La Foresta dei Sogni – The Sea of Trees (Gus van Sant 2015), Civiltà Perduta The Lost City of Z (James Gray 2016)

la foresta dei sogni slowfilmNon ho trovato recensioni su La Foresta dei Sogni che non fossero al limite, e anche oltre il limite, dell’offesa personale. Specialmente dalla critica ufficiale, dai fischi a Cannes in poi, questo film di Gus Van Sant è stato indicato come qualcosa di deplorevole. Gente abituata a bersi di tutto, ogni tanto trova un’opera, più o meno a caso, che li ferisce mortalmente nella loro sensibilità; ed è per questo che La Foresta dei Sogni merita il premio “Datevi una calmata, avete giustificato crimini decisamente peggiori”.

Quest’ultimo Van Sant è una specie di favola, e come tutte le favole è un concentrato di disgrazie e un percorso di crescita. La scena si divide fra il Massachusetts e una foresta sul monte Fuji, fra Matthew McConaughey che litiga con Naomi Watts e Matthew McConaughey che assieme a Ken Watanabe prova a farsi un’idea della morte. Perduti nella foresta di Aokigahara, meta privilegiata dei suicidi di ogni parte del mondo, due uomini vagano, come si vagava e ci si perdeva in Gerry, ricordano, ricostruiscono, provano a dare un senso al loro dolore. Sulla partitura sonora uniforme e spesso bucolica degli Alt J e di Mason Bates, le vicende si snodano seguendo un percorso sconnesso quanto inevitabile, in bilico fra dramma occidentale e catarsi zen.

The Sea of Trees ha dei momenti forzati, degli automatismi, la maggior parte dei quali si inserisce nella costruzione di una parabola. In questa forma si può anche giustificare – e a volte apprezzare – la semplicità di una scrittura che sia sempre al servizio del messaggio centrale. Gran parte del giudizio su La Foresta dei Sogni dipende da quanto si sia disposti a credere nella sincerità del film, che personalmente mi sembra possa rispecchiare i sentimenti e le paure dell’autore in modo anche più autentico di altri titoli, accolti con molta più benevolenza.

(3,5/5) 

civiltà perduta slowfilmUn cenno a Civiltà Perduta. Non amo particolarmentei precedenti successi di James Gray, ma The Lost City of Z è davvero un bel film. Dalla favola, citata su, si passa a una forma di narrazione altrettanto fondamentale, il poema epico, in particolare all’Odissea. Tratto dallo stesso Gray da un libro di David Grann, il film è concentrato su Percy Fawcett, militare britannico che all’inizio del ‘900 consacra la propria esistenza all’esplorazione dell’Amazzonia e alla scoperta delle popolazioni indigene. Civiltà Perduta è un film solido, come se ne facevano negli anni ’70. Un film affascinato dalle ossessioni dell’essere umano, da come queste nascano da un concentrato di desideri e debolezze, come con il Cimino de I Cancelli del Cielo. E un film che traccia percorsi in cui perdersi, alla ricerca di ciò che ci è sconosciuto e forse incomprensibile, come nel nostos di Coppola.

Un film compatto che prende corpo da una costruzione ellittica, dando spazio, nell’arco di un paio di decenni, ai momenti in cui il protagonista compie le sue scelte, incarnando un punto di attrito fra la sua società e l’idea che anche modelli culturali differenti possano avere dignità. Il percorso, però, è un’esplorazione personale dell’ignoto, che per sopravvivere dimentica quanto già conosce. L’inseguimento di una visione che concepisce come vitale solo l’affermazione individuale e costruisce i rapporti umani, anche i più profondi, come funzionali a una ricerca egoistica.

(4/5)