Loro 2 (Paolo Sorrentino 2018)

loro2-slowfilm-recensioneLoro 1 doveva gran parte della sua riuscita dal fatto di essere una lunga introduzione, disorganica e libera di accumulare situazioni, personaggi, ripetizioni. Loro 2, invece, inchioda al centro della scena un Berlusconi che indossa una malinconica maschera berlusconiana, e lo immerge, come dicono a Parigi, in un mare di gnocca. Mare da cui Servillo Berlusconi rimane comunque piuttosto distante, dando forma le migliaia di corpi, perfetti e uguali fra loro, a una scenografica emanazione dei ricordi – prima ancora che dei desideri – dell’uomo più potente d’Italia.

Loro 2 offre, in gran parte, quanto ci si poteva prevedibilmente aspettare da questo progetto di Sorrentino, ricostruendo una serie di scene diligentemente significative. Oltre al frattale anatomico, che ha il suo culmine in una coreografia sexy ginnica (per la verità piuttosto telefonata e non curatissima) di “meno male che Silvio c’è”, il film sviluppa il racconto di Berlusconi attraverso una manciata di dialoghi, in particolare con la moglie Veronica Lario (Elena Sofia Ricci).

Tutti gli spunti introdotti nel primo episodio si concludono sostanzialmente lì, mentre questa seconda frazione estrapola frasi ed eventi “storici” e pubblici, riportandoli in confronti privati. Dai milioni di euro equiparati a manciate di secondi, alla lettera della stessa Lario dove denunciava la malattia del marito, il film diventa un’antologia di – possiamo ormai chiamarli – luoghi comuni, trasfigurati nell’esuberanza del cinema di Sorrentino. Che purtroppo non riesce, nella maggior parte dei casi, a dare a questi luoghi una forma sufficientemente nuova e indipendente, e  far dimenticare le origini spossanti dei suoi testi.

(3/5)

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The Young Pope, episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2016)

the-young-popeLa caricatura che fa Maurizio Crozza di Paolo Sorrentino e del suo lavoro è sostanzialmente veritiera, addirittura accurata. Che ci sia un cinema, in generale un modo di realizzare l’audiovisivo, meno legato allo svolgimento strutturalista della storia, che ragiona piuttosto per inquadrature lunghe, attraverso un montaggio a volte legato all’estetica e all’attrazione fra immagini più che al racconto, una descrizione di tempi non puramente funzionali alla narrazione, sono elementi che Crozza individua bene, che magari nascono nelle avanguardie per poi integrarsi in un cinema per un pubblico più ampio, così detto d’autore. Lo scarto umoristico sta nell’assumere la costruzione canonica della storia come opportuna normalità, la deviazione come qualcosa di forzato o innaturale. Questa, però, è una condizione che riguarda solo le abitudini del pubblico, non riguarda il valore di un’opera. Questo agile preambolo per dire che The Young Pope è una delle cose più coinvolgenti e originali fatte per il piccolo schermo. Se avete uno schermo grande, anche per il grande schermo.

In un certo modo rivoluzionario per la produzione seriale, che pure da lungo tempo è il luogo dove gli spunti più originali sono promossi verso un pubblico ampio e trasversale, The Young Pope, nelle sue prime due puntate, è un esempio magistrale di scrittura e messa in scena. Una ricerca attenta agli spazi, ai volti e ai gesti, un protagonista che vive di frasi perentorie e radicali contraddizioni celate dietro uno sguardo algido. Sono già da antologia i movimenti vanitosi di Jude Law che teatralmente assicura il candido cappello a falda larga sulla testa, per non lasciarlo portare via dal vento mosso dall’elicottero ecclesiastico. Oppure il modo in cui allarga le braccia, ricercando un clamore da star che venga dal cielo e possa essere riconosciuto dalle oceaniche, e alquanto inquietanti, folle di fedeli. L’idea è quella di raccontare l’incertezza e la fragilità attraverso una figura che vuole ostentare l’esatto opposto. Così di specularità vive questo incipit di The Young Pope, che rappresenta la casualità delle scelte e delle loro enormi conseguenze, lasciando che la chiusura autoritaria e apocalittica della seconda puntata sia l’esatto contrario di quanto, in un sogno, si era intravisto come possibilità all’inizio della prima.

Ma la serie di Sorrentino, acquisiti i possibili richiami – da Habemus Papam, a House of Cards, ai dialoghi attorno a un tavolo del miglior Tarantino – definisce in una notevole densità di dialoghi memorabili, figure che racchiudono realismo, eccentricità e grottesco, ricercate descrizioni visive e sonore, un viluppo di codici che rende la visione un’esperienza originale e ipnotica.

(4,5/5)