Hilda e Over the Garden Wall, due serie per bambini sono fra le cose migliori che possa incrociare un adulto

hilda locandinaPuò arrivare un momento dell’esistenza, prevalentemente connesso al fatto di avere avuto una figlia o un figlio, in cui l’espressione “per grandi e piccini”, per quanto standardizzata e logora, assume un significato di una certa rilevanza. E può accadere che le visioni più originali e soddisfacenti vengano da produzioni per grandi e piccini. È il caso di due serie, da trovare agevolmente su Netflix.

La prima è la recente Hilda (Luke Pearson 2018), serie tv anglo canadese basata sulla graphic novel di Luke Pearson, trentuno anni e già tante cose belle all’attivo. La prima stagione conta 13 episodi da 20 minuti, e una volta cominciata diventerà la visione principale, per quella manciata di giorni utile a lasciarvi poi con la nostalgia. Hilda racconta le avventure di un gruppo di bambragazzini (età stimabile attorno ai nove anni), ambientate in un mondo dove la realtà e la quotidianità sono ravvivate da consistenti elementi fantastici. Hilda è una sorta di incontro fra i Peanuts e Miyazaki. Dal primo prende la leggerezza del tratto, la poetica del rapporto fra bambini, che consente di affrontare diversi temi con fantasiosa semplicità, l’intuizione di non prendere mai niente troppo sul serio. Dal secondo si prende il gusto per un fantastico mai banale, sfaccettato, la presenza dello stesso nella natura e nelle contraddizioni umane, e un gusto per l’avventura più vicino alla scoperta che all’azione. Oltre alle suggestioni animiste giapponesi, Hilda incrocia diversi miti nordeuropei e una quantità di citazioni cinematografiche, alterna e mescola le scene fra la cittadina di Trollberg e boschi incantati, e sviluppa tredici piccoli racconti autonomi parallelamente a una linea che sviluppa i rapporti fra personaggi, e spesso si arricchisce di nuovi. Dal racconto romantico del Gigante delle Montagne, alla comica maniacalità di elfi innamorati della burocrazia, al cinismo accorato dello splendido Uomo di Legno, Hilda è una visione leggera, eppure piacevolmente intensa. Utilissima per visioni trasversalmente appetibili, ma assolutamente consigliata anche in mancanza di un giovane alibi.

over the garden wall locandinaLa seconda serie, Over the Garden Wall (Patrick McHale 2014), è sostanzialmente un ottimo film animato diviso in 10 puntate da 10 minuti. Produzione americana, riportata da noi con la voce di Sio che, dopo un po’ di spiazzamento per le doti non proprio da doppiatore canonico, risulta anche simpatica e caratterizzante. Over the Garden Wall è un’esperienza pienamente lisergica; un tratto che da sempre rende felici grandi e piccoli, spesso presente nelle opere dedicate a questi ultimi, assieme a un certo gusto per il macabro e la tensione. Le storie per bambini generalmente sono cose da adulti. Anche in Garden Wall l’influenza di Miyazaki è grande, e qui ancora più esplicita nel ricalcare le figure delle streghe dalla testa enorme, sempre in equilibrio tra sopraffazione e accudimento materno. Ma in poco più di un’ora e mezza sono decine le situazioni stranianti e centinaia le idee che rendono questa serie veramente intensa e singolare. L’altro riferimento, che si rispecchia nel tratto netto e solo apparentemente elementare, viene dalle Silly Symphonies e dagli albori dell’animazione che, negli anni ’30, creavano atmosfere ricche di inquietudine e stranezze, scheletrini, esseri bizzarri e cambi repentini nella narrazione. Over the Garden Wall è qualcosa di densissimo, irresistibile e un po’ ambiguo, come la melassa della grande hit “Con Patate e Melassa“, che Bianca ha continuato a cantare, con testo rigorosamente improvvisato, per le settimane a successive.

Hilda: 4,5/5

Over the Garden Wall: 4,5/5

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Annientamento – Annihilation (Alex Garland 2018)

annientamento-slowfilm-recensioneL’Area X del mondo di annientamento è una Zona selvaggia dove le forme di vita sono in mutazione, ibridazione, duplicazione, dove fra le tante citazioni e associazioni ce n’è una legata ai colori sgargianti di questa dimensione sperimentale, fatta di cellule e processi impazziti. Passando dal prisma di The Dark Side of the Moon, altro incubo dal cromatismo acceso, la rifrazione di Annientamento scompone la luce rendendo visibili i suoi componenti, scompone i diversi materiali genetici e li confonde. All’interno di una bolla di sapone, il viaggio nella Zona del film di Garland è una parata di tumori e parassiti colorati, un’esplosione incontrollata di vita e un intreccio di funzioni alla scoperta, forse, di uno stato più definito e funzionale.

Oltre alla vicinanza con Stalker, che conduce individui tormentati dai loro desideri in un luogo dove siano imprevedibili i rapporti fra causa ed effetto, c’è quella diretta con l’originario libro degli Strugatzki, Picnic sul Ciglio della Strada. Passando forse da qui, anche il romanzo di Jeff VanderMeer prende la suggestione dello stravolgimento delle leggi della – nostra – natura, a opera di un capriccio alieno.

Un passo indietro e una precisazione: Annientamento si nutre di suggestioni affascinati, è anche un film apprezzabile, ma, per quanto migliore del sopravvalutato Ex Machina, con cui condivide il tema della ricerca e la definizione dell’identità, non è un lavoro particolarmente ambizioso e riuscito. Per qualche insondabile motivo, infatti, Garland non si sbarazza di quei passaggi meccanici, forzati, sbadati, da b-movie, che si ritrovano in gran parte dell’azione mainstream. C’è quasi da credere che sia una scelta, quella di continuare a fornire cliché conosciuti e rassicuranti, che sarebbe anche semplice correggere. Si aggiunga a questo che il buon cast tutto al femminile propone personaggi potenzialmente complessi, ma praticamente abbozzati.

Il suo meglio Annientamento lo dà nella frazione finale, quando la protagonista si confronta con l’essere all’origine di tutto, e le canzoncine standard di flashback nostalgici sono spazzate via da suoni profondi, ripetitivi e primordiali. Garland qui calca sullo sperimentalismo visivo, con un occhio al singolare Beyond the Black Rainbow, e spoglia le sue figure dalle forme umane, rivolgendo l’altro bulbo a Under the Skin. Lena (Natalie Portman) si confronta con un essere prima mutevolmente informe, quindi comincia un dialogo lisergico e simbiotico in cui le due entità si avvicinano progressivamente, si incontrano a metà strada, fino a diventare indistinguibili, in una reciproca contaminazione. Avvicinandosi anche in questo al film di Glazer, Annihilation riesce a rappresentare il distacco di un essere che quasi gioca con un mondo che non è il suo, avendo il potere di modificarlo, e lo fonde con la disperazione di una ricerca della coscienza e dell’identità che è, però, già indice di un’esigenza umana.

Tra bassi e alti, fra cui spicca una danza conclusiva che trova una certa cinematografica libertà, rimane un film che riesce a dare forma a molte inquietudini, e offre più di tanti altri sia sul campo visivo che su quello concettuale, trovando un compromesso tutto sommato accettabile fra ricerca e luoghi conosciuti.

Grassa produzione Netflix, in streaming su Netflix.

(3,5/5)

Minima immoralia per grandi e piccini: Okja, Meyerovitz Stories, Under the Skin, Wonder Woman, Sasha e il Polo Nord, Ballerina, Capitan Mutanda

okja slowfilm recensioneOkja (Bong Joon-ho 2017) È il film che, con un tecnicismo critico – cinematografico, Marco Giusti ha definito “una cazzatona”. Per quanto stratificato e complesso, dopo attenta riflessione il giudizio appare del tutto condivisibile. La storia del supermaiale – una sorta di ippopotamo intelligente, senza dentoni e con momenti alla Totoro – realizzato in laboratorio per soddisfare gli appetiti del mondo, mette assieme avventura da bambini, macelleria da adulti e scialbe frecciatine ecologiste, riuscendo a trattare tutto con grande pigrizia e mancanza d’ispirazione. Un sacco di attori bravi (Tilda Swinton, Paul Dano, Jack Gyllenhaal) senza uno straccio di ruolo decente, una regia pulita e professionale senza picchi, una sceneggiatura incredibilmente piatta che non mette a fuoco nessuna delle sue parti. (2,5/5)

The_Meyerowitz_Stories slowfilm recensioneMeyerovitz Stories (Noah Baumbach 2017) Seconda pietra dello scandalo all’ultimo festival di Cannes, dove, assieme al film precedente, ha posto il problema della partecipazione a un concorso di cinema di titoli che non passano al cinema, ma solo sulla piattaforma online che li ha prodotti, nella fattispecie Netflix. Viene da dire, per alcuni versi, molto rumore per nulla, perché nessuno dei due titoli avrebbe potuto legittimamente aspirare a grandi riconoscimenti. Mi piace molto Baumbach, ma questo non è il suo miglior film. Aveva trovato un bell’equilibrio con Frances Ha, il suo migliore assieme a Il Calamaro e la Balena. Qui, a parità di bella regia indie ma non leziosa, buone riflessioni sulla famiglia e i rapporti padre – figlio, ricopre tutto con troppe parole, che finiscono col diluire eccessivamente i momenti migliori dei dialoghi e dell’azione. (3/5)

under-the-skinUnder the Skin (Jonathan Glazer 2013) Visto qualche tempo fa, troppo, ma è rimasto, appunto, sottopelle per parecchio tempo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, Under the Skin è una parabola sci-fi fredda, cupa, desolante, ben interpretata da un’aliena Scarlett Johansson. Glazer si muove su una ricerca visiva spesso sperimentale e radicale, mentre nello svolgimento lineare e nel complesso descrittivo della storia conserva la matrice letteraria. Storia di solitudine, predazione, diversità, che non fa niente per essere gradevole, e questo l’ho gradito. Glazer rende tutto, al tempo stesso, atroce e anestetizzato, riportando anche i picchi emotivi, il passaggio della protagonista da predatrice a preda, all’interno di un’unità estetica compatta e disturbante. Tosto. (4/5)

Wonder Woman (Patty Jenkins 2017) Ennesimo non-film Marvel, ennesima fracassonata digitale che segue ciecamente l’impostazione episodica del non-cinema contemporaneo; l’unico del filone ad aver offerto qualcosa, negli ultimi anni, è Doctor Strange. Però di Wonder Woman è molto buffo il cattivone con armatura posticcia a nascondere il fisico da giocatore di ramino, e i baffetti impiegatizi che spuntano dall’elmo aggressivo. (2,5/5)

sasha e il polo nord slowfilm recensioneSasha e il Polo Nord (Rémi Chayé 2015) Gradevole film francese d’animazione, un’avventura classica con la giovane protagonista alle prese con il viaggio alla scoperta di sé e delle proprie radici. Già assistente alla regia del bellissimo The Secret of Kells, Chayé firma un’animazione semplice ed elegante, resa leggera dai colori chiari e uniformi e dall’assenza di linee nere a delimitare le figure. Una piccola storia dai ritmi distesi, sentimentale senza eccessi di sentimentalismo. (4/5)

Ballerina (Eric Summer, Éric Warin 2016) Film per bambini, non dei più ispirati, né dei più curati (fra i film intendo, non fra i bambini), produzione franco canadese anche di un certo successo. Protagonista orfannella che nella Parigi di fine ‘800 lotta per diventare – indovina – una ballerina, con tutti gli scontri, gli incontri e la raccolta di cliché del caso. capitan mutanda slowfilm recensionePersonaggi monodimensionali e spinti all’estremo, e una proclamata verosimiglianza dei passi di danza che riesce a trasmettere davvero poco, attraverso l’animazione meccanica e poco espressiva. Per un pomeriggio infantile a corto di alternative. (2,5/5)

Capitan Mutanda (David Soren 2017) Produzione Dreamworks, in uscita il primo novembre nelle nostre sale. Tratto da una serie di libri per ragazzi, Captain Underpants: The First Epic Movie mette in scena un “politicamente scorretto” a misura di bambino, attraverso un umorismo scatologico adeguatamente ripulito, ma comunque spensierato e vagamente irriverente. Al centro la passione per i fumetti e la creatività, per una storia dal registro leggero e tutto sommato sufficientemente inventiva. (3/5)

Bokeh (Geoffrey Orthwein, Andrew Sullivan 2017)

245515r1Bokeh arriva buon ultimo a rispondere alla domanda: Cosa faresti se fossi l’ultima persona rimasta sulla terra? E reagisce come se si trattasse di un compito a sorpresa, balbetta qualcosa sull’esistenza, la fine dei tempi, racchiudere l’attimo, siamo sicuri che oggi c’era interrogazione?

Si parte dall’Islanda, coppietta americana in viaggio romantico, lui aspirante fotografo esistenzialista, lei bionda. L’Islanda è un posto bello da vedere, e il film è distribuito da Netflix, per questo so che altri potranno cascarci, ma Bokeh – e qui svolgo il mio ruolo civico – è un film davvero inutile. Rimasti soli, i due non sanno proprio cosa fare. Lui fa le foto ma non è tanto bravo, lei è triste e si scervella, ma non riesce a elaborare pensieri sufficientemente profondi, cosa che contribuisce a renderla ancora più triste. Ed entrambi gli attori, spiace dirlo perché sono giovani e carini, non sono dei mostri di carisma. C’è una quantità di cartoline del posto, a tratti spacciate per digressioni malickiane, con i ghiacciai, l’aurora boreale, i geyser, l’erba verde e i fiori viola accarezzati da una lieve mane femminile; l’Islanda è stata raffigurata in modi più originali e ha ospitato storie decisamente più interessanti, a partire da quelle di Dagur Kari.

Mi ha ricordato un altro piccolo film, Embers, pure in odore di apocalisse, e naturalmente la serie The Last Man on Earth, che sulla fine del mondo preferisce imbastire una sit-com, e di questo lo ringraziamo. Entrambi sono decisamente migliori del film di Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan che, non so se è chiaro, non arricchirebbe in nessun modo la vostra serata né la vostra esperienza del cinema.

(2/5)

Due film da vedere, in breve: Hell or High Water (David Mackenzie 2016), L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki 2017)

hellDa grande voglio fare la cameriera burberissima di Hell or High Water. Il film di David Mackenzieper per Netflix, che ha strappato anche quattro candidature all’Oscar, è un piacevole ritorno al cinema degli anni ’70, da Peckinpah a Cimino. Con i fratelli rapinatori sgangherati, molta polvere, dialoghi ben scritti e ottimi caratteristi, fra cui la succitata cameriera. Poi, un grande (vecchio) Jeff Bridges (che era in Una calibro 20 per lo specialista, uno dei titoli più in linea con questo), splendido ranger rompipalle che merita tutta l’esasperazione del collega nativo americano. Altro punto a favore l’accompagnamento di Nick Cave e Warren Ellis. Stonano un po’, invece, i continui richiami alle colpe delle banche, inseriti in maniera pretestuosa nei dialoghi per dare uno spessore politico che apprezzo molto quando c’è davvero, ma che qui risulta posticcio. Rimane, comunque, uno dei film meglio costruiti e più piacevoli del nostro passato prossimo.

(4/5)

voltoMolto politico, davvero politico, è invece L’Altro Volto della Speranza. Aki Kaurismaki credo sia l’unico grosso autore ad aver affrontato in maniera così diretta ed esplicita, in un film di fiction, la questione dei profughi siriani, e il modo in cui vengono visti e trattati dai Paesi che dovrebbero ospitarli. Il tema è estremamente concreto e reale, e la capacità di Kaurismaki sta proprio nell’immergere, intatta, la realtà all’interno della sua poetica. Lo sguardo è il suo, distaccato e costantemente ironico, le situazioni sospese e lievemente surreali, i protagonisti immersi ciascuno nel proprio mondo, ma immediatamente disposti a prendersi cura di chi ne mostra l’esigenza. L’Altro Volto della Speranza riesce a miscelare orrori e violenze reali, vicende individuali, momenti di comica assurdità, senza dare l’impressione che niente di tutto questo sia fuori posto. Molto bello.

(4/5)

What Happened, Miss Simone? (Liz Garbus 2015) Ritratto di una regina in frantumi

miss simone slowfilm recensioneSe c’è stata davvero una regina, questa è stata Nina Simone. Se c’è stata, nello stesso tempo, una regina decaduta, incapace di comprendere e controllare prima di tutto se stessa, questa è Nina Simone.

Nina Simone è la bambina che sogna di essere la prima pianista classica di colore; la donna che vede crescere la sua fama guidata da un marito violento, e si annulla in una visione radicale della lotta per i diritti civili; la donna ormai disgregata nei disturbi psichici, che non sa come elaborare il suo passato. Il documentario di Liz Garbus è bello e doloroso, un incontro con ricordi filmati, scritti e raccontati, che tratteggiano con efficacia, seppure per grandi linee, la vita della voce femminile più affascinante e intensa della storia della musica. È proprio il lato musicale quello che, forse, avrebbe richiesto più spazio – la musica che sembra completamente possedere e consumare Nina -, tanto coinvolgenti sono le performance e le evoluzioni artistiche, ma la panoramica è inevitabilmente parziale.

Nei filmati d’archivio Nina brucia il pubblico con lo sguardo, durante i concerti, a volte lo insulta e appare spesso sull’orlo di un attacco d’ira. Poi si siede al piano, suona – sempre, anche negli anni più difficili – senza indecisioni, trascinata da una forza devastante, le dita volano sui tasti e l’unica cosa più potente di quelle note è nella sua voce. Una moltitudine di colori, un accesso diretto all’anima, alla sofferenza, e ancora alla dolcezza e al romanticismo. Il film di Garbus riporta l’impeto ipnotico, che conosciamo, della musica di Nina Simone, così bella da apparire perfetta e assoluta, e lo immerge nelle contraddizioni, le spaccature di un’esistenza sempre tragicamente fragile eppure inscalfibile. Un suono e una voce tanto meravigliosi e avvolgenti, quanto inafferrabili e drammaticamente umane sono le vicende da cui nascono. Il modo più difficile di fare arte, forse l’unico.

Il film, candidato all’Oscar, si vede su Netflix (oppure, per il momento, su youtube con sottotitoli in francese). Qui il trailer.

(4/5)