Lazzaro Felice (Alice Rohrwacher 2018)

lazzaro felice-slowfilm-recensioneLazzaro Felice è stato premiato a Cannes per la sceneggiatura, non mi aspettavo, quindi, che il suo punto debole fosse proprio nella scrittura. Alice Rohrwacher, regista e sceneggiatrice, dirige un film che possiede un certo fascino. Ci porta in una realtà rurale dove i contadini, giovani e anziani, donne e uomini, lavorano ogni giorno fino a riempire completamente le proprie vite. Sembra di guardare un centinaio d’anni indietro, ma presto nel film compaiono elementi di modernità. I mezzadri lavorano al servizio di una marchesa, che si è premurata di isolarli dal resto del mondo e non far loro conoscere l’esistenza del denaro. Lazzaro Felice è, nella prima parte, un bel racconto per immagini e quadri di quotidianità, ha un protagonista (Adriano Tardiolo) piuttosto azzeccato, altri interpreti (a cominciare dalla marchesa Nicoletta Braschi) un po’ meno.

Il film, fino a un certo punto, vive di rughe contadine e belle vedute aeree sui calanchi, rughe argillose che solcano la colline, e riesce a conservare un fragile equilibrio fra visione documentaria e poetica. Bello il modo in cui le panoramiche sul territorio vengono giustificate diegeticamente, ricreando scene puramente visive e riportandole nella narrazione. Lazzaro Felice diventa, poi, una parabola confusa in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’aridità di chi non ha saputo trovare una propria ragione, l’avidità (solo enunciata) del sistema (bancario), passano in maniera didascalica e meccanica. Tutto si riduce a una serie di enunciazioni esplicite e piuttosto elementari, che rendono sostanzialmente sterili le premesse, anche fantastiche, che pure potevano avere delle motivazioni.

(3/5)

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Solo – a Star Wars story (Ron Howard 2018)

solo-locandinaDell’ultima ondata di Guerre Stellari, Solo è il film che mi ha divertito di più. Passato come il più stanco degli spin-off della saga iniziata quarantuno anni fa da George Lucas, il film firmato (dopo numerosi intoppi) da Ron Howard (ronauard) è uno degli episodi che più ricorda lo spirito originale. Solo è un film leggero e ben fatto, che cerca l’avventura e intanto riesce a tratteggiare un numero ragionevole di personaggi – non come Gli Ultimi Jedi, che ne colleziona di vecchi e di nuovi senza sapere cosa farci – e, soprattutto, lo fa in forma diretta. Nel presentare la genesi di Han&Chewbecca richiama gli indizi e i cenni narrativi presentati nella trilogia originale, ma non sente l’esigenza di ricercare una nuova lettura, di dissacrare. Che era, invece, l’unica preoccupazione di Rian Johnson, autore di un film irritante, perché tanta foga dissacrante può nascere solo dall’idea che Guerre Stellari sia realmente qualcosa di sacro, che abbia bisogno di essere intaccato. L’intera serie, invece, non è né sacra, né così forte da aver bisogno d’essere intaccata, perché lo è già, profondamente. È una cosa discontinua, eterogenea, e ogni singolo film funziona o non funziona esattamente come accade a ogni altro film al mondo, senza che influisca il rispetto esibito o negato nei confronti di un personaggio storico, il conteggio di quante spade laser siano o meno presenti, le specificazioni filologiche di cosa si possa fare usando la forza e altre robe del genere. Quando si ritiene che lo scopo principale di un film possa essere il rapportarsi al mondo e le conoscenze importati da altri film, quel che ne viene fuori è una cosa rozza e metareferenziale.

Han Solo non è un predestinato, è uno che naviga a vista, ed è per questo che ci è tanto simpatico. E una volta passati i primi minuti a confrontare mentalmente il volto e le azioni di Alden Ehrenreich con le espressioni e i gesti di Harrison Ford, il nuovo Solo riesce a vivere di vita propria. Ha poche cose da fare, ben individuate ma di non immediata realizzazione, che comportano una discreta quantità di scontri ed esplosioni, distesa su un tono narrativo semplicemente ironico. Solo prende molto dall’immaginario western e propone un’azione non (troppo) confusionaria, quasi classica, ha delle idee di design migliori dei suoi predecessori, azzecca almeno un paio di personaggi femminili (uno in forma di giovane guerriera, l’altro di robot), e per Chewbecca un’entrata in scena che non sarebbe dispiaciuta a Marlene Dietrich. Ci si diverte, va bene così.

(4/5)

Hostiles – Ostili (Scott Cooper 2017). Molta violenza per un film innocuo

hostiles slowfilm recensioneIl western, come la fantascienza, è un genere nobile, adatto a svolgere più o meno ogni discorso. Dagli anni ’70, attraverso la destrutturazione di Altman, Peckinpah, Hill e gli altri, si può leggere nel western l’evoluzione di tutto il cinema, fino a contarne gli anelli di crescita. È, ancora oggi, un campo in cui poter sperimentare immersioni nell’umano, tanto quanto iperviolente ibridazioni pop.

Hostiles, la nuova epopea pionieristica con Christian Bale, non trova, invece, la sua cifra. Vuole essere un western contemporaneo, ma finisce solo per snaturare il discorso classico, inquinando entrambi i mondi. Rispolvera i pellerossa selvaggi e assetati di sangue, per poi procedere alla loro necessaria riabilitazione, senza che questa sia supportata da una effettiva evoluzione narrativa. Costruisce personaggi monolitici e violenti, che si raccontano come tali, e ne stravolge l’essenza: da una scena all’altra cambiano, semplicemente guidati dall’esigenza di raggiungere una definizione più al passo coi tempi. Hostiles, per il resto, è un film ben girato, e la fotografia di Masanobu Takayanagi riesce a riproporre uno degli aspetti più affascinanti del genere, l’inglobante – decisivo e indifferente – che è nell’ambiente e nella natura. Anche per questo, l’impressione più forte è quella che il film di Scott Cooper sia prima di tutto un’occasione mancata.

(3/5)

Cose che avrei voluto scrivere

dogmanDogman (Matteo Garrone 2018) è, per il suo autore, un nuovo racconto, che si aggiunge a quelli di Basile. Un racconto stavolta contemporaneo, ma ancora affidato a figure stilizzate, immerse in architetture che vincolano l’esistenza e le azioni. Uno scenario post apocalittico, quello di Villaggio Coppola a Castel Volturno, descritto con sguardo realistico ma in qualche modo affettuoso. Come a voler fare i conti con qualcosa che fa comunque parte di noi. È lo stesso affetto, (auto)compassionevole, che investe anche Marcello, interpretato dal giustamente celebrato Marcello Fonte, che attraverso la sua voce e il suo volto ha aggiunto un personaggio memorabile nel nostro cinema. È l’affetto verso uno straw (dog)man che, anche rispetto alle cronache di riferimento, è vittima degli eventi, un uomo che nella post apocalisse, tutto sommato, aveva trovato un suo equilibrio e creato un suo tessuto sociale. Il racconto della perdita di questo equilibrio è tratteggiato con episodi semplici e scarni, immagini nette, raramente violente, più guidate dalla sofferenza per quel che è già perduto e quanto ancora c’è da perdere. (4/5)

Manga Do. Igort e la via del manga (Domenico Distilo 2018) è il bel documentario che segue parte del viaggio del fumettista Igor Tuveri in Giappone. Dalla sua esperienza di vita e di lavoro sono nati i suoi primi Quaderni Giapponesi, dal recente ritorno a quell’isola, a quelle persone, a quel modo di interpretare la vita, i secondi Quaderni Giapponesi. Entrambi i volumi, bene specificarlo, sono dei capolavori. Mi sarebbe piaciuto, già dalla lettura dei quaderni, delineare un percorso che seguisse lo sguardo occidentale sul Giappone. Che toccasse L’Impero dei Segni di Roland Barthes, Sans Soleil di Chris Marker, i Quaderni di Igort e ora questo documentario. Testi e suggestioni che avrei voluto rispolverare, ma che al momento posso solo appuntare come traccia. Lo sguardo affascinato sul Giappone è probabilmente quello che gli dona la sua massima ricchezza; dalla curiosità, l’ammirazione a volte l’ironia rispetto alle differenze, nasce un discorso sulle diverse, possibili interpretazioni del tempo, dell’estetica e dell’etica, della natura, del senso del dovere e degli spazi che ognuno si ritaglia per riempirli con i propri desideri. Dalla ferita atomica alla spiritualità, dal lavoro alla sublimazione attraverso l’arte e i rituali antichi, Manga Do, guidato dall’osservazione pacata e ammirata di Igort, ripercorre diversi topoi nipponici, rifuggendo (forse anche troppo!) immagini turistiche o consumate. Di grande bellezza i momenti in cui Igort mostra i disegni, meravigliosi, alla base dei suoi primi Quaderni: acquarelli realizzati sui piccoli taccuini Mujirushi Ryōhin, i “buoni prodotti senza marchio”, pagine piene, vissute, ondulate dal colore, che portano delle vere opere d’arte nell’immediatezza di un oggetto povero e perfettamente funzionale. (4/5)

Nella seconda foto, due delle mie pagine preferite dei secondi Quaderni Giapponesi, con i toni viola che si riversano dalle pareti al cielo, alle strade da percorrere sotto la pioggia. La terza è un fotogramma del film, col taccuino originale.

L’Isola dei Cani (Wes Anderson 2018) incarna perfettamente la definizione di “carino”. E non c’è un’inquadratura che non sia un’opera di design. Queste affermazioni non hanno un valore necessariamente, o esclusivamente, positivo.  Il lavoro che c’è dietro è enorme, molto arguto e di buon gusto, e il film mi è piaciuto. Ma è un Wes Anderson in bellissima copia di sé. (3,5/5)

The Breadwinner – I racconti di Parvana (Nora Twomey 2017) dalla co-autrice di The Secret of Kellsla storia di una ragazza afghana, della sua condizione di donna, della guerra e della ricerca d’umanità attraverso la narrazione. Un’animazione semplice e raffinata, espressiva nelle sue linee nette e i colori pieni, che nella stilizzazione rispetta la drammaticità del soggetto. (4/5)

a beautiful dayA Beautiful Day – You were never really here (Lynne Ramsay 2018), dall’autrice di Ora Parliamo di Kevin, è Ghost Dog girato da Refn con le musiche (del Greenwood) di P.T. Anderson. È un buon film, soprattutto capace nel creare un’atmosfera coerente quanto opprimente, ma, a distanza di qualche settimana, fatico nel mettere a fuoco delle singole scene. Vidi nello stesso giorno I Segreti di Wind River (Taylor Sheridan 2017), per andare incontro a una solida depressione cumulativa. Con Wind River Sheridan conclude la trilogia della frontiera, da lui scritta, iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Qui Sheridan tiene per sé anche la regia. Se la neve e i segreti che prova incessantemente a seppellire hanno sempre il loro fascino, la trama risulta forse troppo semplice, e innervata di una cultura bronsoniana di giustizia fai da te, che da qualche decennio stona. Se Sicario aveva più di un punto in comune, c’era la grandezza della regia di Villeneuve a dare complessità al film; una mano e uno sguardo, quelli di Sheridan, non altrettanto efficaci nello stravolgere una pista un po’ troppo battuta. A Beautiful Day 3,5/5 – Wind River 3/5

famiglia fangLa Famiglia Fang (Jason Bateman 2015), visto soprattutto in quanto “film con Christopher Walken”. Bateman è avanti e dietro la macchina da presa, per la trasposizione di un romanzo di Kevin Wilson che ben si adegua alle abitudini della commedia drammatica del cinema indie americano. Family Fang si poggia sulle vicende di una famiglia di artisti situazionisti, dove il capofamiglia, assieme alla moglie, riporta i due figli, fin da piccoli, all’interno delle proprie performance. Se il discorso sulla forza e il ruolo dell’arte riesce fino a un certo punto, identificandosi troppo con un fanatismo del padre che finisce per semplificare troppo le cose, viaggia meglio il rapporto tra fratello e sorella e l’irrimediabile difficoltà di diventare adulti, di distaccarsi dai propri genitori, in qualche modo uccidendoli. Il film non raggiunge vette incredibili, ma ha delle idee, una direzione tutto sommato adeguata e consapevole del suo peso specifico, e il cast, da Walken a Nicole Kidman, funziona. (3,5/5)

The Death of Stalin (Armando Iannucci 2017). Finalmente, c’è molto cinema

Morto-Stalin-se-ne-fa-un-altroNon dirò molto su The Death of Stalin, se non che – finalmente e un po’ anche inaspettatamente – c’è tanto cinema. In Italia Morto Stalin, se ne fa un altro, titolo che potrebbe fare erroneamente pensare a una farsa fatta di sosia e noie simili. Armando Iannucci (autore scozzese di origini napoletane per una produzione GB – Francia) dirige e scrive, partendo da una graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, un film dagli equilibri attenti, trovati con naturalezza, come non avevo la fortuna di vederne da mesi.

Death of Stalin racconta le ultime ore del dittatore, e la lotta per la successione che si scatena nella sua corte. A svolgere le situazioni e i dialoghi un cast eccezionale, costituito, per citarlo solo in parte, da Steve Buscemi, Michael Palin, Simon Russell Beale e Jeffrey Tambor. Su una ricostruzione rispettosa dei fatti storici, Iannucci costruisce un impianto che scantona dalle abitudini solenni e ingessate del genere, come dagli eccessi della parodia, adotta un’impostazione teatrale riuscendo a conservare un forte dinamismo nella messa in scena. Porta nelle intricate vicende gli impacci e il linguaggio diretto e volgare (meravigliosa la scena iniziale del concerto, una sorta di Lubitsch sboccato), costruendo una commedia che, per la natura delle cose e dell’uomo, con buona probabilità può essersi avvicinata, più di altre ricostruzioni, ai toni della realtà.

Iannucci racconta attraverso una regia presente ma non invadente – allora si può, ancora! -, ogni inquadratura accentua l’ironia, senza tradire il senso, spesso drammatico, dei contenuti. La sinergia fra recitazione, dialoghi e scelte visive fa apparire semplice quel che semplice non è, portando nelle azioni dei protagonisti il terrore per l’imprevedibile ferocia di Stalin, l’esigenza costante di prodigarsi nella sua adulazione, la guerra strategica con i propri pari, senza che nessuno perda, intanto, la propria forte caratterizzazione. Il film tocca momenti di pura comicità ed eventi realmente drammatici, senza che questi stridano fra loro, ma lasciando che ognuno legittimi e rinforzi l’altro. Una commistione di toni e contenuti che da tempo non passava sullo schermo con tanta spontaneità.

(4,5/5)

Loro 1 (Paolo Sorrentino 2018), una recensione politica

loro 1 slowfilm recensioneSorrentino è un ottimo regista, e uno sceneggiatore originale e interessante, cose che fanno di lui un autore. E avere un autore, in Italia, mentre piangiamo l’abituale miseria, è una cosa di cui dovremmo essere contenti. È una ripetizione e una premessa indispensabile, vista la mole di critiche che solitamente muove ogni suo lavoro. Sorrentino può non piacere, può non piacere il suo cinema così caratterizzato, ma trattarlo con sufficienza e ironia (di solito poco ispirata) è una soluzione che può accontentare chi il cinema, tutto sommato, non è interessato a frequentarlo più di tanto, o è comunque più interessato alle sue narrazioni più usuali e accoglienti.

Delle masse plagiate e traviate dal potere ipnotico di Berlusconi, non frega un cazzo. Finalmente. Le masse traviate erano già insostenibili quando erano maggioranza silenziosa, adesso che è livore digitale rumoroso, conviene tenerle un po’ spente. Loro 1 dipinge un empireo, una colorata selezione di sguaiate figure ultraterrene dalle denominazioni astratte, mette in scena dei ruoli che possono essere ricoperti da persone diverse, ma che devono necessariamente esistere in quanto funzioni e oggetti del desiderio per chi, invece, rimane invisibile. Loro, quelli che contano, Lui, il nutrimento a cui tutti guardano, Dio, un fantasma che disperde i suoi fluidi, e altri semidei, nudi, plastici, assurdi, affamati.

Per estetica o per suggestioni, il film di Sorrentino si pone sul lato pulp del postmoderno: con i ritmi ossessivi utili ai riti tribali, e con Riccardo Scamarcio dal volto gonfio e gli occhi schizzati (in buona parte il vero protagonista di questa prima frazione), gemello del DiCaprio di The Wolf of Wall Street. Con un distacco dalla realtà condivisa che, pur non comprimendo tutto in una limousine, riporta l’eccentricità ultraterrena di Cosmopolis, e con lo sguardo quasi languido, che mostra come anche il sarcasmo possa fluttuare fra corpi e vuoti esistenziali, al modo dell’ultimo Malick. Loro è un film d’autore e di finzione abitato da personaggi reali, ed è pressoché indispensabile che a due terzi dell’opera, quando Berlusconi compare, questo sia impersonato da una maschera indossata da un attore campano. Più mimetico nei panni di Andreotti, figura più complessa, distante e soprattutto nascosta, Toni Servillo ha qui il compito di nascondere anche Berlusconi, la persona al mondo di cui sappiamo di più, la persona il cui nome suona da tempo come un luogo comune. Servillo lo trasforma in qualcosa di indefinito, con indosso un abito che non racconterà adeguatamente la storia e la sete di distruzione di Berlusconi, ma che consente a Loro di essere un film.

Loro 2, al cinema dal 10 maggio, sarà probabilmente più legato alle vicende di Berlusconi, specialmente quelle di (s)costume, continuando da dove lo si è lasciato. Non è escluso che, fra le due metà, la più equilibrata potrà risultare questa prima, proprio per come ha regolato la presenza del suo ingombrante protagonista. Rimane l’idea di un film che – lo ammetto, il soggetto non mi ha fatto correre al cinema – ha saputo trovare una sua chiave e una sua gestione dei tempi, facendo tesoro anche dell’incursione seriale di The Young Pope. Il secondo capitolo, verosimilmente, continuerà a offrire una versione cerebrale ed estetizzante del pop, un montaggio che alterna frammentarietà e quadri distesi, procedendo spesso per analogie e riportandole nella realtà diegetica, una parata di personaggi in esplorazione del lato oscuro felliniano, per dare forma, più che a una storia, a delle sensazioni filmiche e fisiche, non necessariamente gradevoli.

(4/5)

Fantascienza a basso rendimento: The Cloverfield Paradox e Downsizing

cloverfield paradox slowfilm recensioneC’è questa pratica molto postmoderna, non a caso associata a quell’animale del marketing che è J. J. Abrams, che consiste nel prendere un film non di primo piano, o magari neanche riuscito troppo bene, e dargli visibilità inserendolo nell'”universo Cloverfield”. Si fa tutto più facilmente della maggior parte dei lavoretti di Muciaccia: si azzecca la parola Cloverfield nel titolo e, con abbondante colla vinilica, una scena nel film che confermi la distruzione del mondo da parte di esseri alieni, mostruosi e privi di moventi, come nel primo Cloverfield. Il secondo capitolo 10 Cloverfield Lane, è, per il momento, l’episodio migliore di questa serie (buona atmosfera, ottimi protagonisti, nel complesso un film che ha pure qualcosa da raccontare), mentre questo recente The Cloverfield Paradox (Julius Onah 2018), distribuito da Netflix, è una roba senza senso. C’è gente in orbita alla ricerca di un modo per produrre energia infinita per una Terra ormai spossata, e un piccolo incidente porta all’ingarbugliarsi di realtà alternative e svariati altri effetti collaterali. Paradox si snoda per una serie di scene ingiustificate e ingiustificabili, di stampo soprattutto horror, infarcite da citazioni che vanno da Alien in giù, inseguendo eccentricità letali alla Final Destination e altre bizzarrie alla Twilight Zone, senza avere poi alcuna voglia di renderne conto. Una rassegna di situazioni piuttosto strane, ma neanche così sorprendenti, fini a loro stesse, inframmezzate dalle svampite sdrammatizzazioni di Chris O’Dowd e dal considerevole profilmico di Elizabeth Debicki.

(2,5/5)

downsizing slowfilm recensioneAlexander Payne fa dei film che per qualche motivo mi incuriosiscono, quindi finisco quasi sempre per vederli. Solitamente si tratta di soggetti accattivanti, che però Payne riesce a trattare in modo piuttosto scialbo, come se volesse essere dissacratorio ed elegante allo stesso tempo, e alla fine non riuscisse in nessuna delle due cose. Nonostante questo, Payne riesce spesso a trovare il favore di chi cerca del cinema quasi d’autore, che non sia troppo impegnativo. Downsizing (Alexander Payne 2017), purtroppo, sembra aver lasciato piuttosto indifferenti un po’ tutti. Il tema di un’umanità che si miniaturizza per poter meglio gestire le risorse, non trova una linea convincente. Payne, anche sceneggiatore, sfiora l’aspetto ludico per poi abbandonarlo, sostiene per buona parte del film un tormento privato di cui non frega niente a nessuno, per poi buttarsi sulla critica sociale ed ecologica, spruzzandola di romanticismo rivoluzionario. I diversi aspetti finiscono per inquinarsi fra loro, non riuscendo a restituire nessuna immagine davvero forte o memorabile. Io, almeno, non memoro già quasi più  nulla.

(2,5/5)

Qualche film agile e piuttosto divertente: Smetto quando voglio masterclass + ad honorem, Paddington 2

smetto quando voglio masterclass slowfilm recensioneIl secondo e il terzo capitolo della saga di Sydney Sibilia sono in realtà un unico film, ed è un film più divertente e riuscito dell’esordio. Cambiano, rispetto al primo, gli sceneggiatori (con l’eccezione dello stesso Sibilia, sempre presente) e cambia il tono. Smetto quando voglio si distacca dal recriminare qualunquista dell’italiano geniale e bistrattato, per abbracciare l’iperbole del crime movie all’americana in salsa nostrana. Una salsa ben riuscita, molto più gustosa, per dire, di quella alla base di Jeeg Robot. La sceneggiatura è decisamente più accurata della media, costruisce un meccanismo che funziona e lo arricchisce di un umorismo sopra le righe ma non forzato, ben gestito da tutti gli attori (gran gruppo, c’è da dire). Molti sono anche i dettagli realistici, legati alle specifiche conoscenze dei personaggi, accompagnati da dettagli burocratici che svelano la loro intima assurdità. Masterclass in particolare, in quanto episodio libero anche dall’intralcio di dover dare una chiusura, è una gran prova di cazzeggio. Ad Honorem pure regge, perdendo qualche colpo quando sceglie di voler dare un finale dal retrogusto amaro, dove non proprio tutto riesce a raggiungere la tensione ricercata. Poco male, rimane un lavoro che funziona, ricco di caratterizzazioni intelligenti e di episodi in cui si ride davvero.

paddington 2 slowfilm recensioneMolto grazioso anche il ritorno dell’orsetto Paddington. Come spesso accade, una volta conosciuto il personaggio e accettata l’idea, sdoganata nel primo capitolo, i successivi raccontano storie indipendenti, che non lasciano evolvere né arricchiscono più di tanto i protagonisti. Non è necessariamente una cosa negativa, anzi, con una buona sceneggiatura può essere una condizione che consente di dare più forza alle singole scene. Paddington 2, inoltre, può contare nuovamente sull’apprezzabile direzione di Paul King, che con un certo equilibrio dà forma a un fumettone molto british, arricchito da architetture, simmetrie e movimenti di macchina vicini al Wes Anderson più divertito. Un buon cinema familiare. Segue immagine di un orsetto dallo sguardo austero, un superpotere che può risultare molto utile.

paddington sguardo austero

Smetto quando voglio – masterclass (Sydney Sibilia 2017): 4/5

Smetto quando voglio – ad honorem (Sydney Sibilia 2017): 3,5/5

Paddington 2 (Paul King 2017): 4/5