La Danseuse – Io Danzerò (Stéphanie Di Giusto 2016). Il racconto di una vita dedicata all’arte

io_danzeròPubblicato su Bologna Cult. Visto in anteprima al Biografilm, La Danseuse è nelle sale dal 15 giugno.

Il Biografilm Festival apre con il racconto di una vita dedicata all’arte, quella di Loïe Fuller, protagonista di La Danseuse (in Italia Io Danzerò), opera prima della già fotografa e art director francese Stéphanie Di Giusto. Nata nel 1862 negli Stati Uniti, Mary-Louise Fuller nutre una passione totalizzante per il teatro e la danza e, trasferitasi a Parigi e assunto il nome d’arte Loïe Fuller, diventa celebre con un originale spettacolo da lei inventato e interpretato. La serpentine è una danza che crea figure attraverso il frullare di ampi vestiti e drappi di seta, indossati e animati dalla Fuller in modo da ricreare, grazie ai complessi giochi di luce colorata, un’idea di libertà e leggerezza, una farfalla o uno spettro variopinto che prende vita sul palco e ipnotizza la platea.

Dominato dalla protagonista Soko, cantante e attrice perfettamente in parte, La Danseuse apre con un bel prologo nell’ancora vecchio West, che ricorda le atmosfere realistiche e i costumi di Altman e regala alcuni dei quadri più originali della pellicola. Lo sbronzissimo padre di Loïe immerso in una vasca da bagno riscaldata dal fuoco vivo, quindi dispersa in un campo lungo fra boschi e montagne innevate, è uno di questi. Il racconto non segue la formazione di Loïe, ma la porta presto nel Vecchio Continente, presa dall’ossessione per la sua invenzione e dai sacrifici, anche e soprattutto fisici, cui si sottopone per poterle dare corpo. E si tratta, soprattutto, proprio di un’invenzione, di un apparato di luci e trucchi, che consentirà alla non danzatrice Loïe Fuller di aprire la danza a nuove possibilità. La meraviglia del suo spettacolo non è dissimile da quella che, in quegli stessi anni, fa la fortuna della più longeva delle “invenzioni inutili”, il cinema. Loïe ricrea sul palco delle figure astratte e concettuali, fatte di tecnologia e sudore, visioni altrimenti impossibili.

In una storia in cui la creatività e l’iniziativa sono esclusivamente femminili, La Danseuse compone diverse contrapposizioni, a cominciare dalle sofferenze assolutamente fisiche e concrete e dalle macchine che utilizza Loïe, per ricreare l’illusione di qualcosa di inafferrabile e incorporeo. Dopo l’incipit americano e la costruzione di uno spettacolo sempre più complesso, che arriverà fino all’Opéra di Parigi, è nella terza parte che la contrapposizione – fusione più potente prende corpo. Loïe Fuller, scura di capelli e muscolosa per gli incessanti allenamenti, trova nel suo corpo di ballo Isadora Duncan, incarnata dalla bionda ed eterea Lily-Rose Depp. È l’incontro di due personalità incontenibili, espressioni di due modi quasi opposti di conoscere e concepire l’arte. La Fuller è mossa da una volontà tanto grande da diventare autodistruttiva, ed è lei che, anche grazie alle sue coreografie, scardina la danza dalla sua concezione classica. Sarà però la Duncan a saper ritrovare, in questa libertà, una nuova semplicità, e quindi a dar vita a una vera e propria forma d’espressione.

Anche Stéphanie Di Giusto costruisce il suo film come un incontro tra due anime. Quella del racconto biografico e lineare perfettamente adatto al grande pubblico, dove il mondo intero esiste principalmente per definire la figura centrale, e quella del tema e della messa in scena dai connotati artistici, con una ricerca fotografica attenta, anche a non lasciarsi andare a troppo espliciti sperimentalismi. La Danseuse in questo solco trova un equilibrio, ma, in un tempo in cui la narrazione, spinta dalle debordanti produzioni televisive seriali, è spesso caratterizzata da forme espressive estreme, potrebbe avere qualche difficoltà a trovare un vero pubblico d’elezione. Regala, ad ogni modo, una storia importante da (ri)scoprire e delle figure femminili che esprimono le sfumature della forza e della passione con grande naturalezza.

(3,5/5)

Due film da vedere, in breve: Hell or High Water (David Mackenzie 2016), L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki 2017)

hellDa grande voglio fare la cameriera burberissima di Hell or High Water. Il film di David Mackenzieper per Netflix, che ha strappato anche quattro candidature all’Oscar, è un piacevole ritorno al cinema degli anni ’70, da Peckinpah a Cimino. Con i fratelli rapinatori sgangherati, molta polvere, dialoghi ben scritti e ottimi caratteristi, fra cui la succitata cameriera. Poi, un grande (vecchio) Jeff Bridges (che era in Una calibro 20 per lo specialista, uno dei titoli più in linea con questo), splendido ranger rompipalle che merita tutta l’esasperazione del collega nativo americano. Altro punto a favore l’accompagnamento di Nick Cave e Warren Ellis. Stonano un po’, invece, i continui richiami alle colpe delle banche, inseriti in maniera pretestuosa nei dialoghi per dare uno spessore politico che apprezzo molto quando c’è davvero, ma che qui risulta posticcio. Rimane, comunque, uno dei film meglio costruiti e più piacevoli del nostro passato prossimo.

(4/5)

voltoMolto politico, davvero politico, è invece L’Altro Volto della Speranza. Aki Kaurismaki credo sia l’unico grosso autore ad aver affrontato in maniera così diretta ed esplicita, in un film di fiction, la questione dei profughi siriani, e il modo in cui vengono visti e trattati dai Paesi che dovrebbero ospitarli. Il tema è estremamente concreto e reale, e la capacità di Kaurismaki sta proprio nell’immergere, intatta, la realtà all’interno della sua poetica. Lo sguardo è il suo, distaccato e costantemente ironico, le situazioni sospese e lievemente surreali, i protagonisti immersi ciascuno nel proprio mondo, ma immediatamente disposti a prendersi cura di chi ne mostra l’esigenza. L’Altro Volto della Speranza riesce a miscelare orrori e violenze reali, vicende individuali, momenti di comica assurdità, senza dare l’impressione che niente di tutto questo sia fuori posto. Molto bello.

(4/5)

Virgin Mountain – Fúsi (Dagur Kári 2015). Dall’Islanda un piccolo film che ha qualcosa da raccontare e un modo per farlo

virgin mountain fusi slowfilm recensioneDagur Kári è un bravo regista e sceneggiatore islandese. Come spesso accade in Islanda, per ottimizzare, gli tocca fare anche il musicista con gli Slowblow e comporre le proprie colonne sonore, ed è bravo anche lì. L’esordio con Noi Albinoi, segue il totalmente indistribuito Dark Horse, il suo film più strutturato e originale, quindi un Good Heart con Paul Dano. Con Virgin Mountain torna alle sue terre ed è, in un panorama piuttosto standardizzato e ormai laccato, un ritorno al cinema indipendente con un senso, umano ed estetico, un piccolo film che ha qualcosa da raccontare e un modo per farlo.

Fúsi è la solida colonna che regge il film, quarantenne introverso e sovrappeso che vive con la madre possessiva e il suo compagno in un non meglio specificato paesino islandese. Uno di quelli in cui i palazzi, le case, le stanze, sono ridotti a linee essenziali, tanto ci sono la neve e le tempeste a coprire e rendere tutto uniforme. Fúsi non è affatto uno sciocco, ma è una persona completamente priva di malizia. Per il suo aspetto e la sua indole, succede che le persone avvertano la sua mancanza di aggressività e sentano di dover riempire quel vuoto riversandoci la propria. Fúsi, ad ogni modo, incontra persone di ogni tipo, fino a conoscere, casualmente e involontariamente, una donna, Sjofn.

Virgin Mountain prende la forma di un incontro tra due fragilità: anche Sjofn porta un peso, quello della depressione, cui pure corrisponde uno stigma sociale. L’intreccio sentimentale nasce attorno all’esserci, uno per l’altra, consentendo a ognuno di riconoscere il proprio vuoto. Kári – e questo rende il suo film particolare – non sceglie la via semplice e consumata della (con)fusione fra due esseri, completati e salvati dall’esistenza dell’altro, ma riesce a conservare l’individualità dei percorsi, la crescita come un processo che riguarda l’individuo e la propria storia.

Leggere di Virgin Mountain non può rendere l’idea, perché le tematiche dolorose, pure trattate con assoluto rispetto, si esprimono in un lavoro che sa essere sempre lieve (non leggero) e spesso ironico, perfetto nella costruzione di una manciata di personaggi e situazioni, che assecondano un meccanismo che sa semplificare e raccontare gli aspetti più intimi della realtà. Lo fa attraverso una regia fatta di quadri fissi e dettagli, una scrittura e dei dialoghi scarni, un lavoro che ricorda la vicinanza fra il cinema nordico e quello dell’estremo oriente. Un film finalmente silenzioso, sostanzialmente privo di commento musicale fuori campo, che lascia libere da influenze le azioni dei personaggi e l’interpretazione dello spettatore, e carica di intensità gli interventi della musica diegetica. Virgin Mountain, attraverso la sua semplicità, restituisce un quadro essenziale ed umano in cui potersi ritrovare, delle sensazioni a cui è bello ritornare.

(4/5)

Ghost in the Shell (Rupert Sanders 2017). Il whitewashing più drastico è quello sui contenuti

ghost in the shell slowfilm recensionePiù del whitewashing della protagonista, il problema – enorme – della versione live di Ghost in the Shell è il whitewashing dello script. È il primo punto di un discreto elenco di cose che non vanno nel film di Rupert Sanders, scritto da ben tre sceneggiatori e tratto dal manga di Masamune Shirow, già ampiamente rimaneggiato (in meglio) da Mamoru Oshii nell’anime nel 1995 e nel visionario, ancora bellissimo Innocence, nel 2004. Senza contare le numerose serie e gli altri film d’animazione, vicini al lavoro di Shirow, che in primo piano ha il lato action e tecnologico, prima di quello esistenzialista sviluppato da Oshii. Sanders e gli Stati Uniti si inseriscono, dunque, in un mondo ampio e ricco di possibilità, e lo fanno al peggio.

GITS del 1995, da sempre giustamente accostato a Blade Runner, riflette sulla coscienza, sulla possibilità che possa affiorare in un organismo sintetico e come questo influisca sulla sua definizione. Studia l’individuo e il corpo, e nel farlo costruisce un’estetica coerente dei personaggi e dei luoghi, che porta nell’animazione le descrizioni realistiche e le sospensioni narrative dei film d’autore. Il film del 2017 con Scarlett Johansson insegue – e raggiunge – la banalizzazione dei contenuti, snaturando sistematicamente i numerosi riferimenti all’originale, fino a diventare una normalissima storia su dei ragazzi di strada rapiti e sottoposti a degli esperimenti. Lo sguardo vitreo che caratterizza i cyborg in GITS come in Sky Crawlers (ultimo lungometraggio animato di Oshii), la fissità che scioglie il legame fra coscienza e dolore nei momenti in cui sono più vicini alla morte, qui si perde. La Johansson, poco adatta al di là della sua etnia, recita svogliatamente la sua parte, muovendosi in un mondo grossolanamente digitale. C’è anche da domandarsi quale sia il senso di rifare un lavoro che nasce in animazione, con un live del tutto irreale e numerico, un mondo che rimane virtuale, ma sviluppato con una diversa e meno ispirata tecnologia.

Il film esiste per sfruttare le scene più celebri e spettacolari dell’originale GITS – la lotta sotto la pioggia, quella con il carro armato, la creazione del corpo artificiale – senza avere poi intenzione di riproporre, in una produzione mainstream, le stratificazioni e l’incompiutezza dell’originale, che più che a dare una storia standard e delle risposte era interessato a mettere in scena delle suggestioni. Il nuovo Ghost in the Shell inevitabilmente attira gli ammiratori del primo, ma soprattutto per loro – per noi – rappresenta un film del tutto superfluo. Chiude con Resurrection, il leggendario pezzo di Kenji Kawai che apre l’originale e torna in una celebre sequenza descrittiva, senza aver fatto nulla per poterselo permettere.

(2/5)

Song to Song (Terrence Malick 2017). Il film non c’è, ma si lascia vedere

song to song locandina slowfilmCi sono Ryan Gosling e Michael Fassbender che parlano a bordo piscina, cominciano a dirci qualcosa, ma con un volteggio ci troviamo al tramonto in riva al mare, una voce over comincia a parlare d’altro, anche questa sarà abbandonata. Ci sono Patti Smith o Iggy Pop – l’uomo senza maglietta – che ci raccontano delle loro non banali esistenze, ma dopo una manciata di sillabe una piroetta ci trascina fra grattacieli, o sugli scogli, o nella stanza di una villa. Rooney Mara ha un’anima torbida, non vive bene la cosa, si dà dell’ipocrita senza speranza, una personaccia dipendente dalle emozioni forti, ma riesce giusto ad accennare a un balletto prima che il nostro sguardo, di nuovo, sia portato altrove, con leggerezza, dal vento. È tutto così Song to Song, un film bugiardo, che dice di voler rappresentare qualcosa, invece vola verso un’altra breve sequenza in un luogo ameno, splendidamente fotografato, in piena luce. Quest’ultimo Malick è un film fatto di immagini, che mente sulle immagini che ha intenzione di mostrare. Per qualche motivo che neanche io comprendo, Song to Song non mi ha annoiato, ma è di nuovo un passo indietro rispetto Knight of Cups, che aveva fatto ben sperare. In parte si sovrappone a quello, come tipologia di personaggi – belli, ricchi e in crisi esistenziale -, ma qui non c’è nessun percorso reale, nessuna costruzione concettuale, e anche la ricerca visiva è decisamente meno aggressiva e originale.

Song to Song è una raccolta di immagini e movimenti di macchina, uno di quegli archivi da cui Malick ultimamente ha recuperato molto materiale per i suoi film, per le sue digressioni e cosmogonie, questa volta proposti così come li ha presi, con qualche divo di Hollywood piazzato avanti, che solitamente fa cose sciocche e comunque incomplete. All’inizio, con gli accenni musicali e le folle reali dei concerti, sembra quasi di vedere un documentario, un documentario girato da uno dei più gradi registi del mondo e commentato dalle frasi prese dal diario di una quindicenne. Poi anche questa dimensione narrativa si dissolve, perché ogni azione si rivela estremamente futile e i diversi luoghi si susseguono senza necessità. Ville, giardini, belle donne, begli uomini, una serie di immagini elegantemente e perfettamente definite dalla fotografia di Emmanuel Lubezki, splendente ma educata, non portata all’estremo come in Knight of Cups, dove lo sguardo bruciava. Persino l’ossessione spirituale, onnipresenza controversa negli ultimi titoli, qui è appena abbozzata. Se Song to Song fosse un film unico, per il fascino dei movimenti di macchina e l’impostazione antinarrativa, potrebbe anche essere qualcosa di interessante. Ma inserendosi in una filmografia che queste particolarità espressive le ha già proposte in maniera molto più decisa, Song to Song sembra corrispondere a un periodo in cui la sincerità dell’autore si lega a un tratto di vita e a una riflessione artistica poco interessante. L’impressione, infatti, non è di trovarsi di fronte a un film non riuscito, un fallimento, anzi la sensazione è di assistere a qualcosa di libero e spontaneo, e questo in qualche modo rende la situazione ancora più difficile.

(3/5)

Animali Notturni (Tom Ford 2016). Efficace intreccio di codici per una fredda rappresentazione del dolore

Animali Notturni è un incontro fra il Refn pubblicitario e sintetico di The Neon Demon e la violenza primordiale e polverosa di McCarthy, resa perfettamente dai Coen di Non è un Paese per Vecchi. Tom Ford, che nasce nel mondo della moda, ha una evidente capacità comunicativa, trasferisce il senso stesso del racconto nella sua volontà di metterlo in scena, nell’atto creativo. Motore della storia – molto brevemente – una Amy Adams artista di grido, in crisi col marito rampante, che riceve dal suo ex, Jake Gyllenhaal, la bozza di un nuovo libro, una trasposizione estremamente sofferta della loro separazione.

Anche se è la Adams a essere associata a questo titolo, in realtà è Gyllenhaal, ancora una volta in un doppio ruolo, che fa davvero il film. Nella realtà letteraria che nasce dalla lettura della ex moglie, si ritrova in un lungo viaggio in auto, nella notte texana, assieme alla consorte e la figlia che le pagine gli assegnano. Fermati e predati da tre uomini, sono oggetto della loro follia. Animali Notturni, con peculiare forza ed efficacia, traspone il disgregarsi di una coppia, il dissolversi della loro esistenza comune, nel dolore raccontato attraverso una violenza da incubo. Lo fa intrecciando il linguaggio dei media – il cinema e la scrittura; il cinema, l’arte contemporanea, la vita e la scrittura – in modo che ognuno possa rendere al meglio e completare il senso dell’altro. Il romanzo di Austin Wright, Tony & Susan, da cui lo stesso Ford trae la sceneggiatura per il film, ha sicuramente un ruolo importante nella riuscita del tutto. La raffinatezza dell’intreccio, intelligente ma non eccessivamente cerebrale, è infatti prettamente letteraria. E richiama anche il dramma shakespeariano l’irresolutezza amletica del protagonista, vissuta con inaccettabile senso di colpa e motore di una violenza sconfinata e autodistruttiva.

Sull’intreccio solido quanto soffocante, il regista costruisce delle visioni esteticamente rigorose, fonde con eleganza per niente innocua diversi mondi e tempi. Attraverso le rifrazioni del suo personaggio, la Adams unisce il dolore della vittima e la consapevolezza del carnefice, e li rinchiude nel suo sguardo, frutto di ricordi tremolanti. Asseconda un modo freddo ma non distaccato di mettere in scena il vuoto, la sofferenza, la ricerca forse inutile – ancora egocentrica – del rimpianto. In una pellicola eccellente sotto diversi aspetti, una menzione particolare la merita Michael Shannon, detective indecifrabile e dal volto scavato, capace più di ogni altro di esprimersi attraverso una mimica essenziale, rari suoni e tempi recitativi taglienti, di certo una delle presenza più significative nel cinema presente.

(4/5)

Silence (Martin Scorsese 2016), Animali Fantastici e dove Trovarli (David Yates 2016), Yellow Flowers on the Green Grass (Victor Vu 2015)

Silence è la storia del Giappone del XVII secolo che urla al resto del mondo “non mi rompete il cazzo!”. Sordi a questa ferma espressione di saggezza orientale, missionari cristiani continuano a sbarcare, a evangelizzare, mentre le comunità di convertiti vengono minacciate e variamente torturate, quando rifiutano di abiurare. Quest’ultimo Scorsese non è rapido né indolore, un film vecchio che contrappone due mondi nel modo più ovvio ed evidente, interrogandosi sulla fede in maniera così – letteralmente – canonica da riuscire a sfiorare molto raramente il mio interesse. The Wolf of Wall Street, così come i pilot di Vinyl e ancora prima di Boardwalk Empire, sono fra le cose migliori di Martin Scorsese, come innovatività narrativa e costruzione dell’azione, quindi questo film fatto di esplicite trasfigurazioni cristologiche ed ecumeniche voci fuori campo, frutto di un desiderio d’autore disgraziatamente sopravvissuto trent’anni, è difficile da giustificare. Lunghe inquadrature oleografiche citano il linguaggio dei maestri del cinema giapponese, senza poterne racchiudere il senso, mentre in un film che dà risposte a tutto il quesito vero, che rimane irrisolto, è quello che riguarda il perché della sua esistenza. Se l’unico personaggio che riempie lo schermo è Issei Ogata nei panni de “l’inquisitore” che difende il Giappone dalle avance delle “donne brutte”, incarnate dall’invadenza dei Paesi occidentali, una nota di demerito va al monocorde gesuita Andrew Garfield e all’apostata Liam Neeson, peraltro penalizzato da una scrittura terribilmente prevedibile.

Un cenno ad altri due titoli, purtroppo poco più validi. Animali Fantastici e dove Trovarli, lo sappiamo tutti, è il ritorno al mondo di Harry Potter, nato direttamente da una sceneggiatura di J. K. Rowling. La trasposizione nella New York degli anni ’20 ha i suoi motivi di interesse, è spesso divertente l’inserimento del fantastico negli ambienti e le ricostruzioni d’epoca, per quanto iperdigitali. E gli animali stessi sono abbastanza fantastici, c’è il fascino della catalogazione e del bestiario immaginario. La pressione statunitense, però, in buona parte investe anche la struttura del film, che per lunghi tratti si adegua alle catastrofi su larga scala di Marvel e simili, segnando l’ingresso della saga nel mondo meccanico e bellicoso dei supereroi. E del nuovo protagonista, Eddie Redmayne, ancora non ho capito la sostanza, con quell’aria languida, la stessa di The Danish Girl, che dell’animo diviso e sofferente è l’illustrazione perpetua.

Yellow Flowers on the Green Grass, infine, sembrerebbe un outsider, ma lo è fino a un certo punto. Mi aspettavo dal film del vietnamita Victor Vu qualcosa di più, speravo potesse ricordare il periodo d’oro del cinema orientale, quando, a cavallo fra due millenni, si affacciarono diversi autori e titoli definiti dalla cura per la fotografia, la costruzione dell’immagine, il racconto di storie quotidiane e silenziose arricchite dall’unione di realismo e poesia. Presentato a Bologna dallo Youngabout film festival, Yellow Flowers è un film gradevole, che addolcisce una storia dai contenuti drammatici e melodrammatici ricoprendoli con toni fortemente favolistici. La scelta di alleviare i passaggi narrativi permette comunque di descrivere con efficacia una comunità rurale, le credenze e le paure che la attraversano, la storia di due fratelli molto diversi fra loro e l’intreccio di tante altre piccole narrazioni. Quello che limita il film è, a dispetto dei luoghi reali e caratteristici, l’impostazione molto internazionale della regia, che l’avvicina a molti prodotti per il grande pubblico. Victor Vu, che ha tratto l’opera dal best seller di Nguyễn Nhật Ánh, segue un ritmo scandito e una scelta delle inquadrature efficace ma piuttosto anonima, salvo quando inserisce momenti contemplativi che pure sembrano modellati sulle aspettative del mercato. Quasi costante il commento musicale che, assieme all’uso di qualche ralenti di troppo, costruisce delle scene a volte enfatiche e dimostrative. Queste le scelte che normalizzano il film, che rimane comunque una discreta costruzione, specialmente nelle contraddizioni del fratello maggiore e nella finestra che apre sulla vita del villaggio, una bolla animata da credenze popolari e piccoli conflitti.

Silence (2,5/5)

Animali Fantastici e dove Trovarli (3/5)

Yellow Flowers on the Green Grass (3/5)

Denis Villeneuve, le origini: Un 32 août sur terre (1998) Maelström (2000) Polytechnique (2009)

32 agosto sulla terra villeneuve recensioneMi ero abituato a considerare l’opera di Denis Villeneuve come qualcosa di definito e coerente, essendo possibile trovare un filo conduttore forte, nell’estetica e il contenuto, nei suoi titoli da La Donna che Canta in poi. Anche Villeneuve è stato giovane, anche lui ha cominciato con pochi mezzi e un cinema fatto di idee e piccole osservazioni argute. Era già bravo, ma finalmente ancora immaturo, rispetto quanto mostrerà più avanti. Purtroppo mi capita di vedere i suoi film in periodi in cui non ho poi modo di scriverne, ma meritano sicuramente di più di questi appunti disordinati e già vaghi.  Un 32 août sur terre – Un 32 Agosto sulla Terra racconta di una giovane donna che dopo un incidente decide di avere un figlio, Maelström di una giovane donna che abortisce e poi ha degli incidenti. Sono film dall’impostazione registica molto differente, da poco rintracciabili online con sottotitoli nella nostra lingua. In entrambi si avverte il giudizio morale, che rimarrà nel lavoro di Villeneuve come studio e oggetto che spinge all’osservazione, mentre qui è presente come messaggio, in una modalità comunicativa diretta, più univoca e rozza. 32 Agosto, lungometraggio d’esordio del 1998, è scarno, piuttosto francese, ha il fascino delle storie semplici e lineari e dell’ostinazione folle della sua protagonista. È un film fatto di sentimenti congelati, che si cerca ingenuamente di ricondurre ad affari privati e puramente funzionali, un film di coincidenze devastanti e spazi vuoti dove vagare come all’interno della propria mente, come in Gerry di Gus Van Sant (che arriverà quattro anni dopo, ma il cui riferimento più probabile è effettivamente Bela Tarr, cui il film è dedicato).

maelstrom villeneuve slowfilm recensioneCoincidenze devastanti, ma più elaborate, sono anche al centro di Maelström, il film più appariscente e fracassone di Villeneuve. Ci viene raccontato da un orrido pesce sanguinolento con la voce profonda e gli occhi strabuzzati, che attende su un bancone che la testa gli venga tranciata da un orrido uomo grasso, nudo, e altrettanto impastato di sangue. È uno dei piani di Maelström, quello del commento e delle frasi sull’amore e il caso, non direttamente compreso nel mondo narrativo cui si rivolgono le sue osservazioni. La storia vera e propria, pure, si divide in più di un binario, lascia spazio a digressioni che nella ricercata costruzione toccano il grottesco e l’ironia; già molto più ricco e complesso del lavoro precedente, abbandona la linearità per incarnare il film più vario, dissonante, balcanico e pop dell’autore. Un pop che, comunque, nei momenti più tesi e onirici guarda ai titoli del primo von Trier, quello inquietante, acquatico e oleoso di L’Elemento del Crimine. A proposito di acque profonde, è The Ocean Doesn’t Want Me Today la canzone di Tom Waits che nel film trova largo spazio, la seconda, sempre da Bone Machine, è All Stripped Down. Devo citare Tom Waits per motivi affettivi, perché, come degli orridi pesci sanguinolenti che attendono di essere fatti a pezzi, siamo tutti innamorati dei sentimenti, ma sono diversi i commenti musicali che completano e formano le scene, dando loro, per contrapposizione, una natura più ambigua. Bello da vedere, sufficientemente strano e ben recitato, Maelström è un film concettualmente un po’ datato e ancora visibilmente costruito, ma già molto interessante.

Polytechnique villeneuve slowfilm recensionePolytechnique arriva nove anni dopo, la pausa più lunga nella produzione del nostro. Non so cosa abbia fatto nel frattempo: a quanto pare, non ci conosciamo poi così bene. Ad ogni modo, ci piacerà comunque dire che questo titolo è la conclusione dell’ideale prima fase del regista. Si racconta, in bianco e nero, la strage del 6 dicembre 1989 all’École polytechnique di Montréal – e così torna Van Sant. Polytechnique è un’inversione radicale, la scelta di una messa in scena asciutta, lineare, dilatata e silenziosa. Declinata, ancora, in un tono più semplice e impersonale rispetto ai migliori titoli dell’autore, vincolato a un tema forte e sostanzialmente di genere. Si rafforza quello che è sempre stato e sarà sempre di più un tratto distintivo della regia di Villeneuve, lo sguardo controllato ma spiazzato della sua macchina da presa, spesso in ritardo, che cerca i personaggi e l’azione nel quadro, e appare restia a dar loro tutta l’attenzione che normalmente accentrerebbero. Le storie sono diffuse, le cose, anche esasperate – se non ai limiti della credibilità – accadono in un mondo, lo stesso che abitiamo, che è invece pienamente significativo, con tutte le conseguenze del caso.

Un 32 août sur terre: 3,5

Maelström: 4

Polytechnique: 3,5

La La Land (Damien Chazelle 2016). Il sadico metafilmico

la-la-land-slowfilm-recensioneLa La Land è un bel film, ma le prossime sono note che potranno risultare un po’ fredde; chi avrà profondamente amato l’opera di Damien Chazelle, e credo siano in tanti, avrà sicuramente trovato un coinvolgimento più intenso, effettivo, reale. I sogni. Un mondo canterino gira attorno a quelli di Mia e Sebastian. L’incontro, la sintesi, la costruzione della coppia perfetta, e la musica, moltissima.

Non sono un fanatico della lettura metafilmica, non la cerco a ogni costo e comunque non credo sia, di per sé, un valore per un’opera. Come ogni argomento, l'(auto)riflessione sul cinema può essere trattato in maniera più o meno riuscita o interessante. L’intenzione metacinematografica di La La Land mi sembra preponderante, smisurata, tanto da rendere la sua storia d’amore, più che un incontro fra due persone, la ricostruzione di una storia d’amore come l’ha immaginata il cinema. Con un’attenzione particolare per gli anni ’50, epoca d’oro – matura, moderna, seminale – della produzione hollywoodiana, si racconta un cinema che è storia, una storia di cui il regista vuole cantare la grandezza, anche nelle sue espressioni più popolari, e formalizzare il suo rapporto con il sogno. Quasi una corrispondenza identitaria, e il percorso più naturale per creare un legame intimo con il pubblico, l’essere umano che finisce per desiderare di rispecchiarsi nello schermo – il sogno di un sogno.

Una corrispondenza così naturale che la storia di Mia, aspirante attrice, e Seb, pianista innamorato prima del jazz, poi di Mia, è quanto di più esemplare e semplice. I tempi sono i nostri, ma l’estetica dei titoli, i costumi, la musica, gli sguardi vengono dal cinema del passato. I virtuosismi della luce e dei pianosequenza, la magia che trasfigura anche le scenografie più quotidiane, vengono dall’amore per un’epoca in cui la tecnica è diventata linguaggio emotivo. Emma Stone – probabilmente l’attrice più interessante della sua generazione – è lo sguardo che riesce a rendere credibile l’incarnazione della diva, e al tempo stesso l’espressione più autentica e contemporanea del film. Durante i suoi provini l’opera si distacca momentaneamente dalle coreografie e l’attrice assume dei tratti reali, non lontani da quelli visti in Birdman, dove il racconto personale si antepone, finalmente, a quello del cinema.

Ma ecco che mi risulta difficile affrontare l’anima più intima e dolorosa del film. Quella che avvicina il discorso al precedente Whiplash, che pure nella prima parte non sembrava così affine, se non per l’importanza della componente musicale e performativa. La La Land trova il legame emotivo con il pubblico nel distacco e nella nostalgia e, come il suo predecessore, descrive la grandezza dell’arte attraverso la scelta del sacrificio. La coppia perfetta, la vita perfetta, esprimono la loro forza attraverso la mancanza, nel falso ricordo di una vita perduta che possa, per riflesso, rendere la gravità dell’ossessione artistica. Chazelle sembra trovare i momenti di massima gioia e identificazione nel montaggio che segue la ritmica dei bei pezzi musicali, è un autore che ha trovato modi appassionati – e un po’ esasperati – di celebrare l’arte, vuole renderla concreta e indispensabile, ma, forse, ancora non la fa.

(3,5/5)

Arrival (Denis Villeneuve 2016). Il dono del nuovo monolite

arrival-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Il cinema di Denis Villeneuve è, in questo periodo, fra i più sicuri, definiti e riconoscibili. Il canadese è riuscito a portare la sua poetica nelle produzioni hollywoodiane, unendo le scelte autoriali con l’apertura a un pubblico ampio, apparentemente senza dover fare grosse concessioni o compromessi. Arrival, presentato come il suo primo film di fantascienza, ha in realtà un ottimo precedente nel fantastico di Enemy, rielaborazione profonda de L’Uomo Duplicato di Saramago, da noi inspiegabilmente non distribuito. Villeneuve sa dare ai suoi film una consistenza singolare, rendendoli freddi, granitici, cerebrali, e al tempo stesso diffusamente ambigui, empatici, risultato di una costruzione che evita accuratamente di dare troppo peso al focus narrativo. Oltre che al racconto Storia della Tua Vita di Ted Chiang, Arrival evoca il Kubrick di 2001, il Vonnegut di Mattatoio n.5, lo Spielberg di Incontri Ravvicinati, Il Nolan di Interstellar, la spiritualità di Malick, e sicuramente molto altro. Ma la riconoscibilità di Villeneuve sta nel modo di allontanarsi dalle sue storie, nella capacità di lasciar corrispondere l’intero film, il suo tono, con il messaggio. La rappresentazione vive di scelte in cui l’immagine costruisce ampie architetture dai colori uniformi, quindi le identifica nei primi e primissimi piani di volti e sguardi, riconducendo tutto alla descrizione di un’interiorità che lo spettatore è chiamato a esplorare, fino a identificare temi condivisi in cui rispecchiarsi. Un ruolo essenziale, nella riuscita della singolare alchimia, è quello di Jóhann Jóhannsson, autore di un tessuto musicale che sostiene e definisce l’atmosfera combinando, anche qui, la materialità dell’ambiente con il senso sospeso di muri sonori e accenti profondi. Così, nello scantonare il film dalla rappresentazione mainstream, è essenziale la scelta di cosa evitare di mostrare, lasciando che sottotrame ed elementi narrativi consequenziali e risaputi mostrino solo i loro effetti.

[Da qui, solo per chi ha visto il film] L’incontro fra la linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, e due degli alieni arrivati sul nostro pianeta a bordo di enormi gusci – le navi sono dodici, identiche e disseminate casualmente per il globo – è subito un evento che mette in gioco una serie di implicazioni sociali, culturali, una situazione complessa che sta portando il mondo alla rivolta interna e alla guerra interplanetaria. Ma al centro della storia, e della vita di Louise, c’è un lutto, la morte della giovane figlia. La presenza di Louise, e la presenza stessa degli alieni, ha uno scopo personale e individuale, come definisce anche il raccordo visivo fra lo “schermo” – in formato panoramico – dietro cui gli alieni osservano e si lasciano osservare dagli umani, e la grande vetrata sul lago della casa di Louise, luogo intimo e familiare che si sovrappone a quello extraterrestre, confondendo i due piani. Similmente ai celebri monoliti neri, i gusci si presentano come una cesura, anche grafica, nella storia dell’uomo, conservano un mistero e una conoscenza nuova, da elaborare e assimilare. Louise cerca una forma di comunicazione comune, ed è proprio nella particolare scrittura degli alieni eptapodi, circolare, senza inizio né fine e immediata portatrice di senso, che si riflette un modo differente di percepire il tempo, e di conseguenza di concepire l’esistenza stessa. Il punto che nella maggior parte della fantascienza viene bypassato attraverso provvidenziali ritrovati tecnologici, il nodo della diversità linguistica, qui diventa centrale, ed è la chiave per accedere, dopo aver citato Sapir-Whorf, a una diversa percezione della realtà, lasciando che la mente sia modellata da un diverso linguaggio.

Quella che sembrava una premessa, la perdita della figlia da parte di Louise, si rivela essere un evento cronologicamente successivo all’incontro con gli alieni. La futura madre, non più vincolata alla linearità temporale, conosce il destino della figlia, e lo accetta, scegliendo di metterla al mondo. All’interno di una storia che, pure attraverso una cronaca distaccata ed ellittica, presenta fobie e conflitti globali, il centro torna alle più profonde e irrinunciabili delle paure umane e individuali, quella della morte. L’altro episodio chiave, legato al generale che Louise persuade a non attaccare le navi spaziali, riguarda anch’esso una perdita, con il militare che, in un tempo futuro, rivela alla studiosa le parole che la moglie ha pronunciato in punto di morte, consentendo a Louise di riportargliele nel passato. Nella percezione circolare e completa dell’esistenza, la vita si presenta in ogni caso come “un gioco non a somma zero”, e il dono alieno, attraverso la “riprogrammazione linguistica” è la possibilità, per l’uomo, di accettare l’idea della morte.

Sulla strada del ritorno, mentre l’esterno sembra ancora una diretta emanazione delle suggestioni cinematografiche, l’ultimo album dei Flaming Lips è un adeguato distillato musicale di alienazione e intimità.

“Il desiderio di avere più mucche”

(4/5)

Rogue One: a Star Wars story (Gareth Edwards 2016), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (Steven Spielberg 2016) e l’egemonia Disney sulla nostra immaginazione

rogue-one-slowfilm-recensioneDue grossi titoli, ma sarò breve. Se da una parte ero curioso di vedere la costola stellare di Gareth Edwards, regista che ho apprezzato in Godzilla e soprattutto nell’esordio di Monsters, dall’altra Il Risveglio della Forza mi aveva già persuaso che nulla di sbalorditivo sarebbe più venuto dal filone Star Wars, diventato un franchising come tanti altri. Rogue One racconta le vicende che portano i ribelli a impadronirsi dei piani della sempreverde Morte Nera, quella da far esplodere nell’episodio IV. E, rispetto a questa missione, il film non si sposta di un centimetro in nessun’altra direzione. Se consideriamo la cronologia narrativa, da questo film in avanti Guerre Stellari si presenta come un susseguirsi di cinque episodi in cui tutti, tranne L’Impero Colpisce Ancora, hanno come soggetto la costruzione e/o distruzione di una Morte Nera. Il mio timore è un Episodio VIII incentrato sulla scoperta del giro di appalti e i magheggi assicurativi legati alle Morti Nere.

Dicevamo, Rogue One. Il lavoro di Edwards è stato ampiamente rigirato e rimaneggiato per volere della Disney, per più di trenta scene esistono più versioni originali o alternative, quindi la visione del regista prevedeva, forse, più momenti personali e descrittivamente interessanti. Che pure ci sono, centellinati in dettagli e aperture visive, specialmente nella prima parte. Per il resto, Rogue One somiglia a un film di guerra anni ’60, un film alla Sporca Dozzina o qualsiasi altro lavoro, come l’Alien di Jeunet, incentrato sulla forte caratterizzazione di un manipolo di persone-funzioni destinate a una missione. Quello scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy è un film di guerra minore, una battaglia da cui, allora, mi sarei aspettato almeno qualche peculiare invenzione in più. L’ambientazione fantascientifica, invece, influisce poco, e negli episodi individuali sono poche le scene che riescono a smuovere un po’ le acque. Questo a fronte di alcuni personaggi, a cominciare dal nuovo androide K-2SO (dove la cappa con ogni probabilità sta per kakakazzi), tutto sommato riusciti, ma che si trovano a ricoprire dinamiche relazionali colme di pathos, senza che i rapporti siano stati descritti o costruiti. In conclusione, se l’episodio VII è un aspirante grande film poco riuscito, Rogue One è un piccolo film, sostanzialmente privo di epica, riuscito meglio, ma che fa poco per distinguersi.

grande-gigante-gentile-ggg-slowfilm-recensioneL’altra faccia dell’intrattenimento disneyano invernale è quella da redneck del GGG – Il Grande Gigante Gentile. Un tentativo strenuo, ma direi anche stanco, di Steven Spielberg di imbroccare un classicone per bambini. Sarà che poche settimane prima abbiamo visto della stessa storia una versione al Teatro Testoni, che mi è sembrata molto più ricca di invenzioni, e in un certo modo anche più coraggiosa, ma anche quest’ultima fatica di Spielberg mi è parsa svogliata e anonima. Scene prolisse, azione goffa e mal congegnata (avvilenti i giganti che bullizzano GGG e usano le auto come pattini a rotelle), per una trasposizione da Roald Dahl da troppi punti di vista scolastica e poco sorprendente.

Mai qualcosa che oltrepassi, o anche rimanga sotto la linea, nel monopolio dell’immaginario legato alla Disney (che possiede, fra tanto altro, anche Pixar e soprattutto quella piaga che è la Marvel). Si tratta di una declinazione del fantastico estremamente chiusa, dove la trasposizione cinematografica è legata a un’enorme semplificazione dei contenuti e una rigida definizione dei personaggi, che relegano lo spettatore a un ruolo passivo. Un bel paradosso, per delle storie fantastiche che dovrebbero dare soprattutto spunti e suggestioni. L’obiettivo è sempre quello di rivolgersi a un pubblico troppo vasto, aggravando la piattezza dell’intreccio con l’episodizzazione sfrenata delle saghe e dei filoni, dove ogni titolo ha senso solo come ulteriore tassello di un’estetica già definita. Così, dalla Disney come da altre produzioni affini, come il Warcraft di Duncan Jones, partono progetti che, anziché arricchirsi con il loro lavoro, sequestrano e snaturano le potenzialità di registi emergenti nella prevedibilità di un digitale plastificato, spesso logorroico nel racconto eppure con così poco da dire. Rian Johnson, tra poco tocca a te.

Ok, pensavo che sarei stato più breve, ma avrei potuto prendermela anche di più.

Rogue One: 3,5/5

Il GGG: 3/5

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Paterson (Jim Jarmusch 2016). Il maestro del cinema minimalista e indipendente firma il miglior film dell’anno

paterson-slowfilm-locandinaDunque non sono rotto, almeno non del tutto, quando arriva un film così ancora riesco a immergermi completamente. Paterson è un’opera che fa ringiovanire, un ritorno al cinema che riporta alle prime emozioni legate alla scoperta di Jim Jarmusch, al minimalismo poetico e alle coincidenze che danno identità a ogni giornata, al romanticismo che l’età adulta rende ancora più ricco di incertezze.

Una settimana nella vita di Paterson, autista di autobus della città di Paterson, New Jersey, scandita dal lavoro, la passione per la poesia, la creatività della compagna e i rantoli di un bulldog inglese. Jim Jarmusch, ancora più del solito, sembra parlare di sé e del suo modo di elaborare il tempo e la vita, di definire il valore delle cose e le esperienze, in un autoritratto più asciutto e spontaneo rispetto al precedente, piuttosto didascalico, Solo gli Amanti Sopravvivono. Paterson, con i sottofondi strumentali accennati, i quadri frontali che raramente ricercano il movimento di camera, il testo di Ron Padgett scritto e recitato che compare sullo schermo, descrive la realtà e la difficoltà del doverne far parte, e incarna anche uno dei più riusciti incontri fra cinema e poesia dai tempi di Il Cielo Sopra Berlino. I protagonisti perfettamente in parte, Adam Driver ormai ricercato da ogni genere di cinema e la splendida Golshifteh Farahani, sono figure e sguardo in una sintassi filmica impeccabile nella costruzione di una distanza colma di empatia. Il montaggio ricorsivo e le scelte della narrazione ricordano come una storia universale – quella della ricerca di sé e della propria relazione col mondo, che inevitabilmente tocca tutti – possa essere raccontata attraverso l’identità dell’episodio, dei gesti, delle abitudini destinate a essere stravolte. Le grandi e piccole variazioni, le pause, i dettagli, diventano tutti significativi, sguardi attraversati dal fascino di altre esistenze.

Non è lo svolgimento di una storia rumorosa già vista troppe volte che può incollare allo schermo, ma la sorpresa della vita e delle piccole ossessioni, ricercate e riportate con complicità da un grande narratore. Un’occasione per riscoprire la differenza tra i film che mostrano solo loro stessi e quelli che, come Paterson, sono più grandi delle singole parti, acquisiscono una definita personalità nella loro completezza, e invadono i pensieri nel mondo esterno, fuori dalla sala. Sullo schermo scorre una settimana di Paterson raccontata da Jim Jarmusch, e si rimarrebbe a guadarne molte altre.

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(5/5)

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton 2016). Un Burton horror per la prova migliore da molti anni

peregrineA voler fare i conti, questo è il miglior film di Tim Burton da almeno dieci anni. E arriva quando titoli di assoluta piattezza come Dark Shadows e Big Eyes mi avevano ormai convinto che nient’altro di buono sarebbe venuto dal regista di Burbank. Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children è una sorpresa, un intreccio di piani e temi che racconta storie universali e sentimenti particolari, portando ora sullo sfondo, ora in primo piano, la Guerra vera e personaggi fantastici, che riflettono nella propria unicità l’assurdità e l’orrore del conflitto. E si tratta, per molti versi, del film di Burton più vicino all’horror. Pur avendo consacrato la sua filmografia al dark e al fantastico, l’autore li ha sempre declinati in modo favolistico, o folkloristico. Qui, invece, trovano spazio diverse scene e immagini piuttosto impressionanti, direttamente legate al genere.

Tratto dal libro del 2011 di Ransom Riggs, Miss Peregrine offre numerose invenzioni fantastiche, dalle caratterizzazioni – ben riuscite – dei ragazzi speciali e delle figure mostruose che li perseguitano, alla creazione di loop e intrecci temporali, alla realizzazione di scene dal forte impatto visivo. Anche se in modo forse non perfettamente armonioso, trovano spazio diversi riferimenti e citazioni, dagli X-Men ai primi lavori di Guillermo del Toro, all’omaggio ai pionieristici scheletri a passo uno di Harryhausen. Nella miscela di umori e generi riesce a prendere forma una sensazione definita, opprimente: la minaccia costante della guerra e dei bombardamenti. Che si riflette, senza annullarsi, nella cappa temporale in cui Miss Peregrine (una Eva Green assolutamente in parte) cerca di dare protezione a bambini e ragazzini che appaiono mutati dagli orrori che sono costretti a vivere. Pur nell’enorme distanza, alcuni dettagli e, in certo modo, il tono uniforme dei colori che costruisce attorno ai protagonisti una sorta di gabbia, mi hanno ricordato sensazioni legate alla Trilogia della città di K.

La paura, nel film di Burton, è strettamente legata al tempo e alla realtà inaccettabile che porta con sé, alla scena sospesa di bambini che osservano aerei da guerra volare sopra le loro teste. La cosa più preziosa che posseggono sono i propri occhi, che consentono di legarsi al cinema, al racconto che regala l’illusione di poter sopravvivere in un sogno.

(4/5)

Captain Fantastic (Matt Ross 2015). Quando l’indie ha qualcosa da dire.

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Una persona si giudica dalle azioni, non dalle parole. Attorno a questa frase, in Captain Fantastic citata più di una volta, si gioca il conflitto che anima interamente il film. Da una parte c’è un padre che, assieme ai sei figli, pretende di seguirla alla lettera, mettendo in pratica tutto quanto la cultura abbia definito come giusto ed essenziale; dall’altra parte tutti gli altri, che non possono negare la fondatezza dei valori ideologici ed etici, ma li hanno portati a una impercettibile diluizione omeopatica all’interno di un vivere sociale nei fatti opposto, caratterizzato da una fiera superficialità accompagnata da un inscalfibile individualismo.

Sorta di incontro fra Into the Wild e il poco conosciuto ma molto valido The Student, con un immancabile spruzzo di estetica alla Wes Anderson, il film scritto e diretto da Matt Ross mette in scena due posizioni radicali. Ben (un ottimo Viggo Mortensen) cresce i suoi figli nel bosco, insegna loro a vivere secondo le leggi della natura e al tempo stesso li educa al pensiero critico, ritenendo che a ogni età ogni argomento vada affrontato in tutta la sua realtà, li porta a padroneggiare parecchie lingue e a festeggiare il compleanno di Chomsky invece del Natale. La famiglia di Ben ha ovviamente la caratteristica dell’eccezionalità, ma è la sua speculare opposizione che consente di scorgere il radicalismo opposto, quello del vivere comune – per quanto, c’è da dire, il confronto sia sempre con famiglie alto borghesi -, dove le scelte non conformi sono trattate come delle minacce, e l’inconsistenza della cultura e del pensiero sono i necessari presupposti per un’esistenza comoda e rispettosa dell’altrui pochezza. Il film non riguarda tanto l'”eccentricità” di una famiglia, quanto il disvelamento di un’assurdità diffusa ma invisibile, perché dominante.

Per riportare un conflitto che è prima di tutto una tesi, dunque, Ross descrive anche la famiglia di Ben trattandola come un nucleo compatto, per darle la possibilità di confrontarsi efficacemente con il resto del mondo. Le differenze fra i ragazzi sono spiccate, ma rimangono al servizio di un percorso che richiede delle funzioni, prima ancora che dei personaggi. Questo non significa che l’autore non abbia voluto e saputo costruire dei passaggi fortemente emotivi, ma l’attenzione – ed è probabilmente quel che consente al film di distinguersi dalla maggior parte delle produzioni indie – è riposta su un discorso teorico e dei modelli culturali, piuttosto che sulla scrittura di caratterizzazioni individuali ed evoluzioni sentimentali, abitualmente offerte al pubblico. Captain Fantastic, attenzione, è comunque un film molto diretto e godibile, anche divertente, che fra l’altro non rinuncia al topos per eccellenza del genere, il maledetto viaggio on the road. Solo qui siamo in presenza di uno script più originale e delle scelte più concrete, per un film che ha finalmente qualcosa da dire.

Power to the people, Stick it to the man

(4/5)