Il Ritorno di Mary Poppins (Rob Marshall 2018). Film gradevole, ma solo una variazione sul tema

ritorno mary poppins slowfilm recensioneIl Ritorno di Mary Poppins tiene proprio dove era più facile scivolare, cioè sulla nuova Mary Poppins. Emily Blunt riesce a essere assolutamente graziosa, dove Julie Andrews era praticamente perfetta. Richiama il piglio del personaggio originale, senza poterne eguagliare l’autorità, ma impegnandosi con dedizione all’avanspettacolo. La nuova Mary Poppins c’è, balla e canta, ma non è più al centro del film. Mentre gli altri personaggi non sono sbagliati, ma non possono dirsi altrettanto riusciti. Se i bambini assortiti sono diligentemente funzionali, non si può dire che l’acciarino Lin-Manuel Miranda e i neoadulti Michael e Jane Banks, ovvero Ben Whishaw e Emily Mortimer, siano personaggi di gran fascino o particolarmente memorabili. Ma neanche loro sono al centro del film, al centro del film c’è Mary Poppins, il film del 1964.

Dell’originale di Robert Stevenson, Rob Marshall e lo sceneggiatore David Magee, propongono una variazione sul tema, che riporta ogni scena del film di cinquant’anni fa in una versione alternativa, per forza di cose meno riuscita o meno originale. Gli spazzacamino, l’incursione cartoonesca e animalesca nell’Inghilterra d’antan, la visita dal parente stralunato che non distingue il pavimento dal soffitto, sono riproposti meccanicamente, e al centro del film, alla fin fine, c’è soprattutto il suo guardare all’originale. Bisogna anche dire che, pur comprendendo la scelta di realizzare effetti visivi vicini a quelli storici, l’interazione con le animazioni è qui più scollata e posticcia, e in generale la ricostruzione sembra assai più ingenua del suo modello, che dal canto suo aveva un approccio tecnicamente pionieristico ed efficacemente meraviglioso.

L’unica linea narrativa che si sono sentiti di espandere è quella “finanziaria”, legata alla banca dove anche Michael lavora, che qui crea il motivo di fondo – quello di dover salvare casa Banks dal pignoramento – su cui procede tutto il film. Che è quindi sorretto da una spinta all’azione piuttosto prosaica, di cui l’originale aveva fatto a meno, riuscendo a giocare su temi più astratti come quello della crescita, del non dover crescere troppo e della malinconia del distacco. Altro elemento del film di Marshall (di cui purtroppo più scrivo e meno mi convince), è il suo procedere a un ritmo troppo sostenuto. Una tendenza fastidiosa che mi sembra fosse già nel terribile Nine. Ogni scena, ogni costruzione di pathos o espressione sentimentale – che sia gioia, sorpresa, tristezza – corre verso la sua definizione, non c’è studio dei tempi e delle pause, ancora una volta tendendo solo a raggiungere quel che è stato già fatto, senza sentire l’esigenza di costruire qualcosa che funzioni – per bene – in autonomia.

L’ultima cosa, che è doveroso aggiungere, è che difficilmente a un bambino questa Mary Poppins non piacerà. Dal punto di vista pratico, l’operazione Disney di riproporre ai più piccoli le suggestioni già collaudate con i piccoli del secolo scorso, è quasi infallibile, e l’intrattenimento è comunque di un livello discreto. Si può quindi andare a vedere Il Ritorno di Mary Poppins aspettandosi che i giovani spettatori si divertano, ballino e cantino? Sicuramente sì. Si può giudicare un film tralasciando come sia la copia piuttosto svogliata di cinema preesistente? Secondo me no.

(3/5)

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Troppa Grazia (Gianni Zanasi 2018), purtroppo il miracolo non arriva

troppa grazia slowfilm recensioneQuel che più mi aveva stupito di Non Pensarci era la scrittura fluida, naturale, assieme divertente e concreta. Nel nuovo film di Gianni Zanasi, Troppa Grazia, purtroppo il miracolo non si ripete, anzi, è proprio nella costruzione dell’intreccio e nella scrittura dei dialoghi che si sente una mancanza incomprensibile. La geometra Alba Rohrwacher, mentre è occupata in torbidi rilievi catastali nelle splendide colline della Tuscia, vede la Madonna. Che comincia a seguirla, a dirle cosa deve fare, convincendola delle sue ragioni e della sua esistenza anche ricorrendo a modi piuttosto rudi. Il canovaccio era promettente, come sempre singolare e convincente Rohrwacher, e potenzialmente interessanti anche i coprotagonisti Elio Germano e Giuseppe Battiston (il primo sprecato, il secondo sprecatissimo). Insomma un cast di tutto rispetto e un’idea intrigante, ai quali non viene però concesso quasi niente.

Se nella prima parte Troppa Grazia sembra cercare una sua strada, riuscendo anche a segnare qualche punto, con lo scorrere dei minuti e delle scene appare dolorosamente evidente come tutti gli spunti vengano trattati di fretta e in maniera superficiale, i dialoghi suonano slegati e la consequenzialità delle azioni risulta assente o arbitraria. La sensazione, in più di un caso, è che in fase di montaggio si siano persi dei raccordi essenziali. Ma, a parte l’intreccio nel suo complesso, sono anche le singole situazioni e interazioni che sembrano costruire le premesse per qualcosa, per poi spegnersi nel modo più prevedibile e svogliato.

A rendere il tutto ancora più strano e doloroso ci sono regia e fotografia che, invece, in molte occasioni appaiono eccellenti. I campi lunghi, i movimenti di macchina, le immagini vivide, i primi piani sulla stralunata protagonista, sono momenti esteticamente riusciti, ma distaccati dal flusso narrativo, tanto che li si potrebbe immaginare in contesti del tutto differenti, indipendenti rispetto a una costruzione purtroppo fuori fuoco.

(2,5/5)

La Ballata di Buster Scruggs (Joel ed Ethan Coen 2018)

buster scruggs slowfilm recensioneNon è semplice pesare correttamente l’ultimo film dei Coen. Da una parte La Ballata di Buster Scruggs mantiene esattamente ciò che promette, senza sorprendere o spiazzare, dall’altra ci sono pochi autori a poter mantenere promesse del genere, oltre ai fratellini del Minnesota. Bisogna però anche considerare che negli ultimi 10 anni hanno saputo realizzare dei titoli incredibilmente belli (Non è un Paese per Vecchi, A Serious Man, A Proposito di Davis, Ave, Cesare!), mentre il western antologico Buster Scruggs è solo credibilmente bello. Ed è forse proprio questa forma antologica estremamente definita – con ogni probabilità ereditata dall’idea iniziale di realizzare una vera e propria miniserie – dove si susseguono sei episodi indipendenti, che mi sembra finisca per caratterizzare il film più di quanto meriterebbe. Ave Cesare, e molti altri loro film, vivono anche loro di parti distinte, ma l’idea comune e l’intreccio delle diverse linee consentono di godere di un intreccio complesso, pur conservando la possibilità di alternare toni e personaggi.

Ci sono alcuni episodi, in Buster Scruggs, che diluiti in un discorso più ampio avrebbero forse avuto più fascino, ma, una volta fatta questa lunga premessa, il film è indubbiamente pieno di immagini, storie, atroci suggestioni, e sono molti i momenti che nelle ore e i giorni successivi alla visione continuano a scavare, e anche le storie più piccole continuano a crescere. E una sensazione che riesca a racchiudere tutto viene comunque costruita, e suggellata dall’ultimo movimento. Si può parlare di rivisitazione del western (a conti fatti il genere più frequentato dai due autori), ma dovendo tener conto che da decenni il western è comunque territorio di rivisitazione – nell’origine del cinema c’è inevitabilmente la sua avanguardia -, che sia il luogo per le malinconiche destrutturazioni di Robert Altman, le assurdità di Mel Brooks o le ibridazioni postmoderne di Takashi Miike e Quentin Tarantino.

Buster Sgruggs conserva un legame con il nucleo narrativo del genere, racconta davvero la frontiera, i duelli, la storia di una nazione che cresce nel sangue. Ma si prende anche ampie libertà nell’inseguire storie apparentemente minori, oppure nello spingere fino alla caricatura quelli che – dalla rapina al pistolero infallibile – sono i luoghi più frequentati del western classico. Ogni episodio meriterebbe una trattazione a sé, ma, senza voler nulla anticipare, mi limito a sottolineare la particolarità del terzo atto, con i teatranti itineranti Liam Neeson e Harry Melling, che offre la vista surreale di un palco che è uno scorcio in ogni paese di derelitti in cui si apra il suo piccolo sipario, una nicchia fatta di disperazione narrativa che rimane perfettamente incorniciata dalla realtà. Un racconto che esalta la dimensione più umana e universale del film, introducendo nuove immagini nel genere. Ed è per me impossibile non citare la bellezza di Tom Waits, personaggio solitario che sommessamente canta attraversando i boschi, e alla ricerca d’oro scava a mani nude la terra, vecchia quasi quanto lui.

(4/5)

Anche La Ballata di Buster Scruggs è su Netflix e, al di là di tutto, difficilmente potrà capitarvi fra le mani qualcosa di meglio da vedere.

Il Ragazzo più Felice del Mondo (Gianni Gipi Pacinotti 2018)

Pubblicato su BolognaCult

Gipi che mima voluttuosamente le scene più scabrose di La Vita di Adelo, ideale remake del film di Kechiche, davanti a un incredulo Domenico Procacci, è piuttosto esilarante. L’idea che la visione dei primi minuti de Il Ragazzo più Felice del Mondo, proposta a una scolaresca, sia valsa all’autore – come da suo racconto introduttivo – una gran cazziata della maestra e risa sfrenate da parte del giovane pubblico, rende il tutto ancora più divertente. E Gipi invita a vedere il suo quarto film con gli stessi occhi fanciulleschi, senza ricercare sensi reconditi né impantanarsi in automatismi e sovrastrutture. Non so se una visione del genere sia davvero possibile, ma il film sembra effettivamente girato in questo modo, e trasmette una certa divertita immediatezza.

La vita audiovisiva di Gipi (qui regista, attore, sceneggiatore e produttore, più frequentemente uno dei maggiori fumettisti italiani, qualora fosse il caso ricordarlo) ultimamente si esprime e diffonde attraverso i corti – spesso eccellenti – prodotti per Propaganda Live di Diego Bianchi. In questo suo ultimo lungometraggio si ritrova molto di quello spirito, e di quei volti, a cominciare da quello di Gero Arnone, specializzato nell’incarnazione dell’amico drastico, dimesso e aspirante cinico. Ma a sostenere il tutto c’è una storia estesa, una storia vera, e la volontà di raccontarla attraverso una forma documentaristica che fonde eventi e figure reali con l’approccio libero e demenziale alla realizzazione del film stesso. La storia: Gipi ritrova una lettera di un fan quattordicenne risalente agli albori della sua carriera da disegnatore. Assieme agli apprezzamenti, la richiesta di un disegno d’autore. L’ha conservata per anni, ma ha anche scoperto che quella lettera, scritta a mano e personalizzata con minime variazioni, è stata spedita, nel corso dei decenni, più o meno a tutti i fumettisti italiani, sempre firmata da un quattordicenne che nasconde, con evidenza, un adulto collezionista seriale. Parte la ricerca del fan, documentata da una sgangheratissima troupe formata, oltre che dallo stesso Gipi, da un fonico spesso in campo e costantemente malaticcio (Davide Barbafiera), un amico nichilista (Gero), un aiutante estremamente sensibile, precedentemente pagato in visibilità da un call center (Francesco Daniele), un cameraman che in quanto tale esiste ma non si esprime.

Ricostruendo l’indagine reale in tono che potremmo definire ironico, grottesco, o più semplicemente cazzone, l’avventura di Gipi ci porta a conoscere personaggi della sua vita, toccando altre piccole storie personali, a scontrarci contro le difficoltà fatte di liberatorie e protagonisti scarsamente telegenici, una hit immediata come “Sono una Faccia di Merda” e sì, anche qualche ridondanza metafilmica e qualche spunto narrativo leggermente forzato che, rispetto a un clima di generale spontaneità in qualche punto (pochi punti, in verità), spezza un po’ il ritmo.

C’è del morettismo, nel lavoro di Gipi, nel mettersi in primo piano e nel filtrare il mondo attraverso la propria visione e il proprio linguaggio. Nella capacità di far passare un messaggio politico attraverso piccoli dettagli e nevrosi quotidiane. Ma rispetto a Moretti, oltre alle inevitabili differenze di peso, Gipi brilla per fallibilità. Nel raccontare e nel raccontarsi, nei suoi diversi canali espressivi, Gianni Gipi non ha mai evitato di mostrare la propria incazzatura, non ha mai sentito l’esigenza di misurare i toni per apparire strafico e impeccabile. C’è un’immediatezza punk che unisce tutti i suoi lavori e che consente di sentirsi accolti dagli stessi, una preziosa sincerità di pensiero che fa sì che, dopo il “dibattito” seguito alla visione, si possa fare una piacevolmente confusione fra quanto si è visto sullo schermo, e quanto sia stato appena raccontato da lui in persona.

(3,5/5)

Lucky (John Carroll Lynch 2017), l’ultima ballata di Harry Dean Stanton

lucky-locandinaPubblicato su Bologna Cult

Per vedere un buon film, spesso, occorre vedere un piccolo film. Lucky è un piccolo film che ruota attorno alla figura di Harry Dean Stanton, uno degli attori feticcio di David Lynch e celebre caratterista, qui in un ruolo da assoluto protagonista. Classe 1926, Stanton è morto a 91 anni, poco dopo la fine delle riprese.

Un corpo cinematografico, il suo, che si mostra sin dalla prima scena, ambientata nella casa in cui Lucky vive solo (ma “Fra lo stare da soli e il sentirsi soli c’è una gran differenza”), dove pratica i suoi piccoli riti e i suoi esercizi fisici e mentali. Un corpo asciutto e uno sguardo disincantato che, ancora, attraversano il tempo. Quando Lucky esce di casa, nella sua tenuta da cowboy, si ritrova negli sconfinati spazi americani, fatti di terra, polvere e cactus, e solitamente si dirige verso uno dei suoi locali preferiti. Uno di quelli da cui non sia stato cacciato per averci fumato una sigaretta proibita (“Quelle ti uccideranno” “Se non lo hanno fatto fino ad ora, vuol dire che non possono”).

La fauna da bar – o da saloon – è quella opportunamente composta da personaggi ormai assorbiti dalla propria storia, memorie viventi delle proprie esistenze, che si raccontano, si punzecchiano, e si prendono cura l’uno dell’altro. Il regista John Carroll Lynch (nessuna parentela con David, che pure nel film ha una parte) dà a Lucky il tono di una piacevole ballata, senza forzare i toni del racconto, che inevitabilmente tocca i temi della morte e della necessità di tirare le somme della propria esistenza, così come quelli dell’accettazione individuale e della ricerca dell’altro. Si susseguono ricordi e vicende personali, grandi e piccole, fra cui un dialogo intenso fra il protagonista e il veterano Tom Skerritt che dà la chiave alla conclusione del film, racchiusa in un sorriso dai molti significati.

(4/5)

Cose che avrei voluto scrivere

dogmanDogman (Matteo Garrone 2018) è, per il suo autore, un nuovo racconto, che si aggiunge a quelli di Basile. Un racconto stavolta contemporaneo, ma ancora affidato a figure stilizzate, immerse in architetture che vincolano l’esistenza e le azioni. Uno scenario post apocalittico, quello di Villaggio Coppola a Castel Volturno, descritto con sguardo realistico ma in qualche modo affettuoso. Come a voler fare i conti con qualcosa che fa comunque parte di noi. È lo stesso affetto, (auto)compassionevole, che investe anche Marcello, interpretato dal giustamente celebrato Marcello Fonte, che attraverso la sua voce e il suo volto ha aggiunto un personaggio memorabile nel nostro cinema. È l’affetto verso uno straw (dog)man che, anche rispetto alle cronache di riferimento, è vittima degli eventi, un uomo che nella post apocalisse, tutto sommato, aveva trovato un suo equilibrio e creato un suo tessuto sociale. Il racconto della perdita di questo equilibrio è tratteggiato con episodi semplici e scarni, immagini nette, raramente violente, più guidate dalla sofferenza per quel che è già perduto e quanto ancora c’è da perdere. (4/5)

Manga Do. Igort e la via del manga (Domenico Distilo 2018) è il bel documentario che segue parte del viaggio del fumettista Igor Tuveri in Giappone. Dalla sua esperienza di vita e di lavoro sono nati i suoi primi Quaderni Giapponesi, dal recente ritorno a quell’isola, a quelle persone, a quel modo di interpretare la vita, i secondi Quaderni Giapponesi. Entrambi i volumi, bene specificarlo, sono dei capolavori. Mi sarebbe piaciuto, già dalla lettura dei quaderni, delineare un percorso che seguisse lo sguardo occidentale sul Giappone. Che toccasse L’Impero dei Segni di Roland Barthes, Sans Soleil di Chris Marker, i Quaderni di Igort e ora questo documentario. Testi e suggestioni che avrei voluto rispolverare, ma che al momento posso solo appuntare come traccia. Lo sguardo affascinato sul Giappone è probabilmente quello che gli dona la sua massima ricchezza; dalla curiosità, l’ammirazione a volte l’ironia rispetto alle differenze, nasce un discorso sulle diverse, possibili interpretazioni del tempo, dell’estetica e dell’etica, della natura, del senso del dovere e degli spazi che ognuno si ritaglia per riempirli con i propri desideri. Dalla ferita atomica alla spiritualità, dal lavoro alla sublimazione attraverso l’arte e i rituali antichi, Manga Do, guidato dall’osservazione pacata e ammirata di Igort, ripercorre diversi topoi nipponici, rifuggendo (forse anche troppo!) immagini turistiche o consumate. Di grande bellezza i momenti in cui Igort mostra i disegni, meravigliosi, alla base dei suoi primi Quaderni: acquarelli realizzati sui piccoli taccuini Mujirushi Ryōhin, i “buoni prodotti senza marchio”, pagine piene, vissute, ondulate dal colore, che portano delle vere opere d’arte nell’immediatezza di un oggetto povero e perfettamente funzionale. (4/5)

Nella seconda foto, due delle mie pagine preferite dei secondi Quaderni Giapponesi, con i toni viola che si riversano dalle pareti al cielo, alle strade da percorrere sotto la pioggia. La terza è un fotogramma del film, col taccuino originale.

L’Isola dei Cani (Wes Anderson 2018) incarna perfettamente la definizione di “carino”. E non c’è un’inquadratura che non sia un’opera di design. Queste affermazioni non hanno un valore necessariamente, o esclusivamente, positivo.  Il lavoro che c’è dietro è enorme, molto arguto e di buon gusto, e il film mi è piaciuto. Ma è un Wes Anderson in bellissima copia di sé. (3,5/5)

The Breadwinner – I racconti di Parvana (Nora Twomey 2017) dalla co-autrice di The Secret of Kellsla storia di una ragazza afghana, della sua condizione di donna, della guerra e della ricerca d’umanità attraverso la narrazione. Un’animazione semplice e raffinata, espressiva nelle sue linee nette e i colori pieni, che nella stilizzazione rispetta la drammaticità del soggetto. (4/5)

a beautiful dayA Beautiful Day – You were never really here (Lynne Ramsay 2018), dall’autrice di Ora Parliamo di Kevin, è Ghost Dog girato da Refn con le musiche (del Greenwood) di P.T. Anderson. È un buon film, soprattutto capace nel creare un’atmosfera coerente quanto opprimente, ma, a distanza di qualche settimana, fatico nel mettere a fuoco delle singole scene. Vidi nello stesso giorno I Segreti di Wind River (Taylor Sheridan 2017), per andare incontro a una solida depressione cumulativa. Con Wind River Sheridan conclude la trilogia della frontiera, da lui scritta, iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Qui Sheridan tiene per sé anche la regia. Se la neve e i segreti che prova incessantemente a seppellire hanno sempre il loro fascino, la trama risulta forse troppo semplice, e innervata di una cultura bronsoniana di giustizia fai da te, che da qualche decennio stona. Se Sicario aveva più di un punto in comune, c’era la grandezza della regia di Villeneuve a dare complessità al film; una mano e uno sguardo, quelli di Sheridan, non altrettanto efficaci nello stravolgere una pista un po’ troppo battuta. A Beautiful Day 3,5/5 – Wind River 3/5

famiglia fangLa Famiglia Fang (Jason Bateman 2015), visto soprattutto in quanto “film con Christopher Walken”. Bateman è avanti e dietro la macchina da presa, per la trasposizione di un romanzo di Kevin Wilson che ben si adegua alle abitudini della commedia drammatica del cinema indie americano. Family Fang si poggia sulle vicende di una famiglia di artisti situazionisti, dove il capofamiglia, assieme alla moglie, riporta i due figli, fin da piccoli, all’interno delle proprie performance. Se il discorso sulla forza e il ruolo dell’arte riesce fino a un certo punto, identificandosi troppo con un fanatismo del padre che finisce per semplificare troppo le cose, viaggia meglio il rapporto tra fratello e sorella e l’irrimediabile difficoltà di diventare adulti, di distaccarsi dai propri genitori, in qualche modo uccidendoli. Il film non raggiunge vette incredibili, ma ha delle idee, una direzione tutto sommato adeguata e consapevole del suo peso specifico, e il cast, da Walken a Nicole Kidman, funziona. (3,5/5)

The Death of Stalin (Armando Iannucci 2017). Finalmente, c’è molto cinema

Morto-Stalin-se-ne-fa-un-altroNon dirò molto su The Death of Stalin, se non che – finalmente e un po’ anche inaspettatamente – c’è tanto cinema. In Italia Morto Stalin, se ne fa un altro, titolo che potrebbe fare erroneamente pensare a una farsa fatta di sosia e noie simili. Armando Iannucci (autore scozzese di origini napoletane per una produzione GB – Francia) dirige e scrive, partendo da una graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, un film dagli equilibri attenti, trovati con naturalezza, come non avevo la fortuna di vederne da mesi.

Death of Stalin racconta le ultime ore del dittatore, e la lotta per la successione che si scatena nella sua corte. A svolgere le situazioni e i dialoghi un cast eccezionale, costituito, per citarlo solo in parte, da Steve Buscemi, Michael Palin, Simon Russell Beale e Jeffrey Tambor. Su una ricostruzione rispettosa dei fatti storici, Iannucci costruisce un impianto che scantona dalle abitudini solenni e ingessate del genere, come dagli eccessi della parodia, adotta un’impostazione teatrale riuscendo a conservare un forte dinamismo nella messa in scena. Porta nelle intricate vicende gli impacci e il linguaggio diretto e volgare (meravigliosa la scena iniziale del concerto, una sorta di Lubitsch sboccato), costruendo una commedia che, per la natura delle cose e dell’uomo, con buona probabilità può essersi avvicinata, più di altre ricostruzioni, ai toni della realtà.

Iannucci racconta attraverso una regia presente ma non invadente – allora si può, ancora! -, ogni inquadratura accentua l’ironia, senza tradire il senso, spesso drammatico, dei contenuti. La sinergia fra recitazione, dialoghi e scelte visive fa apparire semplice quel che semplice non è, portando nelle azioni dei protagonisti il terrore per l’imprevedibile ferocia di Stalin, l’esigenza costante di prodigarsi nella sua adulazione, la guerra strategica con i propri pari, senza che nessuno perda, intanto, la propria forte caratterizzazione. Il film tocca momenti di pura comicità ed eventi realmente drammatici, senza che questi stridano fra loro, ma lasciando che ognuno legittimi e rinforzi l’altro. Una commistione di toni e contenuti che da tempo non passava sullo schermo con tanta spontaneità.

(4,5/5)

Nelle Pieghe del Tempo (Ava DuVernay 2018). Lasciate stare.

nelle pieghe del tempo slowfilm recensioneDavvero, lasciate stare. Se si convive con dei figli minorenni, si può essere tentati da più o meno qualsiasi pellicola possa offrire un sano pomeriggio cinematografico, ma questa lasciatela stare. Nelle Pieghe del Tempo è una produzione Disney medio grossa, con un sacco di nomi medio grossi, che parla di genitori distanti, bambini insicuri, bullismo, adozione, rapporti tra fratelli, rapporti fra amici, prime infatuazioni, spiagge affollate d’estate, omologazione della provincia americana, riconoscimento di sé stessi, fiducia in sé stessi, dinamiche familiari, bellezza della natura, bruttezza della cattiveria e molto molto altro. Parla di tutto questo malissimo, anzi senza parlarne realmente.

Su un impianto che saccheggia da La Storia Infinita, Alice nel Paese delle Meraviglie e via fantasticando, Nelle Pieghe del Tempo, pur essendo la trasposizione di un testo preesistente di Madeleine L’Engle, riesce a offrire una delle sceneggiature più sciatte dei tempi recenti e meno recenti. Una ragazzina, che nello stato di famiglia ha ancora una madre e un fratellino adottivo, ha però perso il padre, in giro per lo spazio infinito grazie alla forza del pensiero. A scuola la prendono in giro per questo, perché i padri normali al massimo passano la notte al bowling con la mano incastrata nel nastro che riporta indietro le palle. Questo non succede nel film, ma mi piace pensarlo. Arriva anche un ragazzino ariano, che però non ha pregiudizi verso i capelli ricci e la pelle ambrata della ragazzina, e i due assieme al fratellino adottivo che si chiama Charles Wallace, da dire sempre per intero sennò non si gira, partono in viaggio per le dimensioni e il tempo e lo spazio, aiutati da tre fate vestite con oggetti che di solito non sono capi di vestiario e immerse in una soluzione di paillette e truccabimbi.

La parte fantastica è totalmente al servizio delle finalità didascaliche del film; d’altra parte, le finalità didascaliche del film non si esprimono in altro modo che non sia la loro raffigurazione fantastica, intesa come come semplice rappresentazione visiva, senza la costruzione di un intreccio degno di interesse. Se consideriamo che anche i personaggi sono la piatta incarnazione di precetti da pubblicità progresso americane, si può avere l’idea di come in questo film ci sia davvero poco da vedere. L’unico comparto non completamente futile è quello che vede la “visionaria” Ava DuVernay impegnarsi in opere scenografiche e di interior design comunque derivative, ma che almeno offrono qualcosa da guardare. Un po’ poco. Davvero, lasciate stare.

(2/5)

Logan Lucky – La truffa dei Logan (Steven Soderbergh 2017)

la truffa dei logan slowfilm recensioneArriva anche da noi Logan Lucky, con il titolo La Truffa dei Logan, mentre Soderbergh ha già sgravato un altro film, Unsane, un thriller girato con gli smartphone (non so perché, ma non mi parte il wow), e prodotto Ocean’s 8. Tutta questa iperattività può darci qualche indizio, sul perché Logan Lucky sia un film scritto col culo. Pardon, un film scritto senza grandissima cura. Si propone, e ci tiene anche a esplicitarlo nel film, come l’Ocean’s 11 in salsa redneck e contorno repubblicano. Fin qui, tutto bene, come promettente è il cast, da Adam Driver a un ironico Daniel Craig, e anche il trailer, che propone ritmo e spasso.

Quel che non si capisce è perché fare un film su una rapina (heist movie, dicono i barbari), uno di quello con i tunnel e i piani ingegnosi, e poi trattare il piano stesso con confusione e approssimazione. Vengo dalla visione de La Casa di Carta, e il confronto non regge. Non si tratta di verosimiglianza, anche la serie spagnola di forzature ne ha parecchie, ma del saper dare a ogni passaggio un’idea di necessità e incertezza, saper avviare un meccanismo che integri sorprese e imprevisti all’interno di una reazione a catena. Nel film di Soderbergh questo non c’è. Ogni tanto succede qualcosa, ogni tanto compare qualcuno, sono parti slegate da ricollegare, parzialmente, a cose fatte, ma senza che si abbia l’impressione di un disegno di cui svelare la riuscita. A funzionare meglio sono le singole caratterizzazioni, qualche dialogo (in particolare la tirata sull’indolenza di George R. R. Martin), qualche scena vicina ai Coen e ai loro idioti alle prese con piani sgangherati. La struttura, però, non è quella: ci si trova invece di fronte a un piano inspiegabilmente raffinato (davvero, perché il protagonista dovrebbe essere in grado di elaborare una cosa del genere?), che si basa sul provvidenziale realizzarsi di una quantità di coincidenze.

(3/5)

Loro 2 (Paolo Sorrentino 2018)

loro2-slowfilm-recensioneLoro 1 doveva gran parte della sua riuscita dal fatto di essere una lunga introduzione, disorganica e libera di accumulare situazioni, personaggi, ripetizioni. Loro 2, invece, inchioda al centro della scena un Berlusconi che indossa una malinconica maschera berlusconiana, e lo immerge, come dicono a Parigi, in un mare di gnocca. Mare da cui Servillo Berlusconi rimane comunque piuttosto distante, dando forma le migliaia di corpi, perfetti e uguali fra loro, a una scenografica emanazione dei ricordi – prima ancora che dei desideri – dell’uomo più potente d’Italia.

Loro 2 offre, in gran parte, quanto ci si poteva prevedibilmente aspettare da questo progetto di Sorrentino, ricostruendo una serie di scene diligentemente significative. Oltre al frattale anatomico, che ha il suo culmine in una coreografia sexy ginnica (per la verità piuttosto telefonata e non curatissima) di “meno male che Silvio c’è”, il film sviluppa il racconto di Berlusconi attraverso una manciata di dialoghi, in particolare con la moglie Veronica Lario (Elena Sofia Ricci).

Tutti gli spunti introdotti nel primo episodio si concludono sostanzialmente lì, mentre questa seconda frazione estrapola frasi ed eventi “storici” e pubblici, riportandoli in confronti privati. Dai milioni di euro equiparati a manciate di secondi, alla lettera della stessa Lario dove denunciava la malattia del marito, il film diventa un’antologia di – possiamo ormai chiamarli – luoghi comuni, trasfigurati nell’esuberanza del cinema di Sorrentino. Che purtroppo non riesce, nella maggior parte dei casi, a dare a questi luoghi una forma sufficientemente nuova e indipendente, e  far dimenticare le origini spossanti dei suoi testi.

(3/5)