La Danseuse – Io Danzerò (Stéphanie Di Giusto 2016). Il racconto di una vita dedicata all’arte

io_danzeròPubblicato su Bologna Cult. Visto in anteprima al Biografilm, La Danseuse è nelle sale dal 15 giugno.

Il Biografilm Festival apre con il racconto di una vita dedicata all’arte, quella di Loïe Fuller, protagonista di La Danseuse (in Italia Io Danzerò), opera prima della già fotografa e art director francese Stéphanie Di Giusto. Nata nel 1862 negli Stati Uniti, Mary-Louise Fuller nutre una passione totalizzante per il teatro e la danza e, trasferitasi a Parigi e assunto il nome d’arte Loïe Fuller, diventa celebre con un originale spettacolo da lei inventato e interpretato. La serpentine è una danza che crea figure attraverso il frullare di ampi vestiti e drappi di seta, indossati e animati dalla Fuller in modo da ricreare, grazie ai complessi giochi di luce colorata, un’idea di libertà e leggerezza, una farfalla o uno spettro variopinto che prende vita sul palco e ipnotizza la platea.

Dominato dalla protagonista Soko, cantante e attrice perfettamente in parte, La Danseuse apre con un bel prologo nell’ancora vecchio West, che ricorda le atmosfere realistiche e i costumi di Altman e regala alcuni dei quadri più originali della pellicola. Lo sbronzissimo padre di Loïe immerso in una vasca da bagno riscaldata dal fuoco vivo, quindi dispersa in un campo lungo fra boschi e montagne innevate, è uno di questi. Il racconto non segue la formazione di Loïe, ma la porta presto nel Vecchio Continente, presa dall’ossessione per la sua invenzione e dai sacrifici, anche e soprattutto fisici, cui si sottopone per poterle dare corpo. E si tratta, soprattutto, proprio di un’invenzione, di un apparato di luci e trucchi, che consentirà alla non danzatrice Loïe Fuller di aprire la danza a nuove possibilità. La meraviglia del suo spettacolo non è dissimile da quella che, in quegli stessi anni, fa la fortuna della più longeva delle “invenzioni inutili”, il cinema. Loïe ricrea sul palco delle figure astratte e concettuali, fatte di tecnologia e sudore, visioni altrimenti impossibili.

In una storia in cui la creatività e l’iniziativa sono esclusivamente femminili, La Danseuse compone diverse contrapposizioni, a cominciare dalle sofferenze assolutamente fisiche e concrete e dalle macchine che utilizza Loïe, per ricreare l’illusione di qualcosa di inafferrabile e incorporeo. Dopo l’incipit americano e la costruzione di uno spettacolo sempre più complesso, che arriverà fino all’Opéra di Parigi, è nella terza parte che la contrapposizione – fusione più potente prende corpo. Loïe Fuller, scura di capelli e muscolosa per gli incessanti allenamenti, trova nel suo corpo di ballo Isadora Duncan, incarnata dalla bionda ed eterea Lily-Rose Depp. È l’incontro di due personalità incontenibili, espressioni di due modi quasi opposti di conoscere e concepire l’arte. La Fuller è mossa da una volontà tanto grande da diventare autodistruttiva, ed è lei che, anche grazie alle sue coreografie, scardina la danza dalla sua concezione classica. Sarà però la Duncan a saper ritrovare, in questa libertà, una nuova semplicità, e quindi a dar vita a una vera e propria forma d’espressione.

Anche Stéphanie Di Giusto costruisce il suo film come un incontro tra due anime. Quella del racconto biografico e lineare perfettamente adatto al grande pubblico, dove il mondo intero esiste principalmente per definire la figura centrale, e quella del tema e della messa in scena dai connotati artistici, con una ricerca fotografica attenta, anche a non lasciarsi andare a troppo espliciti sperimentalismi. La Danseuse in questo solco trova un equilibrio, ma, in un tempo in cui la narrazione, spinta dalle debordanti produzioni televisive seriali, è spesso caratterizzata da forme espressive estreme, potrebbe avere qualche difficoltà a trovare un vero pubblico d’elezione. Regala, ad ogni modo, una storia importante da (ri)scoprire e delle figure femminili che esprimono le sfumature della forza e della passione con grande naturalezza.

(3,5/5)

Gimme Danger (Jim Jarmusch 2016) Iggy Pop si racconta e ricorda gli Stooges, in una centrifuga di suoni, immagini e rumori

gimme danger slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Al cinema è una serata speciale, costa dieci euro. È speciale perché costa dieci euro. Costano di più, e non ci sono possibilità di riduzioni, le proiezioni di film aggressivamente mainstream, dagli Star Wars in giù, per identificare in questo modo la potenza dell’evento. Stesso destino per le proiezioni che hanno una distribuzione limitata a un paio di giorni, perché sono cose molto ricercate, per un pubblico motivato che in questo modo sostiene lo sforzo di portare in sala, seppure per poco, titoli che altrimenti non arriverebbero ai cinema italiani. In un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film normali, con registi e attori normali, in un futuro prossimo il prezzo normale sarà solo per i film con Colin Firth.

Andiamo a Gimme Danger, un documentario indirizzato ai fan degli Stooges e a quelli di Jim Jarmusch (reduce del bellissimo Paterson). Io faccio parte dei secondi, ma a poter essere davvero contenti – e neanche con assoluta certezza – potranno essere i primi, che si delizieranno del lungo racconto di Iggy Pop. L’Iguana, che quest’anno ne compie settanta, è seduta su un trono, con la faccia conciata di sempre, le vene delle braccia in rilievo, i piedi nudi e le dita disidratate delle mani che intrecciano quelle dei piedi. Oppure è seduta su una più umile sedia, dietro di lui s’intravede una lavatrice e dei panni, una lavatrice come quella che faceva da sfondo alle interviste a Neil Young in Year of the Horse. Non credevo che l’avrei ritrovata, mi era già sembrata un grumo di minimalismo un po’ forzato. Invece rieccola, deve significare qualcosa, questo associare il rock alla pulizia dei propri abiti, alla centrifuga, a un elettrodomestico bianco di forma parallelepipedale, ma non saprei dire cosa, non con apprezzabile certezza. Iggy racconta, snocciola aneddoti, sulla sua gioventù, sulle prime band, la passione per la batteria, l’incontro con quelli che saranno gli Stooges, la vita da comunista, perché condotta in una comune con i soldi in comune, la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 nella sua interpretazione materiale e disincantata, e un mucchio di altre cose. I primi concerti, le droghe, gli scioglimenti e le riunioni della band, naturalmente.

Il film prende una forma piuttosto canonica, con i frammenti di intervista mescolati a immagini e brevi filmati d’archivio, agli incontri con altri membri del gruppo. Mentre il batterista Scott Asheton appare spiritualmente dislocato in un tempo che non è precisamente quello presenziato dal suo corpo, un cenno particolare lo merita il chitarrista James Williamson. Sembra essere l’unico a cui tutto accade naturalmente, senza conseguenze considerevoli: splendida e trasgressiva icona rock, quando il suo ruolo è quello, nel 1975 diventa un perfetto ingegnere elettronico. Elegantemente imbolsito nei suoi lineamenti e nella consistenza peculiarmente americani, dopo essere andato in pensione alla Sony torna sul palco con Iggy negli inoltrati anni ’00. Ed è bello pensare a questo ingegnere abbastanza anziano, abbastanza in pensione, da poter tornare a fare rock pesante, cattivo, teatrale.

Al centro di Gimme Danger c’è il racconto, non la musica. Così, con l’eccezione dei titoli di coda, non si ascolta mai un pezzo per intero. Ci sono riff, cenni di testi e di performance, che si interrompono dopo alcuni secondi, per dare spazio ad altri aneddoti e poi ad altri pezzi di canzoni. L’ho trovato piuttosto limitante e, alla lunga, frastornante. Mi sta bene l’epica, ma avrei preferito assistere anche alla musica. Contribuiscono alla visualizzazione del racconto delle ricostruzioni animate, non lontane dallo stile del pythoniano A Liar’s Autobiography, e il montaggio di decine di riferimenti esterni. Spesso richiamati dal regista in immediata e didascalica corrispondenza: si pronuncia Famiglia Addams, film anni ’50, Tre Stooges, salto nel vuoto? Li si vedrà immediatamente materializzare sullo schermo, in un montaggio frammentario e sincopato che è solitamente quanto di più lontano dallo stile di Jarmusch. Il film è un accorato omaggio di un fan alla rockstar con cui aveva già avuto modo di lavorare in Coffee and Cigarette e Dead Man. Prosegue in questo modo per poco meno di due ore, elencando le band influenzate dallo sperimentalismo degli Stooges e senza mai nominare, d’altra parte, correnti come il punk o la scena indipendente, se non per affermare di non farne parte. Gimme Danger racconta una storia a sé, un personaggio che si è guadagnato il diritto ad alzare entrambi i medi in direzione del resto del mondo, e non si fa scrupolo ad esercitarlo. La notte dopo la visione, il sonno è stato un gran frastuono, circolare, primitivo, ossessivo. In questo, probabilmente, il film è arrivato dove voleva.

(3/5)

Addio Jirō Taniguchi, artista straordinario.

Lo zen di Gourmet e L’uomo che cammina, la collaborazione fantastica con Moebius, il codice de Il libro del vento, l’intimità di In una lontana città, e moltissimo altro. Jiro Taniguchi è stato uno dei più grandi artisti contemporanei, grazie per tanta bellezza.

Arrival (Denis Villeneuve 2016). Il dono del nuovo monolite

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Il cinema di Denis Villeneuve è, in questo periodo, fra i più sicuri, definiti e riconoscibili. Il canadese è riuscito a portare la sua poetica nelle produzioni hollywoodiane, unendo le scelte autoriali con l’apertura a un pubblico ampio, apparentemente senza dover fare grosse concessioni o compromessi. Arrival, presentato come il suo primo film di fantascienza, ha in realtà un ottimo precedente nel fantastico di Enemy, rielaborazione profonda de L’Uomo Duplicato di Saramago, da noi inspiegabilmente non distribuito. Villeneuve sa dare ai suoi film una consistenza singolare, rendendoli freddi, granitici, cerebrali, e al tempo stesso diffusamente ambigui, empatici, risultato di una costruzione che evita accuratamente di dare troppo peso al focus narrativo. Oltre che al racconto Storia della Tua Vita di Ted Chiang, Arrival evoca il Kubrick di 2001, il Vonnegut di Mattatoio n.5, lo Spielberg di Incontri Ravvicinati, Il Nolan di Interstellar, la spiritualità di Malick, e sicuramente molto altro. Ma la riconoscibilità di Villeneuve sta nel modo di allontanarsi dalle sue storie, nella capacità di lasciar corrispondere l’intero film, il suo tono, con il messaggio. La rappresentazione vive di scelte in cui l’immagine costruisce ampie architetture dai colori uniformi, quindi le identifica nei primi e primissimi piani di volti e sguardi, riconducendo tutto alla descrizione di un’interiorità che lo spettatore è chiamato a esplorare, fino a identificare temi condivisi in cui rispecchiarsi. Un ruolo essenziale, nella riuscita della singolare alchimia, è quello di Jóhann Jóhannsson, autore di un tessuto musicale che sostiene e definisce l’atmosfera combinando, anche qui, la materialità dell’ambiente con il senso sospeso di muri sonori e accenti profondi. Così, nello scantonare il film dalla rappresentazione mainstream, è essenziale la scelta di cosa evitare di mostrare, lasciando che sottotrame ed elementi narrativi consequenziali e risaputi mostrino solo i loro effetti.

[Da qui, solo per chi ha visto il film] L’incontro fra la linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, e due degli alieni arrivati sul nostro pianeta a bordo di enormi gusci – le navi sono dodici, identiche e disseminate casualmente per il globo – è subito un evento che mette in gioco una serie di implicazioni sociali, culturali, una situazione complessa che sta portando il mondo alla rivolta interna e alla guerra interplanetaria. Ma al centro della storia, e della vita di Louise, c’è un lutto, la morte della giovane figlia. La presenza di Louise, e la presenza stessa degli alieni, ha uno scopo personale e individuale, come definisce anche il raccordo visivo fra lo “schermo” – in formato panoramico – dietro cui gli alieni osservano e si lasciano osservare dagli umani, e la grande vetrata sul lago della casa di Louise, luogo intimo e familiare che si sovrappone a quello extraterrestre, confondendo i due piani. Similmente ai celebri monoliti neri, i gusci si presentano come una cesura, anche grafica, nella storia dell’uomo, conservano un mistero e una conoscenza nuova, da elaborare e assimilare. Louise cerca una forma di comunicazione comune, ed è proprio nella particolare scrittura degli alieni eptapodi, circolare, senza inizio né fine e immediata portatrice di senso, che si riflette un modo differente di percepire il tempo, e di conseguenza di concepire l’esistenza stessa. Il punto che nella maggior parte della fantascienza viene bypassato attraverso provvidenziali ritrovati tecnologici, il nodo della diversità linguistica, qui diventa centrale, ed è la chiave per accedere, dopo aver citato Sapir-Whorf, a una diversa percezione della realtà, lasciando che la mente sia modellata da un diverso linguaggio.

Quella che sembrava una premessa, la perdita della figlia da parte di Louise, si rivela essere un evento cronologicamente successivo all’incontro con gli alieni. La futura madre, non più vincolata alla linearità temporale, conosce il destino della figlia, e lo accetta, scegliendo di metterla al mondo. All’interno di una storia che, pure attraverso una cronaca distaccata ed ellittica, presenta fobie e conflitti globali, il centro torna alle più profonde e irrinunciabili delle paure umane e individuali, quella della morte. L’altro episodio chiave, legato al generale che Louise persuade a non attaccare le navi spaziali, riguarda anch’esso una perdita, con il militare che, in un tempo futuro, rivela alla studiosa le parole che la moglie ha pronunciato in punto di morte, consentendo a Louise di riportargliele nel passato. Nella percezione circolare e completa dell’esistenza, la vita si presenta in ogni caso come “un gioco non a somma zero”, e il dono alieno, attraverso la “riprogrammazione linguistica” è la possibilità, per l’uomo, di accettare l’idea della morte.

Sulla strada del ritorno, mentre l’esterno sembra ancora una diretta emanazione delle suggestioni cinematografiche, l’ultimo album dei Flaming Lips è un adeguato distillato musicale di alienazione e intimità.

“Il desiderio di avere più mucche”

(4/5)

La Tartaruga Rossa – La tortue rouge – The red turtle (Michaël Dudok de Wit 2016). Poesia e natura nella parabola di una vita.

tartaruga-rossa-locandinaPrimo lungometraggio animato dell’olandese Michaël Dudok de Wit, ultima coproduzione della Ghibli di Hayao Miyazaki, La Tartaruga Rossa è una piccola opera d’arte, dove protagonisti sono le immagini, i suoni, il tempo. La storia di un naufrago che non può lasciare l’isola che gli ha offerto la salvezza, non è una storia di solitudine e sopravvivenza, ma la rappresentazione poetica e naturalistica della parabola di una vita. Un film senza parole, delle quali non si sente neppure per un attimo la mancanza, che esprime malinconia, amore, paura, speranza, attraverso i suoni dell’ambiente e dell’uomo, e le musiche essenziali di Laurent Perez. Una forza visiva sorprendente, che nella base artigianale dei carboncini e gli acquerelli unisce delicatezza e realismo. I momenti onirici, le esplorazioni della natura, gli elementi e i pensieri hanno una consistenza tangibile, sensoriale, che rende ogni quadro parte di una narrazione semplice, come ogni racconto di vita, impossibile da comprendere completamente, messaggio singolare per ogni spettatore.

La Tartaruga Rossa esprime qualcosa che potrebbe essere riassunto in poche righe, e lascia che quelle frasi e parole respirino in immagini che sfiorano la densità del tempo. Il racconto, virtualmente infinito, nella fusione riuscita dei personaggi e degli ambienti, crea e rappresenta un unico essere. Cosa che di certo non significa la scoperta di una perfetta armonia, la certezza delle proprie scelte o l’assenza del dolore, perché non è di questo che siamo fatti, ma regala, nei propri conflitti, errori e paure, la speranza di una possibile ricerca.

La Tortue Rouge arriverà nelle nostre sale dal 27 al 30 marzo, ed è certamente uno dei film più belli dell’anno.

(4,5/5)

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Paterson (Jim Jarmusch 2016). Il maestro del cinema minimalista e indipendente firma il miglior film dell’anno

paterson-slowfilm-locandinaDunque non sono rotto, almeno non del tutto, quando arriva un film così ancora riesco a immergermi completamente. Paterson è un’opera che fa ringiovanire, un ritorno al cinema che riporta alle prime emozioni legate alla scoperta di Jim Jarmusch, al minimalismo poetico e alle coincidenze che danno identità a ogni giornata, al romanticismo che l’età adulta rende ancora più ricco di incertezze.

Una settimana nella vita di Paterson, autista di autobus della città di Paterson, New Jersey, scandita dal lavoro, la passione per la poesia, la creatività della compagna e i rantoli di un bulldog inglese. Jim Jarmusch, ancora più del solito, sembra parlare di sé e del suo modo di elaborare il tempo e la vita, di definire il valore delle cose e le esperienze, in un autoritratto più asciutto e spontaneo rispetto al precedente, piuttosto didascalico, Solo gli Amanti Sopravvivono. Paterson, con i sottofondi strumentali accennati, i quadri frontali che raramente ricercano il movimento di camera, il testo di Ron Padgett scritto e recitato che compare sullo schermo, descrive la realtà e la difficoltà del doverne far parte, e incarna anche uno dei più riusciti incontri fra cinema e poesia dai tempi di Il Cielo Sopra Berlino. I protagonisti perfettamente in parte, Adam Driver ormai ricercato da ogni genere di cinema e la splendida Golshifteh Farahani, sono figure e sguardo in una sintassi filmica impeccabile nella costruzione di una distanza colma di empatia. Il montaggio ricorsivo e le scelte della narrazione ricordano come una storia universale – quella della ricerca di sé e della propria relazione col mondo, che inevitabilmente tocca tutti – possa essere raccontata attraverso l’identità dell’episodio, dei gesti, delle abitudini destinate a essere stravolte. Le grandi e piccole variazioni, le pause, i dettagli, diventano tutti significativi, sguardi attraversati dal fascino di altre esistenze.

Non è lo svolgimento di una storia rumorosa già vista troppe volte che può incollare allo schermo, ma la sorpresa della vita e delle piccole ossessioni, ricercate e riportate con complicità da un grande narratore. Un’occasione per riscoprire la differenza tra i film che mostrano solo loro stessi e quelli che, come Paterson, sono più grandi delle singole parti, acquisiscono una definita personalità nella loro completezza, e invadono i pensieri nel mondo esterno, fuori dalla sala. Sullo schermo scorre una settimana di Paterson raccontata da Jim Jarmusch, e si rimarrebbe a guadarne molte altre.

Abbiamo molti fiammiferi in casa nostra
Li teniamo a portata di mano, sempre
Attualmente la nostra marca preferita
è Ohio Blue Tip

(5/5)