La Forma dell’Acqua (2017) – Guillermo Del Toro cerca un’identità forte ricalcando altre epoche e altri autori

la forma dell'acqua slowfilm recensioneUn problema de La Forma dell’Acqua è che, a citare gli stili e i film a cui assomiglia, si può avere un’idea abbastanza precisa di che cosa si tratti. Senza neanche doverlo vedere. Quest’opera di rimasticazione si accompagna, curiosamente, alla sorpresa quasi sgomenta della critica, che si è squagliata di fronte a quello che sembra essere il primo film classicamente sentimentale, il primo mostro buono, il primo cattivo sopra le righe che abbia mai incontrato, spingendo la meno originale delle pellicole di Guillermo del Toro alla conquista di tutti i riconoscimenti del settore.

Uno dei motivi per cui The Shape of Water piace è, probabilmente, il fatto che sia un film solido. Una storia familiare e consequenziale, prevedibile e accogliente nella scrittura e nell’interpretazione, che rispetta i requisiti minimi delle produzioni mainstream di una sessantina di anni fa. La Forma dell’Acqua sembra una storia Disney anni ’60, che conserva l’anima canonicamente narrativa e favolistica, e l’unisce con i b-movie horror ancora precedenti, che portano al film i tratti più grotteschi e il riferimento a un pubblico adulto. I richiami filmici determinano anche il contesto temporale, che vive negli anni più cool della guerra fredda. Per tenere assieme e rendere omogenei tutti questi elementi, Del Toro sceglie una regia e una fotografia molto riconoscibili, che possano dare l’impressione che ogni figura sia nata all’interno del film e simulare profondità anche per i dettagli più superficiali, e per fare questo sceglie di essere Jean-Pierre Jeunet. Per quei ricorsi storici da cui la settima arte è tutt’altro che immune, The Shape of Water può anche riassumersi come uno Splash – Una Sirena a Manhattan ibridato (l’ibridazione è al centro di tutte le componenti del film di Del Toro) con Il Favoloso Mondo di Amelie.

Se in opere precedenti Del Toro riusciva a utilizzare un’interpretazione del fantastico per associare emozioni forti a eventi reali e drammatici, qui l’epoca scelta e le figure stereotipate che la abitano sembrano avere il compito di provare ad aggiungere spessore a una storia molto semplice, che finge di essere la parte più visibile di qualcosa di complesso. Non basta di per sé la lotta sotterranea fra Russi e Americani, la ripetizione che la diversità sia la ricchezza mentre i mostri (un Michael Shannon nei panni del più collaudato dei personaggi alla Michael Shannon) nascono dall’apparente normalità, per dare a questi topoi un’incisività, negata dal carattere derivativo e dispersivo del film. Rimane un titolo che si lascia vedere con agio, con molte scene abbastanza belle e un pugno di caratteristi – anche questa un’abitudine del cinema di genere – che gode di qualche libertà in più (per la verità anche trattata in maniera frettolosa, come nelle vicende e le illuminazioni di Richard Jenkins al negozio di torte) rispetto alla coppia protagonista e alle loro vicende.

(3/5)

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La La Land (Damien Chazelle 2016). Il sadico metafilmico

la-la-land-slowfilm-recensioneLa La Land è un bel film, ma le prossime sono note che potranno risultare un po’ fredde; chi avrà profondamente amato l’opera di Damien Chazelle, e credo siano in tanti, avrà sicuramente trovato un coinvolgimento più intenso, effettivo, reale. I sogni. Un mondo canterino gira attorno a quelli di Mia e Sebastian. L’incontro, la sintesi, la costruzione della coppia perfetta, e la musica, moltissima.

Non sono un fanatico della lettura metafilmica, non la cerco a ogni costo e comunque non credo sia, di per sé, un valore per un’opera. Come ogni argomento, l'(auto)riflessione sul cinema può essere trattato in maniera più o meno riuscita o interessante. L’intenzione metacinematografica di La La Land mi sembra preponderante, smisurata, tanto da rendere la sua storia d’amore, più che un incontro fra due persone, la ricostruzione di una storia d’amore come l’ha immaginata il cinema. Con un’attenzione particolare per gli anni ’50, epoca d’oro – matura, moderna, seminale – della produzione hollywoodiana, si racconta un cinema che è storia, una storia di cui il regista vuole cantare la grandezza, anche nelle sue espressioni più popolari, e formalizzare il suo rapporto con il sogno. Quasi una corrispondenza identitaria, e il percorso più naturale per creare un legame intimo con il pubblico, l’essere umano che finisce per desiderare di rispecchiarsi nello schermo – il sogno di un sogno.

Una corrispondenza così naturale che la storia di Mia, aspirante attrice, e Seb, pianista innamorato prima del jazz, poi di Mia, è quanto di più esemplare e semplice. I tempi sono i nostri, ma l’estetica dei titoli, i costumi, la musica, gli sguardi vengono dal cinema del passato. I virtuosismi della luce e dei pianosequenza, la magia che trasfigura anche le scenografie più quotidiane, vengono dall’amore per un’epoca in cui la tecnica è diventata linguaggio emotivo. Emma Stone – probabilmente l’attrice più interessante della sua generazione – è lo sguardo che riesce a rendere credibile l’incarnazione della diva, e al tempo stesso l’espressione più autentica e contemporanea del film. Durante i suoi provini l’opera si distacca momentaneamente dalle coreografie e l’attrice assume dei tratti reali, non lontani da quelli visti in Birdman, dove il racconto personale si antepone, finalmente, a quello del cinema.

Ma ecco che mi risulta difficile affrontare l’anima più intima e dolorosa del film. Quella che avvicina il discorso al precedente Whiplash, che pure nella prima parte non sembrava così affine, se non per l’importanza della componente musicale e performativa. La La Land trova il legame emotivo con il pubblico nel distacco e nella nostalgia e, come il suo predecessore, descrive la grandezza dell’arte attraverso la scelta del sacrificio. La coppia perfetta, la vita perfetta, esprimono la loro forza attraverso la mancanza, nel falso ricordo di una vita perduta che possa, per riflesso, rendere la gravità dell’ossessione artistica. Chazelle sembra trovare i momenti di massima gioia e identificazione nel montaggio che segue la ritmica dei bei pezzi musicali, è un autore che ha trovato modi appassionati – e un po’ esasperati – di celebrare l’arte, vuole renderla concreta e indispensabile, ma, forse, ancora non la fa.

(3,5/5)

The Hateful Eight (Quentin Tarantino 2015), Revenant – Redivivo (Alejandro González Iñárritu 2015)

hatefulPubblicato su Bologna Cult

Sono tra le firme più celebri e significative del cinema contemporaneo, quelle di Quentin Tarantino e Alejandro González Iñárritu, due autori che solitamente non hanno molto in comune, ma si trovano ad aprire assieme il nuovo anno con due personali rivisitazioni del genere classico e americano per eccellenza, il western. Le coincidenze non finiscono qui, perché The Hateful Eight – l’ottavo film di Tarantino – e Revenant sono ben lontani dalle rocce rosse riarse dal sole e dagli eroi granitici di John Ford, trascinandoci nell’inferno bianco delle incessanti tempeste di neve, nel gelo tagliente e i cieli plumbei che, piuttosto, nel 1971 mettevano alla prova i protagonisti di una delle più belle destrutturazioni del genere, il capolavoro di Robert Altman McCabe & Mrs. Miller (in Italia I Compari).

Odiosi, detestabili, l’appellativo hateful non rende piena giustizia al gruppo di implacabili carogne tenuto in cattività nel rifugio di Minnie, nel Wyoming degli anni successivi alla Guerra Civile, intrappolato da una bufera di vento e neve che rende un’impresa mortale anche raggiungere la latrina all’esterno del locale. Una rosa di grandi nomi – da Samuel L. Jackson a Kurt Russell, da Tim Roth a Jennifer Jason Leigh – per mettere in scena l’accumulazione di conflitti che nasce dalla sosta forzata del cacciatore di taglie John Ruth, impegnato a portare al patibolo Daisy Domergue. Durante quasi tutta la prima metà The Hateful Eight anticipa quello che lo stesso Tarantino ha indicato come suo prossimo obiettivo, ovvero la scrittura per il teatro. In principio ospitata dagli angusti spazi di una diligenza trainata da un cavallo bianchissimo e uno nerissimo, l’azione si svolge sui dialoghi cesellati e coinvolgenti dell’autore di Bastardi Senza Gloria (anche quel film, per molti versi il suo migliore, presenta spesso i protagonisti seduti a un tavolo, a scambiarsi raffinatezze di scrittura degne della migliore commedia brillante). Con entrate in scena diversamente scandite, gli Otto si prestano a caratterizzazioni decise, costruiscono aneddoti ed episodi, ognuno prende le misure dell’altro, lasciando montare l’attenzione e la tensione. Dall’istrionismo di Tim Roth all’ostentata strafottenza di Jennifer Jason Leigh, ognuno si dipinge o viene dipinto come una delle peggiori incarnazioni dell’essere umano. Al contrario di Django, l’intento del regista e sceneggiatore è quello di privare lo spettatore di qualsiasi punto di riferimento positivo, di trascinarlo in una baracca senza lasciare neanche intravedere alcuna via di fuga; il film, in questo, è perfettamente riuscito.

È nella seconda parte che The Hateful Hate può dividere nel giudizio. La linearità narrativa si spezza e irrompe brutalmente l’horror o, volendo rimanere sulla traccia teatrale, il grand guignol, e quei confronti e sospetti che riportavano una tessitura alla Agatha Christie e presentavano alcune esplicite velleità socio-politiche, affogano velocemente in esplosioni di sangue e violenza che ricordano, questa volta, più il Tarantino innamorato degli eccessi del cinema di genere, appartenenti a un lavoro come Grindhouse (che lo stesso autore ha indicato come il meno riuscito della sua filmografia, ma tant’è). Rimane, quindi, il dubbio se lasciarsi andare alla follia grottesca o rimpiangere uno svolgimento più in linea con le premesse. Personalmente credo che questa scelta abbia impedito la realizzazione di un’opera più focalizzata e, in un certo senso, più “importante”, per affidarsi a un divertissement che è per molti versi una soluzione shoccante, ma comoda.

revenantÈ invece il gelo del Nord Dakota a contribuire a rendere difficile – davvero, difficilissima – la già complicata esistenza del Redivivo Leonardo DiCaprio, alias Hugh Glass. L’anno è il 1823, gli spazi adesso sono aperti, immensi, la terra, le montagne e il cielo si fondono in una fotografia dai toni uniformemente glaciali. Dopo il pianosequenza – reale e artificiale – dell’ottimo Birdman, Iñárritu cambia decisamente tono e genere, ma conserva l’amore per le sfide e i virtuosismi tecnici. Revenant, infatti, è girato in diverse location, a quanto pare tutte piuttosto ostili, sfruttando la sola luce naturale, prevalentemente nelle ore del tramonto, e mettendo i suoi protagonisti in condizioni quanto più possibile disagevoli. D’altronde, si sa quanto le star hollywoodiane amino inserire nel loro curriculum eclatanti performance fisiche, e anche quanto queste facciano solitamente breccia nei cuori dei giudici dell’Academy.

Cacciatori di pelli, orsi feroci, indiani sanguinari, corpi deturpati e una vedetta da inseguire: Revenant è un film di sofferenza e sopraffazione, un’opera visivamente e concettualmente violenta che mette in stallo l’essenza stessa delle sopravvivenza, che diventa lo spoglio presupposto per lo sfogo di istinti selvaggi. Se la natura Inglobante immancabilmente rievoca la descrittività di Terrence Malick, l’orrore (dis)umano richiama la desolazione de La Strada di McCarthy. Il regista messicano segue l’azione, quando si fa sostenuta, portando la macchina da presa nel caos dello scontro e degli elementi, senza montaggi sincopati ma inseguendo i corpi e le ferite, si avvicina ai volti che si deformano ai lati dell’inquadratura. Iñárritu torna, come in 21 Grammi, ad accumulare sofferenza senza sosta, sfiorando e in alcuni momenti travalicando i limiti del parossismo. Che rappresentano, in buona parte, anche i limiti del film stesso. L’impressione è che la narrazione sia così costantemente piena di eventi e sussulti – fisici ed emotivi – da risultare fin troppo uniforme. Come se svolgesse una lunghissima introduzione concitata a qualcos’altro, e invece quell’introduzione è proprio il film. Ci sono episodi a più bassa intensità, e maestose digressioni visive, ma non sono sufficienti a dettare il ritmo. D’altra parte, Revenant non è nemmeno abbastanza distaccato da interpretare un’operazione radicale di forsennato iperrealismo, presentando DiCaprio in un ruolo da divo classico, con frequentissimi primi piani ed esasperazioni espressive. Rimane, ad ogni modo, una costruzione d’impatto, che per forza e consapevolezza visiva ha, nel nostro tempo, davvero pochi rivali. Per culminare nella più rappresentativa delle forme del western, il duello, incarnato in un’indescrivibile ferocia “stipata nel cuore della natura”.

The Hateful Eight: 3,5/5

Revenant – Redivivo: 3,5/5

Con un sorprendente colpo di scena, l’Oscar per il Miglior Film l’ha vinto il miglior film

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Birdman, naturalmente. Più un’altra manciata di Oscar importanti. Solo Michael Keaton non ha vinto, e un po’ dispiace perché diciamocelo, quando gli ricapita? D’altra parte, in questo modo salvaguarda l’integrità e la credibilità del personaggio, grazie Michael, coerente fino alle convulsioni.

Non starebbe a me ricordarlo (…), ma in questo modo i risultati del celebre sondaggio confidenziale vanno inavvertitamente a comporsi con la realtà, e dunque il sondaggio, che voleva indicare un’utopia e non un pronostico, ne esce anche un po’ sputtanato. Cose che capitano. Cito al secondo posto Grand Budapest Hotel e al terzo Boyhood, grazie a tutti i partecipanti, grazie per averci creduto.

Non so, vogliamo dire altro su questa fastosa kermesse? Ad esempio che, dal momento in cui l’hanno candidata, la Principessa Splendente mangia in testa a tutti gli altri cartoni candidati (con la probabile eccezione di Song of the Sea)? O vogliamo parlare del fatto che uno gli Oscar se li vedrebbe pure, se all’una di notte non stessero ancora incollando le stelline sulla bandiera? E allora fottetevene, del Vecchio Continente, dei suoi tempi, delle sue maree. Direi che come commento è sufficiente. Ciao, all’anno prossimo.

Birdman (o le imprevedibili virtù dell’ignoranza) (Alejandro González Iñárritu 2014)

birdman slowfilm recensioneRaymond Carver, una scrittura e un cast attoriale in stato di grazia, un assurdo piano sequenza di due ore; per questi motivi, in breve, Birdman è un gran film, fra le cose migliori degli ultimi anni. Che un film del genere sia uscito fuori dal cappello di Inarritu, devo ammettere che è per me una sorpresa. Non ho mai amato il suo cinema frammentario e ipermelodrammatico. Qui è tutt’altra cosa, altri equilibri, per molti versi è un lavoro esattamente opposto a un 21 Grammi.

Birdman è un film immediato e complesso, in ogni momento intreccia e sovrappone piani del senso rimanendo sempre, per lo spettatore, semplice, diretto e coinvolgente. Nella storia di Riggan Thomson, vecchia star di supereroici film hollywoodiani che vuole riscattarsi mettendo in scena Di Cosa Parliamo quando Parliamo d’Amore, ci sono la sincera invettiva contro le produzioni americane e il bonario sberleffo alla sacralità del teatro. Nella figura del Michael Keaton burton/batmaniano – noi eravamo gli originali – ci sono gli elementi per un apparente ancoraggio alla realtà che esaltano una notevole prova d’attore. La particolarità della sua storia viene tanto esplicitata da rendersi parodia, sparendo per lasciare spazio a un discorso universale e apersonale che conserva la stessa profondità e leggerezza. Si parla allora dell’individuo, del suo posto nel mondo, nella sua piccola fetta di mondo, e anche di tutto il mondo che gli sta attorno, rispecchiandone e amplificandone l’interiorità. Proprio come faceva Carver, e come con Carver (e non solo) faceva Altman, e come in altre occasioni hanno fatto i Coen. Si parla dell’arte e della sua assenza, della vita e della sua assenza, della personalità e della sua assenza, e di come la presenza o l’assenza di tutte queste cose sia spesso demandata al caso. Un essere umano è un nervo scoperto, è un’espressione dello stato delle cose, che solo raramente può conquistare l’illusione di avere un ruolo nella sua definizione.

14221905611748Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone, Zach Galifianakis, Naomi Watts e Amy Ryan, in un succedersi serrato di scene, interazioni e dialoghi ritmati da rulli di batteria spogli e incalzanti – di cui di tanto in tanto incrociamo l’autore -, portano tutto all’interno di un piano sequenza impossibile. Una ripresa ininterrotta, realizzata con trucchi e accorgimenti tecnici e digitali, che distoglie la ripresa senza stacchi di montaggio dalla sua classica valenza virtuosistica e di certificazione della verità spaziale e temporale. Il piano sequenza, pure impreziosito da incredibili evoluzioni della macchina da presa che vola, plana, s’inoltra in interstizi per entrare in nuovi ambienti e seguire in modo stupefacente l’azione, è soprattutto la fonte della forza espressiva del film. Nasconde ellissi temporali, cancellando anche la peculiare corrispondenza del tempo diegetico con quello reale, per una messa in scena che trova nella scelta del montaggio interno il modo di rappresentazione di un flusso che si avvolge e si scioglie acquisendo consistenza propria, portando lo sguardo e la regia tra i soggetti che manifestamente concorrono ad influenzare la storia.

Originale, significativo, ironico e drammatico, Birdman porta assieme a Boyhood una coppia di film di notevole valore nella competizione per gli Oscar – lontana dagli standard dell’Academy -, due opere molto diverse che hanno in comune una riflessione sul tempo e il cinema che non rimane prigioniera di tentazioni puramente teoriche e autoreferenziali, anzi va incontro allo spettatore conservando, e innovando, un’identità pienamente narrativa.

Birdman non ne esce a pieni voti per la scelta di una soluzione conclusiva – secondo il racconto di Keaton scritta e aggiunta da Inarritu durante le riprese – che personalmente non trovo del tutto in tono. In sala dal 5 febbraio.

(4,5/5)

Oscar per il miglior film 2014, il sondaggio

Certo, c’è un certo ritardo nel proporre questo sondaggio. Ma vuoi mettere il fascino di cliccare all’ultimo momento, in una coincidenza quasi perfetta fra previsione e visione?

12 anni schiavo (12 Years a Slave), regia di Steve McQueen | American Hustle -L’apparenza inganna (American Hustle), regia di David O. Russell | Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips), regia di Paul Greengrass | Dallas Buyers Club, regia di Jean-Marc Vallée | Gravity, regia di Alfonso Cuarón | Lei (Her), regia di Spike Jonze | Nebraska, regia di Alexander Payne | Philomena, regia di Stephen Frears | The Wolf of Wall Street, regia di Martin Scorsese