Song to Song (Terrence Malick 2017). Il film non c’è, ma si lascia vedere

song to song locandina slowfilmCi sono Ryan Gosling e Michael Fassbender che parlano a bordo piscina, cominciano a dirci qualcosa, ma con un volteggio ci troviamo al tramonto in riva al mare, una voce over comincia a parlare d’altro, anche questa sarà abbandonata. Ci sono Patti Smith o Iggy Pop – l’uomo senza maglietta – che ci raccontano delle loro non banali esistenze, ma dopo una manciata di sillabe una piroetta ci trascina fra grattacieli, o sugli scogli, o nella stanza di una villa. Rooney Mara ha un’anima torbida, non vive bene la cosa, si dà dell’ipocrita senza speranza, una personaccia dipendente dalle emozioni forti, ma riesce giusto ad accennare a un balletto prima che il nostro sguardo, di nuovo, sia portato altrove, con leggerezza, dal vento. È tutto così Song to Song, un film bugiardo, che dice di voler rappresentare qualcosa, invece vola verso un’altra breve sequenza in un luogo ameno, splendidamente fotografato, in piena luce. Quest’ultimo Malick è un film fatto di immagini, che mente sulle immagini che ha intenzione di mostrare. Per qualche motivo che neanche io comprendo, Song to Song non mi ha annoiato, ma è di nuovo un passo indietro rispetto Knight of Cups, che aveva fatto ben sperare. In parte si sovrappone a quello, come tipologia di personaggi – belli, ricchi e in crisi esistenziale -, ma qui non c’è nessun percorso reale, nessuna costruzione concettuale, e anche la ricerca visiva è decisamente meno aggressiva e originale.

Song to Song è una raccolta di immagini e movimenti di macchina, uno di quegli archivi da cui Malick ultimamente ha recuperato molto materiale per i suoi film, per le sue digressioni e cosmogonie, questa volta proposti così come li ha presi, con qualche divo di Hollywood piazzato avanti, che solitamente fa cose sciocche e comunque incomplete. All’inizio, con gli accenni musicali e le folle reali dei concerti, sembra quasi di vedere un documentario, un documentario girato da uno dei più gradi registi del mondo e commentato dalle frasi prese dal diario di una quindicenne. Poi anche questa dimensione narrativa si dissolve, perché ogni azione si rivela estremamente futile e i diversi luoghi si susseguono senza necessità. Ville, giardini, belle donne, begli uomini, una serie di immagini elegantemente e perfettamente definite dalla fotografia di Emmanuel Lubezki, splendente ma educata, non portata all’estremo come in Knight of Cups, dove lo sguardo bruciava. Persino l’ossessione spirituale, onnipresenza controversa negli ultimi titoli, qui è appena abbozzata. Se Song to Song fosse un film unico, per il fascino dei movimenti di macchina e l’impostazione antinarrativa, potrebbe anche essere qualcosa di interessante. Ma inserendosi in una filmografia che queste particolarità espressive le ha già proposte in maniera molto più decisa, Song to Song sembra corrispondere a un periodo in cui la sincerità dell’autore si lega a un tratto di vita e a una riflessione artistica poco interessante. L’impressione, infatti, non è di trovarsi di fronte a un film non riuscito, un fallimento, anzi la sensazione è di assistere a qualcosa di libero e spontaneo, e questo in qualche modo rende la situazione ancora più difficile.

(3/5)

Knight of Cups (Terrence Malick 2015). Malick è tornato, più sperimentale che mai

knight of cups locandinaMalick è tornato. Con un film estremo, in linea con il percorso intrapreso con The Tree of Life e inciampato in To the Wonder, eppure diverso, risultato di una metamorfosi compiuta. Knight of Cups è la completa libertà di Terrence Malick, e la gabbia in cui potrà facilmente rinchiuderlo chi avrà maturato un’idiosincrasia con il suo modo di fare cinema. Fortunato lo spettatore che crede di poter fare a meno di Malick.

Rick (Christian Bale) è uno sceneggiatore, vive a Los Angeles e ha un rapporto per niente pacificato con l’esistenza, con suo fratello, con le donne e men che meno con suo padre. Lo osserviamo in diverse situazioni, in una successione frammentata eppure armoniosa di immagini, musica – spesso sorprendente e dissonante – e parole. Parole che si situano all’esterno del film e puntano al suo nucleo, non vincolate alle vicende del suo protagonista, che abita una pellicola ormai priva di dialoghi e di interazioni reali. Knight of Cups porta Malick allo sperimentalismo puro, al flusso filmico che unisce, in una forma vicina alla videoarte, un percorso fatto di stralci di memoria rivissuta, minime scene di vita, inserti astratti che compaiono per affinità analogiche. Immanuel Lubezki, già da The Tree of Life a Birdman a Revenant, mostra una fotografia in continuità (che qui ricorda anche lo splendido Samsara di Ron Fricke), lasciando che si richiamino fra loro scene solari e notturne, forme e luci artificiali e naturali, portando i personaggi a muoversi in un mondo che possiede l’armonia che a loro non appartiene.

In un cinema pienamente emotivo, in cui ogni attimo che passa sullo schermo è già superato, portando una separazione netta fra senso e visivo, l’uomo si situa ormai fuori dalla narrazione. Se nelle opere precedenti la natura mostrava il suo distacco, ma si rappresentavano comunque esseri umani guidati da identificabili istinti e finalità, adesso l’esistenza non riesce quasi mai a intrecciarsi con la realtà, e men che meno a influenzarla. L’unico episodio che il protagonista vive autenticamente, in forma non mediata e assopita dalla sua rielaborazione, lo vede trascinato in strada da un terremoto in strada, costretto a stendersi per terra, appiattito sul terreno, in balia di una forza finalmente reale, inevitabilmente esterna. Altri piccoli terremoti punteggiano la sua esistenza, rari avvenimenti destabilizzanti legati al padre e al fratello perduto, che sembrano contemporaneamente scuotere l’uomo e sprofondarlo in un sonno più profondo. Ricorre la ricerca affannata di una sensazione – ricerca che coinvolge, goffamente, anche il fratello minore del protagonista – mentre tutto si tramuta immancabilmente in un ricordo distante.

Knight of Cups non è un film perfetto, un film perfetto è Lo Specchio di Tarkovskij, non Knight of Cups. Malick è totalmente immerso nella sua idea del cinema, dell’uomo e della sua mancanza, perso più che in un’ossessione in una scelta antinarrativa consapevole e affascinante, fatta di uno sguardo sempre in movimento, fluttuante, che si rivolge verso l’alto, si perde nella moltitudine ripetuta delle cose e a volte viene incuriosito da impersonali dettagli documentaristici. Nella totalità della sua rappresentazione, Knight of Cups è un film con un’anima, un film che respira attraverso l’espansione e la contrazione dei sui quadri. Ci porta all’interno della fiamma dorata che era stata la visione più diretta della spiritualità di The Tree of Life, estende la sua esistenza e in diverse occasioni brucia le immagini, abitate da una luce accecante.

(4,5/5)