La Casa di Jack – The house that Jack built (Lars von Trier 2018)

the house that jack built recensione slowfilmLa Casa di Jack mi ha lasciato un senso di disagio nelle ore successive alla visione – opportuno, dal momento che solo un’anima affine a quella del protagonista potrebbe non provarne -, poi poco altro. Nonostante sia un’opera ambiziosa e radicale. Per il suo nuovo film, Lars von Trier prende da quelle che – per la mia esperienza, ovviamente – sono i suoi film peggiori. L’accanimento, la reiterazione morbosa da Dancer in the Dark, le aspirazioni enciclopediche da NymphomaniacQui traslate da eros a thanatos, e per i corpi e la putrefazione, per la digressioni iconiche e letterarie, per l’architettura e la musica, ancora più vicine alla lezione di Peter Greenaway. Il tema, ma anche il gelo estetizzante e la grana del racconto, ricordano inoltre il John McNaughton di Henry, Pioggia di Sangue.

Un bravo Matt Dillon è un ingegnere a tempo perso, psicopatico a tempo pieno. Dopo la depressione e l’ossessione per il sesso di Nymphomaniac, veniamo introdotti alle abitudini del serial killer Jack attraverso un altro problema psichico, il disturbo ossessivo compulsivo. Sindrome – qui subito nobilitata dalle apparizioni d’archivio di Glenn Gould – che suscita sempre una certa simpatia e che in forma blanda di solito ci piace sfoggiare. Poi accantonata in favore di un discorso più discontinuo che tocca vari temi, come la definizione dell’arte, l’impatto della stessa e l’applicazione negli hobby omicidi di Jack, la storia e lo stato dell’essere umano: solo davanti all’orrore e, dall’altro punto di vista, sostanzialmente privo di empatia. Von Trier racconta tutto questo (e ci sono davvero tante cose, nel film) adottando un tono spesso sarcastico, anche lezioso e autoindulgente nelle estremizzazioni didascaliche.

The House that Jack Built è un film enciclopedico, ma dal respiro corto, concentrato soprattutto sulla creazione di una visione antologica dei temi e le opere del regista (fra l’altro, tutte citate direttamente in un montaggio veloce). I quadri raggelati con cui si aprono Antichrist e Melancholia qui compaiono in chiusura, a suggellare un richiamo dantesco piuttosto ripetuto, e anche il pezzo sui titoli di coda, una chiusura rock in contrasto con l’epilogo, riprende i titoli finali di Dogville su Young Americans.

Il danese, a ogni modo, è vanitoso ma elegante, trova dei buoni momenti di sceneggiatura e soprattutto sfoggia una padronanza del mezzo filmico che nella contemporaneità ha pochi rivali. “L’arte non deve essere sincera, ma deve dire la verità”, recitava Manifesto, bel film di Julian Rosefedt che pure riflette apertamente sull’uomo e la cultura. E qui, forse, von Trier si dedica a mettere in scena quanto – per quel che è diventato – crede sia necessario esprimere, e non dice più la verità.

(3,5/5)

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Eisenstein in Messico (Peter Greenaway 2014)

eisensteinChe Peter Greenaway, da sempre feroce censore del cinema come trasposizione narrativa del romanzo ottocentesco, dovesse incontrarsi con Sergej Eisenstein, teorico e fautore del montaggio delle attrazioni, del cinema dedicato e destinato alla ricerca di un linguaggio specifico, era nella natura delle cose. E la natura ha fatto il suo corso seguendo la via più diretta: un biopic, un documentario che porta il cinema del regista sceneggiatore pittore videoartista gallese in un ambiente, guarda un po’, più ordinato e narrativo del solito. Eisenstein in Messico – o Eisenstein in Guanajuato – ricostruisce le vicende del regista russo nel 1931, del suo viaggio propedeutico al poi incompiuto ¡Que Viva Mexico! La scelta, quindi, è per un periodo decisamente significativo della sua vita, con inevitabili conseguenze sulla sua parabola artistica.

Fondato su ricerche e documentazioni minuziose, il film di Greenaway trova nel suo soggetto lo spontaneo riflesso del suo autore, una nuova occasione per costruire elencazioni, accumulazioni, geometrie architettoniche e architetture dei movimenti di macchina, schermi e informazioni che si moltiplicano e si ripetono nel quadro scomposto e parole, tante parole. Dialoghi e monologhi (auto)riflessivi, che nell’arte ritrovano una volta di più l’occasione per analizzare l’amore e la morte. La morte è onnipresente nella cultura messicana, l’amore e le sue complicazioni sono gli oggetti principali della scoperta di Sergej che a Guanajuato, con il vistoso aiuto della guardia del corpo Palomino, a 33 anni fa i conti con la propria sessualità.

Se alla bellezza degli spazi aperti è riservato un montaggio piuttosto serrato, quasi a non voler indugiare in una rappresentazione troppo “facile”, sono i ricercati interni – in particolare la camera d’albergo di Eisenstein – e la architetture – palazzi, cimiteri, sotterranei labirintici – a ispirare piani sequenza, cerchi vorticosi della macchina da presa, deformazioni ottiche, compenetrazione e confusione degli ambienti. Se una lunga carrellata orizzontale – figura a cui Greenaway è affezionato – segue il protagonista fra tavoli, archi e colonne, rincorrendo le sue parole e attestandone la (falsa) continuità del flusso, sono proprio le parole che si impongono come contrappunto e completamento delle scene visivamente più esplicite. Esplicitazione e visibilità del pensiero, del rapporto fra i corpi, dell’incontinenza dei fluidi e delle tecniche filmiche, Eisenstein in Messico è un film che si mostra senza sosta e costruisce, molto più di altri (recenti) lavori di Greenaway, un percorso narrativo consequenziale e compiuto. Meno indulgente verso il quadro immobile, frontale e costruito su volumi pittorici, il film rinnova e aggiorna l’arte del regista, senza peraltro aggiungere nulla. E nel condurre un’esposizione in cui si leggono elementi autobiografici e si costruiscono scene di una certa crudezza, conserva un distacco enciclopedico e straniante che sembra, a volte, rifiutare consapevolmente un’intensità che forse sarebbe stato più sorprendente vedere assecondata.

(3,5/5)