Ralph Spacca Internet (Phil Johnston, Rich Moore 2018), meno ispirato di quando spaccava Tutto

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Nello spaccare Internet, Ralph non sembra trovare la stessa ispirazione di quando, sei anni fa, spaccava Tutto. Il nuovo Disney di Phil Johnston e Rich Moore ha meno idee, abbozza un’allegoria della rete accurata nell’animazione, ma ferma a una serie di spunti abbastanza ovvi. E, cosa sempre più diffusa e sempre meno sopportabile (da Ready Player One a Stranger Things a molti molti altri), riempie questa vacuità con un citazionismo esasperato, fatto di principesse e videogiochi famosi. Pare che le strizzatone d’occhio attraverso la riproposizione blandamente ironica di icone pop continui a funzionare. Non si può neanche parlare più di decontestualizzazione, dal momento che questi film sono diventati esclusivamente dei contenitori, e gli scatoloni consentono solo di accumulare, non di dare letture alternative.

ralph spacca internet locandinaRalph spacca Internet procede per fasi narrative slegate e messaggi opportuni, come quello dell’amore come necessario riconoscimento dell’indipendenza e l’autonomia dell’altro. Accanto a questo, un messaggio un po’ più sotterraneo, che vede la possibilità di fare migliaia di dollari in poche ore con la produzione di video scemi, aiutati dagli algoritmi filantropi e disinteressati della rete. Altro fattore inquietante, è la scrittura di un Ralph che è né più né meno che uno stalker, rendendo piuttosto difficile al personaggio conservare la sua simpatia. Come nel primo episodio, lo scontro finale richiama immagini horror, e la massa di Ralph striscianti, incoscienti, ammassati nel realizzare un enorme Ralph fatto di massa brulicante, ottusa e rosea di altri Ralph, è una visione abbastanza malsana.

(2,5/5)

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La Tartaruga Rossa – La tortue rouge – The red turtle (Michaël Dudok de Wit 2016). Poesia e natura nella parabola di una vita.

tartaruga-rossa-locandinaPrimo lungometraggio animato dell’olandese Michaël Dudok de Wit, ultima coproduzione della Ghibli di Hayao Miyazaki, La Tartaruga Rossa è una piccola opera d’arte, dove protagonisti sono le immagini, i suoni, il tempo. La storia di un naufrago che non può lasciare l’isola che gli ha offerto la salvezza, non è una storia di solitudine e sopravvivenza, ma la rappresentazione poetica e naturalistica della parabola di una vita. Un film senza parole, delle quali non si sente neppure per un attimo la mancanza, che esprime malinconia, amore, paura, speranza, attraverso i suoni dell’ambiente e dell’uomo, e le musiche essenziali di Laurent Perez. Una forza visiva sorprendente, che nella base artigianale dei carboncini e gli acquerelli unisce delicatezza e realismo. I momenti onirici, le esplorazioni della natura, gli elementi e i pensieri hanno una consistenza tangibile, sensoriale, che rende ogni quadro parte di una narrazione semplice, come ogni racconto di vita, impossibile da comprendere completamente, messaggio singolare per ogni spettatore.

La Tartaruga Rossa esprime qualcosa che potrebbe essere riassunto in poche righe, e lascia che quelle frasi e parole respirino in immagini che sfiorano la densità del tempo. Il racconto, virtualmente infinito, nella fusione riuscita dei personaggi e degli ambienti, crea e rappresenta un unico essere. Cosa che di certo non significa la scoperta di una perfetta armonia, la certezza delle proprie scelte o l’assenza del dolore, perché non è di questo che siamo fatti, ma regala, nei propri conflitti, errori e paure, la speranza di una possibile ricerca.

La Tortue Rouge arriverà nelle nostre sale dal 27 al 30 marzo, ed è certamente uno dei film più belli dell’anno.

(4,5/5)

Kubo e la Spada Magica – Kubo and the Two Strings (Travis Knight 2016), siamo il nostro racconto

kuboFilm d’animazione tra i migliori degli ultimi anni, Kubo e la Spada Magica. Nato dalla statunitense Laika (studio di Coraline), ha però un gusto più europeo, arricchendo la formula Pixar e Dreamwork dell’animazione che piaccia anche ai genitori, con un tono che affonda le radici nella narrazione assai poco edulcorata che appartiene alle fiabe antiche. Più che con i vari Dragon Trainer o Toy Story, dunque, Kubo ha tratti in comune con Song of the Sea dell’irlandese Tomm Moore.

Attraverso una tecnica a passo uno di grande fascino, Travis Knight racconta una storia fatta di temi e personaggi universali, una storia sul raccontare le storie, e su come la narrazione stessa sia da sempre un mezzo per formare l’individuo, per restituire la sua memoria e interpretare, e insieme plasmare, il mondo in cui vive. In una bella ambientazione che reinventa il Giappone antico, ricca di magia, dettagli e invenzioni visive, il giovane protagonista affronta prove e viaggi che lo avvicineranno, attraverso il sogno, l’arte e la musica, alla storia della sua famiglia, e a comprendere il dolore della perdita.

Kubo and the Two Strings è un film solido e delicato, che, con l’aiuto della struttura canonica della favola, fatta di prove e aiutanti, scoperte e crescita, riesce con apparente facilità a tenere assieme molti livelli. Senza perdere di vista l’intrattenimento, dunque, regala a scene dinamiche un’originale identità visiva e coreografica, introduce con naturalezza elementi ironici e di alleggerimento continuando ad affrontare temi profondi, resi ancora più intimi dal racconto di conflitti interni a una famiglia, soffermandosi sul ruolo della madre e del padre. Memoria collettiva e individuale, la consapevolezza del proprio passato e di come smarrirlo significhi smarrire sé stessi, sono temi che il film tratta con l’equilibrio di chi sa raccontare bene una storia.

(4/5)

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)

Il Bambino che Scoprì il Mondo (Alê Abreu 2013). Un film delicato e forte che racconta le miserie e la musica del mondo

bambino mondoDall’animazione brasiliana un film delicato e forte, una raffigurazione poetica in tecnica mista che racconta le miserie e la musica del mondo. La vita del bambino, fatta di suoni e colori che vengono dalla terra, cambia quando il padre parte per la città. Il viaggio alla sua ricerca passa attraverso l’incontro con persone, giovani e vecchi, che lo accolgono e provano ad aiutarlo, ma portano sul corpo e nelle loro vite la stanchezza e la solitudine del lavoro negli sterminati campi di cotone, i ritmi delle catene di montaggio, lo smarrimento delle città soffocate dal peso di bisogni inesistenti.

Il Bambino che Scoprì il Mondo  – O Menino e o Mundo riporta nell’animazione e nel cinema il senso della narrazione e dello sguardo sulla vita. Li ritrova nella semplicità dell’arte, che nella composizione di un mondo stilizzato trova l’ispirazione necessaria per mostrare quel che di vero e importante c’è a regolare, determinare e definire la nostra esistenza. Il linguaggio universale di Abreu non è limitato dalle parole, è fatto di colori, suoni, musica e della mancanza degli stessi, porge il mondo allo sguardo del suo piccolo protagonista lasciando che a spingerlo sia il vento, e non fa sconti nel ricordare il peso del lavoro e del tempo che viene privato del suo valore, nel raffigurare l’alienazione, l’omologazione, lo smarrimento del senso. Scintille di libertà e bellezza rischiarano il film e preziosi momenti di vita delle figure protagoniste, mentre in una scena di rara intensità, nel buio scantinato di una fabbrica, un uomo tesse di nascosto uno sgargiante mandala, la tessitura dell’universo e dell’esistenza nel cui centro sorride il viso perfettamente circolare del bambino.

(4,5/5)