The Florida Project – Un sogno chiamato Florida (Sean Baker 2017)

florida project slowfilm recensioneTutte le storie sono state raccontate. Chi vuole continuare a raccontare storie, per dare loro un senso, deve aver voglia di trovare il modo giusto. Sean Baker, con The Florida Project, riesce a farlo.

Attorno a Disneyland, in Florida, i complessi residenziali popolari, come per ibridazione o necessaria propagazione di un virus, sono sgargianti, coloratissimi castelli pronti ad accogliere il turista con la giusta facciata. Le storie che abitano quei castelli, invece, sono drammaticamente umane, spesso decadenti, a volte disperate. Eppure il film, senza negare né nascondere quel che accade dentro e attorno quegli psichedelici hotel color pastello, conserva un registro aperto, vivo. Con una gestione dei quadri e dei tempi fortemente documentaristica, dal principio ci permette di far parte di un gruppo di bambini, impegnati a vivere le loro avventure distruttive lì, nella periferia di un mondo incantato. Lo sguardo li segue mentre vagano fra negozi coloratissimi piantati nella vastità di parcheggi grigi. Negozi che, in un luogo dove tutto prova a essere animato e coinvolgente, finendo per raccontare più di ogni cosa la propria artificialità, si preoccupano di incarnare didascalicamente la propria funzione. Si passa davanti una enorme mezza arancia, un gigantesco mago posticcio, un incombente gelato con i bastoncini di zucchero. Si raccontano le scorribande dei piccoli protagonisti e le loro vite familiari, incrociando frammenti di realtà – atri incidenti, altri volti – che ricordano come quella che stiamo seguendo sia una fra migliaia di esistenze simili, ciascuna resa unica dal dover affrontare individualmente le proprie difficoltà.

A fare da arbitro un ottimo Willem Dafoe, sorta di manager – portiere tuttofare. Lo sguardo è quello della macchina digitale che osserva, cercando espressioni realistiche, ma, assieme a Dafoe, l’attrice Bria Vinaite – che interpreta Halley, la madre della bambina capobranco – e i piccoli protagonisti, danno una buona mano alla riuscita del tutto. Dalle giornate fanciullesche, l’attenzione si sposta gradualmente verso Halley, consentendo al film  di cambiare tematiche e punto di vista, senza tradire l’impostazione iniziale, che si rivela più ricca e capace di quanto potesse sembrare. The Florida Project non priva mai i personaggi della loro umanità, anzi, anche nei loro errori, sembra volerli ringraziare per la loro capacità di continuare a coltivarla. Nonostante, tutto attorno, per una volta sia proprio la realtà a provare a fuggire dalla realtà, immergendo le vite in prospettive irreali e grottesche.

 

 (4/5)

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