Logan Lucky – La truffa dei Logan (Steven Soderbergh 2017)

la truffa dei logan slowfilm recensioneArriva anche da noi Logan Lucky, con il titolo La Truffa dei Logan, mentre Soderbergh ha già sgravato un altro film, Unsane, un thriller girato con gli smartphone (non so perché, ma non mi parte il wow), e prodotto Ocean’s 8. Tutta questa iperattività può darci qualche indizio, sul perché Logan Lucky sia un film scritto col culo. Pardon, un film scritto senza grandissima cura. Si propone, e ci tiene anche a esplicitarlo nel film, come l’Ocean’s 11 in salsa redneck e contorno repubblicano. Fin qui, tutto bene, come promettente è il cast, da Adam Driver a un ironico Daniel Craig, e anche il trailer, che propone ritmo e spasso.

Quel che non si capisce è perché fare un film su una rapina (heist movie, dicono i barbari), uno di quello con i tunnel e i piani ingegnosi, e poi trattare il piano stesso con confusione e approssimazione. Vengo dalla visione de La Casa di Carta, e il confronto non regge. Non si tratta di verosimiglianza, anche la serie spagnola di forzature ne ha parecchie, ma del saper dare a ogni passaggio un’idea di necessità e incertezza, saper avviare un meccanismo che integri sorprese e imprevisti all’interno di una reazione a catena. Nel film di Soderbergh questo non c’è. Ogni tanto succede qualcosa, ogni tanto compare qualcuno, sono parti slegate da ricollegare, parzialmente, a cose fatte, ma senza che si abbia l’impressione di un disegno di cui svelare la riuscita. A funzionare meglio sono le singole caratterizzazioni, qualche dialogo (in particolare la tirata sull’indolenza di George R. R. Martin), qualche scena vicina ai Coen e ai loro idioti alle prese con piani sgangherati. La struttura, però, non è quella: ci si trova invece di fronte a un piano inspiegabilmente raffinato (davvero, perché il protagonista dovrebbe essere in grado di elaborare una cosa del genere?), che si basa sul provvidenziale realizzarsi di una quantità di coincidenze.

(3/5)

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Ghostbusters 3D (Paul Feig 2016). Chiamate qualcun altro, è meglio.

ghostbusters 2016 recensione slowfilmAmmetto che qualche speranza di vedere un film sufficientemente spassoso, tutto sommato, l’avevo. Il nuovo gruppo di acchiappafantasmi al femminile, in foto, non mi sembrava male, ben caratterizzato, qualche possibilità c’era. Poi, non sono uno di quei maniaci che si dispera quando riprendono, ritoccano o rifanno un titolo a cui siamo affezionati. Quello non lo bruciano, rilassatevi (qui il pensiero va all’isteria dilagante per Blade Runner 2049, per la firma Villeneuve uno dei titoli su cui ripongo più aspettative, che ad ogni apparizione attira valanghe di piagnistei insensati).

Dicevamo, Ghostbusters 3D, invece, fa cacare. Più o meno da tutte le angolazioni: sceneggiatura, effetti speciali, anche nella recitazione, ingabbiata in sketch privi di possibilità umoristiche che non consentono lo svolgimento di quello che una volta chiamavano film. L’ho visto in italiano, questo in qualche misura può avere influito sulla desolazione del tutto – l’affastellarsi di giochi di parole mai divertenti, i riferimenti sottopopolari, il voler spiegare anche la trovata “comica” più elementare -, ma, francamente, quel che si vede non lascia intendere che quel che si sente, in originale, potesse essere tanto migliore. Un filmaccio, tempestato di inutili camei del cast originale, per cui ogni tanto spunta fuori un Murray o un Aykroyd come un pupazzo a molla, senza nessun costrutto né tanto meno uno straccio di battuta. Non so, potrei continuare, ma significherebbe gettare altro tempo in questo gorgo insensato, non lo hanno fatto gli autori, non vedo perché dovrei farlo io.

(2/5)

Star Trek Beyond (Justin Lin 2016)

Cosa diamine stanno dicendo? Vero, ero molto stanco mentre vedevo il film, ma davvero non riuscivo a capire cosa diamine stessero dicendo. Dopo ogni flusso di parole sostanzialmente privo di intento comunicativo, mi perdevo a pensare ad altro. E in molte occasioni ho dovuto anche domandarmi cosa diamine stessi vedendo. Star Trek Beyond, il terzo capitolo dell’era Abrams, diretto da Justin Lin, è un film solidamente vacuo e inutile. Non si può dire che non sia riuscito, sembra proprio scritto, progettato e realizzato per scorrere caoticamente davanti agli occhi, senza lasciare traccia. Essendo un film di fantascienza mainstream, la grandissima parte di quel che si vede è realizzato in computer grafica, e l’essenza, la tenuta della CGI sono anche validi. I personaggi sono ben inseriti nei fondali digitali e interagiscono senza particolari effetti di scollamento dalla realtà elaborata; gli oggetti stessi, le navi spaziali, le architetture, sono belli, solidi, hanno un design accurato e futuribile. Ma l’azione, quasi ininterrotta, ha la stessa incomprensibilità e mancanza di necessità delle parole. L’inquadratura è sempre molto ravvicinata, gli spazi spesso scuri, e gli scatti e gli stacchi continui della macchina da presa regalano lunghe sequenze di dettagli sfuggenti, convulsioni in primo piano che impediscono di mettere a fuoco un movimento complessivo. Anche nei momenti di relativa quiete, la visione dello spettatore si avvicina ai soggetti con contorsioni, mezzi giri, rimane obliqua, si ostina in micromovimenti del tutto ingiustificati. Immagino che Justin Lin adotti questa tecnica in Fast & Furious, per restituire la continua impressione d’incontinenza cinetica, l’immagine che sfugge, tanta è la sua velocità, e che l’avvicinarsi al soggetto aiuti a riportare ogni scena al movimento continuo, ma per lunghe sequenze la domanda è stata: cosa diamine sto vedendo?

Star Trek Beyond non dà assolutamente ai suoi personaggi una dimensione cinematografica – cosa che, invece, il primo film riusciva a fare – ma li inserisce in una trama da episodio dilatato, con personaggi e meccanismi ultrastereotipati, adoperando i personaggi principali, Spock su tutti, come macchiette che hanno l’unico compito di ricordare allo spettatore la propria caratterizzazione base. Per il resto, l’intreccio è tanto risaputo da non presentare, di per sé, alcun motivo di interesse.

Menzione per scena più ridicola al comandante Kirk che folleggia in motocicletta, dove non vale nemmeno quello che ho scritto su della buona fusione fra personaggi e ambiente. Menzione per la migliore scena alla costruzione visiva della città sospesa nello spazio, una sfera fra Escher e Pomodoro creata da un viluppo di canali, strade, nastri, edifici, che si esplora con piacere.

(2/5)