Good Omens, la confusione di angeli e demoni in una miniserie che funziona

Piaciuto parecchio, Good Omens (Terry Pratchett, Neil Gaiman, regia Douglas Mackinnon 2019). Una serie (piuttosto) grossa, ma che non se la tira, umorismo pythoniano, ma non forzato. E le molteplici storie di Gaiman, che sono il vero interesse dell’autore (secondo nome, dopo Terry Pratchett, nel romanzo d’origine, unica firma della sceneggiatura della serie), che qui funzionano meglio che in American Gods. Perché più veloci, più definite, e comunque impiantate su una linea narrativa che fa da contenitore, finalmente compiuta.
E poi la fantasia, e [spoiler da qui] quel finale, un po’ alla Frank Capra, che ogni tanto è anche un sollievo. Un finale felice, ma che non si può definire ottimista, perché tutte le premesse da cui la storia e i problemi sono nati, tutto sommato non cambiano. Rimane però uno sguardo positivo sulla natura umana compromissoria e incerta, che è anche e soprattutto quella dei due protagonisti. Nello scontro ricercato dalle due parti, inferno e paradiso, il demone Crowley, David Tennant, e l’angelo Aziraphale, Michael Sheen, sono gli unici a voler evitare la fine del mondo e l’inizio di una guerra. Contagiati uno dall’altro, sono i portatori dell’indefinito, del cambiamento e del dubbio, che rendono loro la possibilità di compiere delle scelte. E quando si parla di inferno e paradiso non si deve pesare a una lotta fra bene e male, ma a una contrapposizione fra due princìpi assolutisti, che alternativamente si muovono per indirizzare la realtà, dove le iniziative di entrambi potranno avere conseguenze positive o catastrofiche, seguendo concatenazioni in molti casi casuali. Vengono spesso dall’alto le iniziative più rancorose e distruttive, mentre possono partire dal basso gli incidenti alla base della nascita e la definizione dell’uomo.
Good Omens funziona nei personaggi, nella costruzione visiva e nei salti temporali. Nel saper trattare argomenti enormi, in quanto tali abusati e difficilmente trattabili, ricorrendo a una ricercata ingenuità, che spesso riesce a scovare l’assurdità autodistruttiva che si dipana e accresce nei millenni di storia. Una storia che nasce dai libri, come l’Antico Testamento, da cui emergono episodi che ricordano anche lo sguardo diretto e stralunato dei Coen. Oltre a mettere sul piatto un sacco di musica dei Queen e delle scene ultrapop semplicemente molto fiche. Il discorso sul Grande Piano e il Piano Ineffabile, infine, è molto bello, nonché sicuramente utile per arricchire le interazioni quotidiane.
Miniserie in 6 puntate, su primevideo.
(4/5)
Annunci

Bokeh (Geoffrey Orthwein, Andrew Sullivan 2017)

245515r1Bokeh arriva buon ultimo a rispondere alla domanda: Cosa faresti se fossi l’ultima persona rimasta sulla terra? E reagisce come se si trattasse di un compito a sorpresa, balbetta qualcosa sull’esistenza, la fine dei tempi, racchiudere l’attimo, siamo sicuri che oggi c’era interrogazione?

Si parte dall’Islanda, coppietta americana in viaggio romantico, lui aspirante fotografo esistenzialista, lei bionda. L’Islanda è un posto bello da vedere, e il film è distribuito da Netflix, per questo so che altri potranno cascarci, ma Bokeh – e qui svolgo il mio ruolo civico – è un film davvero inutile. Rimasti soli, i due non sanno proprio cosa fare. Lui fa le foto ma non è tanto bravo, lei è triste e si scervella, ma non riesce a elaborare pensieri sufficientemente profondi, cosa che contribuisce a renderla ancora più triste. Ed entrambi gli attori, spiace dirlo perché sono giovani e carini, non sono dei mostri di carisma. C’è una quantità di cartoline del posto, a tratti spacciate per digressioni malickiane, con i ghiacciai, l’aurora boreale, i geyser, l’erba verde e i fiori viola accarezzati da una lieve mane femminile; l’Islanda è stata raffigurata in modi più originali e ha ospitato storie decisamente più interessanti, a partire da quelle di Dagur Kari.

Mi ha ricordato un altro piccolo film, Embers, pure in odore di apocalisse, e naturalmente la serie The Last Man on Earth, che sulla fine del mondo preferisce imbastire una sit-com, e di questo lo ringraziamo. Entrambi sono decisamente migliori del film di Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan che, non so se è chiaro, non arricchirebbe in nessun modo la vostra serata né la vostra esperienza del cinema.

(2/5)