American Animals e la mancanza di film coi controcazzi

Non vedo film coi controcazzi da un tempo ormai ingombrante. Non che sia brutto, American Animals, il film che Bart Layton ha per la prima volta mostrato al pubblico nello sfavorevole anno di nostro Signore 2018, e portato anche in Italia nello sfavorevole anno di nostro Signore 2019. Dicevo, non che sia brutto, ma ho capito che ha soprattutto investito in una branca del marketing che in qualche modo deve essermi contigua. L’ho visto spuntare fuori ovunque e mi dicevano questo è per te, è una gran figata ficata, non è il film della vita, ma ha in serbo un certo numero di sorprese. Sono nel target di American Animals, mi sta bene, ma proprio per questo avrebbe dovuto darmi di più. Perché non riesco neanche a vedere più tanti film, e allora quelli a cui mi dedico devono essere capaci di ricambiarmi. Scrivere anche del film? Sì, un po’ scrivo anche del film. Solo un po’, che chi diamine legge più di film. Ecco: Si punta tutto sul fatto che la ricostruzione della rapina sia una fedele ricostruzione della rapina che hanno costruito quattro ragazzi nel 2003 per rubare libri con gli animali, molto preziosi, libri grossi e antichi. L’altra cosa su cui si punta molto, ma proprio molto, è che a certificare la fedeltà della ricostruzione della rapina compaiano nel film anche i veri ladri. Detenuti. La rapina non è andata bene. Ci sono gli attori che fanno i ladri, e i veri ladri che certificano la veridicità di quel che dicono gli attori. Come se avessi bisogno di sapere che qualcosa sia reale, per crederci. Come se avessi bisogno di credere che c’è una una realtà in cui credere. Come se la realtà cinematografica non sia sempre stata molto più adeguata della realtà reale. Insomma questi quattro ragazzi pianificano, molto accuratamente. Al punto che vogliono trovare a chi vendere, prima di rubare, disegnare fedeli ricostruzioni della biblioteca universitaria che custodisce i libri molto preziosi, prima di provare a prenderli, studiare i tempi i movimenti le fisionomie le abitudini il ph della pelle di chi lavora nella biblioteca, prima di ogni altra cosa. Ma tutto questo è inutile, perché American Animals racconta il colpo di non ladri, che hanno visto i film di rapine e immaginano come rifarli, ma non possono, perché sono film. E non è che semplicemente le cose vanno male, è che tutti quei preparativi non servono assolutamente a niente. Quindi abbiamo un film di rapina che non può essere un film di rapina, per l’inadeguatezza dei suoi protagonisti, che hanno scambiato, loro, non noi loro, la realtà con dei film e poi viene Bart Layton a infilare la realtà, viziata all’origine, nel suo film dalla sorprendente consistenza documentaria. E insomma il film si regge proprio su questa spirale, sull’essere e non essere, sul rendere filmica la vita ma dimostrando che la vita non è filmica, e per quanto l’idea possa avere un suo senso, ti assicuro, Bart Layton, che non è bastata, da sola, a farmi rimanere con la bocca aperta per due ore. Se mi fossi accorto prima, Bart Layton, che sei lo stesso che sette anni fa aveva fatto The Imposter, avrei visto questo tuo nuovo film con minori aspettative, forse non l’avrei visto, cosciente di essere più che altro incappato in una targetizzazione abbastanza accurata. Ma non è un brutto film, c’è il ragazzo strano de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ce n’è un altro che in più di un momento è uguale al giovane Malcolm McDowell, quindi un ragazzo cui affezionarsi. Ma la spirale, gli incroci fortuiti di sguardi fra attori e veri ragazzi ladri, non bastano. Dopo un milione di righe, dai margini puntualmente giustificati, mi sembra chiaro che non bastino, come è chiaro che da troppo tempo non veda più un film coi controcazzi. E lo so, sarà difficile spiegarlo, impossibile far capire che è uno degli autori, forse l’autore, cui in assoluto voglio più bene, ma il prossimo film di Jarmusch sarà il film più brutto con il cast più bello di sempre. Lo si è capito dalle prime foto, da tutti quei nomi stupendi, dal precedente autoreferenziale di Only Lovers Left Alive, dalla distanza fin troppo ricercata dall’ultimo Paterson che è invece una meraviglia. Ma andrà così, succederà fra pochi giorni, ma anche se fossimo già nel 2020, saremmo comunque in uno sfavorevole anno del nostro Signore.

(3/5)

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La Favorita (2018), il cinema di Yorgos Lanthimos trova un respiro più ampio

la favorita slowfilm recensionePubblicato su BolognaCult

Yorgos Lanthimos, il regista greco più in vista e, in generale, uno degli autori più interessanti su piazza, torna in sala con La Favorita. Ci porta nell’Inghilterra del XVIII secolo, alla corte della regina Anna, tormentata da affari di stato e problemi di salute, contesa nelle attenzioni di due donne, e a sua volta alla ricerca, anche letterale, di sostegno. La Favorita è un dramma al femminile ben supportato dalle tre protagoniste, Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone, che danno spessore ai loro personaggi con una recitazione misurata, ma lontana dal distacco e lo straniamento che caratterizzano le precedenti opere del regista. A rendere La Favorita uno dei film più interessanti degli ultimi tempi ci sono, naturalmente, anche la direzione di Lanthimos, che ha dimostrato di poter ampliare la propria gamma espressiva senza rinunciare al rigore formale, e la scrittura, stavolta affidata a Deborah Davis e Tony McNamara.

Dopo Il Sacrificio del Cervo Sacro, dove lo stile algido e grottesco si era spinto così in là da diventare a tratti goffo, Lanthimos aveva bisogno di discontinuità, che in buona parte è arrivata. La Favorita è una storia in costume che fonde alla classicità del contesto una regia costantemente esasperata, fatta di ottiche distorte e stanze regali dai soffitti incombenti, mostra passatempi decadenti, come bersagliare d’arance un uomo obeso, imparruccato, nudo, sghignazzante, immortalando in poetico ralenti la maschia idiozia della migliore nobiltà (ricordando il lancio del nano di The Wolf of Wall Street). E riesce a fare tutto questo senza spogliare la storia del suo realismo, il racconto della sua verità.

Nel triangolo che si instaura fra la regina e le due cortigiane non mancano, come da storia dell’autore, le oppressioni dettate dalle regole sociali, così come i contrasti feroci fra individui irrimediabilmente soli. Ma c’è anche spazio, stavolta, per una genuina autoconsapevolezza, e scopriamo così un Lanthimos tutto sommato sentimentale, alle prese con figure più sfaccettate, non più semplici funzioni al servizio di una tesi. Sotto i diversi strati della rappresentazione, troviamo un modo doloroso e originale di raccontare una storia d’amore, un attaccamento reale che porta sofferenza, quando i meccanismi di una relazione – contorti ma tutto sommato efficienti – vengono compromessi. La figura drammatica della regina Anna, fragile e autoritaria, prevaricatrice e insicura, è probabilmente fra le più complete dell’opera di Lanthimos, racchiudendo una complessità fino a ora senza centro, diffusa nei quadri alieni di un cinema più cerebrale ed estremo.

La Favorita ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, fra le quali miglior film, miglior regia, e la candidatura delle tre protagoniste per la recitazione.

(4,5/5)

Suspiria (Luca Guadagnino 2018)

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La visione di Suspiria mi ha ricordato perché di queste cose non mi frega niente. Non m’importava niente degli idioti dell’orrore, e Luca Guadagnino mi sembra abbia raccolto pienamente il testimone, confezionando un film di cui non riesco a intravedere l’utilità. Nella variegata filmografia di Guadagnino, la linea comune sembra essere un cinema estetizzante che guarda molto agli anni ’70. Qui, però, nel suo modo d’operare ostentatamente vintage, rientrano anche i tratti più superficiali e ingenui dell’horror di quel periodo, rendendo particolarmente evidente la tendenza del regista a con-fondere eleganza e trash. Zoom e movimenti di macchina a effetto, tagli netti, una costruzione della storia da un lato semplicistica e dall’altro inutilmente contorta, sono la parte più evidente di un film in cui è difficile trovare qualcosa di autentico. Suspiria appare come un prodotto funzionale – capace comunque di ammiccare a chi ricerchi proprio un certo modo codificato, qui autoproclamatosi intellettuale, di fare cinema – e vuoto, offrendo un’interpretazione piuttosto infantile del cinema stesso, dell’horror e anche della danza contemporanea. Scena buffa: un gruppo di streghe di una certa esperienza ed età (probabilmente superiore a quella mortale), anche impegnate a dar forma a un film che per costituzione dovrebbe mettere al centro la forza del femminile, che reagisce con risolini fra l’imbarazzato e l’emozionato alla vista di un pisello.

(2/5)

Ralph Spacca Internet (Phil Johnston, Rich Moore 2018), meno ispirato di quando spaccava Tutto

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Nello spaccare Internet, Ralph non sembra trovare la stessa ispirazione di quando, sei anni fa, spaccava Tutto. Il nuovo Disney di Phil Johnston e Rich Moore ha meno idee, abbozza un’allegoria della rete accurata nell’animazione, ma ferma a una serie di spunti abbastanza ovvi. E, cosa sempre più diffusa e sempre meno sopportabile (da Ready Player One a Stranger Things a molti molti altri), riempie questa vacuità con un citazionismo esasperato, fatto di principesse e videogiochi famosi. Pare che le strizzatone d’occhio attraverso la riproposizione blandamente ironica di icone pop continui a funzionare. Non si può neanche parlare più di decontestualizzazione, dal momento che questi film sono diventati esclusivamente dei contenitori, e gli scatoloni consentono solo di accumulare, non di dare letture alternative.

ralph spacca internet locandinaRalph spacca Internet procede per fasi narrative slegate e messaggi opportuni, come quello dell’amore come necessario riconoscimento dell’indipendenza e l’autonomia dell’altro. Accanto a questo, un messaggio un po’ più sotterraneo, che vede la possibilità di fare migliaia di dollari in poche ore con la produzione di video scemi, aiutati dagli algoritmi filantropi e disinteressati della rete. Altro fattore inquietante, è la scrittura di un Ralph che è né più né meno che uno stalker, rendendo piuttosto difficile al personaggio conservare la sua simpatia. Come nel primo episodio, lo scontro finale richiama immagini horror, e la massa di Ralph striscianti, incoscienti, ammassati nel realizzare un enorme Ralph fatto di massa brulicante, ottusa e rosea di altri Ralph, è una visione abbastanza malsana.

(2,5/5)

Il Ritorno di Mary Poppins (Rob Marshall 2018). Film gradevole, ma solo una variazione sul tema

ritorno mary poppins slowfilm recensioneIl Ritorno di Mary Poppins tiene proprio dove era più facile scivolare, cioè sulla nuova Mary Poppins. Emily Blunt riesce a essere assolutamente graziosa, dove Julie Andrews era praticamente perfetta. Richiama il piglio del personaggio originale, senza poterne eguagliare l’autorità, ma impegnandosi con dedizione all’avanspettacolo. La nuova Mary Poppins c’è, balla e canta, ma non è più al centro del film. Mentre gli altri personaggi non sono sbagliati, ma non possono dirsi altrettanto riusciti. Se i bambini assortiti sono diligentemente funzionali, non si può dire che l’acciarino Lin-Manuel Miranda e i neoadulti Michael e Jane Banks, ovvero Ben Whishaw e Emily Mortimer, siano personaggi di gran fascino o particolarmente memorabili. Ma neanche loro sono al centro del film, al centro del film c’è Mary Poppins, il film del 1964.

Dell’originale di Robert Stevenson, Rob Marshall e lo sceneggiatore David Magee, propongono una variazione sul tema, che riporta ogni scena del film di cinquant’anni fa in una versione alternativa, per forza di cose meno riuscita o meno originale. Gli spazzacamino, l’incursione cartoonesca e animalesca nell’Inghilterra d’antan, la visita dal parente stralunato che non distingue il pavimento dal soffitto, sono riproposti meccanicamente, e al centro del film, alla fin fine, c’è soprattutto il suo guardare all’originale. Bisogna anche dire che, pur comprendendo la scelta di realizzare effetti visivi vicini a quelli storici, l’interazione con le animazioni è qui più scollata e posticcia, e in generale la ricostruzione sembra assai più ingenua del suo modello, che dal canto suo aveva un approccio tecnicamente pionieristico ed efficacemente meraviglioso.

L’unica linea narrativa che si sono sentiti di espandere è quella “finanziaria”, legata alla banca dove anche Michael lavora, che qui crea il motivo di fondo – quello di dover salvare casa Banks dal pignoramento – su cui procede tutto il film. Che è quindi sorretto da una spinta all’azione piuttosto prosaica, di cui l’originale aveva fatto a meno, riuscendo a giocare su temi più astratti come quello della crescita, del non dover crescere troppo e della malinconia del distacco. Altro elemento del film di Marshall (di cui purtroppo più scrivo e meno mi convince), è il suo procedere a un ritmo troppo sostenuto. Una tendenza fastidiosa che mi sembra fosse già nel terribile Nine. Ogni scena, ogni costruzione di pathos o espressione sentimentale – che sia gioia, sorpresa, tristezza – corre verso la sua definizione, non c’è studio dei tempi e delle pause, ancora una volta tendendo solo a raggiungere quel che è stato già fatto, senza sentire l’esigenza di costruire qualcosa che funzioni – per bene – in autonomia.

L’ultima cosa, che è doveroso aggiungere, è che difficilmente a un bambino questa Mary Poppins non piacerà. Dal punto di vista pratico, l’operazione Disney di riproporre ai più piccoli le suggestioni già collaudate con i piccoli del secolo scorso, è quasi infallibile, e l’intrattenimento è comunque di un livello discreto. Si può quindi andare a vedere Il Ritorno di Mary Poppins aspettandosi che i giovani spettatori si divertano, ballino e cantino? Sicuramente sì. Si può giudicare un film tralasciando come sia la copia piuttosto svogliata di cinema preesistente? Secondo me no.

(3/5)

Roma (Alfonso Cuarón 2018), uno sguardo dal respiro letterario che racconta con durezza e gentilezza

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Roma è come un libro, un bel libro. Il film di Cuaron, Leone d’Oro a Venezia, è una delle opere cinematografiche più letterarie che abbia incrociato da molto tempo a questa parte, ed è un aspetto che mi è sembrato caratterizzare, positivamente, ogni suo elemento. Le inquadrature sono curate dall’autore con la stessa passione con cui (ri)costruisce la storia, dando ai suoi ricordi una forma che non sia solo esteticamente affascinante, ma soprattutto personale. Ogni sequenza di Roma prova a racchiudere il mondo che racconta, dall’apertura con le secchiate d’acqua che rendono il pavimento un riflesso accessibile del cielo, e quindi della fuga, al quadro leggermente obliquo dietro la testa della protagonista, quando è stesa sul letto. Dall’insegnante di arti marziali che, stretto in un’assurda tutina, sfida a ricercare l’equilibrio, all’auto di lusso che satura un androne piastrellato e schiaccia una merda di cane, mentre la macchina da presa salta da un dettaglio all’altro, creando respiro dove non c’è aria. I dettagli sono innumerevoli, in ogni quadro possono essere letti come una descrizione trovata su pagina, tradotti in parole accurate, a realizzare l’immagine di un intreccio che forma i tempi, la densità, l’oggetto stesso del racconto.

Primi anni ’70, Roma, quartiere di Città del Messico, è il luogo in cui la cameriera e badante Cleo serve un’ampia famiglia borghese. Cuaron lega insieme ricordi personali, storie individuali e avvenimenti storici che investono la collettività, riuscendo a descrivere il tempo e i sentimenti – spesso la sofferenza – vissuti dai protagonisti del suo film, riportandoli quasi sempre nello sguardo e nella lotta di figure femminili. La condizione di Cleo, donna sfruttata, amata e in cerca di amore, traccia un percorso dove si alternano, e spesso convivono, durezza e gentilezza. Le due forze formano il tono del racconto e rendono ineluttabile la subalternità sociale, così come la certezza che l’esistenza sia fatta di piccole e grandi ingiustizie, sopraffazioni, violenze. Dal dettaglio all’universale, dalla sospensione al dramma, sono diversi i temi che l’autore tocca. Li porta in un flusso puramente cinematografico che rifiuta il commento musicale, ma rifiuta anche il realismo, ricercando coincidenze narrative e immagini stratificate che contengono qualcosa di magico in ogni attimo, accogliendo lo spettatore in un bianco e nero caldo e colorato.

(4,5/5)

Troppa Grazia (Gianni Zanasi 2018), purtroppo il miracolo non arriva

troppa grazia slowfilm recensioneQuel che più mi aveva stupito di Non Pensarci era la scrittura fluida, naturale, assieme divertente e concreta. Nel nuovo film di Gianni Zanasi, Troppa Grazia, purtroppo il miracolo non si ripete, anzi, è proprio nella costruzione dell’intreccio e nella scrittura dei dialoghi che si sente una mancanza incomprensibile. La geometra Alba Rohrwacher, mentre è occupata in torbidi rilievi catastali nelle splendide colline della Tuscia, vede la Madonna. Che comincia a seguirla, a dirle cosa deve fare, convincendola delle sue ragioni e della sua esistenza anche ricorrendo a modi piuttosto rudi. Il canovaccio era promettente, come sempre singolare e convincente Rohrwacher, e potenzialmente interessanti anche i coprotagonisti Elio Germano e Giuseppe Battiston (il primo sprecato, il secondo sprecatissimo). Insomma un cast di tutto rispetto e un’idea intrigante, ai quali non viene però concesso quasi niente.

Se nella prima parte Troppa Grazia sembra cercare una sua strada, riuscendo anche a segnare qualche punto, con lo scorrere dei minuti e delle scene appare dolorosamente evidente come tutti gli spunti vengano trattati di fretta e in maniera superficiale, i dialoghi suonano slegati e la consequenzialità delle azioni risulta assente o arbitraria. La sensazione, in più di un caso, è che in fase di montaggio si siano persi dei raccordi essenziali. Ma, a parte l’intreccio nel suo complesso, sono anche le singole situazioni e interazioni che sembrano costruire le premesse per qualcosa, per poi spegnersi nel modo più prevedibile e svogliato.

A rendere il tutto ancora più strano e doloroso ci sono regia e fotografia che, invece, in molte occasioni appaiono eccellenti. I campi lunghi, i movimenti di macchina, le immagini vivide, i primi piani sulla stralunata protagonista, sono momenti esteticamente riusciti, ma distaccati dal flusso narrativo, tanto che li si potrebbe immaginare in contesti del tutto differenti, indipendenti rispetto a una costruzione purtroppo fuori fuoco.

(2,5/5)

Il Ragazzo più Felice del Mondo (Gianni Gipi Pacinotti 2018)

Pubblicato su BolognaCult

Gipi che mima voluttuosamente le scene più scabrose di La Vita di Adelo, ideale remake del film di Kechiche, davanti a un incredulo Domenico Procacci, è piuttosto esilarante. L’idea che la visione dei primi minuti de Il Ragazzo più Felice del Mondo, proposta a una scolaresca, sia valsa all’autore – come da suo racconto introduttivo – una gran cazziata della maestra e risa sfrenate da parte del giovane pubblico, rende il tutto ancora più divertente. E Gipi invita a vedere il suo quarto film con gli stessi occhi fanciulleschi, senza ricercare sensi reconditi né impantanarsi in automatismi e sovrastrutture. Non so se una visione del genere sia davvero possibile, ma il film sembra effettivamente girato in questo modo, e trasmette una certa divertita immediatezza.

La vita audiovisiva di Gipi (qui regista, attore, sceneggiatore e produttore, più frequentemente uno dei maggiori fumettisti italiani, qualora fosse il caso ricordarlo) ultimamente si esprime e diffonde attraverso i corti – spesso eccellenti – prodotti per Propaganda Live di Diego Bianchi. In questo suo ultimo lungometraggio si ritrova molto di quello spirito, e di quei volti, a cominciare da quello di Gero Arnone, specializzato nell’incarnazione dell’amico drastico, dimesso e aspirante cinico. Ma a sostenere il tutto c’è una storia estesa, una storia vera, e la volontà di raccontarla attraverso una forma documentaristica che fonde eventi e figure reali con l’approccio libero e demenziale alla realizzazione del film stesso. La storia: Gipi ritrova una lettera di un fan quattordicenne risalente agli albori della sua carriera da disegnatore. Assieme agli apprezzamenti, la richiesta di un disegno d’autore. L’ha conservata per anni, ma ha anche scoperto che quella lettera, scritta a mano e personalizzata con minime variazioni, è stata spedita, nel corso dei decenni, più o meno a tutti i fumettisti italiani, sempre firmata da un quattordicenne che nasconde, con evidenza, un adulto collezionista seriale. Parte la ricerca del fan, documentata da una sgangheratissima troupe formata, oltre che dallo stesso Gipi, da un fonico spesso in campo e costantemente malaticcio (Davide Barbafiera), un amico nichilista (Gero), un aiutante estremamente sensibile, precedentemente pagato in visibilità da un call center (Francesco Daniele), un cameraman che in quanto tale esiste ma non si esprime.

Ricostruendo l’indagine reale in tono che potremmo definire ironico, grottesco, o più semplicemente cazzone, l’avventura di Gipi ci porta a conoscere personaggi della sua vita, toccando altre piccole storie personali, a scontrarci contro le difficoltà fatte di liberatorie e protagonisti scarsamente telegenici, una hit immediata come “Sono una Faccia di Merda” e sì, anche qualche ridondanza metafilmica e qualche spunto narrativo leggermente forzato che, rispetto a un clima di generale spontaneità in qualche punto (pochi punti, in verità), spezza un po’ il ritmo.

C’è del morettismo, nel lavoro di Gipi, nel mettersi in primo piano e nel filtrare il mondo attraverso la propria visione e il proprio linguaggio. Nella capacità di far passare un messaggio politico attraverso piccoli dettagli e nevrosi quotidiane. Ma rispetto a Moretti, oltre alle inevitabili differenze di peso, Gipi brilla per fallibilità. Nel raccontare e nel raccontarsi, nei suoi diversi canali espressivi, Gianni Gipi non ha mai evitato di mostrare la propria incazzatura, non ha mai sentito l’esigenza di misurare i toni per apparire strafico e impeccabile. C’è un’immediatezza punk che unisce tutti i suoi lavori e che consente di sentirsi accolti dagli stessi, una preziosa sincerità di pensiero che fa sì che, dopo il “dibattito” seguito alla visione, si possa fare una piacevolmente confusione fra quanto si è visto sullo schermo, e quanto sia stato appena raccontato da lui in persona.

(3,5/5)

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte (Terry Gilliam 2018)

don chisciotte gilliam slowfilm recensioneCervantes, oggi, con ogni probabilità scriverebbe il suo Terry Gilliam. Il Don Chisciotte di Gilliam non potrà mai competere, in unicità e grandezza, con le disavventure che in venticinque anni hanno accompagnato la sua produzione. Ma il film, alla fine, c’è, e tutto sommato è uno dei Gilliam migliori degli ultimi anni.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte, sceneggiato dall’ex Monty Python assieme a Tony Grisoni (con lui già in Paura e Delirio e Tideland), trova infine i suoi protagonisti in Adam Driver e Jonathan Pryce, gettati in un’epopea che, in modo abbastanza convincente, riesce a portare l’azione nei nostri giorni, e parallelamente a riportarla nel mondo del Cavaliere dalla Trista Figura e delle sue deliranti avventure. Il Don Chisciotte tanto desiderato, in realtà si inserisce perfettamente nelle abitudini del regista. Gli sono vicini ParnassusLa Leggenda del Re Pescatore e il Barone di Munchausen (questo con parecchi punti di contatto), nel raccontare in modo caotico e grottesco lo scontro – maledettamente amaro – tra razionalità e fantasia, dove quest’ultima è la dimensione in cui il protagonista cerca rifugio, in maniera sempre inconsapevole e incosciente. Lo scontro è doloroso, ma, al di là di come questo si concluda, riesce sempre ad affermarsi una storia, che pretendeva di essere raccontata. Nel caso di Don Chisciotte questo vale tanto per il film, quanto per il percorso che ne ha infine reso possibile l’esistenza (peraltro raccontato, in parte, dal bel documentario del 2003 Lost in La Mancha).

Gilliam fa poca distinzione fra momenti diversi, riducendo il peso delle differenti fasi narrative e quindi il peso dell’evoluzione stessa della storia, privilegiando una struttura paratattica che rispecchia l’epica del soggetto. Don Chisciotte è un continuo girotondo, ogni passaggio si avvita su di sé e intanto produce vortici sempre più intensi. All’interno di questa ricercata confusione, la scrittura non è però sempre efficace, può frammentarsi e sfilacciarsi senza trovare una suggestione o un movente che giustifichino tanto disordine, e l’impatto può essere straniante. Il film sviluppa comunque una sua forza complessiva, trova in Pryce un protagonista in parte, esilarante in alcuni momenti, e regala alcune scene a cui tornare, col ricordo e con la visione.

(3,5/5)

Lucky (John Carroll Lynch 2017), l’ultima ballata di Harry Dean Stanton

lucky-locandinaPubblicato su Bologna Cult

Per vedere un buon film, spesso, occorre vedere un piccolo film. Lucky è un piccolo film che ruota attorno alla figura di Harry Dean Stanton, uno degli attori feticcio di David Lynch e celebre caratterista, qui in un ruolo da assoluto protagonista. Classe 1926, Stanton è morto a 91 anni, poco dopo la fine delle riprese.

Un corpo cinematografico, il suo, che si mostra sin dalla prima scena, ambientata nella casa in cui Lucky vive solo (ma “Fra lo stare da soli e il sentirsi soli c’è una gran differenza”), dove pratica i suoi piccoli riti e i suoi esercizi fisici e mentali. Un corpo asciutto e uno sguardo disincantato che, ancora, attraversano il tempo. Quando Lucky esce di casa, nella sua tenuta da cowboy, si ritrova negli sconfinati spazi americani, fatti di terra, polvere e cactus, e solitamente si dirige verso uno dei suoi locali preferiti. Uno di quelli da cui non sia stato cacciato per averci fumato una sigaretta proibita (“Quelle ti uccideranno” “Se non lo hanno fatto fino ad ora, vuol dire che non possono”).

La fauna da bar – o da saloon – è quella opportunamente composta da personaggi ormai assorbiti dalla propria storia, memorie viventi delle proprie esistenze, che si raccontano, si punzecchiano, e si prendono cura l’uno dell’altro. Il regista John Carroll Lynch (nessuna parentela con David, che pure nel film ha una parte) dà a Lucky il tono di una piacevole ballata, senza forzare i toni del racconto, che inevitabilmente tocca i temi della morte e della necessità di tirare le somme della propria esistenza, così come quelli dell’accettazione individuale e della ricerca dell’altro. Si susseguono ricordi e vicende personali, grandi e piccole, fra cui un dialogo intenso fra il protagonista e il veterano Tom Skerritt che dà la chiave alla conclusione del film, racchiusa in un sorriso dai molti significati.

(4/5)