati, primordiali, naturali, umani, conservando un tono teso e uniforme, fatto di diffusa inquietudine, dove viene comunque negata un’esplicita e consueta spettacolarizzazione che per lo spettatore rischierebbe di essere catartica e addirittura salvifica.

Il distacco non è solo spaziale, risuona nella protagonista, Emily Blunt, costantemente lontana dagli scontri, un’osservatrice tutt’altro che privilegiata che, impotente, guida il pubblico nella discesa all’inferno. L’altra figura principale, incarnata da un Benicio Del Toro impegnato nella più adamantina delle vendette, dal canto suo ribadisce la linearità del soggetto, ricordando un Ghost Dog posto in totale distonia dall’assoluta mancanza di ironia. Caratteristica comune a tutto il cinema di Villeneuve, che anche in un film come Enemy (al momento il suo miglior lavoro) cancella completamente lo spirito che nel romanzo di Saramago, L’uomo Duplicato, è invece presente. Più di un punto di contatto con Blackhat, con cui Sicario condivide la diffusione della tensione all’interno di un flusso filmico uniformemente corposo, e un’adesione profonda ad alcune abitudini del genere thriller poliziesco che consente di operare più in superficie, per un Villeneuve che in questo caso può ricordare Michael Mann con l’equalizzatore settato sui toni bassi. Autore incline a un estetismo asciutto non banale, gestore attento e originale degli spazi e delle luci, amante dei colori desaturati, mi sembra davvero la persona più adatta a portare curiosità su quell'”Untitled Blade Runner Project“.

(4,5/5)