Your Name. (Makoto Shinkai 2016) Un ottimo script per un successo meritato

your name slowfilm recensioneNel recente gruppone ho colpevolmente dimenticato di citare Your Name, che, lo dico subito, è un gran bel film. Ha avuto un successo enorme in Giappone ed è stato sporadicamente distribuito anche da noi. Il fatto che il soggetto riguardi lo “scambio di corpi” fra una ragazza e un ragazzo mi vedeva piuttosto scettico, essendo una traccia piuttosto logora e spesso non proprio legata a capolavori del cinema. Invece questo aspetto di Your Name è, appunto, una traccia non secondaria, ma che fa parte di un meccanismo molto più complesso, che tratta anche lo scambio in modo funzionale e originale. Per farla breve, quella del film di Makoto Shinkai è una delle migliori sceneggiature in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e non parlo solo del settore dell’animazione.

Shinkai è l’autore di Oltre le nuvole, il luogo promessoci, distribuito ultimamente anche in Italia, 5 cm per second e Il Viaggio Verso Agartha – Children Who Chase Lost Voices From Deep Below, che hanno cose buone ma non mi avevano particolarmente convinto. Anche Your Name ha un design dei personaggi piuttosto standard e un labiale che non cerca corrispondenze con il parlato, mentre i fondali e tutte le animazioni che non riguardano le figure umane sono efficaci e curati. E, soprattutto, ha uno script che amalgama e valorizza tutte le sue parti, quella fantastica, sentimentale e giovanile. Un successo, questa volta, ampiamente meritato.

(4,5/5)

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Madre – Mother e la violenza della creazione (Darren Aronofsky 2017)

mother slowfilm recensioneMother, l’Aronofsky ancora in sala, ribadisce – dopo i fischi di Venezia e gli articoli alla ricerca del modo migliore per sembrare sprezzanti e divertenti – come tanto il pubblico quanto la critica si senta ancora offesa quando una grossa produzione si distacca dall’abitudine. Mother è un film anomalo  – non sconvolgente, ma anomalo sì – e questo è un bene, è arrogante ed eccessivo, e questo non è necessariamente un male. Aronofsky è uno che non si frena, concettualmente e visivamente, e la sua frenesia accosta, spesso fonde, capacità espressive ricercate e raffinate a simbolismi di raro ed esplicito narcisismo. Un’allegoria biblica con Javier Bardem nei panni di Dio,  Jennifer Lawrence in quelli della Madre (Natura, Terra, tutto ciò che serve a far nascere la vita), isolati in una casa sperduta nel bosco, unico teatro di tutto. In un’atmosfera, da principio, da thriller familiare e psicologico, la loro solitudine sarà spezzata prima da Adamo ed Eva, da Caino e Abele, quindi, in seguito alle creazioni del Poeta Bardem, arrivano le folle, le masse, e con loro il fanatismo e la guerra.

Aronofsky racconta una moltitudine di situazioni, e sensazioni, spesso contrastanti e comunque compresenti, avvicinandosi e scrutando i volti dei protagonisti, che riempiono lo schermo nei primissimi piani. Sono un amante dei campi lunghi e degli spazi vuoti, ma raramente ho visto gestire delle visioni così ravvicinate in modo tanto efficace e dinamico, ricordando gli spazi, la geografia, nei particolari anatomici e nelle variazioni espressive dei volti. Bardem e Lawrence, quanto i coprotagonisti Michelle Pfeiffer e Ed Harris, sembrano interpretare perfettamente la direzione di Aronofsky, che sovrappone volti ed espressioni, li alterna come in una partitura ai luoghi, gli oggetti, i colori, i muri, le superfici, gli antri – i ventri – nascosti, i dettagli della casa, materiale e organica, ancora incompleta. Riporta in ogni inquadratura la sensazione individuale e diretta e un suo significato impersonale, legato al senso universale del film.

La religione è violenza, sono violenza le esasperazioni della contemporaneità e il rapporto fra donna e uomo, c’è violenza nella spiritualità, nel narcisismo proprio del Creatore e nella protezione in cui si vole rinchiudere le proprie cose e i propri figli. Mother non è un film equilibrato, porta la violenza nel suo stesso linguaggio, nella bulimia del suo discorso, unisce l’allegoria biblica con il semplice fastidio per le persone che invadono la privacy, il sarcasmo verso la retorica cattolica della condivisione e del perdono, con la visione conservatrice dell’uomo creatore e la donna che “è la casa”, gli spazi animati e i tessuti anatomici che si innestano nella materia artificiale di Polanski e le fredde efferatezze di Greenaway, irrazionali e da sempre parte della realtà  creata quanto dei cicli naturali.

Qualcuno ha abbandonato la sala, altri quando si sono accese le luci avevano sguardi offesi e impietriti. Imperfetto e barocco, autoindulgente ma autentico e potente nell’individuazione e la rappresentazione del dolore, Mother non lascia indifferenti, nei giorni cresce, e lo si può considerare un ottimo risultato.

(4/5)

Twin Peaks 3, fino alla fine

twin peaks 3 fino alla fine

Di Twin Peaks ho già scritto, dopo quella puntata 8 che rimarrà nella storia come La Puntata 8 di Twin Peaks. Qui, a stagione completa, devo solo formalizzare una cosa: Twin Peaks 3 è un capolavoro, per le serie tv, il cinema, la videoarte, l’audiovisivo tutto. Insomma volevo lasciare testimonianza di questo incondizionato entusiasmo.

In 18 puntate da un’ora, ha dato sempre l’impressione di essere esattamente quel che gli autori volevano che fosse. Uno spettacolo denso di una tensione e spesso un orrore così surreale, così diffuso nei tempi e nei dettagli, da rendere ogni scena un’autonoma meraviglia. Una libertà contenutistica ed espressiva sfrenata, che arriva a noi come una superficie affascinante e spesso imprevedibile, sotto la quale si avvertono un impianto teorico e una continuità stilistica rigorosi: anche gli episodi e le visioni più spiazzanti, una volta assorbito il colpo, ci si rende conto che non avrebbero potuto essere in alcun modo differenti. In quest’opera di Lynch ci sono l’ironia (anche nei confronti dello spettatore), la digressione, l’autocitazione, la follia, il perfezionismo, e in ogni momento c’è la necessità. Così, anche se spesso quel che si racconta ha premesse fantastiche o surreali, il rimando è sempre a un frammento di realtà, alla descrizione di un orrore comune e quotidiano.

Dalla giovane tossica, madre del bambino che si avvicina all’auto esplosiva, alla ragazzina zombie che spunta davanti a un Bobby in trance, sono decine le storie che gli autori incrociano senza possibilità di approfondire, sono le schegge di una realtà pienamente significativa che si mostra attraverso i suoi frammenti. Ed è davvero inutile sentirsi traditi per le tante linee narrative incrociate e poi trascorse, com’è assurdo sostenere che la storia avrebbe potuto essere facilmente riassunta in meno tempo (sì, è una critica che ho letto da più parti). Come se il compito del cinema fosse portare sullo schermo un racconto scritto, e non intrecciare i suoi codici e mostrare; come se la proprietà del cinema, quella che gli consente anche di replicare all’infinito la stessa struttura, le stesse storie, non fosse la reinvenzione della narrazione attraverso la variazione di quanto non è racconto.

Lynch condensa nei momenti di sospensione e nei frammenti di storie in cui si inciampa, e da cui poi si corre via, gli aspetti più oscuri e insopprimibili dell’animo umano, gli dà forma attraverso una rappresentazione del fantastico che raramente ha rispecchiato così a pieno una visione artistica, aspetti verso cui esercita un’ironia feroce e ostentatamente ingenua, oppure congela il suo sguardo e ci lascia a contemplarli e a tremare.

Se dovessi segnare il momento più divertente, sceglierei l’impietosa fine dei cattivissimi Tim Roth e Jennifer Jason Leigh per mano di Zawaski. I diverbi automobilistici con Lynch continuano a scatenare le reazioni più feroci, ed è subito chiaro che con uno che ha stampato ZAWASKI sulla portiera dell’auto non ti ci devi mettere.

Se dovessi segnare due momenti strappacuore, sceglierei il ritorno di Rebekah Del Rio con No Stars e la danza di Audrey. Perché, tutto sommato, in questo Twin Peaks l’unica cosa più forte della colpa è la nostalgia.

Torna a trovarci David Lynch, e grazie per tutto li ecsep.

(5/5)

Bokeh (Geoffrey Orthwein, Andrew Sullivan 2017)

245515r1Bokeh arriva buon ultimo a rispondere alla domanda: Cosa faresti se fossi l’ultima persona rimasta sulla terra? E reagisce come se si trattasse di un compito a sorpresa, balbetta qualcosa sull’esistenza, la fine dei tempi, racchiudere l’attimo, siamo sicuri che oggi c’era interrogazione?

Si parte dall’Islanda, coppietta americana in viaggio romantico, lui aspirante fotografo esistenzialista, lei bionda. L’Islanda è un posto bello da vedere, e il film è distribuito da Netflix, per questo so che altri potranno cascarci, ma Bokeh – e qui svolgo il mio ruolo civico – è un film davvero inutile. Rimasti soli, i due non sanno proprio cosa fare. Lui fa le foto ma non è tanto bravo, lei è triste e si scervella, ma non riesce a elaborare pensieri sufficientemente profondi, cosa che contribuisce a renderla ancora più triste. Ed entrambi gli attori, spiace dirlo perché sono giovani e carini, non sono dei mostri di carisma. C’è una quantità di cartoline del posto, a tratti spacciate per digressioni malickiane, con i ghiacciai, l’aurora boreale, i geyser, l’erba verde e i fiori viola accarezzati da una lieve mane femminile; l’Islanda è stata raffigurata in modi più originali e ha ospitato storie decisamente più interessanti, a partire da quelle di Dagur Kari.

Mi ha ricordato un altro piccolo film, Embers, pure in odore di apocalisse, e naturalmente la serie The Last Man on Earth, che sulla fine del mondo preferisce imbastire una sit-com, e di questo lo ringraziamo. Entrambi sono decisamente migliori del film di Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan che, non so se è chiaro, non arricchirebbe in nessun modo la vostra serata né la vostra esperienza del cinema.

(2/5)

Rogue One: a Star Wars story (Gareth Edwards 2016), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (Steven Spielberg 2016) e l’egemonia Disney sulla nostra immaginazione

rogue-one-slowfilm-recensioneDue grossi titoli, ma sarò breve. Se da una parte ero curioso di vedere la costola stellare di Gareth Edwards, regista che ho apprezzato in Godzilla e soprattutto nell’esordio di Monsters, dall’altra Il Risveglio della Forza mi aveva già persuaso che nulla di sbalorditivo sarebbe più venuto dal filone Star Wars, diventato un franchising come tanti altri. Rogue One racconta le vicende che portano i ribelli a impadronirsi dei piani della sempreverde Morte Nera, quella da far esplodere nell’episodio IV. E, rispetto a questa missione, il film non si sposta di un centimetro in nessun’altra direzione. Se consideriamo la cronologia narrativa, da questo film in avanti Guerre Stellari si presenta come un susseguirsi di cinque episodi in cui tutti, tranne L’Impero Colpisce Ancora, hanno come soggetto la costruzione e/o distruzione di una Morte Nera. Il mio timore è un Episodio VIII incentrato sulla scoperta del giro di appalti e i magheggi assicurativi legati alle Morti Nere.

Dicevamo, Rogue One. Il lavoro di Edwards è stato ampiamente rigirato e rimaneggiato per volere della Disney, per più di trenta scene esistono più versioni originali o alternative, quindi la visione del regista prevedeva, forse, più momenti personali e descrittivamente interessanti. Che pure ci sono, centellinati in dettagli e aperture visive, specialmente nella prima parte. Per il resto, Rogue One somiglia a un film di guerra anni ’60, un film alla Sporca Dozzina o qualsiasi altro lavoro, come l’Alien di Jeunet, incentrato sulla forte caratterizzazione di un manipolo di persone-funzioni destinate a una missione. Quello scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy è un film di guerra minore, una battaglia da cui, allora, mi sarei aspettato almeno qualche peculiare invenzione in più. L’ambientazione fantascientifica, invece, influisce poco, e negli episodi individuali sono poche le scene che riescono a smuovere un po’ le acque. Questo a fronte di alcuni personaggi, a cominciare dal nuovo androide K-2SO (dove la cappa con ogni probabilità sta per kakakazzi), tutto sommato riusciti, ma che si trovano a ricoprire dinamiche relazionali colme di pathos, senza che i rapporti siano stati descritti o costruiti. In conclusione, se l’episodio VII è un aspirante grande film poco riuscito, Rogue One è un piccolo film, sostanzialmente privo di epica, riuscito meglio, ma che fa poco per distinguersi.

grande-gigante-gentile-ggg-slowfilm-recensioneL’altra faccia dell’intrattenimento disneyano invernale è quella da redneck del GGG – Il Grande Gigante Gentile. Un tentativo strenuo, ma direi anche stanco, di Steven Spielberg di imbroccare un classicone per bambini. Sarà che poche settimane prima abbiamo visto della stessa storia una versione al Teatro Testoni, che mi è sembrata molto più ricca di invenzioni, e in un certo modo anche più coraggiosa, ma anche quest’ultima fatica di Spielberg mi è parsa svogliata e anonima. Scene prolisse, azione goffa e mal congegnata (avvilenti i giganti che bullizzano GGG e usano le auto come pattini a rotelle), per una trasposizione da Roald Dahl da troppi punti di vista scolastica e poco sorprendente.

Mai qualcosa che oltrepassi, o anche rimanga sotto la linea, nel monopolio dell’immaginario legato alla Disney (che possiede, fra tanto altro, anche Pixar e soprattutto quella piaga che è la Marvel). Si tratta di una declinazione del fantastico estremamente chiusa, dove la trasposizione cinematografica è legata a un’enorme semplificazione dei contenuti e una rigida definizione dei personaggi, che relegano lo spettatore a un ruolo passivo. Un bel paradosso, per delle storie fantastiche che dovrebbero dare soprattutto spunti e suggestioni. L’obiettivo è sempre quello di rivolgersi a un pubblico troppo vasto, aggravando la piattezza dell’intreccio con l’episodizzazione sfrenata delle saghe e dei filoni, dove ogni titolo ha senso solo come ulteriore tassello di un’estetica già definita. Così, dalla Disney come da altre produzioni affini, come il Warcraft di Duncan Jones, partono progetti che, anziché arricchirsi con il loro lavoro, sequestrano e snaturano le potenzialità di registi emergenti nella prevedibilità di un digitale plastificato, spesso logorroico nel racconto eppure con così poco da dire. Rian Johnson, tra poco tocca a te.

Ok, pensavo che sarei stato più breve, ma avrei potuto prendermela anche di più.

Rogue One: 3,5/5

Il GGG: 3/5