Bokeh (Geoffrey Orthwein, Andrew Sullivan 2017)

245515r1Bokeh arriva buon ultimo a rispondere alla domanda: Cosa faresti se fossi l’ultima persona rimasta sulla terra? E reagisce come se si trattasse di un compito a sorpresa, balbetta qualcosa sull’esistenza, la fine dei tempi, racchiudere l’attimo, siamo sicuri che oggi c’era interrogazione?

Si parte dall’Islanda, coppietta americana in viaggio romantico, lui aspirante fotografo esistenzialista, lei bionda. L’Islanda è un posto bello da vedere, e il film è distribuito da Netflix, per questo so che altri potranno cascarci, ma Bokeh – e qui svolgo il mio ruolo civico – è un film davvero inutile. Rimasti soli, i due non sanno proprio cosa fare. Lui fa le foto ma non è tanto bravo, lei è triste e si scervella, ma non riesce a elaborare pensieri sufficientemente profondi, cosa che contribuisce a renderla ancora più triste. Ed entrambi gli attori, spiace dirlo perché sono giovani e carini, non sono dei mostri di carisma. C’è una quantità di cartoline del posto, a tratti spacciate per digressioni malickiane, con i ghiacciai, l’aurora boreale, i geyser, l’erba verde e i fiori viola accarezzati da una lieve mane femminile; l’Islanda è stata raffigurata in modi più originali e ha ospitato storie decisamente più interessanti, a partire da quelle di Dagur Kari.

Mi ha ricordato un altro piccolo film, Embers, pure in odore di apocalisse, e naturalmente la serie The Last Man on Earth, che sulla fine del mondo preferisce imbastire una sit-com, e di questo lo ringraziamo. Entrambi sono decisamente migliori del film di Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan che, non so se è chiaro, non arricchirebbe in nessun modo la vostra serata né la vostra esperienza del cinema.

(2/5)

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Due film da vedere, in breve: Hell or High Water (David Mackenzie 2016), L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki 2017)

hellDa grande voglio fare la cameriera burberissima di Hell or High Water. Il film di David Mackenzieper per Netflix, che ha strappato anche quattro candidature all’Oscar, è un piacevole ritorno al cinema degli anni ’70, da Peckinpah a Cimino. Con i fratelli rapinatori sgangherati, molta polvere, dialoghi ben scritti e ottimi caratteristi, fra cui la succitata cameriera. Poi, un grande (vecchio) Jeff Bridges (che era in Una calibro 20 per lo specialista, uno dei titoli più in linea con questo), splendido ranger rompipalle che merita tutta l’esasperazione del collega nativo americano. Altro punto a favore l’accompagnamento di Nick Cave e Warren Ellis. Stonano un po’, invece, i continui richiami alle colpe delle banche, inseriti in maniera pretestuosa nei dialoghi per dare uno spessore politico che apprezzo molto quando c’è davvero, ma che qui risulta posticcio. Rimane, comunque, uno dei film meglio costruiti e più piacevoli del nostro passato prossimo.

(4/5)

voltoMolto politico, davvero politico, è invece L’Altro Volto della Speranza. Aki Kaurismaki credo sia l’unico grosso autore ad aver affrontato in maniera così diretta ed esplicita, in un film di fiction, la questione dei profughi siriani, e il modo in cui vengono visti e trattati dai Paesi che dovrebbero ospitarli. Il tema è estremamente concreto e reale, e la capacità di Kaurismaki sta proprio nell’immergere, intatta, la realtà all’interno della sua poetica. Lo sguardo è il suo, distaccato e costantemente ironico, le situazioni sospese e lievemente surreali, i protagonisti immersi ciascuno nel proprio mondo, ma immediatamente disposti a prendersi cura di chi ne mostra l’esigenza. L’Altro Volto della Speranza riesce a miscelare orrori e violenze reali, vicende individuali, momenti di comica assurdità, senza dare l’impressione che niente di tutto questo sia fuori posto. Molto bello.

(4/5)

What Happened, Miss Simone? (Liz Garbus 2015) Ritratto di una regina in frantumi

miss simone slowfilm recensioneSe c’è stata davvero una regina, questa è stata Nina Simone. Se c’è stata, nello stesso tempo, una regina decaduta, incapace di comprendere e controllare prima di tutto se stessa, questa è Nina Simone.

Nina Simone è la bambina che sogna di essere la prima pianista classica di colore; la donna che vede crescere la sua fama guidata da un marito violento, e si annulla in una visione radicale della lotta per i diritti civili; la donna ormai disgregata nei disturbi psichici, che non sa come elaborare il suo passato. Il documentario di Liz Garbus è bello e doloroso, un incontro con ricordi filmati, scritti e raccontati, che tratteggiano con efficacia, seppure per grandi linee, la vita della voce femminile più affascinante e intensa della storia della musica. È proprio il lato musicale quello che, forse, avrebbe richiesto più spazio – la musica che sembra completamente possedere e consumare Nina -, tanto coinvolgenti sono le performance e le evoluzioni artistiche, ma la panoramica è inevitabilmente parziale.

Nei filmati d’archivio Nina brucia il pubblico con lo sguardo, durante i concerti, a volte lo insulta e appare spesso sull’orlo di un attacco d’ira. Poi si siede al piano, suona – sempre, anche negli anni più difficili – senza indecisioni, trascinata da una forza devastante, le dita volano sui tasti e l’unica cosa più potente di quelle note è nella sua voce. Una moltitudine di colori, un accesso diretto all’anima, alla sofferenza, e ancora alla dolcezza e al romanticismo. Il film di Garbus riporta l’impeto ipnotico, che conosciamo, della musica di Nina Simone, così bella da apparire perfetta e assoluta, e lo immerge nelle contraddizioni, le spaccature di un’esistenza sempre tragicamente fragile eppure inscalfibile. Un suono e una voce tanto meravigliosi e avvolgenti, quanto inafferrabili e drammaticamente umane sono le vicende da cui nascono. Il modo più difficile di fare arte, forse l’unico.

Il film, candidato all’Oscar, si vede su Netflix (oppure, per il momento, su youtube con sottotitoli in francese). Qui il trailer.

(4/5)