Too Old to Die Young (Nicolas Winding Refn 2019), il migliore esperimento in circolazione

Too Old to Die Youg non è la serie più facile dell’anno, neanche la più trascinante, per la gestione antitelevisiva dei tempi del racconto, e di certo non è la più popolare. Nicolas Winding Refn porta il suo cinema in dieci puntate di circa un’ora e mezza – di fatto dieci film -, ha un’idea precisa di cosa vuole costruire e soprattutto del mondo in cui vuole trascinare lo spettatore. Il risultato è la serie più interessante, diversa e, semplicemente, più bella dell’anno.

Dieci film allucinati, lentissimi e perversi, dove i soggetti principali sono il tempo dilatato dell’azione e la costruzione delle immagini. Al loro interno si sviluppano una moltitudine di personaggi, ognuno fondamentale per lo spazio che gli è concesso, protagonisti di interazioni sospese, funzioni alienate in una realtà eccessiva, esasperata, che dipinge freddamente un mondo dotato di propria vita e volontà, costantemente legato ai peggiori vizi, alle paure e alle degenerazioni conosciute.

Dopo tre episodi che mostrano una tendenza autoconclusiva, le linee narrative cominciano a distendersi e intrecciarsi, fino a delineare una storia concettualmente semplice ma definita, un viluppo di forze (auto)distruttive, dominato dalle modalità del racconto. Too Old to Die Young è un’esperienza complessa ma a suo modo accogliente – per il suo essere estremamente diretta – che cristallizza il linguaggio di Refn: un’immersione nel noir dai colori al neon, nei rari discorsi scanditi da pause anomale, nelle musiche e i rumori sintetici di Cliff Martinez. È un flusso disteso di invenzioni visive, movimenti di macchina rigorosi e aspettative frustrate, dove non mancano le scene da antologia: l’impatto radicale con il primo episodio (da lì, facile capire se è tutto da prendere o lasciare), un infinito inseguimento in auto reso surrealmente romantico dalle note di Mandy, le caratterizzazioni fulminanti date da tic e atteggiamenti innaturali, la miriade di ambienti maniacalmente estetizzanti, simmetrie e specchi, ritratti e spazi immensi, a definire ogni piano dell’intreccio e dei suoi attori.

Il cinema di Refn, negli anni, ha progressivamente ridimensionato il ruolo del plot, ancora forte e “classico” in Pusher, per arrivare all’astrattezza lisergica di Valhalla Rising, la semplicità narrativa di Only God Forgives, l’allucinazione geometrica di The Neon Demon. In Too Old c’è modo di ritrovare tutto, approfondirlo e accentuarlo (ma nella violenza puramente esibita, tutto sommato, non eccede). Alcune sequenze sembrano esperimenti ipnagogici: suoni, pause, movimenti e colori si dilungano fino a lasciare intromettere immagini personali all’interno del flusso audiovisivo. Accostato al Twin Peaks di Lynch, ne condivide la libertà autoriale e la consistenza onirica, oltre la costruzione di sospensioni temporali cariche di incertezza e tensione. Come Twin Peaks (indicato dai Cahiers du Cinéma come miglior film del suo anno), si tratta di un prodotto che trascende le abitudini del mezzo, per confrontarsi con altri aspetti dell’arte. Da Abel Ferrara prende i tratti moralisti della sua parabola, mentre di von Trier, l’altrettanto danese Refn ricorda la costruzione di istituzioni marce e grottesche, grumi simbolici della realtà, su tutte la vicinanza del commissariato con i rituali assurdi dell’ospedale de Il Regno. Al di là dei richiami, gli omaggi e i riferimenti – che sono naturalmente molti di più – Too Old to Die Young è un’esperienza totale, appagante nel suo non essere intrattenimento, un esperimento a cui si deve aver voglia di partecipare.

Su Primevideo.

(4,5/5)

 

The Neon Demon (Nicolas Winding Refn 2016)

the-neon-demon-nuovo-trailer-italiano-e-locandine-dellhorror-di-nicolas-winding-refn-1Pubblicato su Bologna Cult

Fin dalla pessima accoglienza a Cannes, un rifiuto quasi violento nei confronti dell’ultima fatica di Nicolas Winding Refn, è stato chiaro come The Neon Demon avrebbe diviso. Ci sarebbe anche da chiedersi cosa si aspettassero, gli avventori del festival francese, dal momento che il film rientra perfettamente nella linea creativa del cineasta. Dall’uscita nelle sale, ad ogni modo, si registra qualche voce critica fuori dal coro e reazioni del pubblico informato che addirittura gridano al capolavoro.

Secondo film statunitense dell’autore danese, Neon Demon è per certi aspetti un titolo minore, ma prosegue il filone apertamente visionario, disturbante e lisergico che parte da Fear X, con cui ha più di un’affinità, per dipanarsi negli ottimi Valhalla Rising e Solo Dio Perdona. Tutti film trattati male da chi di Refn, probabilmente, apprezza quasi il solo Drive, unico titolo che, nonostante l’impronta sempre ben visibile dell’autore, offra il solido appoggio della storia romantica e dell’ombroso cavaliere.

The Neon Demon ci immerge nel mondo e le visioni di Jesse, sedicenne sola che appare a Los Angeles per entrare nel mondo della moda. Impersonata da Elle Fanning, Jesse, dotata di una bellezza naturale e una personalità apparentemente autentica e indifesa, da subito attira le attenzioni per la discontinuità evidente rispetto a una realtà artefatta, e sotto molti aspetti ripetitiva e internamente canonizzata. The Neon Demon non è un film sul mondo della moda, quanto sullo scollamento fra realtà e desiderio, sulla pressione radicale che verso i nostri comportamenti esercita la superficie, quando in questa intravediamo la bellezza, sulla sua importanza vitale e sulle pulsioni violente che suscita. È la bellezza stessa, quella malsana e glaciale della sua poetica, che guida la regia di The Neon Demon, esteticamente esasperato in quadri semivuoti dalla costruzione geometrica, cristallizzati nell’idea narcisista dell’autore e illuminati dalle luci artificiali che fanno da contrappunto alla colonna sonora sintetica e onnipresente di Cliff Martinez. Un Martinez a cui viene chiesto di riempire – a volte con una presenza forse eccessiva – anche molte parti di un film che si presenta come una pura descrizione di uno sguardo alterato, e un susseguirsi di riferimenti di genere che rifiuta, però, di costruire un intreccio che devierebbe l’attenzione dal punto di vista estetico e concettuale verso quello usualmente narrativo. Mentre il mondo attorno si presenta soprattutto come contenitore ideale, riflesso diretto di passioni e mutazioni umane, l’attenzione è concentrata sul rapporto e la definizione di quattro donne, come sottolineato dalle allucinazioni geometriche di Jess.

Molti hanno visto Lynch, in questo film che ha i tratti del b-movie, e presenta quindi numerose influenze, più o meno esplicitate, da Il Bacio della Pantera a Improvvisamente l’Estate Scorsa, al cinema di Jodorowsky e di Ferrara. Ma, ancora più che a Lynch, Refn sembra vicino a qualcosa di maggiormente disumanizzato, come l’ultimo Cronenberg, quello di Maps to the Stars e soprattutto di Cosmopolis. Fin dall’inquadratura che apre il film, lo sguardo vitreo e immobile di Jess richiama quello altrettanto distante di Sarah Gadon nella trasposizione dell’apocalittico libro di DeLillo. Non solo corpi, ma anche e soprattutto sguardi sintetici: quelli delle donne protagoniste, riflesso di un mondo che Jess desidera, ma che vede in lei, fin quando estranea, il definitivo oggetto del desiderio. La tensione di The Neon Demon si costruisce sul vuoto degli sguardi, degli spazi e degli accadimenti, con sporadiche contrapposizioni che portano a esplosioni di brutali passioni e desideri.

La destrutturazione del film è in corso da alcuni decenni, e da tempo le visioni più interessanti sono quelle che propongono un cinema decentrato, che trovi una sua forma di disequilibrio antinarrativo; eppure ancora si diffonde lo sgomento, e la necessità di evocare nicchie da videoarte, quando un’opera scantona dal montaggio e dall’evoluzione conosciuta del racconto canonizzato. Se c’è qualcosa che a The Neon Demon si più rimproverare, è forse non l’aver osato ancora di più (come ha fatto, invece, un film che per alcuni versi lo anticipa, Beyond the Black Rainbow), e aver sentito l’esigenza di alcuni dialoghi piuttosto didascalici, ma anche questi, in verità, così impersonali da fondersi bene con la costruzione di un’ostentata superficialità.

(4/5)