American Animals e la mancanza di film coi controcazzi

Non vedo film coi controcazzi da un tempo ormai ingombrante. Non che sia brutto, American Animals, il film che Bart Layton ha per la prima volta mostrato al pubblico nello sfavorevole anno di nostro Signore 2018, e portato anche in Italia nello sfavorevole anno di nostro Signore 2019. Dicevo, non che sia brutto, ma ho capito che ha soprattutto investito in una branca del marketing che in qualche modo deve essermi contigua. L’ho visto spuntare fuori ovunque e mi dicevano questo è per te, è una gran figata ficata, non è il film della vita, ma ha in serbo un certo numero di sorprese. Sono nel target di American Animals, mi sta bene, ma proprio per questo avrebbe dovuto darmi di più. Perché non riesco neanche a vedere più tanti film, e allora quelli a cui mi dedico devono essere capaci di ricambiarmi. Scrivere anche del film? Sì, un po’ scrivo anche del film. Solo un po’, che chi diamine legge più di film. Ecco: Si punta tutto sul fatto che la ricostruzione della rapina sia una fedele ricostruzione della rapina che hanno costruito quattro ragazzi nel 2003 per rubare libri con gli animali, molto preziosi, libri grossi e antichi. L’altra cosa su cui si punta molto, ma proprio molto, è che a certificare la fedeltà della ricostruzione della rapina compaiano nel film anche i veri ladri. Detenuti. La rapina non è andata bene. Ci sono gli attori che fanno i ladri, e i veri ladri che certificano la veridicità di quel che dicono gli attori. Come se avessi bisogno di sapere che qualcosa sia reale, per crederci. Come se avessi bisogno di credere che c’è una una realtà in cui credere. Come se la realtà cinematografica non sia sempre stata molto più adeguata della realtà reale. Insomma questi quattro ragazzi pianificano, molto accuratamente. Al punto che vogliono trovare a chi vendere, prima di rubare, disegnare fedeli ricostruzioni della biblioteca universitaria che custodisce i libri molto preziosi, prima di provare a prenderli, studiare i tempi i movimenti le fisionomie le abitudini il ph della pelle di chi lavora nella biblioteca, prima di ogni altra cosa. Ma tutto questo è inutile, perché American Animals racconta il colpo di non ladri, che hanno visto i film di rapine e immaginano come rifarli, ma non possono, perché sono film. E non è che semplicemente le cose vanno male, è che tutti quei preparativi non servono assolutamente a niente. Quindi abbiamo un film di rapina che non può essere un film di rapina, per l’inadeguatezza dei suoi protagonisti, che hanno scambiato, loro, non noi loro, la realtà con dei film e poi viene Bart Layton a infilare la realtà, viziata all’origine, nel suo film dalla sorprendente consistenza documentaria. E insomma il film si regge proprio su questa spirale, sull’essere e non essere, sul rendere filmica la vita ma dimostrando che la vita non è filmica, e per quanto l’idea possa avere un suo senso, ti assicuro, Bart Layton, che non è bastata, da sola, a farmi rimanere con la bocca aperta per due ore. Se mi fossi accorto prima, Bart Layton, che sei lo stesso che sette anni fa aveva fatto The Imposter, avrei visto questo tuo nuovo film con minori aspettative, forse non l’avrei visto, cosciente di essere più che altro incappato in una targetizzazione abbastanza accurata. Ma non è un brutto film, c’è il ragazzo strano de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ce n’è un altro che in più di un momento è uguale al giovane Malcolm McDowell, quindi un ragazzo cui affezionarsi. Ma la spirale, gli incroci fortuiti di sguardi fra attori e veri ragazzi ladri, non bastano. Dopo un milione di righe, dai margini puntualmente giustificati, mi sembra chiaro che non bastino, come è chiaro che da troppo tempo non veda più un film coi controcazzi. E lo so, sarà difficile spiegarlo, impossibile far capire che è uno degli autori, forse l’autore, cui in assoluto voglio più bene, ma il prossimo film di Jarmusch sarà il film più brutto con il cast più bello di sempre. Lo si è capito dalle prime foto, da tutti quei nomi stupendi, dal precedente autoreferenziale di Only Lovers Left Alive, dalla distanza fin troppo ricercata dall’ultimo Paterson che è invece una meraviglia. Ma andrà così, succederà fra pochi giorni, ma anche se fossimo già nel 2020, saremmo comunque in uno sfavorevole anno del nostro Signore.

(3/5)

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Gimme Danger (Jim Jarmusch 2016) Iggy Pop si racconta e ricorda gli Stooges, in una centrifuga di suoni, immagini e rumori

gimme danger slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Al cinema è una serata speciale, costa dieci euro. È speciale perché costa dieci euro. Costano di più, e non ci sono possibilità di riduzioni, le proiezioni di film aggressivamente mainstream, dagli Star Wars in giù, per identificare in questo modo la potenza dell’evento. Stesso destino per le proiezioni che hanno una distribuzione limitata a un paio di giorni, perché sono cose molto ricercate, per un pubblico motivato che in questo modo sostiene lo sforzo di portare in sala, seppure per poco, titoli che altrimenti non arriverebbero ai cinema italiani. In un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film normali, con registi e attori normali, in un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film con Colin Firth.

Andiamo a Gimme Danger, un documentario indirizzato ai fan degli Stooges e a quelli di Jim Jarmusch (reduce del bellissimo Paterson). Io faccio parte dei secondi, ma a poter essere davvero contenti – e neanche con assoluta certezza – potranno essere i primi, che si delizieranno del lungo racconto di Iggy Pop. L’Iguana, che quest’anno ne compie settanta, è seduta su un trono, con la faccia conciata di sempre, le vene delle braccia in rilievo, i piedi nudi e le dita disidratate delle mani che intrecciano quelle dei piedi. Oppure è seduta su una più umile sedia, dietro di lui s’intravede una lavatrice e dei panni, una lavatrice come quella che faceva da sfondo alle interviste a Neil Young in Year of the Horse. Non credevo che l’avrei ritrovata, mi era già sembrata un grumo di minimalismo un po’ forzato. Invece rieccola, deve significare qualcosa, questo associare il rock alla pulizia dei propri abiti, alla centrifuga, a un elettrodomestico bianco di forma parallelepipedale, ma non saprei dire cosa, non con apprezzabile certezza. Iggy racconta, snocciola aneddoti, sulla sua gioventù, sulle prime band, la passione per la batteria, l’incontro con quelli che saranno gli Stooges, la vita da comunista, perché condotta in una comune con i soldi in comune, la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 nella sua interpretazione materiale e disincantata, e un mucchio di altre cose. I primi concerti, le droghe, gli scioglimenti e le riunioni della band, naturalmente.

Il film prende una forma piuttosto canonica, con i frammenti di intervista mescolati a immagini e brevi filmati d’archivio, agli incontri con altri membri del gruppo. Mentre il batterista Scott Asheton appare spiritualmente dislocato in un tempo che non è precisamente quello presenziato dal suo corpo, un cenno particolare lo merita il chitarrista James Williamson. Sembra essere l’unico a cui tutto accade naturalmente, senza conseguenze considerevoli: splendida e trasgressiva icona rock, quando il suo ruolo è quello, nel 1975 diventa un perfetto ingegnere elettronico. Elegantemente imbolsito nei suoi lineamenti e nella consistenza peculiarmente americani, dopo essere andato in pensione alla Sony torna sul palco con Iggy negli inoltrati anni ’00. Ed è bello pensare a questo ingegnere abbastanza anziano, abbastanza in pensione, da poter tornare a fare rock pesante, cattivo, teatrale.

Al centro di Gimme Danger c’è il racconto, non la musica. Così, con l’eccezione dei titoli di coda, non si ascolta mai un pezzo per intero. Ci sono riff, cenni di testi e di performance, che si interrompono dopo alcuni secondi, per dare spazio ad altri aneddoti e poi ad altri pezzi di canzoni. L’ho trovato piuttosto limitante e, alla lunga, frastornante. Mi sta bene l’epica, ma avrei preferito assistere anche alla musica. Contribuiscono alla visualizzazione del racconto delle ricostruzioni animate, non lontane dallo stile del pythoniano A Liar’s Autobiography, e il montaggio di decine di riferimenti esterni. Spesso richiamati dal regista in immediata e didascalica corrispondenza: si pronuncia Famiglia Addams, film anni ’50, Tre Stooges, salto nel vuoto? Li si vedrà immediatamente materializzare sullo schermo, in un montaggio frammentario e sincopato che è solitamente quanto di più lontano dallo stile di Jarmusch. Il film è un accorato omaggio di un fan alla rockstar con cui aveva già avuto modo di lavorare in Coffee and Cigarette e Dead Man. Prosegue in questo modo per poco meno di due ore, elencando le band influenzate dallo sperimentalismo degli Stooges e senza mai nominare, d’altra parte, correnti come il punk o la scena indipendente, se non per affermare di non farne parte. Gimme Danger racconta una storia a sé, un personaggio che si è guadagnato il diritto ad alzare entrambi i medi in direzione del resto del mondo, e non si fa scrupolo ad esercitarlo. La notte dopo la visione, il sonno è stato un gran frastuono, circolare, primitivo, ossessivo. In questo, probabilmente, il film è arrivato dove voleva.

(3/5)

What Happened, Miss Simone? (Liz Garbus 2015) Ritratto di una regina in frantumi

miss simone slowfilm recensioneSe c’è stata davvero una regina, questa è stata Nina Simone. Se c’è stata, nello stesso tempo, una regina decaduta, incapace di comprendere e controllare prima di tutto se stessa, questa è Nina Simone.

Nina Simone è la bambina che sogna di essere la prima pianista classica di colore; la donna che vede crescere la sua fama guidata da un marito violento, e si annulla in una visione radicale della lotta per i diritti civili; la donna ormai disgregata nei disturbi psichici, che non sa come elaborare il suo passato. Il documentario di Liz Garbus è bello e doloroso, un incontro con ricordi filmati, scritti e raccontati, che tratteggiano con efficacia, seppure per grandi linee, la vita della voce femminile più affascinante e intensa della storia della musica. È proprio il lato musicale quello che, forse, avrebbe richiesto più spazio – la musica che sembra completamente possedere e consumare Nina -, tanto coinvolgenti sono le performance e le evoluzioni artistiche, ma la panoramica è inevitabilmente parziale.

Nei filmati d’archivio Nina brucia il pubblico con lo sguardo, durante i concerti, a volte lo insulta e appare spesso sull’orlo di un attacco d’ira. Poi si siede al piano, suona – sempre, anche negli anni più difficili – senza indecisioni, trascinata da una forza devastante, le dita volano sui tasti e l’unica cosa più potente di quelle note è nella sua voce. Una moltitudine di colori, un accesso diretto all’anima, alla sofferenza, e ancora alla dolcezza e al romanticismo. Il film di Garbus riporta l’impeto ipnotico, che conosciamo, della musica di Nina Simone, così bella da apparire perfetta e assoluta, e lo immerge nelle contraddizioni, le spaccature di un’esistenza sempre tragicamente fragile eppure inscalfibile. Un suono e una voce tanto meravigliosi e avvolgenti, quanto inafferrabili e drammaticamente umane sono le vicende da cui nascono. Il modo più difficile di fare arte, forse l’unico.

Il film, candidato all’Oscar, si vede su Netflix (oppure, per il momento, su youtube con sottotitoli in francese). Qui il trailer.

(4/5)

Bella e Perduta (Pietro Marcello 2015). Il cinema ritrova il suo legame con l’intimità delle cose

bella e perdutaPubblicato su Bologna Cult

Distribuito in una manciata di sale, Bella e Perduta è fra le cose migliori che possa accadere di vedere. Il film di Pietro Marcello (autore dell’altrettanto riuscito La Bocca del Lupo e de Il Passaggio della Linea) trova nel realismo poetico e magico, nella commistione fra documentario e finzione, il modo per descrivere la realtà in modo personale e coinvolgente. Racconta l’abbandono dei nostri tesori nell’abbandono della Reggia di Carditello, che un angelo prova a salvare dal suo disfacimento; racconta la terra dei fuochi e realtà rurali apparentemente fuori dal tempo, che attraverso l’accostamento a materiale di repertorio incarnano il raccordo fra l’antico e il contemporaneo. E caratterizza il suo racconto con la figura fantastica e onirica di un Pulcinella, riportato a sua volta al ruolo di tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Richiamato da una dimensione sospesa dove le maschere napoletane passano il tempo a giocare a carte e mangiare fave, Pulcinella attraversa il Paese accompagnato da Sarchiapone, un giovane bufalo maschio, animale di nessun valore per gli allevamenti dedicati alla produzione delle mozzarelle.

Pietro Marcello intreccia i diversi livelli – il documentario, i filmati di repertorio impreziositi dalla patina del tempo, la creazione fantastica – portandoli armoniosamente – e dolorosamente – a descrivere il rapporto fra la natura e l’uomo. Riporta gli spazi in immagini intense e sincere, mai banalmente estetizzanti o forzatamente elegiache, ricerca negli stessi le nostre radici, la nostra bellezza e il tradimento della stessa. Allo stesso modo si avvicina all’innocenza irrinunciabile degli animali e a volti e sguardi umani segnati dal tempo, in una narrazione fatta di brevi incontri e piccole vicende, immediatamente descrittive e significativamente universali. Abitato da persone reali e attori non professionisti, Bella e Perduta trova nelle figure di Pulcinella – un ipnotico Sergio Vitolo, la cui vicenda ricorda in parte quella degli angeli di Wenders – e di Tommaso Cestrone, l’Angelo di Carditello, due figure che riportano il cinema al suo legame privilegiato con l’intimità delle cose.

(4,5/5)

The Possibilities are Endless (James Hall, Edward Lovelace 2014) – l’intenso percorso di Edwyn Collins

the possibilities are endless, recensione, slowfilm, edwyn collinsNel 1994 ero a Napoli in Piazza del Gesù a comprarmi Gorgeous George, album di Edwyn Collins che figura in una rosa di una trentina (considerando tutto Tom Waits come opera unica) che ascolto sempre, musica immortale di varia provenienza ed estrazione. Mentre Silvio Berlusconi si piantava per la prima volta nei nostri fianchi e i Pink Floyd passavano da Roma per un concerto che sarebbe entrato nella storia più di quanto al tempo fosse lecito pensare, compravo Gorgeous George spinto – come allora s’usava – dall’istinto e la fiducia per il singolo spaccaculi A Girl Like You, il cui video passava per un qualche canale che non era ancora Mtv. All’uscita del negozio col disco di Collins in mano, incrocio un anglosassone dai capelli rossicci, e non posso fare a meno di credere fosse esattamente uno Scozzese, che indica il disco, sorride e dice “very good”. Le possibilità sono infinite, e fra queste c’è quella di incontrare uno scozzese a cui piace Edwyn Collins mentre esci da un negozio di dischi in Piazza del Gesù a Napoli con il cd di Gorgeous George. Per questo, e per un più recente motivo troppo difficile da rendere, Edwyn Collins è l’uomo delle coincidenze.

Ho poi seguito Collins nella sua apprezzabile discografia e scavato nel passato degli Orange Juice, ma come spesso (sempre) accade il primo disco che incontri di un artista rimane il suo migliore. Poi, molto poi, in una pigra ricerca in rete, scopro che il buon Edwyn è stato vittima di un ictus e si sta faticosamente riprendendo. Dispiace, perché questo geniale personaggio dal volto peculiarmente espressivo, ironica trasfigurazione di Elvis e straordinario talento musicale, è uno di quelli a cui ti affezioni, anche solo sulla fiducia. È poi di queste settimane la sorpresa della scoperta di The Possibilities are Endless, documentario su e con Edwyn Collins, di passaggio per il Biografilm in una sala con una dozzina di spettatori, asserragliati nel cinema mentre all’esterno infuria la festa d’inaugurazione del Biografilm stesso.

Se qualcosa è passato del calore e l’affetto cui tende questa aneddotica spinta, è da traslare verso il documentario di James Hall e Edward Lovelace, che conferma tutto quanto d’umano, affascinante e artisticamente potente si era fin lì intuito su Collins. Una sostanziosa prima parte di The Possibilities are Endless si sviluppa in una descrizione naturalistica ed empatica che è da tempo obbligatorio definire à la Malick. Il mare, il vento, la luce, gli alberi di Helmsdale, luogo magnifico dove il musicista vive con la moglie e il figlio, sono protagonisti della scena, mentre la voce over delle prime parole di Collins, che gradualmente mettono a fuoco gli spazi, segnano il risveglio e la lenta ripresa di coscienza. Nella seconda parte si racconta il rapporto con la moglie Grace Maxwell, fondamentale nel processo di guarigione del marito, che riconsidera la propria vita e le priorità, e attraverso graduali miglioramenti riprende a formulare frasi di senso compiuto, a scrivere e a disegnare, e ricomincia a fare musica.

The Possibilities are Endless è un film equilibrato, coinvolgente e significativo e mai patetico, attento alla costruzione dell’immagine e alla sua forza evocativa e non stucchevolmente estetizzante, è il toccante ritratto di un uomo, fra l’altro, capace di musica eccellente.

(4,5/5)

Baraka (Ron Fricke 1992)

baraka-locandinaVent’anni prima di Samsara, c’è Baraka (benedizione). Sono davvero due film gemelli, quindi gran parte di quanto scritto per il primo, vale anche per il secondo. D’altra parte, vent’anni non passano mai inutilmente, e assieme ai parallelismi scorrono le differenze nella maturità artistica, nella scelta dei soggetti e nel modo di trattarli, nella filosofia di fondo. Viste le due opere a ritroso, non si può non notare in Baraka uno sguardo meno impietoso e disilluso, meno straniante e lacerante.

Milioni di persone, centinaia di luoghi nel mondo, legati da raccordi ideali, visivi, concettuali. Baraka ha come filo conduttore la rappresentazione della spiritualità, declinata nei modi più vari e accolta dai diversi luoghi di culto. Ma anche stavolta le masse in movimento si trasformano in flussi, e i flussi sono ricondotti a ricorsività meccaniche e impersonali. La rappresentazione accelerata del tempo isola il movimento, un movimento infinito e indefinito che accomuna la produzione e la distruzione, e rende invisibile l’individuo.  Se in Samsara era il performer Olivier de Sagazan, quadro vivente di Bacon, a esplicitare la cifra morale – nient’affatto neutrale – dell’autore, anche qui il film è tagliato a metà da un volto cieco e allucinato, trasfigurato in un urlo muto.

Eppure Baraka ha ancora un’anima umana, ed è ancora propenso a mostrare, più che a raccontare. A spezzare la ricorsività del movimento sono, di tanto in tanto, i volti, gli sguardi diretti verso lo spettatore con cui delle persone – spesso bambini – rivendicano la realtà della loro esistenza e del loro stato. Baraka incarna una testimonianza preziosissima, esteticamente straordinaria, senza raggiungere l’espressione paradossale della ripetizione, la simmetria, la potenza destabilizzante di Samsara. O forse proviene da un tempo che ancora non lo costringe a tanto.

Consiglio il bel doppio home video con entrambi i film, ma anche Baraka è online.

(4/5)

Femen – Ukraine Is Not a Brothel (Kitty Green, 2013), Stop the Pounding Heart (Roberto Minervini, 2013), dal 10° Biografilm Festival

femen slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Dalla decima edizione del Biografilm Festival due film molto diversi, ma anche due modi di riflettere sulla condizione delle donne, muovendosi fra modalità rappresentative distanti, entrambe efficaci e coinvolgenti.

Femen – Ukraine Is Not a Brothel (L’Ucraina non è in Vendita), sarà al cinema Arlecchino sabato 7 giugno alle 19.00 e mercoledì 11 alle 18.00, all’interno della sezione del Biografilm Contemporary Lives. Kitty Green ha seguito il movimento femminista ucraino per un anno e mezzo, e ha realizzato un documentario che riesce a restituire la complessità che si cela dietro un’idea esteriormente semplice. Celebre anche in Italia, il gruppo nato nel 2008 ha trovato spazio sui media protestando a seno scoperto contro la società maschilista e patriarcale ucraina, per aprirsi poi ad altri argomenti sociali e muoversi di volta in volta contro gli europei di calcio, contro Aleksandr Lukašenko, en passant contro Silvio Berlusconi. Manifestazioni in topless, sintetici slogan scritti sulla pelle, le proteste di queste ragazze si concludono invariabilmente con la polizia che le porta via di peso.

Se le immagini, i messaggi, i metodi sono semplici e immediati, Kitty Green sa muoversi con sicurezza sui piani più nascosti e interessanti della vicenda, dove tutto si fa molto meno lineare. La prima parte si concentra sull’impatto generale, sulla protesta femminista contro una società, e un’Europa, che vedono le donne ucraine come una merce, dei corpi da sfruttare. Si racconta una manovra di comunicazione tutto sommato efficace, messa in atto da ragazze consapevoli, coraggiose performer. I media anche italiani, d’altronde, si sono dimostrati disposti a diffondere le dimostrazioni delle Femen come effettive azioni di protesta, pur confinandole e identificandole quasi sempre nello spazio di gallery fotografiche.

Gradualmente il film si avvicina alle storie personali, e attraverso queste ricostruisce anche la vera storia di Femen. A guidare il gruppo e pianificare le azioni, e sostanzialmente a comandare le ragazze è un uomo, Viktor, anche lui intervistato dalla Green, che si sofferma sul suo sguardo spiritato. Su “confessione” di Viktor, che dimostra di saper fomentare la discussione con una certa scaltrezza, le Femen vivono il paradosso di combattere un sistema maschilista attraverso un’organizzazione patriarcale a sua volta, e il demiurgo del gruppo indica se stesso come il frutto di una società guasta, il prototipo del nemico che le Femen combattono.

C’è moltissimo spettacolo nella storia di Femen, indissolubilmente intrecciato con vite reali, che scopriamo attraverso i racconti in primo piano fatti da donne del tutto consapevoli, innegabilmente coraggiose, protagoniste di un corto circuito che gioca sulla continua esplicitazione delle contraddizioni. Tutto è molto trasparente, le ragazze ricostruiscono con lucidità la loro condizione e le loro motivazioni. Lo stesso film, nel suo impianto complessivo, si configura come una spirale, e nel finale sembra non voler negare del tutto il valore comunicativo e sociale dell’operazione, insinuando l’idea che se il movimento invece di un padre avesse, più logicamente, una madre, le azioni sarebbero percepite come maggiormente legittime e coerenti, pur conservando sostanzialmente la stessa forma e finalità.

Il lavoro di Kitty Green è in oscillazione fra le storie individuali, la piccola storia del gruppo e l’operazione di risonanza mondiale; e ancora fra il racconto di un atto dimostrativo che viene (inevitabilmente) colto dai media nella sua esteriorità, e la realtà da cui quell’atto nasce. Femen è un’opera, completa, compiuta, definita, su una storia che ha molti aspetti non definibili.

Con retrogusto amaramente kusturiziano – ricordate Pit Bull, sparata nell’auto del pappone di Gatto Nero Gatto Bianco? – il film inizia e finisce con la dance barocca di Rasputin.

stop the punding heart slowfilm recensioneNell’ambito di Best of Bio, venerdì 6 giugno l’Odeon ha riproposto Stop the Pounding Heart, documentario di Roberto Minervini vincitore del David di Donatello. Film avvolgente, magnetico, che porta lo spettatore in una comunità rurale del Texas, dove troviamo Sara, che assieme ai suoi numerosi fratelli è cresciuta dai genitori, allevatori di capre, secondo i rigidi precetti della bibbia. Se nel film di Kitty Green tutto viene detto, qui tutto viene mostrato, e la storia si svolge nei boschi fitti, nella aie fangose, negli sguardi e sui volti dei protagonisti. Per il ruolo di primo piano che ha la natura, al contempo pervasiva e distante, sarebbe semplice (e spesso è stato fatto) evocare Malick, le sue rappresentazioni poetiche e intense. Ma la natura di Stop the Pounding Heart non è poetica come quella di Malick, che alla scoperta del vento, degli spazi, degli elementi porta dei personaggi che vengono dall’esterno, come ne La Sottile Linea Rossa, oppure idealizza la Natura in una eterea figura femminile, a completare l’apparato teorico del regista, come in The Tree of Life o I Giorni del Cielo.

La natura che ci mostra Minervini è il luogo sì vivente, ma delimitato e delimitante, drammaticamente concreto, in cui i protagonisti del film sono nati e cresciuti. Una realtà dove i bambini che giocano nel fango sembrano prigionieri di una bolla, dove lo svago principale, che tu sia un allevatore o una donna prossima al parto, consiste nello sparare ai bersagli con armi di vario calibro, dove i genitori impartiscono a tutti i loro figli un’educazione casalinga, cristiano conservatrice, i cui insegnamenti fondamentali sono rivolti a soffocare il desiderio di fuga. Si configurano come due poteri, la natura e la religione, due ordini di regole che si intrecciano, ognuno a completare la recinzione dove l’altro potrebbe presentare delle debolezze. In questo, risulta ancora più arcaica e soffocante la condizione delle donne, racchiusa nei discorsi che la madre di Sara fa a sua figlia, ricordandole come la Bibbia identifichi nella donna uno strumento la cui finalità sia aiutare l’uomo, in riconosciuta e consapevole sottomissione.

Minervini realizza un documentario di finzione, con i protagonisti che portano avanti la propria vita come in assenza della macchina da presa, ma non spinge la costruzione di un intreccio così avanti da compromettere il valore puramente documentario del film. Mostra un mondo, i suoi colori, gli animali, le sfide e i brevi racconti di esistenze ai margini, mostra una luce mai limpida e lascia trasparire, attraverso i desideri di Sara, una possibile evoluzione degli eventi, ma consentendo al film di conservare il suo attaccamento all’arco temporale limitato, senza forzarlo.

Il documentario, privo di colonna sonora extradiegetica, inizia e finisce con il silenzio abitato dai belati delle capre e le folate di vento, prolungato sui titoli di coda che passano su schermo nero.